Lorenzo Guadagnucci, giornalista, era nella scuola-dormitorio ex Diaz, in via Cesare Battisti a Genova, la notte di sabato 21 luglio, al momento dell’irruzione della polizia, conclusa con 93 persone arrestate, delle quali 61 ferite.

Qual è stata la tua giornata di sabato 21 luglio?
Sono partito alle quattro e mezza da Imola, con un treno organizzato dal movimento anti-G8; partiva da Rimini, passava da Bologna. Sono arrivato a metà mattinata, verso le 10, alla stazione di Quarto, che era l’ultimo accesso a Genova. Sono sceso e mi sono subito incamminato verso il centro della città, distante credo 4-5 km; ho fatto tutto il percorso a piedi perché non c’erano altri mezzi disponibili. Mi sono diretto verso il centro stampa del Genoa Social Forum.
Verso mezzogiorno è cominciata la conferenza stampa di Agnoletto. Hanno parlato anche alcuni dei registi arrivati a Genova per girare un film-documentario sulle manifestazioni. C’erano Pietrangeli, Martone, Maselli e poi tutta una serie di esponenti di varie associazioni: ciascuno ha raccontato episodi della giornata precedente, in cui era morto Carlo Giuliani. Io sono rimasto là fino all’una e mezza, le due.
Finita questa conferenza stampa, ho appoggiato lo zaino in un angolo, contando di ripassare a prenderlo più tardi. Lo avevo portato perché contavo di rimanere anche il giorno dopo, per vedere la seduta finale del “Public Forum”. Lasciato lo zaino, sono uscito per andare a vedere il corteo. La prima persona che ho sentito è stata Miriam Giovanzana, amica e collega, direttrice di “Altreconomia”, che per telefono mi ha subito anticipato che c’era una brutta situazione, perché i teppisti del black bloc si erano infiltrati fra i manifestanti. Mi ha consigliato di osservare il corteo un po’ da lontano e mi ha indicato una balconata che dà sui viali, sul lungomare. Là sotto sarebbe passato il corteo, e da là avrei poi in effetti osservato buona parte degli scontri. Nel frattempo mi sono messo in contatto con altri due colleghi giornalisti, venuti da Milano con un pullman sindacale, e mi sono unito a loro.
Quindi eravate tra giornalisti…
Tra giornalisti, tutti e tre nel giorno libero. Eravamo lì per i nostri personali interessi, non inviati dai nostri giornali, quindi non avevamo l’incombenza di scrivere. Siamo rimasti per un po’ dentro il corteo, senza aggregarci a un gruppo ma fermi in un punto del lungomare a poche centinaia di metri da piazzale Kennedy, dove si erano attestate le forze dell’ordine. Per cui ho visto bene la testa del corteo deviare dal lungomare per dirigersi verso una zona più interna, lungo il percorso scelto la mattina stessa per evitare incidenti. A un certo punto però una parte del corteo è andata avanti, in direzione della polizia. E così sono cominciati gli scontri, perché alcuni gruppi si sono avvicinati alla polizia ed è cominciata la bagarre, con vetrine distrutte, lanci di molotov da una parte, di lacrimogeni dall’altra. Io sono rimasto sempre piuttosto indietro rispetto agli scontri, che si vedevano comunque a distanza di 2-300 metri, e sono cresciuti via via d’intensità. A un certo punto si è vista una macchina bruciare, poi ha preso fuoco un palazzo. Intanto i lacrimogeni cominciavano ad arrivare anche dietro; la polizia ha cominciato a spingere, a mandare indietro il corteo. Noi siamo arretrati di conseguenza e siamo ritornati sulla balconata per vedere tutto dall’alto.
