Il diario di un nobile forlivese, Raniero Paulucci di Calboli, pubblicato in Francia e in Italia in occasione delle celebrazioni del J’accuse di Emile Zola, ha rappresentato, dal punto di vista editoriale, per dirla con Le Monde, la vera novità del centenario. Di un personaggio rimasto in ombra per quasi cent’anni, e che rifugge dalle facili classificazioni e dai cliché storiografici e ideologici, parliamo con Giovanni Tassani, curatore del diario e responsabile, quale assessore alla cultura del Comune di Forlì, dell’importante Fondo Paulucci sull’Affaire, donato dai familiari alla Biblioteca comunale "Aurelio Saffi" di Forlì. Il diario di cui si parla nell’intervista è apparso in Italia, per le edizioni Clueb, a cura di Giovanni Tassani, con il titolo Con Zola, per Dreyfus. Diario di un diplomatico, e in Francia, per le edizioni Stock, con il titolo: Journal de l’anneé 1898. Au coeur de l’Affaire Dreyfus.

Intanto chi era Raniero Paulucci di Calboli?
Raniero Paulucci di Calboli nasce nel 1861, muore nel 1931; è un aristocratico, un marchese, di famiglia forlivese, forse la più antica di Forlì, citata da Dante nel XIV canto del Purgatorio. Orfano precoce di entrambi i genitori, viene educato dai padri barnabiti, secondo criteri di cattolicesimo liberale. E’ imparentato con Tommaso Gallarati Scotti, anch’egli futuro diplomatico, che nei diari chiama affettuosamente "Tommasino" perché più giovane (sarà un grande ambasciatore, studioso di Fogazzaro, un nome importante dell’aristocrazia lombarda), con i Trivulzio, con tutta la noblesse savoiarda da una parte, milanese dall’altra, addirittura con un ramo napoletano, gli Afan de Rivera, di tradizione borbonica. La madre poi è inglese, e per questo Paulucci trascorre sempre le sue vacanze estive in Inghilterra, assimilando un atteggiamento non ideologico, di tipo anglosassone, portato per l’arte, la sensibilità letteraria, ma anche per la ricerca e l’analisi sociale. Si forma all’università di Bologna dove si laurea, successivamente si appassiona alle scienze positive, alla ricerca sociale, avendo avuto come professore, tra gli altri, Enrico Ferri, il criminologo e sociologo, futuro deputato socialista. E’ anche un collezionista, figura tipica dell’Ottocento: proprio in quel secolo, infatti, nascono i grandi collezionisti, e lui lo è di un po’ di tutto, di arte, di libri, anche di begli oggetti, tutto sommato di gusti tradizionali, e però proprio questa sua passione lo porterà a collezionare anche tutto ciò che riguarda l’affaire Dreyfus.

Essendosi votato alla carriera diplomatica, raggiunge l’Inghilterra, dove, tra l’altro, sposa la nipote, quasi una figlia adottata, dell’ambasciatore italiano a Londra, il conte Giuseppe Tornielli, piemontese, strettamente legato a casa Savoia, uomo d’ordine, di vecchio stampo realista. Ed è appunto a Londra che Paulucci si interessa ai problemi sociali e alle inchieste tipiche di quel fine secolo.
Nel 1893 esce un suo libro, interessante, I girovaghi italiani in Inghilterra e i suonatori ambulanti, in cui descrive questo strano mondo di personaggi marginali con grande senso storico e dell’inchiesta sociale, derivatogli dalla cultura positivista di fine secolo; i suoi riferimenti a quell’epoca sono Enrico Ferri, Cesare Lombroso e la sua scuola di criminologia; infatti, in un primo tempo, egli tende a interpretare quello che indaga come devianza sociale e atavismo, nell’ambito di una visione strettamente positivistica; poi, invece, cala il pregiudizio, si rende conto che il nomadismo e l’accattonaggio sono comunque fenomeni da studiare socialmente, legati al mondo dell’emigrazione italiana, espressione, innanzitutto, di un disagio sociale da analizzare scientificamente.
