Paolo Feltrin, già docente di Analisi delle politiche pubbliche all’Università di Trieste, ha insegnato presso le Università di Firenze e Catania e presso la Scuola superiore di pubblica amministrazione di Roma. È coordinatore dell’Osservatorio elettorale della Regione Veneto.

Dicevi che vuoi fare una premessa...
Sì, voglio dire che quello che dirò riguarda la prima ondata del Covid e le sue risposte politico-istituzionali che, come sappiamo, sono state nel nostro paese molto più efficaci rispetto ad altre parti del mondo. Ora siamo nel mezzo della seconda ondata, nelle sue dimensioni in parte inattesa e imprevedibile. Proprio per questo è urgente una maggiore consapevolezza delle ragioni del successo nell’azione collettiva di fronteggiamento al Covid nei primi sei mesi del 2020, non fosse altro per evitare che la dea fortuna ci abbandoni e le risposte diventino oggi, nella seconda ondata, casuali, inefficaci e improduttive. Tutta la mia analisi riguarda il ‘metodo di governo’ anche perché, sotto molti profili, il ‘come’ si fanno le cose è la questione decisiva, in particolare nei momenti di crisi acuta, quando ci si trova in situazioni di emergenza.
Da fine febbraio, inizio marzo il nostro paese è entrato in un terreno inesplorato, per descrivere il quale si è spesso fatto ricorso all’espressione “stato di eccezione” o “stato di emergenza”. Di cosa si tratta?
In effetti, lo stato di eccezione, che sembrava una categoria del passato, una cosa morta e sepolta nei libri di storia romana (i commissari...) è tornato prepotentemente sulla scena.
Il primo punto da mettere in evindenza è che nella storia ci sono eventi imprevisti e imprevedibili. Si tratta di un fatto che quasi d’istinto tendiamo a sottostimare, preferendo al suo posto un’idea della storia come un susseguirsi di progressi continui, lineari, sospinti dalle “magnifiche e progressive sorti” su cui irride Leopardi quando scrive “La ginestra”. Invece la storia, per così dire, va su e giù, è priva di una qualche direzione lineare. Peraltro noi lo abbiamo già visto accadere tre o quattro volte in questi ultimi dieci anni: nel 2008-2011 con gli effetti della crisi finanziaria; poi con l’avanzata prima e la parziale ritirata, dopo l’elezione di Trump nel 2016, della globalizzazione; adesso con la pandemia.
Nel caso dell’epidemia, del tutto casualmente, l’Italia è stato il primo paese occidentale a esserne colpito e al momento sembra essere quello che l’ha affrontata meglio. Tanto che, dopo le iniziali derisioni, abbiamo ricevuto riconoscimenti da parte di tutto il mondo. Riconoscimenti fondati su un’evidenza empirica: l’Italia, che era il primo paese per morti per milione di abitanti, oggi, mentre parliamo, è sceso al tredicesimo posto.
La prima domanda allora è: come mai l’Italia ce l’ha fatta, tra lo stupore generale degli osservatori internazionali? Tra parentesi: è curioso osservare come l’Italia dia sempre il meglio di sé nelle situazioni tragiche e nelle emergenze. Noi non sappiamo bene quale sia stato il processo decisionale che ha portato alla scelta dello strumento dei Dpcm e al blocco totale dell’8-9 marzo, saranno gli storici a ricostruire il percorso. Alcune cose però possiamo già dirle.
La prima: Conte, uno che non aveva mai fatto il consigliere comunale, il consigliere regionale, che non era mai stato in Parlamento, quindi il classico “uomo della strada”, a un certo punto ha preso una decisione che avrebbe potuto far gridare al colpo di Stato! Adesso esagero, ma se nelle settimane successive al 9 marzo l’infezione da Covid-19 fosse risultata una banale influenza, Conte sarebbe finito al Tribunale dei ministri e infine cacciato in esilio con ignominia! Con un Dpcm si sono infatti sospese quasi tutte le libertà della prima parte della Costituzione: la libertà di movimento, di riunione, per non parlare del rinvio delle elezioni di assemblee legislative scadute. Il tutto con la blanda copertura di un Decreto legge di fine gennaio e degli indirizzi dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Qui una riflessione da proporre è che spesso gli uomini di governo si vedono alla prova. Ognuno ha il suo tetto. Ecco, Conte sembra avere un tetto molto alto. Ovviamente ha contato anche la fortuna: se ci fosse stato un incapace o anche solo uno dubbioso che tardava a prendere decisioni... Pensiamo a com’è andata all’America di Trump o all’Inghilterra di Boris Johnson. Nei momenti eccezionali la fortuna conta, parlo della fortuna latina, una commistione di fatum (il fato, il destino) e di fors (il caso, la sorte), come a dire: la sorte che ci costringe a seguire un destino segnato.