Ed è dall’alto che abbiamo visto quando s’è spezzato il corteo. La coda dei manifestanti era ancora lontanissima dal centro, a chilometri di distanza, ed è stata respinta indietro. A quel punto ci siamo allontanati perché c’erano i lacrimogeni, non era più una cosa sostenibile. Non sapendo bene che fare, siamo ripassati dal centro stampa, che però era chiuso; ci siamo così incamminati con l’idea di ricongiungerci alla testa del corteo, perché c’era un comizio finale in programma, oltretutto in una zona, dalle parti di Marassi, vicina al pullman che i miei due colleghi avrebbero dovuto prendere per tornare a casa. Durante questo spostamento siamo passati dal punto in cui era morto Giuliani, c’erano tutti i fiori in terra, una specie di presidio. Abbiamo potuto vedere anche le distruzioni in città. A livello della strada, nelle vie principali attraversate dai cortei, fuori dalla zona rossa o comunque libere dalla presenza della polizia, tutti i negozi e gli uffici erano devastati. Si erano salvati solo quelli che avevano protezioni di legno oppure dei bandoni serrati bene.
Quando siamo arrivati alla piazza, il comizio era già finito. Allora abbiamo proseguito verso Marassi, perché davanti allo stadio c’è il parcheggio dei bus. Sono rimasto là un’oretta a parlare con i miei due colleghi; c’era ancora una grande confusione intorno perché là stavano concentrandosi le persone del dopo-corteo. Si sentiva dire che c’erano cariche della polizia e che, in pratica, le forze dell’ordine premevano per spingere la gente verso questa zona di Genova. In effetti si sentivano i lacrimogeni, c’era un’aria un po’ acre, con gente che correva, una situazione molto tesa.
Io dopo un po’ ho lasciato i miei colleghi, che sono saliti sul pullman a riposarsi in attesa di ripartire, e mi sono incamminato verso il centro città. Sono tornato sui miei passi con l’idea di rifare lo stesso percorso dell’andata, però per l’unica via che conoscevo per ritornare al centro stampa, non si passava perché la polizia stava caricando ancora, c’erano lacrimogeni, così sono dovuto tornare indietro. Non sapendo dove andare mi sono informato, ho chiesto a un genovese di indicarmi una strada alternativa, però lui stesso mi ha sconsigliato di farla subito perché aveva visto a una tv locale che proprio lì erano in corso degli scontri. Allora mi sono seduto su una ripida scalinata, di fronte al carcere di Marassi, e mi sono messo a leggere un giornale, banalmente. Ho parlato con delle persone al telefono; sarò rimasto là almeno un’ora, poi quando il caos è finito mi sono incamminato verso il centro, seguendo il percorso che mi era stato indicato. Infatti non c’erano più blocchi stradali, non c’era più la polizia schierata. Mi sono così avviato abbastanza tranquillamente in mezzo alle macerie, in una situazione da dopo-guerriglia. Non era certo un bel vedere, però non c’era alcun problema. Sono stato un po’ lì e poi sono andato finalmente, di nuovo, al centro stampa, perché dovevo recuperare lo zaino. Nel frattempo, per dormire, avevo pensato di andare nel dormitorio davanti al centro stampa, che mi sembrava il posto più tranquillo, più “istituzionale” tra i tanti possibili, una “scuola-dormitorio” davanti alla sede del Genoa Social Forum.
Tu eri partito già la mattina con quest’idea?
No, non sapevo come fosse organizzata l’accoglienza.
Sapevo che non sarei sicuramente andato allo stadio Carlini, dove c’erano le tute bianche, ambiente che non mi piaceva, che non mi rassicurava molto, e che avrei preferito non dormire in un giardino. Avendo solo lo zaino, e non la tenda, preferivo avere un tetto sopra la testa. Per me il dormitorio davanti al centro stampa, nella scuola ex Diaz di via Battisti, era il posto più comodo, e anche più tranquillo, perché era davanti alla sede del Gsf. Così ho preso lo zaino, sono entrato in questa scuola: erano ormai le 8 passate. Al pianterreno c’è una palestra, con un parquet abbastanza comodo per dormire; io avevo un materassino.
In questo posto poteva entrare chiunque?
Chiunque. C’era infatti un grande viavai. Questa strada, via Battisti, è molto vicina al centro e poi lì c’era la sede del Gsf, con la sala stampa e gli spazi per le associazioni; di fronte c’era il dormitorio, perciò era un posto molto trafficato, frequentato, un punto di riferimento. Non c’erano controlli. Io sono entrato e mi sono trovato un posto in fondo a sinistra, ho lasciato lo zaino, ho steso il sacco a pelo e sono uscito, perché era presto e non sapevo che fare. Sono tornato in centro, sono andato nella zona del lungomare, ho mangiato un panino.
