Salvatore Biasco, economista, già professore ordinario alla Università La Sapienza di Roma, ha ricevuto diversi riconoscimenti in campo accademico e culturale ed è presente nel dibattito pubblico con saggi in vari campi raccolti nel suo sito www.salvatore-biasco.it.

In queste settimane le istituzioni europee spesso non sono parse all’altezza della sfida che abbiamo davanti. Che giudizio possiamo dare?
Il giudizio purtroppo è quello consueto, nel senso che si fa qualche passo avanti, ma al di sotto delle necessità e con grande confusione. Poi, all’ultimo momento si troverà una soluzione, che sicuramente colmerà dei buchi con nuovi passi avanti, ma che lascerà molto di incompiuto. Per ora parliamo solo delle conclusioni raggiunte all’Ecofin, alquanto deludenti, lacunose e ambigue, che sono, però, solo una tappa del negoziato che vedrà la conclusione tra pochi giorni al Consiglio d’Europa.
Il passo avanti, tuttavia, c’è ed è l’intervento della Bce, tempestivo e adeguato, di acquisto programmaticamente illimitato nel mercato secondario di titoli di debito pubblico (e non solo), senza il quale ora saremmo in balia di un mercato finanziario che già prima dubitava della nostra solvibilità (e ora dubita ancor più) e che, in un circolo vizioso avrebbe assorbito il nostro debito a tassi di interesse insostenibili. Vi è stato anche un opportuno allargamento delle condizioni per il finanziamento delle banche; ed altrettanto opportuno è il provvedimento che ha sbloccato senza condizione i fondi strutturali (23 miliardi) che non siamo riusciti a spendere e che probabilmente sarebbero stati persi. In più, è stata riconosciuta la possibilità di sforare il debito e concedere aiuti alle imprese. È la parte in cui possiamo dire che l’Europa c’è. Ma l’Europa è anche fortemente inadeguata e carente.
Di fronte a una crisi di questo genere occorreva agire tempestivamente con dispositivi automatici, capaci di compensare il reddito che si andava via via perdendo per il blocco della produzione e impedire che gli Stati aggiungessero debito a quello esistente, senza comunque poter evitare una grave recessione e gravi sofferenze per individui e imprese. Parlo di dispositivi universalistici, non ad hoc per questo o quel paese. Ne parlerò più avanti. Il disegno poteva completarsi pensando a una forte ripresa degli investimenti per il dopo emergenza sanitaria, di cui poteva essere incaricata (ma ben patrimonializzata) la Bei, la Banca europea per gli investimenti; accanto a questo, per fronteggiare vere e proprie crisi di solvibilità, perché no?, poteva esistere uno strumento quale il Mes, ripensato nei suoi modi di concepire le condizionalità macroeconomiche e microeconomiche, dopo la tragica esperienza della Grecia. A lato, si poteva pensare a schemi di assicurazione della disoccupazione. Il tutto collocato piramidalmente in un bilancio europeo adeguato (non l’1% del pil europeo), che potesse essere finanziato anche dall’emissione di bond.
Invece si è mischiato tutto in questa fase della trattativa, strumenti per fronteggiare la crisi con strumenti preposti ad altro: un fondo di solidarietà (detto Recovery Fund) che non si sa come si finanzierà, per il quale si fa riferimento anche all’attuale bilancio europeo (che vanta un ammontare di 160-170 miliardi annui per tutte le spese quando ne occorrono tra i 1000 e 1500 miliardi per la sola crisi pandemica), e comunque farà prestiti agli Stati (quindi non ne allevia il debito, semmai ne riduce gli interessi); il Mes a cui ora hanno levato, sì, la condizionalità, ma non è comunque con il suo statuto uno strumento idoneo per fronteggiare una crisi generalizzata come questa (dotato al massimo di 400 miliardi); pure la Bei interviene impropriamente nella contingenza della crisi con una dotazione ulteriore (come ottenuta non è detto) di appena 200 miliardi, di cui possono usufruire enti locali e imprese anche medio piccole; vi è poi un fondo per la disoccupazione di 100 miliardi (che non è una assicurazione della stessa), con meccanismi complicati, finanziamento ignoto e utilità ridottissima (dato il dispositivo di garanzie). Quindi una grande confusione, che non corrisponde all’emergenza del momento.
