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Per un diritto a un fine pena che non uccida la vita. Di Marcello Ramirez


UNA CITTÀ n. 238 / 2017 aprile

Articolo di Marcello Ramirez

Contro la "Pena di morte viva"
Per un diritto a un fine pena che non uccida la vita. Di Marcello Ramirez

"Non è possibile giudicare il delitto con preconcetti. La filosofia de delitto è molto più complessa di quel che si creda, è noto ormai che né le prigioni né le galere né alcun sistema di lavori forzati ha mai curato un delinquente”. (Dostoevskij) Ciao a tutti, mi chiamo Marcello Ramirez, sono detenuto presso il carcere di Catanzaro. Ho voluto iniziare citando colui che si è trovato a subire le più penose vessazioni, quello che adesso stiamo passando tutti gli ergastolani detenuti nelle carceri di un paese civile come l’Italia. Ci sono tantissimi modi per uccidere un uomo, uno di questi è: eliminare la speranza. Con questo, desidero raccontarvi qualcosa di me. Sono detenuto da tantissimi anni, mi trovo in cella da solo, o meglio, ero da solo fino ad ieri. Durante la mia fase rem, girandomi nella mia branda, ho sentito la presenza di un’altra persona; non potete immaginare lo spavento. Ho pensato: cosa ci fa questo nel mio letto? Cerco di svegliarlo, ma non sentiva nemmeno le bombe. Dentro di me mi chiedevo come fosse finito questo nella mia stanza. E come mai non avessi sentito aprire il blindato. Tanto fu il mio stupore che lo volevo buttare giù dalla branda, non vedevo l’ora che si svegliasse per dirgli di cercarsi un posto in un’altra cella, perché io dovevo rimanere da solo. Ero avvolto nello stupore. E in mille pensieri, uno in particolare: "Se passasse il controllo dell’agente penitenziario e vedesse che nel mio letto c’è un altro penserebbe che io avessi delle devianze sessuali”. Nemmeno farlo a posta, sento i passi del controllore dei detenuti. Giungendo nella mia cella, apre lo spioncino, e punta la luce della sua lampada portatile dritta nei miei occhi chiedendomi: "Cosa fai alzato, stai male? ”. Io gli rispondo: "Non sto male! Voi mi dovete dire, come mai avete portato un detenuto nella mia stanza”. Alzo il lenzuolo per mostraglielo. Ma non c’era nessuno. Per non farmi prendere per pazzo, gli ho detto che stavo scherzando. Lui mi guarda, accenna un sorriso. E va via. Giro, e rigiro, a cercare, apro pure l’armadietto, di lui nemmeno una traccia. Ho pensato di averlo sognato, mi reco in bagno a lavarmi la faccia, alzo gli occhi per specchiarmi, e dietro di me, vedo la sua presenza, mi giro di scatto, e gli chiedo: "Dove ti sei nascosto? ”. Lui con molta tranquillità mi dice: "Non mi sono nascosto, sono stato sempre... [ continua ]

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