In questo tempo sei sempre rimasto da solo?
Dopo che i miei colleghi sono partiti sono sempre rimasto da solo. Dopo aver mangiato ho fatto un giro della zona, c’erano vari stand e poi avevo voglia di fare una passeggiata sul mare. Mi sono diretto verso Punta Vagno, la sede del Public Forum dove sarei andato, secondo i miei piani, domenica mattina. Finita la passeggiata sono ritornato verso il centro; forse qualcuno mi ha telefonato, mi sono fermato a parlare. E poi sono entrato nella scuola, ormai erano le dieci passate, forse le dieci e trenta. Ero molto stanco perché ero partito la mattina alle quattro ed ero andato a letto all’una la sera prima, insomma avevo dormito pochissimo, e avevo avuto una giornata molto faticosa. Quando sono entrato, all’esterno della scuola c’era il solito viavai, c’erano assembramenti di persone, ragazzi che parlavano e bevevano birre. Io sono entrato nella palestra, disinteressandomene. Mi sono messo nel sacco a pelo, accanto a me, alla mia sinistra, c’erano due ragazzi che dormivano, altri due sull’altro lato, poi c’era gente che parlava; insomma era una situazione un po’ movimentata.
Quante persone c’erano approssimativamente?
Nella palestra io direi 30-40 persone. Però non ho visto il piano superiore, non ho neanche notato dove fossero le scale; non ci ho fatto caso.
Verso che ora ti sei addormentato?
Credo di essermi addormentato rapidamente, visto che ero molto stanco. Ho poi saputo che l’irruzione è stata fatta intorno a mezzanotte, ma non avevo orologio al polso: durante la giornata avevo utilizzato l’orario che compare sul cellulare, ma al momento dell’irruzione il telefonino era spento. Mi sono svegliato per il trambusto che ho sentito venire dalla porta. Sentivo delle urla, rumori forti; io non vedevo la porta, perché c’è un corridoio in mezzo. Ho indossato pantaloni e scarpe, ho messo il telefonino in tasca, ho infilato gli occhiali e ho visto entrare la polizia. Avevano caschi celesti, giacconi blu con su scritto “polizia”; sono entrate decine di poliziotti, con fare molto aggressivo, quasi di corsa. E’ stato poi tutto molto rapido.
I primi agenti si sono subito avventati su un gruppo di 7-8 ragazzi che erano seduti coi loro sacchi a pelo, all’altezza dell’ingresso, vicino alla parete opposta alla porta, e hanno cominciato a picchiarli con dei calci, gli hanno sputato, e poi manganellate. A quel punto nella palestra tutti più o meno si sono svegliati e seduti in terra, molti con le mani alzate.
Sembrava avessero un qualche obiettivo?
Loro non hanno chiesto o detto niente di particolare, hanno cominciato a picchiare; non c’è stata una pausa per dire: “siamo qui per”. Non si sono dichiarati, non sembrava che cercassero niente di particolare. Mentre i primi ragazzi venivano picchiati, un poliziotto è venuto nella zona dov’ero io. La prima cosa che ha fatto è stato dare un calcio in faccia alla ragazza che era seduta accanto a me e una manganellata al ragazzo che era alla destra di questa ragazza, quindi due posti in là rispetto a me, a due-tre metri di distanza. Io mi sono avvicinato per vedere come stava la ragazza, perché aveva preso una botta tremenda in faccia. Mentre mi avvicinavo ho visto arrivare altri due agenti che invece puntavano contro di me, sicché mi sono messo con le braccia piegate e unite sopra la testa, in posizione a uovo; tra l’altro avevo la preoccupazione degli occhiali sul naso, dovevo evitare di prendere colpi in testa. Mi hanno massacrato di botte con una violenza inaudita; sentivo le braccia come rotte, ho cominciato a sanguinare all’avambraccio destro e sotto il ginocchio sinistro. Poi i due agenti si sono allontanati; nel frattempo vedevo che stavano picchiando tutti gli altri sul lato della palestra che riuscivo a vedere.