Oggi il problema per noi non è tanto Eurobond sì, Eurobond no, perché finché la Bce fa il suo mestiere può pensare lei a tenere contenuti i tassi di interesse, accumulando titoli del nostro debito pubblico. Il problema non è chi è il nostro creditore, ma in che forma arrivano questi finanziamenti e come son tenuti i crediti che ne risultano. Un conto è se risultano in titoli irredimibili o che nella loro scadenza saltano due generazioni per la restituzione, un altro se sono crediti ordinari, diciamo a dieci anni (pur scontando che i tassi di interesse siano contenuti).
È ovvio che se per noi conta questo, per gli altri paesi, i più solidi, conta se siamo in grado di restituire ciò che ci viene prestato, sia perché sono loro ad estendere le garanzie al Fondo che ci gira la nostra porzione di ciò che raccoglie, sia perché per la parte di euro intermediati dagli Eurobond che sono a loro destinati, tali paesi pagano interessi maggiori di quelli che pagherebbero se si finanziassero direttamente sul mercato.
Il punto è che qui l’obiettivo dell’Europa dovrebbe essere quello di azzerare le conseguenze della crisi sanitaria, di riportare le lancette al pre crisi, senza far risultare in debiti la spesa aggiuntiva. Una via è quella chiamata “piano Marshall per l’Europa”, riecheggiando il piano che gli Usa vararono nel secondo dopoguerra a favore della ricostruzione dei paesi europei.
Il problema è che -comunque la si metta- questa via implica trasferimenti a fondo perduto. Sono “regali”, aiuti. Ma questi finanziamenti sono più difficili da determinare perché devono comunque venire da qualche disponibilità e pongono il problema da chi a chi. Non è una via universalistica, ma di puro trasferimento verso i paesi più deboli, che è facile immaginare quali straordinarie resistenze politiche scatenerebbero nei paesi del nord. C’è, tuttavia, anche un’altra via che aggira totalmente questo “inconveniente” e si tratta di ciò che in gergo è chiamato “helicopter money”, che non vuol dire denaro lanciato dall’elicottero, ma che è comunque una disponibilità di spesa che la Banca centrale può creare dal nulla. Semplicemente (si fa per dire, perché ovviamente comporta la sospensione di trattati, statuti, ecc., ma nulla è impossibile di fronte alla volontà politica), la Bce potrebbe accreditare dal nulla nei conti dei vari governi presso di lei la disponibilità necessaria (concordata) da utilizzare per superare senza danni il blocco della produzione e dei redditi, cioè senza debito, senza niente. Hai un conto corrente di dieci? Ecco, se ti serve cento, io considero che il tuo conto corrente sia di centodieci. E tu spendi tranquillamente quei cento in più, non hai danneggiato nessuno, hai la disponibilità per tamponare la crisi e così possono fare tutti gli altri. Chi trasferisce a chi? Chi mutualizza debiti?
Nessuno, anzi i paesi più forti possono beneficiare di domanda aggiuntiva che arriva loro (oltre a usufruire essi stessi del meccanismo). È il disegno attraverso il quale Keynes voleva creare nel dopoguerra liquidità internazionale presso una banca delle banche centrali in modo che i paesi impegnati nella ricostruzione non dovessero preoccuparsi contingentemente delle capacità di spesa (nel caso specifico, dell’equilibrio dei conti esteri). Ci sono due problemi. Il primo riguarda cosa scriviamo nelle attività della Bce a fronte della moneta dall’elicottero così creata (che è una passività). Se fossimo lungimiranti scriveremmo un credito verso l’Italia irredimibile o a lunghissima scadenza (80-100 anni) a un tasso di interesse “politico”. Allo stessissimo risultato si giungerebbe anche se l’Italia emettesse tali titoli per finanziare il suo debito aggiuntivo e la Bce fosse autorizzata a comprarli (non sarebbe questa crisi una buona occasione per trasformarla in banca centrale vera e propria che interviene sul mercato primario e non solo su quello secondario e all’occorrenza funge da prestatore di ultima istanza?). Il secondo problema è che in questo modo si emetterebbe una quantità enorme di liquidità nel sistema. Va monitorata nei suoi effetti, ma non mi sembra che vi siano pericoli di inflazione o di eccesso di credito, e all’occorrenza quella liquidità può in ogni caso essere sterilizzata nelle banche con qualche coefficiente obbligatorio o in qualche altro modo.