Il secondo aspetto riguarda lo strumento usato per far fronte all’emergenza, il Dpcm, un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Io conosco bene questo atto amministrativo perché ne ho una decina a casa, quelli con cui vengo nominato nelle varie commissioni per i collegi elettorali. È una normale letterina.
Il Dpcm è infatti l’ultimo degli atti amministrativi, meno di una circolare ministeriale... si colloca in uno dei gradini più bassi della gerarchia delle fonti: non passa per il Consiglio dei ministri, né per il Presidente della Repubblica, non va in Parlamento, non subisce i controlli della Corte dei Conti e del Consiglio di Stato, per il semplice motivo che in passato veniva utilizzato per le minutaglie. E tuttavia ha il pregio di essere immediatamente esecutivo e inemendabile. Noi non sappiamo ancora dove e chi abbia suggerito questa scelta. Ci dev’essere stato un gruppo di tecnici che ha consigliato questa opzione. Questo per dire che ci vuole qualcuno che in qualche misura pensa anche a queste cose.
Ovviamente le caratteristiche dello strumento inducono a riflettere anche sulla sua pericolosità, almeno a futura memoria. Nel dissenso totale delle analisi di Agamben, questo è un punto che invece merita una riflessione seria perché si è evidenziata una certa fragilità del nostro assetto costituzionale-istituzionale, il quale non prevede il cosiddetto stato di eccezione.
Lo strappo costituzionale di questi mesi, anche per il solo fatto di costituire un precedente, impone in un prossimo futuro di normare per via costituzionale la possibilità di decretare lo “stato di eccezione”. Possiamo ben capire la reticenza dei costituenti, che era motivata da quanto accaduto nel 1932-’33 in Germania, ovvero dalla preoccupazione di affidare poteri troppo ampi al Presidente della Repubblica. La costituzione di Weimar presentava un varco, che è poi quello che è stato usato per l’ascesa del nazismo al potere. L’art. 48 recitava infatti: “Il presidente può prendere le misure necessarie al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, quando essi siano turbati o minacciati in modo rilevante...”. Ma cosa vuol dire “in modo rilevante”? Questo era ed è un punto delicato e infatti sappiamo poi com’è andata. Per questo -finita l’emergenza- sarà importante normare, cioè dare una cornice costituzionale, all’uso dei Dpcm per evitare ogni possibile futura tentazione.
Tu però osservi che, a ben guardare, i Dpcm non sono mai stati un atto solitario del presidente del Consiglio.
Se Agamben ha ragione a segnalare un problema, sbaglia completamente quando definisce i Dpcm degli atti dittatoriali (lui poi arriva perfino a paragonare Conte a Hitler, mah!). In realtà, contestualmente all’emanazione dei Dpcm si sono immediatamente attivati dei circuiti alternativi a quello governo-parlamento (che, non dimentichiamolo, è stato inabilitato a riunirsi per quasi due mesi).
Ogni Dpcm è stato preceduto -consapevolmente, a mio avviso, specie dopo alcuni iniziali sbandamenti, come si è visto anche nell’iter del Dpcm di ottobre- da anticipazioni, fughe di notizie, rumors di stampa, così da consentire ad alcuni attori collettivi di svolgere un preciso ruolo di supplenza parlamentare. Al termine di questo complesso percorso, di solito della durata di 15-20 giorni, e dopo un laborioso procedimento emendativo da parte delle associazioni di rappresentanza degli interessi e delle regioni, solo e soltanto dopo, veniva firmato e pubblicato il Dpcm definitivo.
