Michele Salvati è professore emerito di Economia politica all’Università Statale di Milano. Collabora al “Corriere della Sera”, al “Foglio” ed è stato direttore della rivista “il Mulino” (2012-2017). È autore di numerosi libri in vari campi di ricerca economica e politologica. Tra i più recenti: una raccolta di saggi su Capitalismo, mercato e democrazia (il Mulino, 2009) e Progetto 89. Tre saggi su libertà, eguaglianza, fraternità (con A. Martinelli e S. Veca; il Saggiatore, 2009). Il volume di cui si parla nell’intervista è Liberalismo inclusivo, Feltrinelli, 2021, scritto assieme a Norberto Dilmore.

La grande crisi finanziaria e ora la pandemia hanno reso evidente la crisi del modello neoliberista. Si presenterebbe quindi oggi una congiuntura favorevole alla proposta di un nuovo paradigma, quello del liberalismo inclusivo. Di cosa si tratta?
Si tratta in sostanza del riformismo della tradizione socialista, del socialismo liberale di Carlo Rosselli. Ma perché abbiamo sentito il bisogno di ri-denominare in termini di liberalismo un’espressione consacrata da una lunga tradizione? Insomma, di scambiare l’aggettivo con il sostantivo? A noi è sembrato opportuno per due motivi.
Il primo è quello che le due espressioni, a seguito di mutamenti storici che ricapitoliamo nel libro, sono arrivate ad avere lo stesso significato. Questo mutamento è avvenuto prima in campo socialista. La corrente riformista si è affermata a partire da Bernstein, quindi grosso modo dall’inizio del Novecento. Il famoso libro di Bernstein viene pubblicato proprio alla fine dell’Ottocento ed è il tentativo -in opposizione alla visione rivoluzionaria del socialismo- di tenere uniti gli aspetti più accettabili sia del liberalismo che del socialismo. Il risultato di questa sintesi -dopo le tragedie delle due grandi guerre, del fascismo, del nazismo e del comunismo- è sfociato nell’esperienza socialdemocratica successiva alla Seconda guerra mondiale. In campo liberale è avvenuto un processo politico simile, che però si mette in moto più tardi, dopo la grande depressione degli anni Trenta del secolo scorso, e si manifesta con la profonda revisione delle concezioni di laissez faire, allora prevalenti nel liberalismo, a opera di grandi studiosi e politici liberali. Esso sbocca nella convinzione che il mercato capitalistico, senza un intervento attivo e lungimirante della politica e dello stato, non è in grado di “tenere insieme” la società: questa è il messaggio di Karl Polanyi, insieme a Keynes, suo contemporaneo, uno dei due grandi progenitori delle tesi sviluppate nel nostro libro.
All’epoca, poco prima della Seconda guerra mondiale, una parte significativa dell’élite liberale americana e inglese aveva ben in mente i disastri economici e politici provocati dal laissez faire. Aveva dunque capito che l’obiettivo fondamentale era assicurare il benessere delle grandi masse della popolazione, cosa possibile anche restando nel contesto di un’economia di mercato e di uno stato liberale: questo il grande contributo teorico di Keynes. E dopo la Seconda guerra mondiale quel ceto politico fu per trent’anni alla guida degli Stati Uniti, la potenza mondiale destinata a dominare quello che nel libro chiamiamo il “nostro angolo di mondo”, l’insieme dei paesi a economia avanzata retti da regimi liberali. Si trattò di una coincidenza straordinaria, di una fortunata congiunzione astrale, ma che mostrò al mondo intero che tenere insieme i diritti individuali e le regole costituzionali di uno stato di diritto -della rule of law- con il benessere e la possibilità di soddisfare i progetti di vita di una gran massa di persone era possibile all’interno di un’economia di mercato, di un’economia capitalistica opportunamente regolata. Cosa assai dubbia prima di allora e considerata impossibile dai comunisti, molto forti nell’immediato dopoguerra anche in alcuni paesi soggetti all’egemonia americana. Dunque, una grande corrente del liberalismo, quella dell’embedded liberalism (liberalismo inclusivo) e una grande corrente del socialismo, quella riformista, arrivarono alle stesse conclusioni, e questo primo motivo renderebbe indifferente denominare il nostro obiettivo politico come socialismo liberale o liberalismo inclusivo. Perché invece preferiamo la seconda denominazione alla prima?