Diciamo comunque che questo è un quadro ideale senza possibilità di successo. Se l’ho citato è perché ci serve come sfondo sul quale valutare l’accordo definitivo sul Fondo per la Ricostruzione. Vedremo come sarà congegnato e cosa ne risulterà per un paese come l’Italia. Non vorrei cadere nel surreale del dibattito che sta avvenendo ora sul Mes. Nessuno sa nulla su come verrà ridisegnato, ma opposte fazioni, di sì e no, si stanno sparando addosso sulla base di supposizioni.
Sono rimontate le polemiche contro la Germania, tra chi la attacca violentemente e chi però ricorda come noi non siamo stati in grado di ridurre il nostro debito e quindi di guadagnarci la fiducia altrui.
In Germania non si è fatta alcuna opera pedagogica per far capire all’opinione pubblica quali sono le responsabilità di un paese egemone e i vantaggi dell’Europa. Io non conosco il tedesco (ho solo qualche amico lì, non rappresentativo). Intuisco da quello che viene tradotto in inglese e dal sommario di ciò che si pubblica lì quale sia la cultura economica dominante in quel paese, cosa leggono, cosa studiano, cosa insegnano ai loro studenti: qualcosa di eccessivamente elementare, poco partecipe di una formazione internazionale. Sullo sfondo: una visione diciamo morale calata nell’economia, per cui il debito è ovviamente una colpa. Non si spiegherebbero visioni alla Schäuble per cui è il rispetto delle regole a stimolare investimenti e sostenere la crescita. Penso che in Germania Keynes non sia mai penetrato in senso proprio. Dopodiché i governanti risentono di questa pressione dell’opinione pubblica. Il “contribuente tedesco” è ormai una categoria quasi mitologica, ma il contribuente tedesco in realtà può avere vantaggi consistenti, sebbene mediati, da un’Europa più sana e più dinamica per la quale nell’immediato sacrifichi qualcosa. Purtroppo questo non penetra nell’opinione pubblica.
Poi, ricordiamoci che lì la formazione della classe dirigente avviene in una cultura della democrazia tutta fondata sulla gestione del compromesso interno. La stessa socialdemocrazia ha interesse essenzialmente per il benessere dei cittadini tedeschi ed è totalmente concentrata sulle questioni interne, rinunciando alla grande politica internazionale, per cui non è sorprendente che in Germania il ceto amministrativo e dirigente non sia formato con una visione di responsabilità internazionale. L’inverso di quello che avviene negli Stati Uniti, dove la classe dirigente ha sempre presente il quadro internazionale e gli interessi di lungo periodo di quel paese e vede il paese al centro di relazioni globali. In Germania invece sono abituati ad avere presente in primis il quadro interno, dove l’Europa è una strana appendice che, certo, serve all’equilibrio, alla pace, ma non comporta responsabilità specifiche, né è al centro di questioni di democrazia e di giustizia.
Detto questo, l’Italia è stata effettivamente una cicala in periodi della sua storia. Il grande deficit pubblico degli anni Ottanta ci ha portato sull’orlo del default nel 1992. Però, a partire da allora, se avessimo goduto dei tassi di interesse dei tedeschi e di una crescita leggermente più alta di quella che c’è stata (che sarebbe stata possibile senza il fardello del debito accumulato) la storia sarebbe stata diversa.