Per cui fa uscire questo libro nel 1893 e ciò lo pone in contatto, tramite Guglielmo Ferrero, futuro studioso dell’antichità che diverrà molto importante, nonché genero di Cesare Lombroso, con Jean Finot, direttore della Revue des revues, una rivista che si pubblica a Parigi, che passerà da poche centinaia a ottomila copie, e che viene letta in tutto il mondo. Paulucci ne diventa collaboratore, e, una volta arrivato a Parigi, come secondo segretario dell’ambasciata italiana, al seguito del conte Tornielli (divenuto ambasciatore nella capitale francese) nel 1895, stringe amicizia con Finot e prosegue i suoi lavori di inchiesta sociale in particolare sugli immigrati italiani in Francia. Si accorge così che esiste, per esempio, una tratta di ragazzini italiani che a centinaia e centinaia vengono presi in un giro di sfruttamento per le vetrerie francesi. La tratta viene realizzata tramite alcuni intermediari, i cosiddetti "padroni", dal sud dell’Italia per le vetrerie della Francia. Paulucci si immerge in questi problemi, si veste comunemente da persona normale abbandonando i costumi diplomatici, e la sera si muove sul campo, ha dei tramiti in alcuni preti, barnabiti in particolare, che a Parigi seguono questo mondo marginale. Si mette anche in contatto con gli altri consoli delle varie città, Lione, Marsiglia, e comincia a pubblicare alcuni saggi su questa rivista, cosa questa piuttosto imprudente: era abbastanza inusuale infatti che un diplomatico mettesse il dito su una piaga scomoda e all’Italia e alla Francia. Fra l’altro firmava col suo nome. Aveva chiesto il permesso, e malgrado fosse contrario, suo suocero alla fine aveva ceduto. Firmava col suo nome e si fece conoscere. Perché, in effetti, questa rivista veniva ampiamente ripresa, e lo attestano tutti i ritagli delle recensioni che lui collezionava. La rivista aveva un circuito eccezionale e anche questo consente di valutare l’importanza che stava assumendo la stampa a fine secolo. Gli stessi Cesare Lombroso, Enrico Ferri e Guglielmo Ferrero, tutti di orientamento più o meno socialista, collaborarono alla rivista, che ormai è stata dimenticata (ora ne abbiamo la collezione completa alla biblioteca "Aurelio Saffi" a Forlì, e vi son delle cose veramente interessantissime) ma che tuttavia svolse un ruolo molto importante nel fronte dreyfusardo. A dimostrazione che la memoria può cancellarsi si può dire che in Francia è uscito un volume L’affaire Dreyfus de A à Z, in cui non si nomina mai Finot e la Revue des revues, che fu, invece, un circuito cruciale.
Quindi Paulucci, quando scoppia l’affaire Dreyfus, è già in contatto, attraverso il suo interesse per i temi sociali, con ambienti che sono democratici, radicali, filosocialisti. Per esempio, diventa amico di Séverine, una femminista che dirige una rivista fatta da sole donne e che scriverà, per un giornale, le impressioni d’udienza che poi compariranno in un volume assieme al contributo di molti dei letterati dell’epoca in omaggio a Zola. E Paulucci annota: "Ho letto nel volume Hommages à Zola le impressioni d’udienza della brava Sevèrine: che naturalezza e che arte nel tempo stesso! Come ha giudicato bene quella turba di accusatori! E come ha indovinato e messo in vera luce le mene del Paty de Clam! E’ adesso infatti costui, l’individuo il più compromesso e si afferma più o meno velatamente che sarà arrestato; lo fosse una buona volta e la luce così si farebbe!". E poi parla anche di altre donne, di salotti e circoli parigini: il diario del ’98 è un libro bello da leggere, perché descrive aspetti della vita artistica, dei locali notturni; c’è la "prima" per esempio della Bohème di Puccini.