Il secondo dei due motivi spiega la nostra preferenza. Il socialismo acquista un ruolo proprio all’interno della grande visione liberale della modernità, quando risulta di palmare evidenza che i diritti individuali riconosciuti dal liberalismo non possono essere esercitati da tutti per le condizioni economiche e sociali in cui un’economia di mercato costringe(va) a vivere gran parte della popolazione. E il socialismo è il movimento politico che maggiormente ha contribuito a modificare questo stato di cose, sostenendo il suffragio universale e le moderne regole di rappresentanza, organizzando il primo grande partito di massa in Europa, combattendo per l’istruzione e la sanità pubbliche, i diritti sociali e il welfare state: tutte innovazioni allora fortemente contestate dai ceti dominanti, ma che completano e non contestano una visione liberale. Il socialismo riformista, sinora, è stato una parte traente del grande progetto moderno, del progetto liberale. E se così è stato (e forse sarà ancora) è inevitabile definirlo in riferimento a una visione del mondo liberale, una visione di liberalismo inclusivo, che necessariamente entra in conflitto con l’altra visione sostenuta dagli interessi che la proprietà privata e la libertà d’impresa -due diritti anch’essi difesi dal liberalismo- incessantemente rigenerano e che sono ostili a molti dei limiti che il liberalismo inclusivo impone a difesa di altri diritti e interessi. A tutela di questi è allora inevitabile organizzare un fronte ideologico ampio, che unisca in difesa dell’uguaglianza e dell’inclusione partiti, movimenti, orientamenti culturali che non si troverebbero a loro agio se il fronte comune assumesse il nome di “socialismo”, poiché in diversi contesti nazionali hanno storie che li hanno visti su fronti opposti. Movimenti di ispirazione religiosa, liberali, ecologisti e altri ancora non avrebbero invece difficoltà a unirsi sotto una bandiera liberale inclusiva, di cui anche la loro storia è necessariamente parte.
Come mai, però, la prima esperienza di “liberalismo inclusivo”, quella che voi e altri chiamate “compromesso socialdemocratico” si è interrotta nei primi anni Ottanta del secolo scorso?
Quel modello di governance cominciò a scricchiolare quando gli Stati Uniti e altri grandi paesi del nostro angolo di mondo non riuscirono più a soddisfare insieme sia i ceti imprenditoriali sia la grande massa dei cittadini. Non ci riuscirono -mi limito al motivo principale- perché cominciò a svilupparsi l’inflazione, che venne imputata proprio alla specifica versione di liberalismo inclusivo che era stata adottata. “Vedete cosa succede quando si esagera nell’inclusività? Dobbiamo tornare al laissez faire e lo stato non deve intromettersi nella regolazione dell’economia e dei mercati...”, questa la tesi sostenuta dai ceti imprenditoriali. Grazie a comunicatori straordinari, come Milton Friedman, e a due grandi politici come Thatcher e Reagan, i ceti più legati alle esigenze del capitale riuscirono a sconfiggere democraticamente la versione di liberalismo inclusivo, cioè di tendenza socialdemocratica, e a far prevalere in forme aggiornate quella più intransigente e antica. Avvenne cioè un rovesciamento di egemonia culturale e politica, alla quale presto aderirono anche non pochi partiti e intellettuali della sinistra.
In questa svolta egemonica c’è un economista su cui noi insistiamo, Robert Lucas, meno noto di Friedman: è lui il teorizzatore dell’impossibilità di avere crisi economiche durature all’interno di una politica economica neoliberista, laddove al mercato e non allo stato fosse affidato il compito di riequilibrale il sistema in caso di crisi.
Il mercato si sarebbe insomma aggiustato da solo… Ora, riguardo all’aggiustamento da solo del mercato (e specialmente del mercato finanziario) non ci crede più nessuno, e questo è già un ottimo risultato. Però a questo punto nessuno ancora vede come si possa passare da questa reazione “contro” a un indirizzo “per”, nella direzione appunto di una nuova forma di liberalismo inclusivo.
Il nostro, se vuoi leggerlo in questa chiave, è un libro sull’egemonia, sulla conquista intellettuale e politica di una prevalenza così forte e stabile che anche coloro che l’avversano sono indotti ad accettarla. Ora, affinché una grande narrazione egemonica si stabilizzi sono necessari alcuni ingredienti. Intanto è necessario che questa si affermi nel paese guida in campo liberale, cioè gli Stati Uniti d’America. Così infatti è avvenuto nel Trentennio glorioso, fino allo scoppio dell’inflazione.