Voglio dire che noi quel debito lo abbiamo più o meno mantenuto senza farlo esplodere. Sono trent’anni che lottiamo contro quel debito. Il nostro Stato spende meno di quello che incassa se non conteggiamo gli interessi: va in deficit con gli interessi. Per gli altri Stati europei non è così.
Quindi, nel bene e nel male, il nostro è un paese che si è arrabattato, e che, visto dall’alto, non ha fatto politiche allegre. Poi, se lo vediamo dal basso, sappiamo perfettamente che tutte le flessibilità che abbiamo ottenuto, ce le siamo spese per conto corrente, per guadagnare consensi politici; sappiamo che un altro percorso di rientro era possibile; abbiamo investito poco su infrastrutture, ricerca, università, insomma su tutte quelle cose che poi determinano la solidità di un paese nel lungo periodo. In più è mancata una governance vera e propria del tessuto produttivo. Però non possiamo dire che l’Italia sia un paese che ha sperperato mentre gli altri avevano un comportamento probo. Abbiamo sofferto molto dell’austerità, questo sì, e ci ha complicato la vita.
Allo stato attuale, le azioni intraprese dal governo italiano per fronteggiare la crisi andranno comunque ad appesantire il nostro debito. La prospettiva è preoccupante...
Lo è. Un paese come l’Italia, che viaggiava con un rapporto deficit/pil del 134,7%, e negli anni sbandierava come grande successo realizzare un calo dello 0,2-0,3 o anche 0,5, ora si ritroverà improvvisamente con un rapporto di circa venti punti superiore (certo, oltre 150). Era già difficile prima il rientro, figuriamoci ora. Due terzi delle attività produttive sono ferme e riprenderanno con molta lentezza e qualche fallimento. Sarà un successo se il debito aggiuntivo si fermerà a cento miliardi di euro. Poi ci sarà da curare la ripresa. Qui molto dipenderà da quale disegno costruirà l’Europa per superare la crisi complessiva secondo esigenze e direzioni differenziate. Da soli non ce la facciamo. Ancora non si sa come sarà questo Fondo europeo di cui si sta discutendo, secondo quali criteri elargirà le sue disponibilità. Stando all’Ecofin, avremo prestiti da istituzioni europee, con tassi di interesse contenuti, ma per questo in effetti c’è già la Bce. Il 150 e oltre rimane tutto. La Bce lo scorso mese ha comprato dodici miliardi di debito italiano (ne dovremo rinnovare 240 miliardi in scadenza entro quest’anno). Ormai possiede circa il 20% del nostro debito, che è un bel po’. Io non so cosa succederà in futuro. Il mio ragionamento è cinico. La Bce dovrà riconfermare, volente o nolente, il nostro debito man mano che verrà a scadenza, senza porsi problemi di solvibilità. Non ne uscirà mai. Certo potremo rientrare, ma sempre a colpi di 0,5 l’anno o giù di lì, e se a un certo punto si verificasse una difficoltà a finanziarlo? Cosa succederebbe? Partirebbe un intervento permanente della Bce? Forse sì facendo finta che sia solvibile, altrimenti il fallimento non è una scenario assolutamente da escludere. E ovviamente sarebbe incompatibile con la permanenza nell’euro, con tutto quello che ne consegue.
Si torna a parlare anche di Italexit...
Oggi a sinistra c’è un’avversione, un po’ indifferenziata e emotiva, verso l’Unione europea; la sinistra chiamiamola radicale è riuscita a veicolare l’idea che senza l’Europa staremmo meglio e che siamo danneggiati dall’Europa. In parte lo siamo, nel senso che l’Europa spesso non si dimostra all’altezza della situazione. Ma da lì a pensare che senza staremmo meglio il passo è lunghissimo.