Questo ha permesso ad alcuni attori collettivi di svolgere un preciso ruolo di supplenza parlamentare, strutturando una prassi tanto nuova quanto interessante. Una prassi che ricorda gli assetti corporativi degli anni Venti e Trenta quando, dopo la crisi del ’29, un po’ tutti i paesi (sia quelli democratici sia quelli autoritari) adottarono modelli cosiddetti corporativi.
Il primo circuito che in questa occasione si è attivato in maniera fortissima è il circuito governo-interessi organizzati. Se, ad esempio, non ci fossero stati gli accordi sulla sicurezza del lavoro, la gente si sarebbe rifiutata, aveva paura. Se non ci fossero stati gli accordi sulla cassa integrazione e contemporaneamente tutti i micro-accordi per gli artigiani, i commercianti, gli imprenditori, gli agricoltori, sarebbe stato impossibile garantire una vita ordinata.
Il secondo grande circuito che si è attivato è quello governo-regioni. Era quasi inevitabile perché, come ben sappiamo, l’unica grande vera competenza delle regioni è quella nella sanità. C’è una prassi consolidata della Conferenza stato-regioni in materia sanitaria per cui co-decidono ogni anno la ripartizione dei fondi, la programmazione delle specialità, e così via. Sotto questo profilo c’è una tradizione consolidata. Però mai come in questa occasione governo e regioni sono stati riuniti praticamente dalla mattina alla sera, se non 24 ore su 24, su materie che spaziavano dall’ordine pubblico alla sicurezza sul lavoro, sotto il coordinamento di una vera e propria “cabina di regia” al Ministero degli affari regionali, diretta dal ministro Boccia.
Il circuito governo-interessi organizzati e quello governo-regioni consentivano di avere al centro feedback immediati su cosa capitava nei territori e nella società, permettendo di correggere e adeguare le misure in itinere a seconda dei differenti territori e contesti. Molti commentatori della stampa hanno sottolineato le polemiche, il bicchiere mezzo vuoto. Ma guardiamo a quello mezzo pieno: una certa dose di conflitto costituiva per così dire un fatto normale in un momento in cui andavano fatte emergere le differenze tra la Lombardia, il Veneto, la Campania, ad esempio, ci mancherebbe altro. A me pare che in questa occasione abbiamo assistito a un interessante esperimento di federalismo di tipo cooperativo e mi chiedo se, come per le rappresentanze degli interessi, non valga la pena istituzionalizzare di più questo metodo di coordinamento del centro con i territori.
Sugli altri due circuiti che si sono attivati, quello governo-esperti e quello governo-media, il mio giudizio è meno positivo. Nel caso del circuito istituzioni-esperti, la ragione è abbastanza banale: gli esperti che questa volta sono entrati in campo erano “ignoranti” di politica; si trattava cioè di scienziati che per la prima volta diventavano “esperti”. Qual è la differenza? Che lo scienziato si occupa della sua materia, mentre l’esperto si occupa delle politiche pubbliche relative alla sua materia. L’esperto si mette al servizio del decisore politico, e ne deve conoscere le regole del gioco, le quali a loro volta sono molto diverse da quelle delle coalizioni accademiche in lotta tra loro.
Insomma, anche per fare l’esperto ci vuole del mestiere, bisogna conoscere i trucchi e i trabocchetti delle scena pubblica e molti, non conoscendoli, sono stati travolti dalla scena mediatica. Un qualsiasi politico o sindacalista, un qualsiasi presidente di regione e un qualsiasi giurista, economista, politologo non sarebbe caduto nei tranelli in cui sono invece spesso caduti questi esperti.
Rimane infine un giudizio a luci e ombre sui media. Hanno sicuramente svolto un ruolo di tramite, però è altrettanto vero che hanno teso a enfatizzare tutti gli elementi polemici del dibattito, trascurando tutti gli elementi positivi dell’azione dei soggetti istituzionali e delle associazioni di rappresentanza a livello locale, regionale e nazionale.
Rispetto all’opposizione che giudizio possiamo dare?