(Apro una parentesi: che oggi si potessero fare questi discorsi non era per niente scontato quando abbiamo iniziato a scrivere, nell’estate dell’anno scorso. Se vinceva Trump, e c’è mancato poco, dovevamo buttare via quanto già avevamo scritto). La vittoria di Biden qualche speranza oggi ce la dà… Ma neanche allora, negli anni Settanta del secolo scorso, era necessario che le cose andassero come sono andate. Se, per esempio, i partiti della sinistra avessero dato una mano a combattere l’inflazione, che è una minaccia a cui i liberali puri sono molto sensibili ed è alla lunga incompatibile con un’economia di mercato, le cose sarebbero potute andare in modo diverso. Se si fossero potuti convincere i partiti di sinistra, i sindacati, i lavoratori, i sessantottini… che era necessario stare entro i limiti di uno sviluppo non inflazionistico, l’inflazione poteva essere domata in altri modi e forse la fase del compromesso socialdemocratico non si sarebbe chiusa allora. Alcuni paesi ci riuscirono, la Germania in qualche misura, e soprattutto i mitici paesi nordici, che infatti riuscirono a tenere a lungo una rotta di liberalismo inclusivo. Nell’insieme del nostro angolo di mondo, e soprattutto negli Stati Uniti, questa operazione risultò impossibile e prevalse infine la narrativa che per sconfiggere l’inflazione e riavviare lo sviluppo su basi non inflazionistiche fosse necessario uscire dalla narrativa del compromesso socialdemocratico e abbracciare quella del neoliberismo.
Il punto è che una “narrativa” diventa dominante, acquista egemonia, sia intellettuale sia politica, quando risulta convincente a livello di ceto politico e della maggioranza dei cittadini. E occorre che diventi dominante sia nel paese guida, gli Stati Uniti, sia nei più importanti paesi soggetti alla loro egemonia, Germania, Francia, Giappone, Italia, Spagna, eccetera. Nel frattempo c’è stato anche l’allargamento dell’Unione europea che ha complicato le cose. Comunque, tornando alla questione iniziale, dopo la crisi del 2007-2008, dopo la Grande Recessione, e soprattutto dopo la Pandemia, ci si è resi conto che l’egemonia liberale intransigente, il neoliberismo, ci conduce in un cul-de-sac. Una visione improntata sul fondamentalismo di mercato, com’è il neoliberismo, non funziona, al di là della sua inaccettabilità sociale, neppure sul piano economico. Ormai cominciano a essere preoccupate le stesse élite liberali. È quindi il momento più opportuno per allargare il varco che si è aperto e far entrare in massa coloro che appartengono in senso lato alla sinistra. Ciò non è impossibile, se anche la sinistra si rende conto che è in corso un gioco mondiale complicatissimo, perché nel frattempo il mondo è enormemente cambiato.
Quindi la prospettiva non è quella di tornare al compromesso socialdemocratico dei “trent’anni gloriosi” del dopoguerra.
No, questo non è possibile, perché è cambiato tutto. La struttura economica, a seguito della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, ha subìto un cambiamento epocale: il capitale è diventato in larga misura fluido, intangibile, e il lavoro è stato frantumato in diverse tipologie difficilmente assemblabili politicamente e sindacalmente, con prospettive che è impossibile rappresentare in modo unitario: di questo tratta il quinto capitolo del libro. E, al fine di raggiungere una condizione egemonica (come viene argomentato nei due capitoli successivi) il compito politico della sinistra è anche (e forse soprattutto) quello di far capire al “capitale” che una prospettiva di liberalismo inclusivo è nel suo stesso interesse di lungo periodo (qui ovviamente non usiamo la parola “capitale” come la usavano le Brigate rosse: il capitale non è un soggetto con un’unica volontà e un unico obiettivo, sono i ceti soddisfatti dello status quo, ceti legati all’impresa, ai partiti e alla cultura della destra liberale). Ebbene, oggi è certo difficile, ma non è impossibile far capire al “capitale” che il liberalismo inclusivo è anche nel suo interesse. Nel suo interesse di lungo periodo perché, se i ceti più poveri della società non sono soddisfatti prendono forza i “contro-movimenti” di Karl Polanyi, reazioni incontrollabili contro lo status quo. E la natura e l’esito di questi non sono necessariamente benefici per un assetto politico liberal-democratico; è assai probabile, infatti, che avvengano spostamenti verso la destra politica non liberale, verso l’etno-nazionalismo, di cui abbiamo buoni esempi nel nostro paese.