Mi piacerebbe capire come ce la caveremmo senza la Bce alle spalle e senza gli aiuti che ci giungeranno anche dal più deludente accordo che potrebbe scaturire dal Consiglio europeo. Ho letto le soluzioni più fantasiose, di una ingenuità sconcertante, stampare noi euro o stampare moneta fiscale, mini Bot o altro, o farci sostenere da Russia o Cina. Su tutte campeggia: uscire dall’euro e avere a disposizione una banca centrale che finanzia il debito. Detto esattamente come lo riporto qui. Come se uscire dall’euro fosse qualcosa di indolore, una piccolezza tecnica, cui manca solo un po’ di coraggio politico. In generale non sono economisti, anche se qualche economista che tiene bordone a costoro c’è. In realtà, uscire comporterebbe un default sicuro. Se lo dichiari subito avviene che scambi i vecchi titoli per un importo di 100 con nuovi per un importo di 70 o anche 50. Se esci prima del default, tutto ciò verrà scontato (inclusa l’inflazione attesa) dai mercati finanziari sul valore dei titoli correnti. Se tutto finisse qui sarebbe dolorosissimo, con perdite cruente in conto capitale, ma non finisce qui, perché ti porti appresso crisi finanziare diffuse; la maggioranza delle banche e delle assicurazioni fallirebbe e l’economia si bloccherebbe con fallimenti a catena. L’economia entrerebbe in una spirale negativa. La stato non avrebbe fondi per tamponare alcunché, grasso che cola se continua a pagare stipendi e pensioni al valore nominale. Puoi anche avere una banca centrale che si compra il debito necessario del governo sul mercato primario, ma sul mercato secondario che fa? Compra l’intero debito pubblico italiano? Dove va il cambio? Quale clima di fiducia nel futuro genererà nuovi investimenti e consumi? Quale sollievo dà la svalutazione se il nostro fallimento si ripercuote su scala planetaria in cui nessuno si fida più di nessuno? Una volta che i titoli crollano, tutta l’economia crolla e ci vogliono dieci, quindici anni, per riprendersi da una situazione del genere con sofferenze sociali inaudite. Certo che si metterebbero in opera tutte le misure possibili per evitare il crollo a catena (se ne possono elencare alcune d’emergenza se dovesse accadere), ma in contesto di panico, perdite diffuse, repressione, militarizzazione dell’economia, sgomento.
Uno scenario che certo favorirebbe la destra, la domanda di autorità e di sospensione della democrazia.
Mettiamo pure che tutto ciò possa essere evitato (ne dubito). È comunque di scarsa consolazione la presenza di una banca centrale nazionale, perché parleremmo della banchetta centrale di una piccola nazione fortemente indebitata in mezzo a marosi straordinari (economici e geopolitici), alle prese con problemi più grandi di lei e non gestibili su scala nazionale.
Quindi questa opzione non c’è, punto. E una volta che ne prendi atto puoi agire in senso razionale, fare proposte possibili, costruire alleanze, accettare compromessi che comunque comportano passi in avanti, prenderti tutto quello che puoi prenderti; io capisco anche che il governo abbia firmato la piattaforma dell’Ecofin, pur se insoddisfacente (o meglio, ambigua) perché non ha forza contrattuale per ottenere di più e per ora non c’è una soluzione diversa. E, comunque, per la prima volta abbiamo cercato e costruito alleanze in Europa, il che depone bene per il futuro se non verrà a governare chi è capace di dissolvere tutto.
Certo così l’Europa rischia di sparire come sogno, come entità, come riferimento sovranazionale di fratellanza, di appartenenza, di identità, di comunanza culturale. Probabilmente i sovranisti saranno destinati a pesare notevolmente a causa dell’insufficienza mostrata da queste istituzioni. Intendo, sovranisti di destra, perché quelli di sinistra sono patetici e solo destinati a tirare la volata ai primi. Con la possibilità che i due sovranismi finiscano per convergere. La storia è piena di questioni che passano attraverso destra e sinistra, diventano identitarie e scompigliano le carte. Pensiamo solo all’interventismo prima della prima guerra mondiale. Alla stretta, chissà quanti Bombacci dovremo registrare dietro le bandiere dei vari Bagnai.
Tengo a ribadirlo: non abbiamo alternative di sorta, e quindi dobbiamo in qualche modo andare avanti nel contesto in cui siamo, sapendo perfettamente che il nostro debito sarà difficilmente privo di pericoli (o peggio ripagabile), per cui al meglio -ritorno al ragionamento cinico- qualcuno se lo comprerà dall’esterno, perché il fallimento nostro comporterebbe un tale shock a livello mondiale che non conviene certamente a nessuno.