Come ci hanno mostrato anche i risultati delle elezioni, nei momenti di guerra e di emergenza, chi è al comando viene premiato, non si spara sul timoniere mentre il mare è in tempesta. La cartina tornasole di questo fenomeno è che chi si mette a boicottare il timoniere perde in autorevolezza e in consenso. Nelle prime settimane, più di qualcuno ha voluto gettare nella discussione l’inesperienza di Conte e il suo fortunoso arrivo con successiva giravolta a Palazzo Chigi. Qui voglio citare Platone, La Repubblica, libro VI, dove mette in guardia dai dilettanti accecati dall’ambizione del potere quando mettono in discussione il capo inesperto: “Guai alla situazione in cui un nocchiero piuttosto duro d’orecchio e pure corto di vista e con altrettante scarse conoscenze di cose navali è attorniato da marinai che si altercano tra loro per il governo della nave. Ciascuno credendosi in diritto di governarla lui medesimo...”.
Prima ho ricordato come i presidenti di regione, sia di destra che di sinistra, abbiano svolto un’azione tendenzialmente cooperativa. C’erano due o tre presidenti che tenevano il bandolo del rapporto stato-regioni, cioè Bonaccini, Zaia e un po’ De Luca. Ecco, lo stesso avrebbe dovuto fare l’opposizione. In parte l’ha fatto, in parte no. Chi questa volta è sembrato aver capito bene la situazione è Silvio Berlusconi. Tutti diranno: perché aveva un preciso interesse aziendale. Certo, può essere, ma a me qui interessa poco la motivazione soggettiva, mi interessa il risultato. In questo frangente Berlusconi ha fatto la quinta colonna del governo, sia in Europa con il Mes, sia in occasione dei vari provvedimenti: ogni volta che c’era bisogno, faceva entrare o uscire i suoi. Anche in questi giorni di metà ottobre sta accadendo esattamente questo.
Va osservato che chi invece ha interpretato il ruolo di opposizione in modo avversativo, cercando di fa cadere il governo, non ha toccato palla. Ci hanno provato Salvini e Renzi con i risultati che conosciamo. In questi casi, infatti, a prevalere è senz’altro l’idea che siamo tutti nella stessa barca.
Purtroppo non tutti l’hanno capito. Personalmente ho molto apprezzato il discorso del leader dell’opposizione portoghese Rui Rio, che nelle ore più tragiche, il 18 marzo, si è così rivolto al premier socialista Antonio Costa: “La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità. Per me in questo momento il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione ma di collaborazione. Signor ministro, conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna, perché la sua fortuna sarà la nostra fortuna”.
Gli italiani sono sempre stati considerati insofferenti alle regole, indisciplinati, questa volta invece...
Sono aspetti che ha sottolineato anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman nell’articolo del 23 luglio sul “New York Times” in cui elogiava la capacità del nostro paese di invertire la curva della pandemia. Ora io so che tutto questo può essere interpretato anche alla Foucault, cioè in chiave pessimistica, come un ulteriore salto nel controllo biopolitico delle vite delle persone, ma la domanda resta: “Volevate le terapie intensive piene?”, ovvero detta in altro modo: qual era l’alternativa? Quella inglese? Quella svedese? Quella di Trump? Chi critica, insomma, ha sempre l’onere di indicare quale altra strada percorrere.
Di conseguenza, pur non apprezzando la democrazia deliberativa, questa volta mi tocca accettare l’idea che la gente capisce! A volte la gente capisce… specie quando, come diceva il giovane Engels, la paura la fa da padrona. Ma la gente capisce, forse, anche per altre ragioni.
La domanda è se una delle ragioni di questa inattesa risposta positiva non stia anche nell’esistenza di associazioni forti. Oggi si parla molto di disintermediazione, si denuncia la rendita di posizione di queste associazioni, spesso accusate di essere una sorta di manomorta; tuttavia la mia impressione, che può essere considerata una vera e propria ipotesi di ricerca, è che ci sia a livello internazionale una correlazione diretta tra capacità di risposta alla pandemia e forza delle associazioni. È indubbio infatti che molte di queste hanno mostrato una grandissima capacità di intervento, di ascolto e di rassicurazione. In due, tre mesi hanno fatto dei miracoli, nel silenzio dei media peraltro, ma su questo ci torniamo. Allora, una delle possibili risposte all’eccezione italiana è proprio la forza associativa. Paesi come Stati Uniti, Francia, ecc., con associazionismo debole, non hanno questa capacità di risposta immediata ai bisogni delle persone e delle aziende.
