Salvatore Biasco, economista, già professore ordinario alla Università La Sapienza di Roma, ha ricevuto diversi riconoscimenti in campo accademico e culturale ed è presente nel dibattito pubblico con saggi in vari campi raccolti nel suo sito www.salvatore-biasco.it.

Vorremmo parlare del Recovery Plan e di questa cifra stratosferica su cui tutti stanno almanaccando. Come interpreti ciò che sta succedendo? Tu cosa pensi che sarebbe giusto fare?
Mah, interpretare quel che succede con categorie politiche è un azzardo, anche perché dai tempi di Bertinotti abbiamo imparato che, ad di là di ciò che è scritto nei trattati di politologia, esiste anche l’elemento follia (e avventurismo) nella politica.
Possiamo invece dire qualcosa su ciò che oggi sarebbe desiderabile accadesse riguardo al Recovery Plan (noi continuiamo a chiamarlo così, ma in realtà si chiama Piano per la Nuova Generazione, Next Generation Plan). Sarebbe bene tener presente la sua destinazione. Quel che è certo è che siamo in un momento in cui bisogna prendere una strada o l’altra, dare una direzione al futuro del paese. Innanzi tutto, bisogna chiedersi che società vogliamo costruire. Voglio dire che non si tratta solo di decidere su quale industria puntiamo, o come spendiamo i soldi per l’ambiente o la salute, ma anche quale tipo di società, con quali connotati, con quali protagonisti sociali vogliamo mettere in moto. In particolare per la sinistra questo è il momento di autodefinirsi. Allora, a mio avviso, la prospettiva non può non essere quella di un nuovo compromesso sociale, che preveda un disciplinamento del capitalismo, un modello di sviluppo dinamico e basato sull’ecologia, un’azione normativa tesa a ricomporre la frammentazione e proteggere i lavoratori, infrastrutture sociali a tutto campo, valorizzazione del ruolo dei corpi sociali nelle politiche pubbliche, fortissimo investimento nell’istruzione dei giovani e nella formazione permanente, affidamento esteso sulle comunità e sulle forme associate di partecipazione alla cosa pubblica.
Al centro di tutto, uno Stato ritornato protagonista nella vita economica e nell’organizzazione della società, dopo decenni in cui questo ruolo è stato affidato (perfino disordinatamente) al mercato. L’emergenza Coronavirus ha originato quella che può essere considerata una novità nel panorama delle società occidentali: una rilegittimazione dei poteri pubblici e del loro esercizio esteso. Non più l’intervento di ultima istanza, come era avvenuto nella precedente crisi del 2007- 2008, ma una guida posta al centro di ogni determinazione sociale e produttiva, un deus ex machina. L’uso di quei poteri in questo 2020 è stato continuo, e anche radicale, ma soprattutto abbiamo assistito a un affidamento che i cittadini hanno fatto sullo Stato, in primo luogo i ceti più deboli e più colpiti. Abbiamo sancito all’inizio di questa pandemia che era nei suoi poteri (anche se non è avvenuto) requisire fabbriche per produrre mascherine, mettere la golden rule in imprese private, stabilire il prezzo delle mascherine, imporre il blocco dei licenziamenti. Sono tutti poteri che noi non avremmo nemmeno immaginato che potessero essere usati. Forse lo sono stati in altre epoche, ma non in questa. In luglio, poi, ricordo un articolo di Arcuri in cui diceva, cito a memoria, che all’inizio della pandemia noi (Italia) non eravamo in grado di produrre mascherine, né il tessuto, né il solvente, né gli elastici, per cui tutto doveva essere importato. Poi, continuava, abbiamo commissionato ad alcune imprese la progettazione tecnica di macchine idonee, chiesto ad altre di produrle e le abbiamo allocate con incentivi a 130 produttori, molti dei quali riconvertiti con investimenti. Lo stesso per i solventi. Per i ventilatori, diceva, abbiamo scoperto che c’era una sola impresa che li produceva e li esportava. è stata indotta a quadruplicare gli impianti, costruendole attorno tutta la filiera delle piccole imprese per produrre gli speciali input intermedi. “Alla fine -concludeva- noi abbiamo prodotto milioni di mascherine senza importarne più una e ampliato le terapie intensive senza importare un solo ventilatore”. Forse non sarà tutto così trionfalistico, perché poi scopriamo che qualcosa non è andato con i produttori di mascherine, ma ciononostante questo tipo di organizzazione ci dice che si può governare l’apparato produttivo in modo razionale, entrando dentro il merito delle questioni e dentro il merito degli obiettivi che ti poni. Ecco, io penso dovremmo partire da qui, da questi poteri statali e ripensare al ruolo dello Stato come protagonista dell’organizzazione sia della società che della produzione.