Quindi era un’azione di gruppo?
Sì, erano in gruppo e picchiavano in maniera sistematica. Subito dopo è arrivato verso di me un terzo agente, che mi è sembrato ancora più violento. Indossava una camicia bianca a maniche lunghe sotto il giubbetto. Si è messo dietro di me, sul mio lato sinistro -in tutto questo tempo io ero rimasto seduto a terra- e io di nuovo mi sono parato la nuca. Questo agente mi ha massacrato di colpi da dietro, ho la schiena e le spalle piene di lividi. Mi è sembrato che colpisse con un normale manganello, anche se poi sulla schiena ho uno strano segno, una specie di marchio circolare che sembra proprio un marchio di quelli che si fanno sulla pelle dei vitelli.
Neanche i medici, i 5-6 medici che hanno visto il segno, hanno capito che tipo di oggetto mi abbia colpito. Ha chiarito tutto la visita dermatologica che ho fatto una decina di giorni dopo l’aggressione: il cerchio è dovuto a una scarica elettrica.
Evidentemente quell’agente usava un manganello speciale, che tramortisce. Un’umiliazione nell’umiliazione. Dopo avere preso questa nuova scarica di botte, ho visto lo stesso agente con la camicia bianca che continuava a infierire su altri ragazzi già feriti e sanguinanti, finché non l’hanno fermato i suoi colleghi. Quest’uomo era veramente una furia, picchiava gente già rovinata, che le aveva già prese, persone che non erano neanche più in grado di proteggersi. A un certo punto si sono fermati, hanno smesso di picchiare, anche se io avevo paura che tornassero. Poi ci hanno separato: hanno messo i feriti da una parte, e io ero tra questi; nell’avambraccio destro avevo un buco orribile, sanguinante; le braccia poi erano raddoppiate di dimensioni per i gonfiori causati dalle botte; avevo la schiena dolorante, non riuscivo a muovermi, sanguinavo anche sotto il ginocchio, avevo veramente dolore dappertutto. Ai feriti hanno ordinato di concentrarsi sullo stesso lato della palestra, ossia sulla parete opposta a quella dov’ero io, per cui un po’ strisciando mi sono spostato su quel lato. E lì siamo stati un bel po’.
Facciamo un passo indietro. Tu hai già avuto modo di dire che le uniche frasi che hanno detto, sostanzialmente erano di scherno…
Dico solo quelle che mi ricordo perché poi probabilmente hanno detto anche altre frasi. Le due che rammento bene sono: “Questo è l’ultimo G8 che fate” e “Stasera vi divertite di meno”, riferendosi, penso, agli scontri del pomeriggio. Poi mi ricordo qualche riferimento ai genitori, come un’accusa di essere figli di papà. Comunque siamo rimasti a lungo in terra, sdraiati, in una situazione veramente penosa. Accanto a me avevo un ragazzo che sanguinava dalla faccia; un’altra ragazza alla mia destra aveva un taglio in testa. Eravamo tutti appoggiati alla parete. Poco lontano c’era un ragazzo in preda a una crisi epilettica, attorno al quale c’erano altri che stavano cercando di tenerlo fermo e di coprirlo con delle coperte. C’era poi un altro giovane, che sembrava il più grave di tutti, completamente immobile, con delle ferite alla testa. Era quello che preoccupava di più, intorno a lui infatti qualcuno piangeva, gridavano: “Ambulanza!”, rivolgendosi ai poliziotti perché si vedeva che stava molto male. Eravamo tutti appiccicati uno all’altro, in mezzo al sangue, in una situazione angosciante. Nel frattempo i poliziotti avevano fatto mettere tutti a faccia in terra, anche i feriti meno gravi. Poi finalmente sono arrivati gli infermieri, prima due, poi un altro gruppo, infine è entrato nella palestra anche un medico che ha cominciato a mettere ordine, ossia a distinguere i feriti più gravi dagli altri, e ha fatto portare quelli in condizioni peggiori in mezzo alla palestra perché potessero essere caricati con le barelle. Non è che gli infermieri fossero molto attrezzati; a me hanno messo un po’ d’acqua ossigenata sul ginocchio e sulla ferita all’avambraccio; il medico ha detto che secondo lui avevo sicuramente il braccio destro rotto, perché dalla ferita si vedeva l’osso; anche il sinistro era tutto gonfio: anche lì sospetta frattura. Mi hanno steccato entrambi gli avambracci, ma avevano solo delle garze, quindi per immobilizzare gli arti hanno usato un quadernone, uno di quelli con il cartone rigido, trovato lì per terra. Sono uscito col secondo gruppo di feriti; prima hanno portato fuori quelli con ferite alla testa, poi quelli che si pensava potessero avere delle fratture.
