Le domande vengono prima delle risposte
Fondazione Alfred Lewin

L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi


UNA CITTÀ n. 128 / Aprile 2005

Articolo di Ljubica Itebejac tradotto da Liliana Radmanovic

RICORDI DI BAMBINI


La chitarra
Quella sera stavamo passeggiando lungo il mare.
I visi abbronzati dei ragazzi splendevano di gioia. Ridevano tutti. Si parlava allegramente, di amicizia, innamoramenti, simpatie.
Finita la passeggiata ci siamo tutti sistemati sulla terrazza. C’erano anche ragazzi che non appartenevano al nostro gruppo. Ognuno faceva ciò che gli andava di fare in quel momento: qualcuno ascoltava della musica, qualcuno ballava e qualcuno cantava anche…
C’era un gran chiasso in terrazza quella sera e per sentirci l’un l’altro dovevamo urlare. A un certo punto si è avvicinata al gruppo Milena. In mano aveva una chitarra. Stava cercando di accordarla, spiegandoci che è una cosa molto difficile. Tentava, tentava, ma senza successo. Le ragazze la osservavano e guardavano quello che stava facendo. Anche Nermina la guardava. Seguiva ogni suo movimento. Come se in quel momento per lei esistessero solo le mani di Milena e la sua chitarra.
“Sai, mio padre aveva due tamburi -iniziò a raccontare Nermina- lui prendeva per mano me e mia sorella Merima. Ci portava fuori, davanti alla nostra casa e suonava per noi. Qualche volta cantava pure. Davanti alla casa c’era un prato, con l’erba e gli alberi, in realtà c’era più erba verde che alberi. Me lo ricordo bene. E’ l’immagine più bella della mia infanzia rimasta impressa nella mia mente. Lui amava molto me e mia sorella. Mentre lui suonava per noi, mio fratello giocava con altri bambini davanti alla casa. Mio padre cercava di insegnargli a suonare il tamburo. Ma lui non amava suonare. Preferiva giocare a pallone con i compagni.
“E tua madre?” ho chiesto alla ragazzina.
“Lei stava in casa a cucinare. Una volta finito usciva e stava con lui”.
All’improvviso aveva smesso di parlare. Continuava a guardare Milena e la sua chitarra. Piano piano abbassò le mani e accarezzò dolcemente le corde. Alzò gli occhi verso Milena e si allontanò velocemente.
Un ambiente bello, un’atmosfera piacevole ed una chitarra avevano riportato Milena alla sua infanzia, richiamando i ricordi di momenti belli, trascorsi con il padre scomparso, ma portando con sé anche la tristezza.

E io non ci sono da nessuna parte
“Io sono molto arrabbiata con la mia nonna. Io non ci sono da nessuna parte, capisci, non ci sono da nessuna parte. Come se io non esistessi nemmeno…”, parlava veloce la ragazzina.
Alla domanda del perché fosse arrabbiata con la nonna non ha risposto subito. Ha fatto un respiro profondo, si è tolta i capelli dagli occhi e ha continuato:
“Mio padre è morto durante i combattimenti e mia madre… non è tornata e nessuno sa nulla di lei.
“Com’è successo?”, ho chiesto.
“E’ successo durante la guerra. Mia nonna racconta che non c’era nulla da mangiare. Non solo per noi, nessuno aveva da mangiare. La mamma era allora costretta ad andare a cercare del cibo. Lei ci andava spesso, e poi tornava, mi ha detto la nonna. E quasi sempre tornava con qualcosa da mangiare. Un giorno è andata e non è più tornata. E nessuno sa nulla, solo che lei non c’è più. Dicono sia scomparsa. Come se qualcuno potesse scomparire così, senza che nessuno sappia niente. Ancora oggi non si sa nulla di lei. E lei non c’è, non c’è. Ma ora sono molto arrabbiata con la mia nonna. Quest’estate lei ha fatto una lapide a mio padre. E io non ci sono da nessuna parte. Capisci? Non ci sono da nessuna parte, come se non esistessi”.
“Come non ci sei da nessuna parte?”.
“Ti sto dicendo. Mio padre è morto in combattimento durante la guerra. Ora mia nonna gli ha fatto una lapide. Ma io non ci sono. Ha scritto sulla lapide che gliel’ha fatta lei. Ha messo solo il suo nome. Come se io neanche esistessi. Sulla lapide di mio padre non c’è il mio nome - non c’è, come se io non lo volessi. Come se io non esistessi”.