Politicamente che posizione aveva?
Paulucci è fondamentalmente un esponente della cosiddetta "destra storica", cavouriana, insomma moderata, aristocratica per giunta. Indubbiamente è un conservatore. Nel 1898, quando ci sono i moti di Milano, quelli repressi da Bava Beccaris, non è che prenda posizione per la repressione, però è assai preoccupato per il rischio e i pericoli sovversivi, anarchici. Nel diario parla di un informatore che in ambasciata hanno assoldato per sorvegliare da vicino Amilcare Cipriani che all’epoca era esule a Parigi. E’ dalla parte dell’ordine stabilito, anche se, e questo è molto importante, fa parte di quella destra diciamo più nobile, che considera i crispini, all’epoca al potere, dei rozzi parvenu. Proprio in quegli anni anche gran parte del ceto diplomatico viene cambiato e si fanno avanti uomini d’affari, borghesi arricchiti, gente un po’ volgare a scalzare aristocratici imparentati con mezzo mondo. Sono anni di passaggio: quelli del trasformismo. Crispi veniva visto come un rozzo, ex garibaldino per giunta, diventato reazionario. Insomma, gli eredi della destra storica mal sopportavano l’emersione di una nuova classe dirigente che formalmente era la sinistra, sinistra liberale, governativa. Ma c’è da dire che progressivamente le idee di Paulucci cambiano e si affinano anche grazie all’affaire Dreyfus. Lui non era un uomo di sinistra, inteso in senso proprio; non si può dire che fosse neanche un uomo di destra, in senso becero. Era un liberal-conservatore illuminato, insomma, che però ha scelto onestamente in base all’imperativo della sua coscienza.
La sua presa di posizione è più umana che politica, è pura indignazione?
Sì, questo è probabilmente l’elemento centrale. Paulucci sente proprio il senso dell’ingiustizia nei confronti di una persona fatta soffrire ingiustamente. Questo è l’elemento della coscienza, della libertà, dell’onore individuale, che lo distingue da una certa destra, che allora cominciava ad andare per la maggiore, ossia quella dell’Action française, per la quale l’onore è quello della Francia. Per Paulucci l’onore è tale se è puro, non può esserci onore della Francia a scapito anche solo di un individuo, di una vittima innocente.

L’onore non può essere ideologizzato e quindi egli reagisce scandalizzandosi di fronte a una destra plebea che usa l’insulto, il dileggio, la falsità, l’ipocrisia, che usa la giustizia in quel modo, che fa dei processi falsi, che falsifica le prove. Per lui tutto questo è puro obbrobrio. In questo si può dire che resta un conservatore: nell’affaire Dreyfus è la destra a essere profondamente innovativa, proprio nell’involgarimento, nell’andare verso il popolo strumentalizzandolo, eccitando gli aspetti deteriori, i pregiudizi. Pensiamo solo all’uso della satira: un’esplosione di volgarità, di cattiveria diffusa a mezzo stampa per le strade, come mai s’era vista... Invece, lui ha la visione, appunto, di una società libera, ordinata anche secondo una certa scala gerarchica, però aperta e comunque che respiri libertà. E’ così che si troverà dalla parte dei radicali, dei democratici, dei socialisti.
Ma lo stesso ambasciatore Tornielli, che non ha certo la sensibilità di suo genero, si indigna...