Il nostro libro ha solo un piccolo capitolo finale dedicato all’Italia: la sua attenzione è rivolta all’insieme dei grandi paesi liberal democratici a economia avanzata, all’angolo di mondo costituito dai paesi soggetti alla guida americana. Una guida che è stata molto benefica per i paesi occidentali nel Trentennio glorioso, non particolarmente benefica (ma in media non così disastrosa) nei secondi quaranta (attenzione a non prendere a modello il caso italiano, che è un caso molto disgraziato! Molti paesi del nostro angolo di mondo se la sono cavata abbastanza bene). Se poi si guarda all’intero pianeta, il giudizio sugli esiti del neoliberismo necessariamente cambia: quel che è avvenuto è stato l’enorme sviluppo di Cina, India e altri paesi che vivevano nelle condizioni più abiette di povertà, mentre adesso sono realtà che sfidano lo stesso potere egemone americano. Dal punto di vista della distribuzione del reddito, mentre questa è peggiorata nei paesi capitalistici avanzati, non possiamo negare che, rispetto all’uscita della povertà, la situazione è molto migliorata a livello mondiale: il famoso grafico dell’elefante di Milanovic proprio questo rappresenta.
Nel libro indichiamo due grandi obiettivi politici per il nostro angolo di mondo. Il primo è che bisogna salvaguardare lo stato liberaldemocratico, quindi sconfiggere sovranismi e populismi, che sono il vero nemico odierno. Il secondo è che la distribuzione del reddito e di chances di vita decente per la grande maggioranza della popolazione deve essere nettamente migliorata, quindi bisogna essere contro la narrativa neoliberista, che non è ancora stata sconfitta. Ma mentre gli etno-nazionalisti sono nostri nemici e devono essere sconfitti, i neoliberisti sono avversari politici che non possono essere eliminati: il capitalismo, che è parte dell’ordine liberale, li ricrea incessantemente e con loro si deve arrivare a compromessi. Anche quello del secondo dopoguerra fu un compromesso con gli interessi capitalistici, che ebbe successo grazie ai suoi piloti, Keynes, Roosevelt, ecc., che avevano sempre presente la minaccia dell’Unione sovietica, e giustamente temevano il fascino che allora aveva lo stato che aveva sconfitto il nazismo con enormi perdite umane. Oggi non ci rendiamo conto di quanto fosse precaria la situazione di allora. Francia e Italia avevano i due più grossi partiti comunisti d’Occidente, e molti dei loro cittadini erano affascinati dall’ipotesi rivoluzionaria sovietica. Allora era un grandissimo sogno… ancora non sapevamo che si trattava di un incubo.
Nel tracciare i lineamenti di questo liberalismo inclusivo partite dalla politica estera. Puoi raccontare?
Noi fondamentalmente ci concentriamo sui grandi paesi liberaldemocratici, dove la democrazia, più o meno bene, funziona in un contesto di istituzioni politiche liberali. Questo gruppo di paesi conta meno di un miliardo di persone, sui sette e mezzo del pianeta.
Però è qui che sono concentrate le più grandi ricchezze, le più grandi capacità scientifiche e tecnologiche e la più grande potenza militare di questo mondo. Già convincere questo pezzo di mondo, piccolo come popolazione, ma enorme come potere, sarebbe un passaggio fondamentale. Parliamo di paesi che hanno già istituzioni liberali fondate sulla rule of law, dove c’è la libertà dei cittadini di organizzarsi in partiti e di combattere a livello democratico in libere elezioni, dove è assicurata l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo.
La “politica estera” di questo nostro angolo di mondo credo debba porsi come sfida prioritaria nei prossimi decenni il controllo dell’ambiente naturale, includendo in esso sia il riscaldamento del pianeta sia la diffusione delle epidemie. Cosa succederà all’ambiente nei prossimi anni? Come usciremo dalla pandemia? Dobbiamo naturalmente affidarci alla scienza, ma anche fare i conti con la politica: oggi, ad esempio, si tratta di distribuire i vaccini gratis a tutto il resto del mondo e aiutare i paesi più poveri a utilizzarli. Una scelta di questo tipo evidentemente farebbe un’enorme differenza, così come farebbe un’enorme differenza se riuscissimo a controllare le nostre emissioni di gas serra in un modo che non influisca negativamente sul reddito e le condizioni di vita dei ceti con minori risorse.