Nonostante una situazione così critica, la “patrimoniale” sembra diventata una parola impronunciabile anche a sinistra. Questa idea che non ci mettiamo mai del nostro, è passata, e questo colpisce. Se poi ci aggiungiamo l’evasione...
È una questione difficile da trattare, soprattutto in questo momento, perché andiamo incontro a una recessione notevole e il Paese è già impaurito. C’è una contingenza che domina su questioni di più lungo periodo o strutturali. Qui parliamo di un probabile calo del pil superiore al 5%, più vicino al 10%, per cui è prioritario tamponare al più presto possibile la situazione.
Poi dovremo fare i conti su come rientrare e come distribuire i costi. Ricordiamoci che pagare questi costi vuol dire aumentare le tasse oppure crescere più in fretta (ma questo non può darsi nell’immediato); altrimenti occorre convivere con il debito ai livelli a cui si porterà e attuare qualche forma di repressione finanziaria. Non possiamo aspettarci aiuto dagli altri senza dimostrare che c’è anche un impegno per farcela da soli. Una patrimoniale va studiata attentamente per non provocare panico e per dirigerla oculatamente verso chi deve essere diretta. Ma non conviene agitarla ora, anche se la ritengo ineludibile. Comunque preferirei che la patrimoniale fosse un metodo di tassazione ordinario più che straordinario nella raccolta delle entrate pubbliche. Il nostro impegno dovrà comprendere anche la necessità di mettere in atto tutti gli strumenti (informatici) per combattere l’evasione. E per questo dobbiamo non sottilizzare sulla privacy.
È vero che siamo in Italia e dobbiamo agire nel quadro italiano, ma in una situazione di questo tipo, con un paese che si trova (io direi anche accidentalmente, perché il grosso del debito lo abbiamo accumulato in un’epoca lontana) in condizione di non poter spendere adeguatamente, mi sarei aspettato un maggior aiuto per gli extra costi da sopportare. È comprensibile che al rapporto Italia-Europa si diriga oggi la dialettica politica, ma è ovvio che, per quanto ora in sordina, si aprirà presto la dialettica interna sul quadro macro economico e strutturale post crisi.
Che riflessioni possiamo fare sul piano interno, nazionale?
Questa vicenda (purtroppo tragica) del Coronavirus con la sua quarantena forzata ha rivelato (anche nella percezione comune) tanti aspetti distorti di questa società che possono portare a mutamenti dell’assetto sociale e politico, se trovano forze a sinistra capaci di farne il perno di un programma politico.
Innanzi tutto ha rivelato l’insopportabilità del modo in cui si è sviluppato il capitalismo; pensa a tutti coloro che sono rimasti senza reddito: part-time vari, precariato, lavoro nero, e via discorrendo (persone che si è scoperto con scarsi diritti e protezione). Questa crisi ha riportato al centro la forza e la centralità dello Stato non solo garante dell’equilibrio sociale, ma dominus nella vita economica, per cui riparlare in termini moderni di una sorta di pianificazione non è più un’utopia anacronistica. Questa crisi è, in particolare, una grande occasione per ripensare il modello di sistema sanitario, che non solo ha concesso troppo alla sanità privata, soprattutto in alcune regioni, ma ha mostrato l’importanza di investimenti specifici e di un approccio capillare, capace di prevenire. La crisi ha anche rivelato l’insopportabilità di una diseguaglianza così spinta, resa palmare da un isolamento che ha costretto alcune famiglie in settanta metri quadri quando altre hanno usufruito del doppio di spazio e di più. Ha reso evidente la diseguaglianza di protetti e non protetti e, in più la diseguaglianza digitale (che è sociale e territoriale) e coinvolge quello che ormai va riconosciuto come diritto universale, l’accesso alla conoscenza. E ancora, quest’esperienza ci costringe a ripensare il rapporto tra periferia e centro, tra governi locali e nazionali, quando sono risultati evidenti i limiti di un disegno nato confusamente che ha spezzettato 21 sanità, o 21 politiche industriali. Queste sono tutte tematiche che vanno rielaborate e reimmesse in una visione politica di fondo.
