Cari amici,
è stato un bruttissimo periodo per coloro che, come la sottoscritta, credono che stiamo sbagliando a lasciare l’Unione europea. Il giorno in cui è stato impugnato l’articolo 50 è stato il giorno in cui il 48% degli inglesi ha messo una lugubre fascia al braccio, in lutto per il futuro. Anche il clima se n’è accorto, facendosi uggioso e coperto. I colori del giorno erano spenti, e in questa parte della città la gente se ne stava rinchiusa nella rabbia e lo sconforto: l’80% di questa circoscrizione aveva votato contro l’uscita. Adesso sembra tardi. Sta succedendo davvero. Noi -metà del paese- non sappiamo cosa fare. Certi fanatici della Brexit ci accusano di antipatriottismo, per le nostre ragionevoli domande e le nostre richieste di concretezza. Il primo ministro ha dichiarato che il paese dovrebbe essere unito; ma, onestamente, sembra impossibile. Stiamo imparando a stare in silenzio; le famiglie divise, come la mia. Non potrò più guardare con gli stessi occhi i miei famigliari che hanno votato per l’uscita e non ne posso parlare. La Brexit ti si piazza in casa come un ospite indesiderato, origlia ogni conversazione, condannandoti se volevi qualcosa d’altro, qualcosa di vero, un mondo migliore per i tuoi figli, un futuro più roseo di questa breve e scanzonata fantasia degna di Candido.
Non passa un giorno che non sia infettato dalla Brexit. Ha inquinato la primavera. La disarmonia creata dalla retorica che vede l’altro come nemico conferisce falsa legittimità al peggio che abbiamo in noi. È davvero crudele e sconcertante sentire che un profugo curdo-iracheno di diciassette anni è stato picchiato a morte nelle strade di Croyden. Un gruppo di giovani gli ha domandato da dove venisse e lui ha detto di essere un profugo iracheno. La cosa ha innescato una violenza sfrenata e scioccante. Sono rimasti a osservare in venti mentre veniva ripetutamente preso a calci in faccia da altri dieci. Il giovane iracheno è fortunato a essere ancora vivo. I peggiori tra noi sono scatenati ancora una volta, i migliori atterriti dalla comunità, la polizia determinata ad arrestare tutti i coinvolti. Nel momento in cui scrivo, tredici di loro sono stati arrestati e denunciati; ma si tratta solamente della fine di una sudicia scia di retorica e demonizzazione costruita dai fautori della Brexit su un razzismo vecchio e screditato che noi liberali vicini alla sinistra credevamo debellato dagli anni Ottanta.
Secondo gli studi del centro di ricerca Institute of Race Relations, la polizia ha raccolto e pubblicato il numero di reati per atti di discriminazione razziale durante le prime otto settimane successive al risultato dello scorso 23 giugno. Poi ha smesso. Questo potrebbe far pensare che le cose si siano calmate, e l’attenzione dei media si è spostata su altro, malgrado il loro contributo all’innalzamento delle tensioni razziste. È parso un picco, ma si tratta di un nuovo razzismo attivo e costante fondato su uno più antico, come indicato dal rapporto sulla Brexit e le violenze razziali redatto dal centro di ricerca.
La retorica politica di Farage, la mancanza di una condanna forte e di una solida dirigenza politica e la natura ingannevole di certi tabloid hanno alimentato situazioni come quella che ha visto venti persone riversarsi fuori da un pub e attaccare un ragazzino indifeso. Là dove dovrebbe esserci compassione c’è odio.
Come riportato dall’istituto di ricerca, "il ruolo dei media è quasi interamente assente da ogni discussione riguardante la creazione di un clima capace di portare a violenze razziali. Alcuni giornali e organi di stampa che hanno dato spazio a episodi di razzismo dopo il referendum, condannandoli a gran voce, erano inseriti, in realtà, in una campagna a lungo termine orchestrata contro tutti i profughi, contro i migranti e le comunità nere, asiatiche e di altre minoranze etniche, per non parlare della demonizzazione ‘dei terroristi’ musulmani. Con la scusa del dibattito ‘onesto’ sulla razza e l’immigrazione hanno rigurgitato luoghi comuni sulla minaccia dei migranti, sugli invasori e sul nemico interno”.
D’altra parte, questo limbo divisorio, quest’opposizione binaria di bianco e nero che domina le nostre vite pubbliche e private mi ricorda la prefazione del romanzo di Charles Dickens del 1859 "Racconto di due città”:
Era il periodo migliore, era il periodo peggiore, era l’età della sapienza, era l’età della stoltezza, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della luce, era l ...[continua]

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