E’ già così difficile vivere ed è diventato un problema anche morire: l’eutanasia sta inquietando la coscienza europea. La “buona morte”, paradossalmente un augurio per tutti, sta dividendoci l’anima; speriamo questa volta di non doverci distinguere secondo le segreterie dei partiti o richiamandoci ai costumi degli altri Paesi avanzati: non sempre il reale è razionale ed il razionale è reale.
Si parla di “cultura di morte”, ma parrebbe piuttosto un sentimento di compassione a smuoverci su queste leggi. E’ addirittura un improperio assimilarla alla “cultura” nazista: che c’entra? Qui proprio al contrario è in gioco semmai il rispetto della libertà personale. Più semplicemente e senza retorica si potrebbe invece pensare che non sappiamo più integrare nella nostra mentalità occidentale il mistero della morte; ne abbiamo perso il senso della sacralità. Del resto, se la vita è un “caso” della biologia e non una grazia di un Amore infinito, anche la morte diventa l’inevitabile finire e non un inizio e un incontro: più ampia la libertà dell’uomo che allora può decidere come morire, ma anche più freddo e disperante l’evento della morte. Come se l’uomo perdesse in profondità quanto guadagna in estensione; perdesse in senso quanto guadagna in libertà. A proposito dell’eutanasia, si può dire che il principale problema non è tanto quello della libertà e nemmeno quello del dolore che si può diversamente affrontare, quanto quello del valore della vita: giustamente ha affermato Herbert Cohen, proprio il propugnatore dell’eutanasia in Olanda, che non è questione di sofferenza, quanto di dignità del morire. Ma chi soffre perde di dignità? Dipende da come sappiamo vedere il dolore e “sorella morte”. Anche la pietà di chi vorrebbe acconsentire all’eutanasia, in fondo si farebbe anche più grande se divenisse com-passione, condivisione paziente di un cammino doloroso; accompagnare il morente che soffre, più che affrettargli attivamente la fine. L’eutanasia è un problema dei vivi; i primi ad essere chiamati in causa con la loro pazienza e responsabilità. E si tratta di una responsabilità che viene da lontano, da molto prima del momento della morte; si tratta in effetti di una responsabilità sociale e politica: perché siamo così in ritardo sulle ricerche della terapia contro il dolore? Non si vuole scansare il problema dell’eutanasia, buttando le cose in politica, come si diceva una volta; ma non si può mascherare con l’umanissimo senso di pena per i morenti, le nostre trascuratezze passate: abbiamo speso i soldi per ben altri scopi che la politica sanitaria. Oggi, “straziati” diciamo che l’unica terapia è la morte. C’è una cattiva coscienza sociale. Non è polemica se, come ha rilevato Giovanni Berlinguer, con tanto di dati statistici, laurearsi è campare di più; come dire, medicina per i ricchi e eutanasia per i poveri.
Con tutto ciò, non ci si può nemmeno esimere dal problema concreto: se talvolta l’etica umana ha ammesso in passato la liceità del dar la morte (legittima difesa, guerra, pena di morte) perché non potrebbe acconsentire anche in questo caso, in cui dopo tutto è in gioco la compassione? Il vitalismo etico (la vita come valore assoluto e intoccabile) sembra insostenibile e contradditorio. E’ piuttosto la coscienza della sacralità della vita -comunque venga poi intesa questa sacralità- che offre il fondamento assoluto all’indisponibilità dell’esistenza umana. Senza per questo obbligare accanimenti e insistenze disumane, che sarebbero positive inflizioni di dolore, poiché la persona è più importante della vita e lasciare morire non è uccidere. Si può discutere su questa distinzione, che può anche apparire un’astuzia moralistica; ma non ci si può oggettivamente sentire responsabili della tragedia della morte naturale. Si possono pretermettere strumentazioni e interventi straordinari e lasciar morire. Sta al paziente, lucido e consapevole, decidere su intervento o rinuncia; le cure gli vengano offerte con spirito di misericordia e quindi rispettando le sue scelte che, essendo soggettive, ammettono anche varietà di giudizio. Oltre l’eutanasia, c’è spazio per una libertà che non compromette il valore del vivere e del morire; l’alternativa ci avvierebbe invece in un processo entropico dell’etica sociale di cui sconteremmo inevitabilmente il peso: tutto si tiene. Altre scelte siamo chiamati a compiere in una logica diversa: evitare le morti premature, migliorare l’assistenza e lenire il dolore, compiere opera di giustizia sociale verso i malati.
Sergio Sala