Teniamo presente la loro posizione all’interno dell’ambasciata italiana. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria nella Triplice e quindi in ambasciata si sa per via direttissima che Dreyfus non c’entra assolutamente nulla. Insomma, sanno certamente la verità, e la dicono e la ripetono ai governanti francesi, ma la loro parola non viene tenuta in alcuna considerazione. Per il vecchio ambasciatore sabaudo è troppo. Ma come? Già l’ambasciatore tedesco aveva dichiarato pubblicamente che mai né in via diretta, né in via indiretta l’ambasciata tedesca aveva avuto a che fare con un tal Alfred Dreyfus. Mai. E lo dice ripetutamente e pubblicamente, e ciò nonostante i francesi vanno avanti. Poi a un certo momento la stessa questione si pone per l’ambasciata italiana, perché nel frattempo i falsari avevano inventato addirittura una corrispondenza tra l’addetto militare tedesco e l’addetto militare italiano, Alessandro Panizzardi, che sta all’ambasciata assieme a Paulucci. Questo Panizzardi è una figura discutibile, un presuntuoso, uno scapestrato che aveva diverse amanti, che assaporava la bella vita parigina, e che pigliava poi per buoni documenti che gli passavano personaggi vari e discutibili, tra cui, anche se non direttamente, questo Estherazy, l’anima nera di tutto l’affaire. Estherazy intratteneva rapporti diretti invece con Schwartzkoppen, l’addetto militare tedesco e tra i due circolavano dei documenti che però erano o di basso rango o falsificati apposta per mettere su cattive piste. E quando Estherazy rischia di essere scoperto, decide di farsi coprire dai servizi francesi che trovano il capro espiatorio in Dreyfus. Tutto nasce così.
E, quindi, appunto, Dreyfus chi lo conosce? Paulucci parla con lo stesso Panizzardi, che parla con Schwartzkoppen; quest’ultimo viene riportato in Germania quasi subito per togliere di mezzo l’equivoco. Non ci credete? Allora noi togliamo l’addetto militare che ritorna a Berlino. Pure Tornielli afferma: "Sì, anche noi sappiamo per certo, tramite Panizzardi, che non abbiamo niente a che fare con Alfred Dreyfus". Lo dice, lo ridice, lo ripete per la terza volta, non lo credono; quindi c’era assai poco rispetto per l’onorabilità, ancora una volta, del corpo diplomatico tedesco e italiano. Questo vecchio ambasciatore savoiardo, vecchio stile, tra l’altro criticato per essere nel giro del Faubourg Saint Germain, che apriva l’ambasciata a tutta l’aristocrazia francese, e anche a quella legittimista, quando dà la sua parola d’onore più volte non è creduto. Niente da fare: i francesi continuano a tirar fuori il nome dell’addetto militare italiano. E a un certo punto questo vecchio vorrebbe venirsene via da Parigi: "Questa non è più una società onorata, è invivibile". Ed è Paulucci a pregarlo: "No, per favore, non andare".
C’è da tener presente, tra l’altro, che sia il vecchio ambasciatore che Paulucci di Calboli, alla fin fine, sono filofrancesi.
E’ Crispi paradossalmente che ha fatto l’alleanza della Triplice con gli imperi centrali, in funzione di potenza, per dare spazio all’Italia, ma loro sono liberali vecchio stampo che pendono più verso la Francia che verso gli imperi centrali. E invece vengono proprio respinti dall’atteggiamento del governo repubblicano in Francia. Certo, è un governo condizionato dal potere militare, dai servizi segreti, da questa revanche che cova contro la Germania e quindi anche contro l’Italia. E’ comunque sintomatico e singolare, anche un po’ strano, vedere il vecchio savoiardo, che è per l’ordine e per la destra, indignarsi per i valori di libertà calpestati da una gloriosa Francia repubblicana in preda ai suoi servizi deviati e al suo nazionalismo montante.
Almeno in questo caso il cliché "conservatore-antidreyfusardo" è smentito...
A mio avviso bisogna rifuggire dai facili schemi riguardo all’affaire Dreyfus. Jospin qualche giorno dopo il centenario del J’accuse, quando in Parlamento si commemorava il 150° anniversario dell’abolizione della schiavitù fu molto criticato quando disse: "La destra è stata contro l’abolizione della schiavitù, come del resto, cinquant’anni dopo, sarà contro Dreyfus, mentre la sinistra...". Il che sarà anche fondamentalmente vero però bisogna tener presente che proprio l’affaire Dreyfus fa entrare le categorie di destra e sinistra in un grande crogiolo, dove tanti ingredienti si mescolano.