Ma il mondo naturale è solo un pezzo del contesto in cui ci troviamo. Il secondo pezzo è il contesto geopolitico mondiale. Per farla breve, come si svilupperà il rapporto e il conflitto Usa-Cina? E come si svilupperanno molti altri conflitti minori, ma che rischiano di sfuggire di mano? Non possiamo essere indifferenti a questo. La Cina e altri stati autoritari sono tendenzialmente nemici strategici, di cui tuttavia abbiamo bisogno e quindi una chiusura dei rapporti con loro, creando una specie di fortezza Europa (o una fortezza “occidentale” a guida statunitense) è una cosa insensata, se vogliamo creare un mondo aperto agli scambi e capace di reagire alle minacce ambientali. Noi crediamo che un socialista liberale, un riformista, debba distinguersi proprio per questa capacità di compromessi intelligenti anche con nemici strategici.
Dove un socialista liberale può e deve essere intransigente è nel nostro angolo di mondo, dove certe dissonanze non sono ammissibili: deviazioni dallo stato di diritto come quelle della Polonia o dell’Ungheria non possiamo accettarle. Questo è il terzo contesto, dove si apre la grande questione di dove sta andando l’Unione europea, ed è il contesto al quale gran parte del nostro libro è dedicato e a cui presta la massima attenzione: l’Europa e l’Unione Europea sono un pezzo essenziale del nostro “angolo di mondo”.
Infine, quarto e ultimo contesto, la povera Italia. Riuscirà l’Italia, con tutta la sua arretratezza sociale, economica, istituzionale e politica, una arretratezza che risale a tempi molto lontani, al modo in cui si sono definiti gli equilibri politici già nel dopoguerra… riuscirà la nostra povera Italia a partecipare alla definizione di una nuova egemonia di liberalismo inclusivo, a esserne parte attiva? Oggi tutti ci stanno guardando. Coloro che sono più vicini a una visione diciamo “frugale” di liberalismo di mercato, cioè i paesi che stanno bene in queste condizioni, sono lì con il fucile spianato...
Ma non è della politica italiana che parla il nostro libro e, come ho già ricordato, vi dedichiamo solo un brevissimo capitolo finale. Certo è che si deciderà in base ai nostri prossimi passi, misurati dal Pnrr, se noi rimarremo in Europa o se invece scivoleremo verso i margini dell’Unione, se saremo parte traente di una grande fase europea e mondiale di liberalismo inclusivo. o se resteremo nell’Unione europea, ammesso che questa sopravviva al fallimento italiano, ma venendo visti come appestati, come un paese che va tenuto dentro perché è troppo importante, ma con grande diffidenza e con pochissima cooperazione. Io spero che la gente capisca questo, che i nostri politici ne siano consapevoli...
Hai parlato della sfida ambientale. Ecco, l’agenda ambientale nel breve termine rischia di fare a pugni con il sociale. Quale potrebbe essere il patto per una visione di sinistra?
È come dici: c’è un conflitto. Chiedo: qualcuno ha pensato seriamente a cosa vuol dire una transizione ecologica come quella che stiamo facendo? Quali saranno i costi, le conseguenze distributive? Ricordi i gilet gialli? I gilet gialli sono stati la risposta a una misura varata da Macron e giustificata sulla base di considerazioni di natura ecologica.
Se il liberalismo inclusivo riuscisse ad acquistare egemonia a livello del nostro angolo di mondo; se negli Stati Uniti, in Germania, in Giappone, nei paesi che veramente contano, che hanno delle risorse importanti e istituzioni solide, i ceti più abbienti capissero l’importanza di distribuire le risorse in modo più equo, di ridurre la disuguaglianza tra ricchi e poveri, e quindi a esentarli dai più grossi sacrifici a cui si andrebbe incontro se venisse attuata un’agenda ambientale integrale e dura, allora forse ci sarà qualche speranza. Se venissero infatti investite sufficienti risorse per poter dire credibilmente: “Guardate, ne va del futuro dei vostri figli, dovete accettare alcune misure di cui forse non capite la necessità, ma voi nel frattempo sarete tutelati...”, se emergesse una tensione molto forte verso l’uguaglianza di condizioni, la sinistra potrebbe riacquistare una certa voce all’interno dei ceti più poveri e meno istruiti. Cosa che adesso chiaramente non ha.
Qui consigliamo di leggere, oltre a Piketty, Branko Milanovic: si è fatto bene il suo marx-leninismo quando era studente nella Serbia yugoslava, conosce per esperienza diretta ciò di cui scrive e fa vedere assai bene le difficoltà che il futuro ci riserva. Noi abbiamo forse un filino di ottimismo in più, forse ne ha ancor di più il mio coautore.