Tutto questo avveniva sotto lo sguardo dei poliziotti?
I poliziotti sono sempre rimasti dentro, hanno fatto passare infermieri e medici, ma sono sempre rimasti là e se qualcuno si muoveva gli dicevano: “Stai fermo, faccia a terra”. A comandarli c’era un uomo vestito in borghese, che i poliziotti chiamavano “il dottore”: era al centro della palestra; presumo fosse lui a dare gli ordini. Uscendo con la barella ho visto altra gente nel cortile della palestra: gente ben vestita, in giacca e cravatta, sui 50-60 anni, sembravano dirigenti di polizia, o almeno questo ho pensato.
Nella strada davanti alla scuola c’erano centinaia di persone; ho poi saputo che erano quelli del Gsf, parlamentari, giornalisti, medici, avvocati. A quel punto io sono salito finalmente sull’ambulanza. Nella palestra c’era stata la gara a salire su una barella: eravamo tutti terrorizzati, non vedevamo l’ora di uscire di là, insieme con gli infermieri. Quando sono salito sull’ambulanza ho chiesto l’ora. Erano le due meno un quarto. Quindi tutto è durato, approssimativamente, un’ora e mezza, un’ora e tre quarti.
Quindi sei stato portato all’ospedale…
Sì, all’ospedale Galliera. Io avevo il telefonino in tasca, perché nessuno mi ha perquisito, né chiesto i documenti, né null’altro. Appena salito sull’ambulanza ho chiamato persone che sapevo essere a Genova e probabilmente in piedi anche a quell’ora, quindi Miriam Giovanzana e Lorenzo Bianchi del Resto del Carlino. Ho spiegato che cos’era successo, che mi stavano portando all’ospedale, che avevo un braccio rotto, forse due. So che grazie al mio telefonino, di tutte le persone pestate e arrestate dentro la scuola, l’unico di cui si conoscessero nome e cognome ero io. Per molte ore non si è saputa l’identità di nessuno, né che cosa fosse successo. Al Galliera ho cominciato la trafila delle radiografie; per fortuna poi s’è visto che non c’era niente di rotto, solo una sospetta frattura dello scafoide. La ferita all’avambraccio era profonda e l’hanno ricucita con dei punti interni e esterni. Sono stato ricoverato in ospedale in osservazione per le botte alla pancia e a un fianco, perché si temevano lesioni interne. Ho fatto ecografie tutti i giorni.
Nel frattempo però tu eri piantonato?
Io ho scoperto di essere in stato di arresto quando sono arrivato in camera, alle sei del mattino: là ho trovato ad attendermi due poliziotti, i quali peraltro non avevano istruzioni precise, perché non mi era stato notificato alcun provvedimento. Anzi a me nessuno ha detto niente, quali reati mi contestassero. Sono rimasto in ospedale piantonato tutta la giornata di domenica e poi lunedì, fino alla tarda serata, quando è arrivato il provvedimento di scarcerazione. Nel frattempo i miei amici avevano smosso tutto, parlato coi pm, trovato l’avvocato, parlato coi giornali. Tutti i miei colleghi si sono mobilitati anche per chiarire il possibile equivoco sulla mia figura, l’impossibilità che avessi a che fare con qualcosa di violento.
Quando hai scoperto che c’era un’accusa nei tuoi confronti?