Un cuore di bambina ferito.
Ripete di nuovo:
“Lo capisci ora, io non ci sono. La lapide a mio padre è stata fatta. L’ha fatta fare la mia nonna, ma io non ci sono. Come se io non l’avessi voluto fare per mio padre”, ripete la ragazzina.
Lungo il suo viso scorrevano le lacrime.
“Io non ci sono, come se io non soffrissi per mio padre. Così sembra che solo mia nonna soffra per mio padre, e io niente…”.
“Lo capisci ora? Non c’è il mio nome sulla lapide, come se io non fossi niente, come se io non esistessi nemmeno. E’ per questo che ora sono molto arrabbiata con la mia nonna. E’ come se io non esistessi, come se io neanche ci fossi. Ecco, è per questo che sono arrabbiata”.

I segreti dei bambini
Oggi, con i bambini, abbiamo parlato di segreti.
Abbiamo chiesto: “Perché i segreti sono segreti e devono rimanere sempre tali?”.
“Il segreto è quando sai qualcosa e non lo dici a nessuno. E’ qualcosa che sai solo tu”.
“Non è vero” si intromette un bambino. “Io ho un segreto insieme a mio padre. Questo è il nostro segreto. Mio padre è morto. Questo è rimasto un segreto e io non lo potrò mai dire a nessuno”.
“Ma i segreti sono tutti così grandi da non poterli dire a nessuno?” chiedo loro.
“No, non lo sono”, è stata la pronta risposta dei ragazzini.
“Ci sono segreti piccoli e segreti grandi”.
“Allora giochiamo un po’ con i segreti”.
“Sì, giochiamo!”, hanno risposto subito i bambini.
“Dato che avete detto che esistono segreti piccoli e grandi, scrivete su un pezzo di carta il segreto che siete pronti a condividere con noi”.
I ragazzini hanno così scritto su dei pezzetti di carta i loro segreti. Poi li hanno ripiegati e messi in una piccola scatola di cartone.
Una volta mescolati, li abbiamo tirati fuori uno a uno e li abbiamo letti. Abbiamo parlato e commentato. Si paragonavano i segreti, gli uni con gli altri.
C’erano i segreti piccoli, infantili, che parlavano di danni più o meno grandi commessi, e rimasti segreti fino ad allora.
In un pezzettino di carta c’era scritto:
“Io ho un segreto: quando ho mezzo Marco (il Marco Convertibile è la valuta utilizzata in Bosnia, Ndr) mi compro quello che voglio”.
“Questo è il mio segreto. L’ho scritto io”, si è affrettata a dire Zehra. “Però io poi dico alla mamma quello che ho comprato. Tra me e lei non ci sono segreti. Io le dico tutto”, parlava in fretta Zehra per non essere interrotta da qualcuno.

Ha poi continuato a raccontare della sua famiglia.
Suo padre è morto in guerra.
“L’altro mio fratello è rimasto ferito e la mia sorellina…”, non l’ha detto subito.
Per la prima volta aveva detto di avere una sorella minore. Non l’aveva mai nominata prima.
Poi sottovoce, sussurrando, ha detto che la sorellina è morta. L’ha detto guardando il pavimento. Come se non volesse che le sue parole venissero pronunciate a voce alta. L’ha detto come se neanche lei fosse sicura della veridicità delle proprie parole. Nascondeva lo sguardo, rivolgendolo prima al pavimento e subito dopo da un’altra parte. Non le abbiamo chiesto nulla.
“Aveva solo pochi mesi la mia sorellina”, ricordava Zehra e piangeva.
“Era… era così piccola. Non ricordo nemmeno il suo nome. Non mi ricordo neanche il nome di mio fratello morto in terrazza. Anche lui era piccolo. So solo che avevo un fratello e una sorella”.

Abbiamo parlato con la maestra di Zehra.
“Neanch’io sapevo che Zehra avesse avuto una sorella minore. Nessuno della sua famiglia l’aveva mai nominata. Però quando abbiamo analizzato il testo su una colomba ferita, l’ho saputo. Zehra durante quella lezione era molto agitata. Poi ha cominciato a piangere. Non capivo cosa stesse succedendo. Quando le ho chiesto spiegazioni, ha iniziato a piangere ancora di più. Pensavo fosse per la colomba ferita. Avrei voluto consolarla, ma non ci sono riuscita”.