(Tendenzialmente, io sono più liberale e Dilmore più socialdemocratico e abbiamo avuto alcuni contrasti nella realizzazione di questo libro. Siccome lui non vive in Italia, ci siamo scambiati qualcosa come un centinaio di lunghe e-mail. Per entrambi è però stata una straordinaria opportunità  che ha avuto il merito, cito dall’introduzione, di aver chiarito idee confuse sostenute in precedenza. “E averle chiarite sino al punto di sottoscrivere entrambi una interpretazione di fatti e una proposta politica coerenti e impegnative”).
Volevi parlare anche della divisione che si è formata in campo riformista...
Recentemente ho letto un bell’articolo, quasi un manifesto, di Tommaso Nannicini che, oltre a essere un riformista, è un economista che lavora ai margini del mainstream, del pensiero politico di cui si nutrono gran parte dei liberali più duri. È uscito sul “Foglio” il 22 ottobre scorso e si intitola “Rivoluzione riformista”. Come ti renderai conto, l’espressione è un ossimoro dei più lampanti. Un tempo, quando le cose erano più semplici, c’erano i rivoluzionari e c’erano i riformisti. E i riformisti erano le persone come me e il mio coautore, i seguaci di Bernstein e di Rosselli, i liberal-socialisti, e poi i socialdemocratici di questo dopoguerra. Questi erano i riformisti, cioè persone che escludevano una rivoluzione di tipo comunista. La rivoluzione era una roba seria, era un cambiamento radicale del modo di produzione capitalistico: la proprietà privata e la libertà di impresa (sostenute dal liberalismo) dovevano essere abolite e si auspicava una pianificazione centralizzata. Chi non ha fatto una completa autocritica sulla via rivoluzionaria non è in grado di capire perché e quanto l’espressione “rivoluzione riformista” sia un ossimoro.
Ma anche tra i riformisti, tra quanti escludono una rivoluzione comunista, sono rimasti diversi elementi di contrasto e uno, di natura generale, è difficilmente eliminabile. Anche tra coloro che hanno capito che la via dell’Unione sovietica o comunque la via dell’eliminazione del capitalismo non è percorribile, perché il capitalismo è anche (o può essere) la base del pluralismo di uno stato liberale (il liberalismo difende la proprietà privata e la libertà d’impresa); ebbene, anche tra chi pensa che la via rivoluzionaria sia impossibile e/o sbagliata, ci sono molti nostalgici dell’afflato utopico che essa offriva e lo cercano all’interno del riformismo, all’interno delle modifiche che intendono apportare allo status quo del capitalismo e soprattutto delle riforme che si possono fare, in via democratica, all’interno di singoli paesi. Possiamo quindi dire che tra i riformisti ce ne saranno sempre di due specie: quelli che vogliono mantenere l’afflato utopico e tendono a dimenticare i condizionamenti che pone il sistema mondiale in cui siamo immersi e le difficoltà economiche, istituzionali e politiche  con le quali si scontrano le riforme, e quelli più consapevoli che pensano che con questi condizionamenti dobbiamo fare i conti, ma rischiano però di farsi semplici amministratori dell’esistente o promotori di riforme meno coraggiose di quelle possibili. Le varietà dei riformismi democratici che stanno all’interno del liberalismo inclusivo sono numerose e dipendono dalla storia di ciascun paese, ma le polarità sono queste.
Sono dunque convinto che tutti i conflitti che i giornali enfatizzano in questi giorni (all’interno della sinistra e della destra liberali, dunque escludendo sovranisti-populisti non pentiti e liberali fondamentalisti) sono conflitti interni al liberalismo inclusivo. A questa grande categoria appartengono sia Zingaretti che Renzi, sia i 5 stelle di Conte-Di Maio che non poche personalità politiche al momento parcheggiate nella coalizione di centrodestra. Tutti questi appartengono al liberalismo inclusivo. Il liberalismo inclusivo è una categoria di political econonomy, derivata da narrazioni conflittuali che possono aspirare all’egemonia all’interno del liberalismo, non una categoria ideologica, derivata dalla complessa storia della destra e della sinistra: la seconda parte del primo capitolo tenta di illustrare la differenza, e come le distinzioni derivanti dalla prima (liberalismo inclusivo vs fondamentalismo di mercato) si siano intrecciate con quelle della seconda (sinistra vs destra). Ma da ciò segue anche che chi cerca nelle nostre categorie di political economy tutte le informazioni necessarie per schierarsi politicamente in un dato sistema politico, in un dato momento, in un dato paese (in Italia oggi, ad esempio: se dare il proprio voto a Letta o a Renzi) non può trovarle. Il liberalismo inclusivo opera una prima e importante discriminazione: chi si sente vicino al liberalismo inclusivo non darà mai il suo voto a un partito di orientamento etno-nazionalista o a un partito, pur liberale, ma che fa propria una visione di fondamentalismo di mercato, dunque di orientamento neoliberista. Ma per scegliere tra le numerose varianti politiche interne alle due grandi categorie di political economy occorrono molte altre informazioni che il nostro libro non può dare e non voleva dare, perché avrebbe rischiato di trasformarlo in uno dei tanti pamphlet politici (alcuni, peraltro, molto pregevoli) oggi in circolazione.