L’ho scoperto leggendo, o meglio sbirciando i giornali, perché in teoria non avrei potuto nemmeno guardarli. I poliziotti che mi piantonavano non erano al corrente di quale fosse l’accusa contro di me. Mi hanno detto semplicemente che loro erano là per piantonarmi e quindi, evidentemente, c’era un provvedimento di fermo. Se i medici mi avessero dimesso io sarei dovuto andare in carcere. Sono stato interrogato il lunedì pomeriggio, credo di essere stato il primo dei 93 arrestati alla scuola ex Diaz.
Subito dopo di me è stato interrogato un altro dei pestati, che ho trovato all’ospedale Galliera, un signore che si chiama Arnaldo Cestaro, di Vicenza, di 62 anni. Aveva partecipato al corteo di sabato con Rifondazione, si era poi fermato a dormire alla palestra perché aveva in programma, per domenica, di portare dei fiori al cimitero per conto di un’amica. Lui era all’ospedale con fratture a una gamba, fratture scomposte a un braccio e 20-30 punti di sutura a una mano: tutto procurato con dei calci. Ci hanno interrogato due pm, Anna Canepa e Andrea Canciani, alla presenza dell’avvocato.
E quindi là avete avuto la formalizzazione dell’accusa, che era esattamente...
“Associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio”, mi sembra anche “resistenza a pubblico ufficiale” . Comunque quello è stato il momento più confortante perché siamo rientrati in binari istituzionali, di piena legittimità, e l’atteggiamento dei due magistrati è stato assolutamente comprensivo. Mi hanno fatto raccontare tutto dall’inizio, a partire dal perché fossi a Genova, dai miei interessi professionali. L’interrogatorio è durato un paio d’ore, grosso modo dalle tre alle cinque del pomeriggio. Poi verso le dieci e mezzo-undici di sera sono arrivati due poliziotti che hanno portato l’atto motivato di liberazione con cui hanno “scarcerato” me e gli altri 14 italiani fermati durante il blitz. Alcuni erano in ospedale, altri in carcere.
Così sei stato definitivamente lasciato libero…
Sì, anche se sono rimasto a dormire in ospedale, perché per la mattina seguente avevo ulteriori esami e controlli da fare, in particolare per i colpi all’addome. Nel pomeriggio sono tornato a casa: ho trascorso in stato di arresto praticamente due giorni.
Formalmente resto ancora indagato per i reati che mi hanno contestato, anche se fino ad oggi, metà agosto, non c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto davanti al gip. I pm non l’hanno ancora chiesta. Del resto i gip hanno annullato 77 delle 78 richieste di convalida riguardanti gli stranieri fermati nello stesso blitz, perciò penso che se e quando ci sarà richiesta di convalida, il gip disporrà l’annullamento anche per me e i 14 italiani, per i quali è stata seguita una procedura giuridica diversa, al fine, credo, di scarcerarci prima. Io intanto ho presentato una denuncia per lesioni, anche se purtroppo è contro ignoti, perché non saprei riconoscere le persone che effettivamente mi hanno picchiato.
Nella palestra c’era penombra e loro indossavano i caschi; alcuni avevano anche un fazzoletto per coprire il volto fino al naso, lasciando scoperti solo gli occhi.
Tornando alle modalità del blitz: alla fine non vi hanno nemmeno perquisito?
Di sicuro non hanno perquisito me, né le persone che erano vicino a me. Non so se al piano di sopra abbiano agito diversamente.
Durante il tempo trascorso in terra in attesa dell’ambulanza ho visto che alcuni agenti hanno rovistato dentro gli zaini, svuotandoli.
L’unico episodio che ricordo è di un poliziotto che ha sventolato una maglietta nera dicendo: “Ecco, ecco la maglietta!”. Il mio zaino è rimasto là, quindi può anche darsi che lo abbiano perquisito: c’erano una maglietta blu, un paio di sandali, un registratore, una piccola torcia e poco altro. Di sicuro lo scopo dell’irruzione, per come l’ho vissuta io, non sembrava la perquisizione. Se per assurdo io avessi avuto una pistola in tasca loro non se ne sarebbero minimamente accorti.
Quindi sembrerebbe che le modalità siano state quelle di una spedizione punitiva…
Per quello che ho visto io, non c’è stato altro spazio che per le botte. Nessuno ha chiesto niente a nessuno. Nessuno è stato identificato, nessuno ha chiesto i documenti. E’ stato un pestaggio brutale, selvaggio; la mia esperienza è stata questa. Poi ho letto che hanno fatto perquisizioni, sequestrato alcuni oggetti.