“Più tardi, quando si è calmata, ha detto che la storia l’aveva riportata ai ricordi della guerra e della sorellina. Da ore camminavano in colonna. Era inverno, un freddo gelido. La mamma portava la piccola in braccio. Non ce la faceva più. A un certo punto l’ha lasciata”.
“Ha detto anche che lei non si ricorda della sorellina, sa solo che la mamma l’ha dovuta abbandonare perché non ce la faceva più a portarla”.

Ora sapevamo perché Zehra aveva avuto bisogno di così tanto tempo per dire cos’era successo alla sorellina.
Su un foglio, Zehra aveva disegnato la sagoma di un esserino. E’ incompiuto e sospeso nel vuoto.
Ha anche tentato di cancellare quell’immagine, si vedono i segni delle cancellature, però non c’è riuscita.
“Non so perché l’ho disegnata, dato che è morta”.
L’ha detto come a se stessa, coprendo il disegno con le mani.

E mio padre… di lui non si sa
Isak è un ragazzo che fa la terza media. Ci raccontava di come avesse lasciato Foca, insieme al padre. Di notte, col padre e un altro uomo, in una barca, erano scesi lungo il fiume Drina.
“Tutt’ora sento l’acqua sbattere contro la piccola barca. Dietro di noi tutta Foca tuonava. Dalla riva sparavano. Per fortuna, era notte. Non si vedeva il dito davanti all’occhio. Io ero sdraiato sul fondo della barca. Mio padre mi ha detto di non alzarmi e di non far rumore. Avrebbero potuto sentirci”.
“Avevo paura…”.
Non voleva più parlare di quella notte terribile:
“E’ passato, che non si ripeta…”.
Ha preso un pezzo di carta dicendo che voleva disegnare.
“Ho perso la mia casa -ha detto- non la ricordo proprio bene... però la mamma mi raccontava…”
Il ragazzo si è messo a disegnare la casa, elencando i dettagli che ricordava.
“La mamma dice che davanti alla casa c’era un albero di pere”.
Ha così disegnato l’albero di pere e la casa. Sceglieva accuratamente i colori, voleva che sul disegno la sua casa fosse bella. Poi ha rinunciato:
“Ho perso tutto. Tutto. Ho perso il nonno, la nonna, il papà…”.
“Com’è successo?”.
“Il nonno è andato oltre al bosco e non è tornato. E mio padre… lui… di lui non si sa. Alcuni dicono che c’è ancora qualcuno, là in Serbia -raccontava insicuro Isak- Forse un giorno si farà vivo”:
Ci rendiamo conto che fa fatica ad andare avanti.
“E la tua nonna?”, ho chiesto.
Ha chinato la testa, le spalle gli tremavano. Piangeva.
“Mia nonna… mia nonna è caduta e non si è rialzata…”
“Come caduta? Dove?”
“Così -proseguiva il ragazzo con la voce rotta dal pianto- lei era andata assieme alla mamma. Era diabetica. Sono arrivati i soldati nemici, li hanno circondati, tutti sono fuggiti. Lei è rimasta lì…”
“E tu dov’eri?”
“Io ero ferito. Mi hanno caricato in un mezzo di trasporto perché non riuscivo a camminare”.
Si è fermato, sospirando profondamente. Due rivoli limpidi sgorgavano dai suoi occhi. Il silenzio veniva interrotto soltanto dai sospiri. Il viso e la postura del corpo rivelavano una profonda tristezza. Soffriva in silenzio, sommessamente.
Ha detto solo:
“Nessuno mai ha vissuto quello che ho vissuto io”.

