Emilio Gabaglio è ben noto in Italia, dove ha svolto lungamente attività di sindacalista ed è stato per molti anni al vertice della Cisl. Dal 1991 è segretario generale della Confederazione dei sindacati europei, un’organizzazione che segue e tutela il lavoro sindacale nell’ambito dell’integrazione europea. Siamo andati a trovarlo nel suo ufficio di Bruxelles, da dove segue con particolare interesse e impegno i cambiamenti in corso nell’Europa centro-orientale e nell’area dell’ex Jugoslavia, dove si reca frequentemente, per chiedergli appunto qualche impressione e giudizio sui processi di transizione in corso in quella regione.

Come segretario generale della Confederazione dei sindacati europei, ti trovi in un punto di osservazione particolare per quanto riguarda l’Europa centro-orientale; ti rechi spesso nei paesi di quell’area e puoi seguire quanto sta lì avvenendo, con una prevalente attenzione agli aspetti sociali della transizione. E’ stata veramente così brutta come dicono le statistiche e come lamentano gli strati colpiti dai cambiamenti?
Voglio innanzitutto premettere che se, dopo il 1989, ci siamo occupati con particolare attenzione delle riforme e delle trasformazioni attuate nell’Europa centro-orientale, per una serie di ragioni, tra cui soprattutto la vastità dei problemi che lì si ponevano, abbiamo escluso dalle nostre attività lo spazio sovietico, con l’eccezione dei tre paesi baltici. Noi abbiamo quindi una conoscenza diretta di tutti i processi di transizione in corso, che tendono peraltro a essere abbastanza diversi uno dall’altro.
Anche dal nostro osservatorio non possiamo che confermare che i primi anni successivi al crollo dei regimi comunisti sono stati particolarmente duri per la popolazione di quei paesi. La situazione ora sta cambiando, specie in Polonia, Repubblica ceca e Ungheria, dove la produzione è da qualche tempo ripresa. Qui, pur esistendo ancora problemi di riduzione del livello di vita per alcune fasce importanti della popolazione e continuando in genere a manifestarsi in forma acuta il problema della disoccupazione -si è manifestata di colpo l’ingente massa di sottoccupazione o disoccupazione nascosta- si è oggi entrati in una fase nuova e la soddisfacente ripresa produttiva ha positive ripercussioni anche sull’ambito sociale. D’altronde, bisogna riconoscere che, oltre le affermazioni ideologiche e di principio, gli aspetti sociali non sono stati del tutto trascurati nel corso della transizione.
Anche in un paese come la Repubblica ceca, governato da un liberista come Vaclav Klaus, definito il Thatcher dell’Europa centrale, e che viene considerato l’esempio classico di introduzione del mercato in forma pura e dura, alcune trasformazioni, che avrebbero avuto pesanti ripercussioni a livello sociale, sono state in parte rinviate. Ce lo dicono gli stessi nostri colleghi del sindacato ceco, i quali, però, prevedono che le cose peggioreranno, per esempio in termini di occupazione, quando verrà portata a compimento la ristrutturazione dei grandi kombinat.
In Polonia, dove era stata inizialmente applicata quella shock therapy che aveva suscitato tante reazioni contrastanti in seno a Solidarnosc, e tante perplessità anche da noi, bisogna dire che quel tipo drastico di intervento ha funzionato: se oggi la Polonia si trova in una fase ascendente, è anche grazie a quella terapia. Un discorso simile si può fare per l’Ungheria, che pure ha seguito un percorso in parte diverso e che oggi, a mio parere, sta peggio. Diversi sono, invece, i casi della Bulgaria, un paese sull’orlo della bancarotta, a quanto ci comunicano i sindacati locali, se non fosse per gli aiuti di emergenza internazionali; della Romania, dove si può dire che la transizione non sia stata ancora avviata né sul piano economico né su quello politico; e della Slovacchia, dove ancora deve iniziare la riconversione dei megacomplessi dell’industria pesante.
In quanto ai paesi baltici, questi sembrano integrarsi sempre più nell’ambiente scandinavo e subire gli effetti positivi della loro collocazione geografica.
In conclusione, si può dire che la transizione, dove si è messa in movimento, ha avuto un prezzo alto, ma laddove le riforme sono state coerenti e tempestive e le condizioni geopolitiche favorevoli, la situazione risulta promettente.
Altrove, le condizioni rimangono difficili e penose. Non bisogna però dimenticare che, anche laddove il decollo è avvenuto, rimangono tuttora immensi problemi da affront ...[continua]

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