Si riscopre una logica diversa ma va de plano che non tutto è semplice. Non mi riferisco tanto alle opposizioni che può trovare (nessuno dei pregiudizi cui ci ha abituato la cultura neo-liberista è scomparso) quanto al fatto che in Italia l’attuazione di scelte pubbliche impegnative  può contare solo parzialmente sulla pubblica amministrazione come braccio operativo. Questa viene da decenni in cui è stata lasciata a sé stessa, depauperata delle professionalità, sguarnita negli uffici e nei ministeri, umiliata dallo spoil system, trattata a suon di tornelli e giri di vite disciplinari.
La politica in questi anni ha parlato prevalentemente di riforme istituzionali, di riforme elettorali (salvo, per il resto, applicare ciò che era in circolazione nel mainstream culturale): non si è interessata, diciamo, alla macchina pubblica (oltre che alle condizioni strutturali del Paese). E nella pandemia è venuto fuori quanto la macchina amministrativa fosse debole. Quindi occorre che la forza dello Stato sia ricostruita proprio a partire dall’amministrazione. Ciò implica che occorre avere la capacità di riorientarla per missioni secondo filiere di comando, darle responsabilità e poteri discrezionali, rompere l’uniformità organizzativa, ri-articolarla per funzioni, immettere una massa critica di giovani professionisti secondo le necessità dei vari settori operativi.
In secondo luogo, uno Stato che voglia essere effettivamente il protagonista della vita sociale e della vita economica, non può pensare solo a trasmettere una volontà superiore, politica, ma deve viaggiare sulla forza di soggetti sociali collettivi, resi protagonisti e chiamati alla partecipazione e costruzione dal basso della società. Vanno valorizzate e messe in comunicazione tutte le esperienze di società civile attiva, e andrebbero ricostruiti i poteri sociali dei corpi intermedi dei sindacati, dei partiti.  Certo, questo non è compito dello Stato ma è indubbio che la svalorizzazione dei corpi intermedi, la loro marginalizzazione, è stata più aiutata che contrastata dall’azione politica dei governi che si sono succeduti. Sono due premesse di carattere generale da prendere come bussola nell’azione di governo.
Quali sono i punti principali su cui poi lo Stato può e deve intervenire?
Ci sono problemi contingenti, quello di far ripartire l’economia innanzitutto, non giriamoci attorno. Diamo priorità ai cantieri, alla messa in sicurezza e miglioramento abitativo delle scuole, al potenziamento di tutte le infrastrutture sociali, all’accelerazione dei lavori di congiungimento alle grandi direttrici viarie e ferroviarie europee (estese al Sud) e altro simile. Un miglioramento rapido dell’assorbimento dell’occupazione e delle prospettive occupazionali serve a invertire il clima di sfiducia e insicurezza e, in circolo, può far bene all’economia. Ma, nel frattempo, pensiamo alla società che vogliamo costruire in futuro partendo in modo deciso da una visione che pone al centro la coesione sociale, che poi vuol dire rendere digeribili e accettabili le diseguaglianze, fornire a tutti la piena fruizione di servizi sociali di qualità ed estendere le protezioni (anche con schemi assicurativi). Senza dimenticare che al fondo dobbiamo anche potenziare il nostro apparato produttivo e dirigerlo verso la sostenibilità ambientale e i consumi collettivi.
Le diseguaglianze emerse con forza non sono solo economiche, sono di garanzie, di diritti, di habitat, di accesso alla conoscenza, di sicurezza di non essere abbandonati di fronte a problemi di salute. Quindi sono tantissimi i punti su cui intervenire.