Dunque, ripeto, nell’ambito del liberalismo inclusivo, ci saranno sempre questi diversi progetti politici, collocabili tra i due estremi dei “riformisti rivoluzionari” e dei “riformisti cauti”, se così vogliamo chiamarli (ci sarebbero anche i “riformisti ignoranti o opportunisti”, particolarmente  numerosi nel nostro paese, ma lasciamo perdere). Con riferimento all’insieme del nostro angolo di mondo, e non di un singolo paese, nel libro non ci siamo però astenuti dall’indicare in via esemplificativa le tante riforme che potrebbero migliorare l’inclusività di uno stato liberale senza alterarne la natura: due capitoli, il sesto e il settimo sono dedicati a questo. Senza entrare nel dettaglio delle lunghe analisi in essi contenute, siamo per un patto ambientale “inclusivo”, cioè sostenibile e benefico per i ceti con minori risorse economiche e culturali. Siamo per intervenire sulle imposte e su tanti altri aspetti della distribuzione del reddito. Siamo per rivedere il modo in cui è organizzata la pubblica amministrazione, in cui è organizzata la sanità e l’istruzione, e noterai che sono tutte riforme previste anche nel Pnrr italiano.
Il fatto però è che se il Pnrr incidesse veramente in questi ambiti, si rischierebbe una rivolta. Tutti chiedono al povero Draghi di restare al governo affinché sia messo finalmente in grado di incidere su un paralizzante insieme di interessi, pregiudizi, personalismi, alleanze elettorali! Ma poi si comportano in modo da rendergli questo compito estremamente difficile.
Oggi anche nel nostro paese si parla molto di un “ritorno dello stato”...
Benissimo, però dobbiamo capire di che stato e di che mercato stiamo parlando, e soprattutto di come riusciamo a indurre lo stato, e il sistema politico che lo regge, a fare il necessario affinché le cose funzionino meglio.
L’Italia ha un insieme di problemi enormi, più difficili di quelli che hanno i paesi più efficienti nel nostro angolo di mondo, quelli con i quali ci confrontiamo. Abbiamo un disegno istituzionale inutilmente complesso e soprattutto confuso, che è andato peggiorando di riforma in riforma; si pensi soltanto alla distribuzione dei compiti tra stato e regioni. Abbiamo un serio problema di organizzazione degli apparati della pubblica amministrazione, che devono diventare competenti ed efficaci, capaci cioè di mettere in atto provvedimenti di controllo e valutazione dei risultati ottenuti sulla base delle risorse a disposizione. Abbiamo un grande problema di istruzione pubblica, che è del tutto inadeguata, non solo rispetto al mercato del lavoro, ma soprattutto rispetto alla qualità della vita nostra e dei nostri figli. Abbiamo un problema demografico drammatico: un paese che non fa figli è un paese che fa fatica a crescere e deve fondarsi sull’immigrazione per ottenere quel poco di forza lavoro e di crescita di cui ha bisogno. Abbiamo un sistema giudiziario che funziona male e che è molto difficile riorganizzare. E, ancora, abbiamo il più grave problema di disequilibri territoriali di tutta l’Europa. Riuscire a intervenire su un paese male organizzato, diviso, dualistico, in cui si sono radicati interessi e atteggiamenti che ostacolano lo sforzo riformatore, è un’impresa quasi disperata.