Ad esempio, c’è una destra populista che è antisemita, che rappresenta un ribellismo di massa, a forte radicamento popolare. Sono quelli che sono stati col generale Boulanger alcuni anni prima in un tentativo di colpo di stato. Con questi c’era anche tutto un giro di persone che avevano fatto la Comune di Parigi, quindi ex-sinistra estrema. Henry Rochefort, ex socialista della Comune di Parigi, sarà uno dei capi degli anti-dreyfusardi e direttore del giornale, L’Intransigeant, che nasce come socialista e poi diventa una delle punte della campagna antidreyfusarda.
Viceversa il repressore della Comune, il generale De Galliffet, diventa il ministro della guerra nel primo governo di difesa repubblicana di Waldeck Rousseau, governo che consentirà la revisione del processo Dreyfus e segnerà la chiusura rispetto a tutti i tentativi che ci sono fino al 1898 di revanche militarista di destra, populista e antisemita. C’è, insomma, tutto un disegno di riclassificazione di appartenenze politiche, in cui proprio l’affaire Dreyfus diventa l’elemento che orienta i campi, che riposiziona e ridefinisce le forze politiche.
La stessa esplosione di antisemitismo presenta aspetti più complicati...
Questo è un punto fondamentale: Dreyfus innanzitutto è vissuto da una certa opinione pubblica francese come "la spia dei tedeschi". In fin dei conti, la vera novità non è il razzismo, bensì proprio il desiderio di una vecchia Francia, di una Francia populista, animata da un forte risentimento antitedesco per l’offesa di Sedan nel 1870, di ritornare a un disegno forte di potenza nazionale.
Certamente quindi viene sfruttato il fatto che Dreyfus è ebreo, ma ha anche un cognome tedesco, è un alsaziano, di una zona di confine, uno di quegli alsaziani che, dopo Sedan, quando l’Alsazia venne annessa alla Germania, hanno optato per la Francia. Sospettati proprio per i loro cognomi tedeschi, molti di questi saranno poi dalla parte di Dreyfus. Voglio dire che l’antisemitismo è un aspetto, tutto sommato, non dico secondario, ma complementare, non è l’elemento scatenante. E anche nell’insistenza ossessiva della destra sul fatto che gli ebrei sono infidi, è sempre implicita la conseguenza: alleati dei tedeschi, quindi. In tutte le caricature gli ebrei sono insieme ai tedeschi. Naturalmente, poi, l’antisemitismo avrà conseguenze rilevantissime: basti pensare che tanti ebrei assimilati (Dreyfus era di famiglia benestante, aveva tutte le caratteristiche d’ordine di una borghesia ebrea assimilata, che non aveva neanche più la coscienza della propria ebraicità) verranno spinti a riscoprire la propria identità ebraica. Si dice che l’identità ebraica moderna nasca proprio con l’affaire: Herzl è inviato al processo; con lui, a celebrare il primo congresso sionista a Basilea, nel ’97, ci sarà quel Max Nordau con cui Paulucci è in contatto e che è un collaboratore della rivista di Finot. In Italia Dante Lattes scriverà che dall’affaire gli ebrei dovranno imparare una cosa semplicissima: ad essere ebrei. Anche rispetto all’antisemitismo, allora, mi sembra che la novità più importante riguardi soprattutto la modernità dell’attacco portato dalla destra: la satira politica nasce più a destra che a sinistra (e a scorrere i materiali del fondo Paulucci, si vede come a giocare d’attacco siano sempre gli antidreyfusardi). Il famoso Histoire d’un innocent viene dopo, ed è un rifacimento sul modello dell’antidreyfusardo Histoire d’un traitre. C’è proprio un editore specializzato, Leon Hayard, nella stampa di tutti questi volantini, manifesti, opuscoli antidreyfusardi, in gran parte antisemiti, insomma di tutte queste porcherie, che avevano poi amplissima diffusione tramite gli strilloni nei giardini pubblici, sui boulevard. In realtà gli altri invece non avevano una lira e la comunità ebraica rimase zitta, assolutamente zitta. Nonostante tutte le accuse, i favoleggiamenti di un sindycat, alla fine fu soltanto la famiglia Dreyfus, con pochi altri, a battersi. Solo successivamente avranno un ruolo importante, nel fare opera pubblica di convincimento, Bernard Lazare, il deputato Joseph Reinach, e il presidente del senato Scheurer-Kestner, anche lui alsaziano.