La questione dell’habitat si trova all’intersezione tra politiche produttive e organizzazione sociale. L’habitat deve essere vivibile per tutti. Un bel pezzo della popolazione ha passato la quarantena in periferie degradate, in posti angusti, in case inabitabili o molto molto piccole e, magari, non connesse. Quindi partirei dalle infrastrutture sociali, cioè casa, scuola, quartieri. Noi abbiamo bandi per le periferie, ma disorganici, che mettono sulle spalle dei sindaci quelle che dovrebbero essere politiche nazionali. Ovviamente por mano all’habitat nelle periferie non è qualcosa che può avere realizzazione immediata, ma intanto puoi partire con progetti pilota che prefigurino realizzazioni estese del progetto. Devono poggiare, però su un piano di edilizia popolare nazionale (un tema sparito dall’agenda da decenni).
Occorre costruire senza consumare territorio, sfruttando spazi dismessi e case vuote, edifici degradati. Quindi devi poter requisire, devi poter spostare le persone per rendere vivibile il loro habitat, devi buttare giù dei palazzi per costruire delle piazze e, ovviamente, coloro che sono costretti ad abbandonarli vanno ricollocarli in case migliori. E tutto questo lo devi fare in modo partecipato, con gli abitanti che discutono, decidono, co-progettano con le loro associazioni, indicano come, quali e dove prefigurare servizi comuni, e non subiscono imposizioni.
Questo deve sposarsi con sanità, altri servizi pubblici di prossimità (a volte gestiti dalla comunità) e con portali di comunità. Negli anni Settanta ho seguito da persona ammirata una riqualificazione a Londra di uno di questi slum: lì c’era l’architetto del quartiere, la gente che si riuniva per decidere. Gli abitanti si ospitavano a vicenda mentre si ristrutturavano appartamenti, si rimettevano a posto le singole abitazioni, e nel frattempo si creavano spazi per servizi comuni. Si parla tanto delle città policentriche e penso che nel futuro una delle grandi competizioni sarà proprio sulle città, e che molta parte della ricchezza, dell’occupazione, dello sviluppo produttivo, dipenderà da queste e da come le si concepiscono. Città policentriche sì,  ma collegate tra i singoli pezzi e collegate al centro, perché altrimenti si creano delle enclave. Si capisce allora la necessità di puntare su un piano per la mobilità (sostenibile).
Ovviamente non puoi pensare solo alla città, occorre pensare parallelamente anche alle aree interne, perché sono anch’esse una ricchezza che noi sfruttiamo poco. Teniamo presente che comunque ci vive un quarto della popolazione. Anche lì c’è bisogno di creare piattaforme che connettano gli abitanti, collocare centri di assistenza e di servizi non troppo distanti, ma raggiungibili -diciamo- in 15-20 minuti. Hai bisogno di rivitalizzare la vita culturale. Nella sistemazione del territorio le associazioni locali possono fare da guida. Per tutto ciò che si vuol fare (incluso il riassetto geologico) c’è bisogno di un collegamento internet a banda larga, che ormai fa parte dei diritti universali (senza, non c’è la telemedicina, fondamentale in queste aree).   
Bisogna ripensare questi luoghi anche nelle loro vocazioni. Se un posto ha una vocazione turistica, si dovrebbe essere in grado di progettare piani che connettano l’area interna con aeroporti, o porti turistici, che la includano in itinerari sostenibili e la promuovano. Occorrono agenzie pubbliche per questo tipo di (micro) progetti. Se la vocazione è enoculturale si pone l’accento su altro.
Teniamo presente anche che questi possono essere luoghi di un futuro decongestionamento urbano, proprio perché molte persone possono essere invogliate ad abbandonare la città (persino con incentivi). Ma devono trovare servizi, facilità di spostamento e connessione, non andare in un eremo.
