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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 83 / 2000 Febbraio

Articolo di Yael Danieli

LA COSPIRAZIONE DEL SILENZIO
Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".

Yael Danieli, psichiatra, dirige il "Group Project for Holocaust Survivors and their children” di New York, da lei co-fondato nel 1975. E’ stata presidente della Società internazionale per gli studi sugli stress da trauma, di cui è ora coordinatrice internazionale e rappresentante alle Nazioni Unite. E’ stata tra l’altro consulente all’Istituto nazionale per la Salute Mentale degli Usa, per l’Unicef, per l’ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani. Prima di trasferirsi negli Usa per conseguire il Dottorato in Psicologia (con una tesi dal titolo: Difficoltà dei terapisti nel trattamento dei sopravvissuti dell’Olocausto nazista e dei loro figli) all’Università di New York, era nell’esercito israeliano e insegnava musica, filosofia e psicologia. Tra le pubblicazioni recenti, International Handbook of Multigenerational Legacies of Trauma, New York, 1998 e The Universal Declaration of Human Rights: Fifty years and Beyond, UN, New York, 1999. Lo scorso ottobre è stata invitata a tenere un incontro pubblico a Tuzla, in Bosnia e alcuni work-shop a Teslic e a Banja Luka, nella Republika Srpska. Segue il suo intervento alla conferenza pubblica dal titolo "La democrazia non può esser costruita da anime ancora ferite”, tenutasi a Tuzla. Io credo fermamente che la cura, affinché sia significativa anche per le generazioni a venire, debba essere considerata un compito di tutti. Non riguarda infatti solo gli psicoterapeuti, i medici e nemmeno solo i politici; chiama in causa ciascuno di noi che apparteniamo non solo alla nostra comunità, o alla nostra famiglia, quanto piuttosto a quella che nella Dichiarazione delle Nazioni Unite viene chiamata "la famiglia dell’umanità”. Vorrei cominciare con una citazione di Elie Wiesel, Premio Nobel per la pace e sopravvissuto all’Olocausto, che 25 anni dopo la Liberazione, nel 1970, così si è espresso: "Con il rischio di offendere, deve essere enfatizzato che le vittime hanno sofferto di più e più profondamente per l’indifferenza di chi ha assistito, piuttosto che per la brutalità degli esecutori. La crudeltà del nemico non sarebbe stata in grado di distruggere il prigioniero. E’ stato il silenzio di coloro che credeva amici -crudeltà più vile, più sottile- che ha spezzato il suo cuore. Non c’era più nessuno su cui contare. Il desiderio di vivere era stato avvelenato. Se è questa la società umana da cui proveniamo -e da cui siamo stati ora abbandonati- perché cercare di tornare? ”. So che molti di voi provano gli stessi miei sentimenti all’ascolto di queste parole. Ebbene, Elie Wiesel con queste parole ha voluto esprimere ciò che io nei miei scritti ho definito la "cospirazione del silenzio”. Questa sera vorrei condividere con voi parte di una ricerca condotta originariamente per le Nazioni Unite, finalizzata a stabilire il diritto alla restituzione, risarcimento, riabilitazione e commemorazione per tutte le vittime di violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali. A questo scopo ho condotto delle interviste non solo alle vittime dell’Olocausto nazista e ai loro figli, ma anche ai sopravvissuti dei regimi argentino, cileno, e altri. Così che possiamo imparare dalla loro esperienza e dal loro dolore. Tutti questi gruppi, come altri con cui ho lavorato, concordano sul fatto che proprio la "cospirazione del silenzio”, che è avvenuta dopo la Liberazione, cioè dopo la fine, con l’inizio della democrazia, è stato ciò che più li ha fatti soffrire. Vorrei ora offrirvi il mio modello del trauma. Ebbene, alla domanda "chi sono” ciascuno risponde con una propria fisiologia e psicologia. Ovviamente poi ogni individuo esiste in una famiglia, in un vicinato, in una società, in una comunità, con una religione, un gruppo etnico di riferimento, una razza, ecc. Ebbene, se si potessero disegnare tutti questi elementi, avremmo al centro l’individuo, e poi tutte queste dimensioni... [ continua ]

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archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
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Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
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Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
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Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







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