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UNA CITTÀ n. 182 / 2011 Marzo

Articolo di Adele Cambria

UNA PENSIONE

La prima volta che l’ho vista beveva uova, mi sembra, su un palcoscenico romano: il pianista Federico Rezweski s’abbatteva, con i gomiti ossuti, le nude braccia pallide, sulla tastiera di un pianoforte: questo movimento, nella musica gestaltica, si chiama closter, non è una novità, l’hanno inventato nel 1912. Una ragazza americana -fibre sintetiche i suoi capelli ed il compatto deterso tessuto della carnagione- emetteva, ed era una sorpresa, brevi suoni cristallini, come sfaccettature di paradisiache vetrate, a suggerire chiese medioevali, il blu degli affreschi, l’oro di angeli trafitti dal primo sole. Un’altra volta, questa ragazza l’avevo sentita cantare musica sacra all’oratorio del Gonfalone. Ora l’avevano legata su una branda di metallo e la scagliavano, dal palcoscenico, in platea. Ed Amelia Rosselli continuava a bere uova, mi sembra. Nemmeno lei se lo ricorda bene. Sa che ha partecipato, con i musicisti Daniele Paris, Silvano Bussotti ed altri, allo spettacolo che io avevo visto, inserito nella Settimana della Musica d’avanguardia. Amelia Rosselli scrive poesie: un suo libro, "Variazioni belliche”, è stato già stampato, ed un altro uscirà, che avrà forse per titolo "Serie Ospedaliera”, ed un altro ancora a New York: "Sleep”. Amelia aveva sette anni quando le hanno ucciso il padre, Carlo, a Bagnole-sur-I’Orne. L’impressione, conoscendola di più, leggendo le parole che scrive, è di una che dilapidi, con il pudore delle persone civilmente educate, la sua giovinezza: altri, i fascisti del servizio segreto del Sim, le hanno frantumato gli anni di bambina. «Mi ricordo di mio padre -dice- come di un uomo pieno di salute e di calore. Non ho idea di come ce la facevamo, a Parigi, a tirare avanti con i soldi: mio padre dirigeva un giornale antifascista, scriveva, ma, a proposito, soltanto ora un editore italiano ha deciso di pubblicare un suo libro "Socialismo liberale e scritti di politica generale”. Ricordo che a Parigi mia madre era già malata. Era incinta di me quando dovettero fuggire in Francia». Ora anche Amelia è malata, ha avuto una meningite da virus, ha speso tutti i soldi che le erano rimasti della famiglia -la grande casa fiorentina governata dalla nonna Amelia, dove si riunivano gli antifascisti- per curarsi: per non guarire. «Cerco la durata delle sicurezze, ma l’orologio, il numero - ha asfissiato la mia bellezza…
Lavarsi mangiare vestirsi senza fiducia. Grossolana platea…
Attivismo delle fanciulle in fiore». Le domando perché non abita in Inghilterra, con i due fratelli; la madre, Marion, è morta di cuore in un ospedale di Londra. («Madre dagli occhi sconvolti – il blu papale delle tue gote, tende di Dio…
») . «Io sono venuta a Roma -dice Amelia- nel ‘50. Quel poco di radici che ho, ormai le ho qui. Non posso andarmene». Ha scritto, in un’altra poesia: «Le rondinelle giocavano molto dolcemente al disopra - dei tetti di Trastevere ma io non vedevo altro che il Paradiso. Sopra del Paradiso stavano le Sette Sante. Oltre il Paradiso - custodiva le sue pecore una vecchia comare che non portava - altro attorno al collo che le sue povere fibre…
». Il diritto alle radici. Il primo viaggio fatto per mare, da Le Havre a New York: «…
Le pallide ombre - di un meriggio lontano dove il sole caschi non quieto - ma non turbato…
». Andavano per mare con la nonna Amelia che guidava la truppa di nuore, nipoti. La nonna d’origine austriaca, ebrea, nata a Venezia: scriveva commedie in dialetto, "Topino garzon di bottega”, "Anima”, "El refolo”, che furono per anni -gli anni antichi di prima della guerra mondiale- nel repertorio delle compagnie di giro. Le era morto un figlio, in guerra: e il marito, musicista. Nel giugno del ‘37, l’assassinio di Carlo e di Nello. «La cosa più importante che aveva -dice Amelia Rosselli- era una gran dignità delicata negli occhi molto chiari…
Celesti. Io ho i suoi occhi, ... [ continua ]

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