La sanità di territorio non è altro che una parte integrante di mobilitazione della popolazione per un miglior habitat. Si tratta di portare attenzione a chi ha bisogno di premura medica, curando e seguendo le malattie nelle singole case, educando alla prevenzione. Sembra che ci stiamo arrivando, come miglior strumento per la prevenzione e il decongestionamento delle degenze ospedaliere non necessarie. Oltre che a casa, molti pazienti si possono curare  in centri di cura leggeri o essere affidati a centri medici, che coordinino tutti gli operatori della sanità di base e possano fruire delle telemedicina. Ma questo, come detto, è possibile se internet è disponibile, se  vengono fatti grandi investimenti in banche dati specifiche, se gli operatori ne sanno fruire e sono forniti di strumenti per diagnosi immediate. Noi abbiamo istituito l’infermiere di comunità (o di famiglia), bene, ma è una figura professionale che va formata con specifici investimenti, perché non si tratta della figura professionale tradizionale, ma di una specializzazione sui generis, con doti relazionali, informatiche e di scouting delle necessità mediche.
La medicina democratica è uno dei grandi temi che possono informare una società. è un tema che unisce protezione e eguaglianza. Pensiamo a quanto sia stato diseguale ammalarsi di altre malattie in epoca Covid per chi poteva permettersi la spesa per prestazioni private e chi no; pensiamo anche a quanto sia stata diseguale l’incidenza letale del Covid per classi sociali e habitat di provenienza. Unisce protezione ed eguaglianza anche nel rafforzamento della struttura produttiva se, attorno alla medicina di base, viene curata in sintonia tutta la filiera, dalla strumentazione biomedicale alla farmaceutica, alle attrezzature ospedaliere e chirurgiche, alla ricerca, ai big data. Si pensi solo che nella farmaceutica abbiamo una presenza produttiva fortissima, ma siamo deboli nella ricerca, mentre nei prossimi anni sono previsti mille miliardi di investimenti per trovare le cure di malattie pandemiche. Questo è un altro campo dove indirizzerei le attenzioni di uno Stato giusto che ritrova le sue capacità di intervento e di progettazione.  
I giovani sembrano essere i più penalizzati da questa situazione...
Certamente sono stati i più penalizzati. Sotto tutti i profili; perché hanno perso socialità, che è un pezzo della loro formazione; hanno perso continuità nello studio (che è una ginnastica della mente, che si mantiene in forma nella misura in cui è costantemente esercitata, come per gli atleti). La scuola non è ciò che hanno sperimentato in questi tempi: soprattutto per i più deboli socialmente che hanno dovuto lavorare in condizioni familiari che poco favorivano la concentrazione. Il rischio che aumenti l’abbandono scolastico (già preoccupante) è fortissimo. Sono poi in prevalenza giovani coloro che svolgono i lavori più precari, penalizzati nel reddito e quindi nello sviluppo dei loro progetti di vita. Si aggiunga che, sul piano generale, abbiamo aumentato loro il debito di cui dovranno farsi carico e forse impoverito ciò che possono ereditare dai genitori. Che fare? Beh, bisognerebbe intanto intervenire sul precariato. Non si può più accettare che chi lavora sistematicamente per delle grandi catene, sia trattato da lavoratore autonomo. è necessario che abbia le stesse tutele del lavoro subordinato, dalle ferie alla malattia, alla pensione, alla liquidazione in caso di interruzione del rapporto, e via discorrendo. C’è anche chi lo tiene come secondo lavoro; allora senza ingessare troppo le cose, bisogna distinguere un caso dall’altro (entrambi protetti) e far scegliere al lavoratore in quale contratto mettersi, e sotto la sorveglianza del sindacato perché la scelta non sia loro imposta dal datore di lavoro. Compito dei sindacati è anche dare rappresentanza a questi lavoratori. Vedo però che qualche accordo sindacale è promettente. Normare le casistiche e i diritti non fa mai male e serve a ribilanciare i rapporti di forza.
La scuola va rimessa anch’essa in ordine, per far sì che il luogo di insegnamento e apprendimento sia un ambiente accogliente e piacevole dove passare le giornate (incide nella loro percezione delle cose), ma poi bisogna ripensare anche ai modi di formazione, rendendoli più confacenti alle culture giovanili. Occorre fare della scuola un centro sociale e di comunità. In sé i luoghi di socializzazione sono un bel problema; quanti ne esistono dove i giovani possono incontrarsi per attività creative e ricreative, fare musica, sport, creare software?