Quasi disperata proprio perché siamo in un regime “democratico”. Come riusciamo a ottenere che lo sforzo di pianificazione necessario a risolvere questi problemi giganteschi venga accolto? Al momento non si vedono ancora appieno gli aspetti urticanti e difficili del Pnrr, ma ce ne sono molti. Prendiamo ad esempio la scuola, il nostro disastrato sistema di istruzione. Ho letto da poco un libro di Luca Ricolfi e di sua moglie, Paola Mastrocola: la loro critica allo stato di cose attuale è implacabile e gran parte delle cose che dicono sono ragionevoli. Ma come si esce da questo stato di cose se non ci si attrezza a sostenere un serio conflitto contro studenti, genitori, personale scolastico, sindacati, orientamenti culturali diffusi, tutti fautori di una scuola facile e in conseguenza di bassa qualità? Come si può difendere l’idea che una scuola seria e dura è soprattutto un vantaggio per i ceti meno favoriti, e non è necessariamente una “scuola di classe”, una scuola che avvantaggia soprattutto i ceti più benestanti e colti della società? Ma non posso proseguire su questo argomento e sono costretto a rimandare al libro e a una bella recensione di Giovanni Cominelli uscita sul sito di LibertàEguale del 5 dicembre.
In conclusione, riformare il nostro paese è fatica più difficile di quella affrontata da Ercole per ripulire le stalle di re Augia. Attuare seriamente il Pnrr per adeguarsi agli standard che il liberalismo inclusivo richiede nel nostro paese è veramente una “rivoluzione riformista”. Il problema è che gran parte dei partiti politici e una parte importante dei sindacati (e oggi, direi, una buona parte dei cittadini) questa “rivoluzione” non la vuole affrontare… E siamo in democrazia! Se non fosse blasfemo, verrebbe da aggiungere: “purtroppo”!
Puoi spiegare?
Il nostro è uno stato in cui il sindaco di una grande città, la capitale del paese, sembra considerare seriamente l’ipotesi di dare un premio ai dipendenti di una municipalizzata che non fanno assenteismo. Ho capito bene? Ci rendiamo conto del punto a cui siamo arrivati? Come sinistra abbiamo mollato le redini di controllo dello stato, complice la destra, che voleva affidare tutto al privato. Ma quando abdichi al controllo dell’efficacia dell’intervento dello stato vieni a trovarti in una situazione in cui dilemmi come quello in cui si trova il povero Gualtieri diventano quasi normali. E però sono folli. Pensiamo alla spesa pubblica. Oggi tutti i partiti, di destra e di sinistra, dicono di voler aiutare Draghi, ma tu hai sentito qualcuno dare un’indicazione su come si può ridurre il peso della spesa pubblica corrente? Questa continua ad aumentare nonostante che l’onere degli interessi si sia ridotto… Qualcuno più saggiamente ha proposto di bloccare la spesa pubblica corrente aumentando però moltissimo quella per investimenti. È già più ragionevole, ma anche questo comporterebbe grandi disavanzi: ci consentirà l’Unione di mantenere un deficit elevato per molti anni, in una situazione in cui probabilmente i tassi di interesse saliranno?
Ma non volevo parlare dell’Italia. L’unica cosa su cui voglio insistere è che Draghi non è aiutato dai partiti. Da nessuno dei partiti. Tu puoi fare una grossa operazione di distribuzione del reddito e di riduzione delle diseguaglianze a favore dei più poveri soltanto se trovi le risorse per farlo e dunque se tagli da altre parti. Invece qui nessuno vuole tagliare, da nessuna parte.
Per concludere, nel libro parlate anche dell’importanza di recuperare la missione pedagogico-educativa della sinistra…
Sì, va recuperata, ma -e ritorno sul tema-bisogna ricominciare dalla scuola pubblica. I partiti, per come sono adesso, ossessionati dal successo immediato, dai media, dai social, tallonati da genitori e sindacati, non sono affidabili come agenzie educative. È lo stato che oggi potrebbe essere la grande agenzia educativa. E qui bisogna far digerire alla gente che l’educazione dev’essere severa e di alta qualità, come dicono Ricolfi e Mastrocola, ma bisogna anche garantire in modo credibile che lo Stato prenderà per mano, con aiuti alle famiglie e borse di studio, tutti coloro che a studiare si impegnano, e questo molto precocemente, fin dalla scuola materna. Non c’è che da applicare la Costituzione. Basterebbe leggere il secondo comma dell’art. 3. Io me lo tengo sempre accanto e te lo leggo: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica”. Attuiamo questo. Attuarlo sarebbe proprio una rivoluzione riformista e segnerebbe “la sconfitta dell’ossimoro”. La vera rivoluzione riformista è questa, perché, ancor prima di contrastare gli aspetti peggiori del capitalismo, si oppone alle tendenze degli attuali sistemi democratici, al modo in cui i partiti si combattono per conquistare maggiori consensi elettorali. Sì, lo so, è difficilissimo, però… tentar non nuoce!
(a cura di Barbara Bertoncin)