Veniamo al ruolo di Paulucci rispetto al J’accuse di Zola...
Paulucci entra appieno nell’affaire Dreyfus nei primi giorni del ’98. Lui non conosce Zola prima di allora, non l’ha mai visto direttamente, lo conosce pochissimi giorni dopo il J’accuse. Però conosceva Finot che, come rivela Paulucci nel suo diario, già incontrava Zola.
A un certo momento, a fine ’97, quando saltano fuori gli scritti di Estherazy e si comincia a capire che la calligrafia non è quella di Dreyfus, Paulucci non è a Parigi, vi torna i primi giorni dell’anno, e subito scrive: "Sono andato a parlare con lo zio, che non mi ha parlato altro che dell’affaire Dreyfus". Nel frattempo si vede che l’ambasciatore aveva messo sotto torchio Panizzardi e gli aveva fatto dire tutto quello che sapeva, ossia quello che Panizzardi aveva saputo da Schwartzkoppen, l’addetto militare tedesco. Viene fuori anche che questo Estherazy, scoperto, aveva dapprima minacciato con la pistola Schwartzkoppen e poi anche di suicidarsi; insomma il nocciolo di tutto l’affaire ai primi del ’98 è noto in ambasciata e Paulucci ne viene a conoscenza il 3, 4, 5 gennaio.

Il J’accuse, però, è del 13 gennaio, quindi ai primi di gennaio era già in bozze e Paulucci non può averne parlato con Zola. Paulucci conosce gli ultimi sviluppi il 3 e Zola ha già cominciato a scrivere. Tanto è vero che Zola l’aveva scritto come opuscolo il J’accuse, e il 3 sicuramente c’erano già le bozze; solo alla fine si decide a pubblicarlo sull’Aurore, (scelta quanto mai efficace: di un opuscolo, ben che andasse, se ne sarebbero distribuite 2000 copie, ma un giornale che esce quotidianamente viene distribuito in molte migliaia di copie. La diffusione straordinaria de L’Aurore fu in quel caso di 300 mila copie).
Quel che può essere successo, invece, è che abbiano parlato con Zola due altri consiglieri d’ambasciata italiana, di grado superiore a Paulucci, che si chiamavano Torre Alfina e Polacco, tra l’altro tutti e due ebrei, che possono aver dato informazioni a Zola circa l’assoluta, matematica certezza che l’ambasciata italiana, come del resto quella tedesca, non avevano mai avuto a che fare con un personaggio di nome Alfred Dreyfus.
E’ un’ipotesi questa, avvalorata in Francia da uno studioso dell’affaire e di Zola, Alain Pages, che adombra la possibilità che Zola abbia parlato con un segretario dell’ambasciata italiana. C’è poi Finot che parla con Zola e Paulucci scrive: "Finot mi ha detto di aver riferito le cose da me sapute a Zola". Quindi un contatto indiretto c’era stato.
Si incontrano subito dopo...