Si deve poi consentire ai giovani di lasciare agevolmente la famiglia e crearsi la propria, se ne hanno voglia, aiutandoli con affitti calmierati o simbolici. C’è anche il problema delle assunzioni nella pubblica amministrazione dove si dovrà rinnovare il personale svecchiandolo e portando dentro una nuova generazione. Va aumentato il diritto allo studio, con borse di studio, case dello studente. Occorre creare opportunità per non essere costretti a migrare all’interno o all’estero. è uno spreco lasciarli disoccupati negli anni migliori. E allora, per lo meno, inventiamoci un servizio civile dove, se lo desiderano, possono essere assorbiti. Tra le cause della migrazione vi è anche quella relativa alla qualità della formazione in loco.
Non si può mantenere università di serie A e di serie B puntando sull’eccellenza, perché questo spacca il paese ed è contro una parte dei giovani. (Io insegnavo nella specialistica e notavo il gap profondo di solidità di formazione tra uno studente che aveva svolto il triennio in una o in un’altra università, venivano da due mondi diversi. Una mia amica di un’università periferica parafrasava: “Io ho capito perché i miei studenti non trovano lavoro, perché sono unemployable”, e questo, aggiungo, è frutto dell’ambiente culturale e della scuola). L’eccellenza va anche mantenuta, però non deve essere la stella polare della politica universitaria. Alle università più modeste non bisogna ridurre l’impegno finanziario, ma al contrario aumentarlo, facendo patti con queste università per raggiungere certi risultati, in modo tale da offrire opportunità di una buona formazione ai giovani in qualsiasi sede, anche decentrata.
Ma riprendiamo il filo. Abbiamo adesso, negli istituti tecnici superiori, molti meno studenti della Francia, che ne ha oltre un milione che vengono formati nei mestieri ad alta qualificazione. Noi abbiamo un po’ lasciato a se stessa la scuola professionale, ci siamo concentrati soprattutto sui licei, considerati più nobili, ma non è così né in Francia né in Germania, dove l’apprendistato è un pezzo della formazione scolastica. Da noi l’apprendistato è una forma di contratto. Lì c’è un rapporto scuola-lavoro vero, molto serio, mentre noi l’abbiamo introdotto un po’ alla carlona.
Abbiamo una serie di questi interventi indirizzati ai giovani che forse non richiederebbero nemmeno tanto impegno finanziario. Richiedono però di essere affrontati con capacità di governarli, questo sì.
Tu hai sempre sostenuto che in tutte le politiche occorre sollecitare la partecipazione attiva delle persone, ma anche che non tutto può nascere dal basso, che molto va progettato e organizzato, ad esempio quando ti sei occupato di politiche industriali. Mi puoi fare un esempio in una direzione e nell’altra?
Prendiamo un’opera pubblica, anche minore, o un progetto di edificazione di suolo pubblico, ad esempio. Puoi decidere di vararla e basta. Oppure la sottoponi al consenso dei cittadini e apri un dibattito pubblico (personalmente ammetterei un referendum limitato all’ambito dei cittadini più coinvolti, che può includere anche le modalità di finanziamento). Per intenderci, su “Una città” avete una volta portato l’esempio francese (mi sembra si trattasse di uno stadio di rugby): si fa un bando per chi mette a disposizione l’area, dopodiché si nomina una commissione, che, in primo luogo, obbliga chi propone il progetto a formularlo in termini comprensibili ai cittadini, poi chiama questi ultimi a partecipare ad un dibattito, proporre varianti o di soprassedere, fa audizioni, tiene riunioni in streaming, raccoglie le opinioni, stila un rapporto (consuntivo) in tempi ragionevoli e costi irrisori. L’opera pubblica diventa un evento partecipato. Tale partecipazione andrebbe sollecitata e dovrebbe diventare una regola in vari campi.