Mi facevano male le lacrime di mia madre
“Nel mio villaggio sono cadute molte granate”, raccontava la ragazzina.
“All’inizio non avevo tanta paura. Per me la cosa più pesante erano le lacrime di mia madre”.
Mentre parlava, teneva la mano davanti al naso. Nascondeva qualcosa che solo lei sapeva.
“Per me la cosa più pesante erano le lacrime di mia madre”, ha ripetuto.
“Quelle sue lacrime mi pungevano, mi bruciavano”.
“Perché?”.
Per un istante si è interrotta, poi guardandomi stupita ha continuato:
“A casa mia non si parla mai di questo. Quando mi lamento del mal di testa o della sinusite, mia madre inizia subito a piangere di nuovo. E nasconde il suo pianto. Ma io lo so. Lei gira la testa per non farmi vedere che piange. Ma io so tutto. Non si parla mai di questo. Tutti vogliono che io dimentichi. Si parla sempre e solo d’altro. Se non avessi ancora male, talvolta, quasi quasi anch’io mi sarei dimenticata di quello che è successo”.

E’ successo in estate. Era un giorno di sole, bello, tranquillo. Passava per la strada. La strada era quasi vuota. Nessuno da nessuna parte. Camminava piano. Poi è caduta una granata. Le è caduta vicino. La polvere l’ha coperta tutta. Stesa sotto quella polvere si toccava il corpo. Era integro. Non aveva male da nessuna parte. Ma proprio quando pensava di non essere stata ferita, ha sentito qualcosa di caldo sotto il naso. Si è toccata in quel punto. Sulla mano c’era del sangue.

“Sono stata ferita. Però non mi faceva male. Sentivo solo il calore che si allargava sul viso. All’improvviso intorno a me c’erano parecchie persone. Alcune mi hanno preso sotto braccio. Mi sorreggevano. E’ poi arrivata anche la mia mamma. Mi guardava con uno sguardo perso nel vuoto. Ho visto la paura nei suoi occhi. Io non capivo nulla, solo mi stavo rendendo conto che qualcosa mi impediva di respirare bene. Poi sono svenuta”.
Da lì con un carro tirato da cavalli l’hanno portata in ospedale. Era un ospedale di guerra.

“Ricordo che i dolori erano cominciati già durante il viaggio. Il sangue si era seccato sotto la benda che mi avevano messo velocemente intorno al viso. I dolori diventavano sempre più forti. Sono svenuta di nuovo. Ricordo, era come guardare oltre la nebbia, quando all’ospedale mi hanno messo su un letto. Mi avevano nuovamente medicato la ferita. Ancora non sapevo cosa mi fosse successo. Mi dicevano solo che dovevo stare tranquilla, e sdraiata. Dentro di me cresceva la paura. Avevo tanta paura. I medici si muovevano velocemente da una parte all’altra. Mi faceva tanto male. Con me c’era solo mia madre. Mi teneva le mani e piangeva, nascondendo le lacrime. Poi è andata via e sono rimasta completamente sola.
Il giorno volgeva al tramonto. Tutto si era quietato. Per un istante mi ero addormentata. Ma qualcosa mi aveva svegliato. Non ho capito subito. Dov’ero? Cosa stava succedendo attorno a me?”.
“Ho sentito delle voci. Voci maschili. Qualcuno gemeva. Le voci erano sempre più forti. A quel punto avevo capito. Era la voce di qualcuno che era stato ferito e che avevano portato all’ospedale, proprio come me”.
“I giorni in qualche modo passavano. Ma le notti, le notti erano le più difficili… Tutto era difficile. Ma la cosa più pesante per me erano le lacrime di mia madre. Quando veniva a trovarmi non faceva altro che piangere. Avevo paura del suo pianto. L’unico pensiero che avevo quando piangeva era che sarei morta. Ecco, questa era la cosa più pesante per me”. “
Ancora oggi, quando vedo le sue lacrime, sento sul mio viso quel liquido appiccicoso. Mi ritorna la paura di morire”.
La ragazzina fa un lungo sospiro, poi sul suo viso appare un sorriso appena accennato. Come per difendersi:
“Non era poi una cosa così terribile. Ero stata ferita da una piccola scheggia. I medici dicono che ha danneggiato la parte tra il naso e la bocca. Hanno detto che con un piccolo intervento di chirurgia plastica scomparirebbero anche i dolori. Però l’intervento costa tanto. La mia famiglia non ha i soldi per una cosa così”.

*Questi testi sono stati raccolti da Ljubica Itebejac, pedagogista che da tempo collabora con l’Associazione Tuzlanska Amica. I bambini sono tutti originari dell’area di Srebrenica. Una selezione di loro racconti e disegni sarà presto pubblicata in volume.

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