Ed è stato sostenuto che chi era all’interno ha fatto resistenza…
Io ovviamente posso dire solo quello che ho visto. Dentro la palestra, sul parquet, quindi nella zona che io ho potuto vedere, nessuno ha opposto resistenza. Io non so se fuori, alla porta, al piano di sopra qualcuno abbia reagito e tentato di contrastare l’irruzione. Io questo non l’ho visto, non posso saperlo. Ma credo che i magistrati abbiano raccolto testimonianze in abbondanza. Io, ripeto, non ho visto alcuna resistenza, solo qualcuno che alzava le braccia e gridava “non violenza”.
In un’intervista tv hai detto che la tua richiesta ora è di essere aiutato a recuperare la fiducia nelle forze dell’ordine, in particolare nella polizia, perché l’episodio che ti ha visto coinvolto chiaramente ha demolito questa fiducia.
Penso che questo sia uno dei punti chiave di quella vicenda. Io, mentre venivo colpito, non credevo ai miei occhi. Non avrei mai immaginato che la polizia italiana potesse fare cose di questo genere, a sangue freddo. Perché quello al dormitorio non è stato un intervento durante scontri di piazza, non è stata la “risposta” più o meno legittima a un’aggressione.
Durante i cortei le violenze ci sono state eccome. Ho visto anch’io il black bloc in azione, le vetrine rotte, le molotov lanciate, le macchine incendiate. Ma alla scuola è stata un’altra cosa. Penso che quell’irruzione sia stata scioccante per tutti, non solo per noi che eravamo dentro. Chi ha saputo, ha visto, ha sentito raccontare di questa irruzione così violenta, brutale, apparentemente ingiustificata, credo abbia visto vacillare molte delle sue convinzioni.
Per questo spero veramente che si faccia il massimo di chiarezza, che la stessa polizia prenda le distanze da questa operazione, che il ministero degli interni, la magistratura vadano fino in fondo; non si può rimanere nel dubbio che ci sia qualcuno che legittima queste cose, parliamo di episodi completamente estranei a un paese democratico; sono l’anticamera di una frattura tra il paese, le persone normali, e le forze dell’ordine, le istituzioni. Se io dovessi entrare nell’ordine di idee che la polizia può fare queste cose, che può succedere, io non mi sentirei più in un paese libero, perderei la tranquillità che ho sempre avuto.
Da quello che hai visto delle manifestazioni che idea ti sei fatto?
Mi sono fatto l’idea di una situazione praticamente incontrollabile. Ho visto un corteo di decine di migliaia di persone che erano lì veramente per fare una passeggiata, per partecipare a una manifestazione come ce ne sono tante in Italia; e questa era veramente la stragrande maggioranza. Quasi tutti erano così. Solo che mi sembra di aver capito che c’era campo libero anche per chi volesse invece attaccare la polizia, distruggere le vetrine, la città, seminare terrore. Nella zona in cui sono rimasto più di un’ora, sembrava che ci fosse una trincea, per cui da una parte tiravano lacrimogeni, dall’altra glieli rilanciavano, incendiavano macchine, c’erano le molotov.
Quindi è stata sicuramente una situazione di violenza molto pesante, anche dalla parte dei manifestanti. C’erano dei gruppi che si scatenavano contro tutto, che si muovevano con rapidità, con un unico scopo: aggredire la polizia, spaccare tutto.
Ho letto e ascoltato molte cose dette contro l’operato della polizia, ma da quello che ho visto non saprei dire se le forze dell’ordine in piazza, durante i cortei, abbiano agito bene o male. Di sicuro si aveva la sensazione che non avessero il controllo della situazione.
Poteva succedere di tutto dentro il corteo. Le tute nere le ho viste passare anch’io, correvano, in certi momenti erano accompagnate da una specie di banda militare che suonava delle marcette. Si muovevano in piena libertà, risalivano il corteo. Sembravano incontrollabili, avevano un aspetto inquietante.