Sull’altro versante prendo anche qui un solo esempio: la ricerca. Puntare su di essa non vuol dire solo spendere più. Devi scegliere un modello. Noi abbiamo, per quanto riguarda la ricerca, ventuno regioni che mettono incentivi, e fanno bandi senza nemmeno che vi sia la possibilità di classificare la spesa in modo omogeneo, perché ognuna usa voci generiche. Poi abbiamo il Cnr, che ha una serie di centri, non mi ricordo quanti, intorno ai centocinquanta, spesso autoreferenziali.
Non c’è un’agenzia di progetti; al Technopole viene assegnata la ricerca alimentare senza che ne abbia le competenze. Occorre avere delle missioni e indirizzare la ricerca per missioni. Si tratta di sviluppare una serie coordinata di progetti mirati al lungo periodo. Quelli indirizzati a dare una svolta verde all’economia devono interessare nuove tecniche di costruzione, la mobilità sostenibile, l’auto elettrica, la produzione alimentare, la transizione energetica, e tutto ciò che consente zero emissioni. Altre missioni sono concepibili, ma sempre in linea con dove si vuol portare il Paese da un punto di vista produttivo; nei settori, cioè, dove si ritiene utile che acquisti una sua forza. Su questo non vi è stato mai, cessata l’Iri, alcun dibattito in Italia.
Tu pensi a un condizionamento forte del capitalismo. Come potrebbe succedere?
Sì, abbiamo bisogno di condizionarne i comportamenti (e anche indirizzarli verso tutto ciò che può definire un nuovo modello di crescita e produzione verde e di consumi collettivi). Certo, qualcosa sta cambiando anche spontaneamente, perché una parte dei capitalisti e manager si rende conto che non può durare questa distruzione dell’ambiente, questo sperpero di capitale umano, devastazione di equilibri territoriali e il formarsi di orientamenti antisistema.
Lo vediamo nelle prese di posizione dell’associazione delle grandi imprese americane, che dichiarano che il profitto non è tutto (salvo poi  non comportarsi proprio così) e in tante riconversioni aziendali. Ma credo poco nell’autodisciplina non sollecitata e fissata in norme. Ho l’impressione che noi siamo indietro rispetto alla stessa Ue. L’Unione ha stabilito che le imprese (quotate sopra i cinquecento addetti e, in più, banche, assicurazioni, organizzazioni finanziarie) debbano produrre annualmente una “dichiarazione non finanziaria” che dia conto di come gli investimenti e le azioni imprenditoriali rispettino le tre direttrici Esg (“ambiente, in inglese environment, E, società, governance”). Devono, cioè, giustificare non solo i comportamenti ambientali, ma anche sociali, verso i lavoratori e il territorio. è vero che si possono dire pure bugie, però sta nascendo una rete di certificatori il cui mestiere è appunto quello di certificare formalmente il rispetto di quei criteri. Vorrei che in questo si impegnassero associazioni del Terzo settore. Comunque, la soluzione è dare un ruolo agli stakeholder (vale a dire a tutti coloro che sono interessati nelle decisioni di impresa, lavoratori, lavoratori dell’indotto, fornitori, rappresentanti del territorio, creditori); un ruolo di monitoraggio dei suoi comportamenti: ripeto, nei confronti del rispetto dell’ambiente, della società nel suo complesso, del benessere dei lavoratori, più la corresponsione di un salario giusto. Se vi costruissimo attorno operazioni di ingegneria sociale potrebbe diventare un’innovazione profonda, da prendere sul serio e farne una leva per un cambiamento effettivo dell’etica del capitalismo.
Ovviamente occorrerebbe estendere man mano la “dichiarazione non finanziaria” a tutte le imprese, almeno oltre i cento addetti, quotate e non, e decidere le modalità attraverso le quali costringere l’impresa a rispettare ciò che scrive negli statuti.
Tutto questo non basta perché ci dovrebbe essere un rappresentante dell’interesse pubblico in ogni impresa rilevante. Le imprese dovrebbero avere requisiti di capitale accantonato come li hanno le banche. In più, ogni elargizione pubblica dovrebbe essere condizionata a comportamenti virtuosi o non dannosi (ambiente, nessun rapporto con paradisi fiscali, nessun decentramento dettato da minore tassazione o salari, aggiunta di occupazione, ecc.)