Paulucci ne parla in data sabato 15, e tale evento è stato citato a Parigi al convegno storiografico, perché nessuno sapeva cosa Zola avesse fatto il giorno dopo il J’accuse, come l’avesse presa, se fosse euforico o depresso; e nel diario c’è scritto: "Sabato 15 gennaio, dalle 10 alle 11 e mezza sono stato alla redazione della Revue col Finot e lo Zola a studiare insieme un piano offensivo e difensivo che valga ad ottenere la revisione del processo".
Questo è un dettaglio importante, del tutto sconosciuto: sono loro tre che decidono, che studiano insieme un piano. E Paulucci scrive: "Come sono fiero che il grande scrittore abbia approvato la mia idea!".
L’idea di Paulucci è poi di un’ingenuità grandiosa, che dimostra come dovesse farne ancora di strada come diplomatico: "La mia idea di far sì che dreyfusiani ed esterhaziani, le due parti, accusantisi a vicenda d’aver venduto i segreti alla Germania, si rivolgano entrambi pubblicamente allo Schwartzkoppen, per scioglierlo da ogni vincolo di segreto e scongiurarlo a dire se egli ha avuto a che fare con l’uno o con l’altro". Ingenuità o sfida salomonica. "Lo Zola era eccitatissimo, m’ha detto essere egli mosso dall’amore per la difesa della libertà individuale, così conculcata in Francia, e dalla sua persuasione, ora rinforzata dal mio racconto, dell’innocenza del Dreyfus. Se si vorrà giudicarlo a porte chiuse egli ricuserà il giudizio e si farà condannare senza difesa; ha avuto ieri 210 lettere di congratulazione per il suo articolo di ier l’altro, per lo J’accuse. Lo Zola m’ha fatto l’impressione d’un uomo onesto, integro, intelligente, un vero carattere; m’ha ripetuto che per ottenere la revisione del processo andrà fino alla morte". E questa è una bella testimonianza.
Ma la prima mossa dei tre è quella di chiedere a Max Nordau di andare a Berlino. Infatti dopo due giorni c’è: "Finot è venuto in Cancelleria a vedermi e dirmi del colloquio avvenuto stamane alla Revue tra Max Nordau e lo Zola. Max Nordau è andato incontro allo Zola che egli vedeva per la prima volta dicendogli: "Je salue un héro!". Egli si è dichiarato disposto ad andare a Berlino dove, per mezzo dell’Hohenlohe che egli conosce -che era cancelliere all’epoca- spera di poter indurre l’imperatore a rilasciargli per qualche tempo una parte di documenti forniti allo Schwartzkoppen dall’Estherazy". Lui ci va, ma gli dicono di no; la Realpolitik lo impedisce.
Successivamente c’è l’idea di fare una lista dei testimoni, questo in data 24 gennaio: "Redassi ieri col Finot la lista dei testimoni del corpo diplomatico che potrebbero esser citati con vantaggio dallo Zola. Cominciai con tre russi, proseguii con tre tedeschi, poi con tre italiani, Panizzardi, Polacco e io e due inglesi e finii con due austriaci... Zola doveva discutere ieri con l’avvocato la linea difensiva e presentarla". Ma dopo qualche giorno, ecco la notizia che non se ne farà nulla: "Zola è sicuro che soltanto io deporrei a suo favore, gli altri farebbero pesce in barile". Questo è l’unico punto -la lista dei possibili testimoni del corpo diplomatico- in cui resta traccia nei volumi sul processo Zola della figura di Paulucci di Calboli, per il resto totalmente sconosciuto.
La testimonianza poi non ci sarà, non se ne farà niente, le ragioni diplomatiche prevarranno. Resta questa nota nel diario in data 28 gennaio: "Nel Resto del Carlino di ier l’altro, abbiamo un commento in cui si dice di me che ’Paulucci non avrà esitato a ripetere allo Zola e ad altre personalità del mondo letterario e politico francese le medesime dichiarazioni esplicite che gli accadde di fare qui in Bologna poche settimane or sono, in cui diceva che Dreyfus era totalmente innocente’. Guai se queste informazioni fossero riportate da un giornale parigino. Dico guai, ma forse sarebbe meglio che un incidente simile mi obbligasse a dimettermi e mi restituisse così la mia libertà". E’ la dimostrazione di quanto Paulucci sentisse questo peso, e come fosse sensibile di fronte ad una responsabilità di coscienza.