Infine questa crisi ci mostra che la politica non è fatta solo di questioni di breve periodo, di consenso immediato, ma che c’è bisogno di una visione del futuro, di prevedere e organizzarci di conseguenza. Si tratta di scegliere tra una destinazione e un’altra dell’impegno collettivo. Insomma, è un momento propizio per far irrompere nella discussione politica un ripensamento della società, che dovrebbe esser fatto proprio dalla sinistra; cosa che invece non sta avvenendo in questo momento.
Quale che sia l’aiuto che riusciremo ad ottenere dall’Europa, è imprescindibile presupporre un’attitudine a farcela da soli, dove “farcela da soli” vuol dire crescere. Ma allora dovremo mettere in campo capacità di governo nel merito delle singole strutture. Non sarà più possibile, per fare un esempio, agire nella ricerca nel modo disordinato in cui è stato fatto dai vari governi, lasciandola spezzettata, poco organizzata in missioni specifiche, poco pronta a essere driver di crescita dell’indotto. Non sarà più possibile la differenziazione qualitativa tra università né lasciare che la divisione in triennale e specialistica tradisca il suo scopo originario; né sarà più possibile avere così pochi istituti tecnici superiori o permetterci il lusso di non avere progetti per far crescere e aggregare le pmi, per farle incontrare con la tecnologia; nemmeno sarà più possibile agire come nel caso di Poste Italiane, portata in logiche privatistiche prima di vedere come utilizzare la sua rete informatica per la diffusione digitale nel paese e per l’informatizzazione della Pa, o puntare sulla sua logistica per far nascere un campione capace di competere su scala internazionale. Non parliamo del Mezzogiorno: è un capitolo infinito.
Potrei andare avanti consumando tutto lo spazio della Rivista, tanto il tema mi prende emotivamente. Ne ho scritto qua e là (in italiano, rinvio a Pandora 1/2018, Chiarirsi le idee sul futuro del Paese). Sono tante le sfide da affrontare con una capacità di vedere il futuro, ed è qualcosa con cui dovremo misurarci da soli.
Un’ultima questione: la globalizzazione come ne esce? Da più parti sembrano emergere dei ripensamenti...
Non so quanto sia possibile oggi smontare le catene del valore. Se pensi a un tablet della Apple, i componenti vengono da quaranta paesi. Certo, le imprese, soprattutto quelle multinazionali, con strategie globali, dovranno un po’ ripensare la loro logistica, perché la vulnerabilità in una parte del sistema poi si trasmette ovunque, per cui quanto più sei esteso dal punto di vista delle catene, tanto più è facile incorrere in questa vulnerabilità. È anche possibile che alcune multinazionali si rinazionalizzino. Questo dal punto di vista delle strategie delle imprese. Dal punto di vista dei governi, un certo nazionalismo c’era già, lo vediamo con Trump, ma non esiste un paese che non sia nazionalista. Già questo aveva portato molti a parlare di un eccesso di apertura. È avvenuto che i paesi più grandi dell’occidente, che più avevano puntato sulla globalizzazione, si siano trovati a fare i conti con rapporti di forza inediti nello scacchiere internazionale, soprattutto con l’emergere di potenze locali o globali. Un paese come gli Stati Uniti ha percepito di essere un paese perdente nella globalizzazione pur da esso voluta e governata, perché è la globalizzazione ad aver aiutato l’esplosione economica di una potenza rivale (la Cina), che senza la libertà dei mercati non si sarebbe verificata (per lo meno, non in queste dimensioni). Quindi qualche ritorno all’indietro sicuramente ci sarà. Gli Stati nazionali rivendicheranno il possesso di maggiori strumenti di difesa. Dire però che la globalizzazione sia finita, che non sia più un fenomeno dominante, su questo sarei molto cauto.
(a cura di Gianni Saporetti)