Quindi tu vedi in questa situazione un’occasione per cambiamenti molto innovativi, quasi radicali…
In un certo senso sì. La pandemia ha creato una consapevolezza collettiva dei problemi che abbiamo di fronte, ha rilegittimato l’azione pubblica, ha messo in evidenza molte insufficienze di questa organizzazione produttiva e sociale. C’è una domanda di cambiamento. Se queste cose le si mettono assieme, le condizioni favorevoli a un cambiamento ci sono, ma ci deve essere un orizzonte chiaro di dove dirigerlo. Penso che in queste condizioni la pressione intellettuale, culturale, politica, e una tensione, diciamo, etica, possono essere in grado di influenzare gli orientamenti dell’opinione pubblica e arrivare alla politica. La riflessione collettiva è oggi quanto mai preziosa per dotare la sinistra di un’armatura intellettuale e programmatica. Certo occorrerebbe una sponda politica capace di interpretare la situazione, sfidare la cultura e i poteri esistenti e mettere in moto macchine ambiziose. Ecco, io questo continuo a sperarlo, però...
Fra l’altro anche nella situazione della pandemia, così come in quella della crisi economica, le disuguaglianze crescono. Non c’è il rischio che la coesione sociale che tu auspichi, al contrario si frantumi?
Ma io penso che tanto del malcontento e della protesta derivi dalla insicurezza del futuro. Ovviamente non puoi realizzare grandi miracoli a brevissima o breve scadenza, ma dare la percezione che ti stai muovendo, e verso quale meta, questo, sì, lo devi fare.
Deve vedersi una volontà di rendere la vita di ciascuno dignitosa, quello che poi è stato sempre l’ideale del socialismo, affrontando quelle diseguaglianze non solo di reddito, ma di diritti e fruizione di servizi sociali che avvelenano la società contemporanea. Le persone devono sentire che non sono sole, perché protette dallo Stato e perché aiutate a riconoscersi con i loro simili e messe in grado, attraverso l’azione collettiva, di far valere le loro istanze.
Purtroppo noi veniamo da epoche di individualismo in cui anche l’insuccesso personale è stato addebitato al singolo e non ai meccanismi sociali. Questo non vuol dire annullare le disuguaglianze (perché queste sono utopie), ma certo vuol dire  dare alla coesione sociale un significato pieno.
Tutto l’insieme non può prescindere dalla rimessa in moto dell’economia. Senza questo, le politiche redistributive, in sé, non possono bastare se poi la situazione occupazionale rimane quella che è. Bisogna redistribuire una torta che cresce, non una torta rimasta sempre uguale. Lo Stato ha il compito, primario in questo, anche di indirizzare l’economia (verso un modello, ripeto, di sviluppo basato sui consumi collettivi), ma ricordiamo che, bene o male che sia, non stiamo uscendo dal capitalismo e gran parte dell’investimento e dell’innovazione dipende da convenienze private. Però noi abbiamo anche visto che, nella storia di questo capitalismo, i paesi più giusti sono anche quelli con le migliori performance nella crescita economica. Quindi si può ottenere una cosa e l’altra, ma a condizione di trascinarsi dietro una popolazione cui si dà speranza, e che percepisca dove stai andando, Allora, si può chiamare tutti a uno sforzo collettivo, perché l’impresa è collettiva e quindi richiede responsabilità, innanzitutto da parte di coloro che sono più favoriti dai meccanismi sociali.
Ci dai in chiusura qualche informazione sul network che tu frequenti, “Ripensare la cultura politica della sinistra”?
è un network informale. Abbiamo ripreso le nostre riflessioni, questa volta in webinar. Continuano a parteciparvi molte tra le migliori teste della sinistra. I temi sono quelli che più o meno abbiamo toccato qui. C’è tanto materiale per una sinistra politica che voglia definire la sua cultura e un orizzonte programmatico. Presto sarà pronta la sintesi dell’ultimo incontro, che distribuiremo; poi forse pubblicheremo l’insieme delle sintesi. Se i giovani quadri si formassero su questa produzione compierebbero, a mio avviso -ma capisco la parzialità di giudizio-, un salto di qualità.
(a cura di Gianni Saporetti)