Da questo suo diario, dalle piccole annotazioni giornaliere, di vita mondana, anche, viene fuori come il 1898 sia stato un anno cruciale...
E si vede bene anche quanto Paulucci fosse conservatore per quel che riguarda le novità artistiche e entusiasta, al contrario, di ogni innovazione scientifica e tecnologica. Per dire: già l’anno precedente era andato alla prima di Ubu Roi di Alfred Jarry e ne era rimasto esterrefatto perché -scrive- "ci sono donne brutte, uomini con i capelli lunghi spettinati", e poi perché la parola più ritornante è quella di Cambronne, e perché appare lo zar Nicola e viene deriso. Tutte cose che ai suoi occhi non potevano assolutamente essere. E dice: "Cos’è, arte, questa? Il nuovo secolo ci presenta queste cose?".
Ecco, idem anche per una mostra d’arte in cui viene esposta la famosa scultura di Rodin raffigurante Balzac in forme decisamente inusuali, in pigiama. Una cosa, anche questa, per Paulucci inconcepibile, mentre invece aveva suscitato l’approvazione entusiastica di Zola e dei circoli dreyfusardi intorno a Zola. Ma per lui, nonostante l’amicizia con Zola, resta un obbrobrio. Viceversa, è molto sensibile al velocipede, alla bicicletta, è appassionatissimo di corse ciclistiche, va anche al velodromo, segue le corse. La bicicletta è una novità, ancora abbastanza stravagante, fortemente innovativa, che soltanto i borghesi si possono permettere. Tant’è vero che quando ha uno scontro e gli danneggiano la bicicletta, si chiede se la compagnia di assicurazione, lo risarcirà. Poi si entusiasma, per esempio, al primo tratto del metrò parigino che viene inaugurato quell’anno, e quando esce il graphophone, una cosa strabiliante, lui lo compra e gioca con i bambini a riprodurre la voce. Compaiono le lampadine elettriche che proprio in quell’anno, nel ’98, vengono installate all’interno dell’ambasciata. Insomma, un anno fantastico.
E Dreyfus lo incontrò mai? Come va a finire?
Non credo. Paulucci riceve da Dreyfus una fotografia con dedica, però di più non sappiamo perché, purtroppo, delle agende mancano alcuni anni: il 1899, il 1900 e il 1901. E sono gli anni in cui Dreyfus ritorna a Parigi, nel ’99, per il processo di Rennes, quando viene ricondannato e poi, però, graziato. L’altra revisione, quella che sancisce definitivamente l’innocenza di Dreyfus, avviene nel 1906, dopo 8 anni, quando Paulucci è già in Portogallo, dove era andato a reggere la legazione di Lisbona. Lì scriverà poche righe: "Finalmente, è fatta giustizia...". Ormai erano passati anni. Zola era morto da tempo.
Nel 1930, invece, pochi mesi prima di morire (morirà nel marzo del ’31) scrive Le mie impressioni sull’affaire Dreyfus, in una rivista che dirige, Echi e commenti, che tra l’altro è una rivista normalizzata in senso fascista, e sono note, a mio avviso, di una tale passione, che sembrano scritte durante l’affaire. Si scaglia ancora contro gli antidreyfusardi che definisce cretini, sostiene con forza che invece valeva la pena di stare con Dreyfus, con la giustizia... E’ una delle ultime cose che scrive prima di morire. Aveva già visto la morte del figlio Fulcieri, eroe della Grande Guerra, la sua vita era stata tormentata, non felice, si era andata intristendo col passare degli anni. E si capisce, insomma, che, nella sua vita, il grande anno era stato il movimentatissimo 1898.