È anche un argomento contro la democrazia diretta: meglio che ci siano questi sensori capaci di filtrare e trasmettere in alto quel che si muove nella società. Non a caso la presenza di questi filtri sociali ha prodotto anche una bassissima conflittualità sociale. Se non ci fossero stati i sindacati, specie in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, semplicemente la gente non sarebbe andata a lavorare. Un direttore del personale di Lecco mi raccontava: “Noi avevamo la gente fuori dalla fabbrica che non voleva entrare. Sono arrivati i sindacalisti e, rassicurandoli, li hanno convinti”.
Un’altra questione interessante è lo spirito comunitario. Durante l’epidemia, nello stato di eccezione e di paura, abbiamo potuto osservare come la convinzione che le società siano società di individui, come amava ripetere la Thatcher, passi in secondo piano, nessuno ci crede più, mentre riemerge prepotente l’idea di una società composta di comunità che cercano di realizzare un mutuo soccorso reciproco (l’esempio della solidarietà nei posti letto in terapia intensiva tra regioni limitrofe è solo uno fra i tanti).
Io per primo, da iper liberale, sono abituato a pensare alla società come alla somma di liberi individui. Invece quello che abbiamo visto è che nell’emergenza a muoversi sono prima di tutto le comunità, vuoi professionali, vuoi territoriali, vuoi politiche, vuoi religiose... questa è una lezione da non scordare, anche perché i fenomeni politici sono sempre fenomeni collettivi, mai individuali. Occorrerebbe pertanto riflettere un po’ di più su quanto davvero pesino l’individuo e la comunità organizzata rispetto anche al modo in cui i teorici della democrazia diretta impostano le loro narrazioni in termini di diritti individuali (da tutelare) e di scelte individuali (da contare).
Tu offri uno sguardo molto ottimista. Certo colpisce che molte delle cose che hai segnalato siano rimaste invisibili, perché?
Avrei due risposte. Intanto perché stiamo parlando del retrobottega della scena pubblica, cioè di attività che effettivamente nessuno vede. È un po’ come con i lavori di cucina: tutti vedono la scena della tavola apparecchiata, ma nessuno vede chi pela le patate, chi lava i piatti... Sono tutti lavori invisibili e poco significativi sotto il profilo del racconto, e tuttavia indispensabili per far funzionare la macchina sociale.
La seconda osservazione è che spesso queste attività vengono svolte attraverso la fornitura di un servizio individuale. Si tratta cioè di risposte puntuali alle domande di una miriade infinita di singoli soggetti; esse diventano fatto collettivo quando riesco a dare loro veste rappresentativa verso chi sta in alto, ma fino a che restano nella sfera della fornitura di servizi alle persone o alle aziende non assumono la dignità di notizia. Per ovvie ragioni, ad esempio, ha assunto dignità di racconto pubblico l’attività dei medici e degli infermieri, ma appena ti allontani dall’epicentro del problema, cioè dalla malattia, dalla morte, rimane tutto dietro le quinte, quasi non avesse la dignità di essere illuminato dalla scena pubblica.
È tornato invece in primo piano il ruolo dello Stato.
Un ritorno del tutto inatteso, ma innegabile e anche qui indipendentemente dall’ideologia: che tu sia di destra o di sinistra, liberale o non liberale, è risultato plateale che il mercato non può risolvere un’emergenza sanitaria, un terremoto, l’eruzione di un vulcano. Tutto qui. Ci sono situazioni in cui anche il più anarchico degli anarchici è obbligato a riconoscere la funzione statuale.
Le crisi di questi ultimi anni mostrano tutte un grande ritorno della “grande politica” statale. Addirittura i piani quinquennali... in fondo cos’è il Recovery Fund se non un piano quinquennale di sovietica memoria!?
Non solo, per la prima volta si sono ricomposte agende popolari e agende delle élites. Non a caso i Cinque stelle sono a carte quarantotto. Questa è un’occasione storica per pensare a come evitare che queste due agende divergano nuovamente appena finita la crisi.
La gestione della pandemia ha messo in luce come le ultime riforme abbiano lasciato dei vuoti istituzionali nel rapporto centro-periferia.
La legge Del Rio, una riforma ponte in attesa della riforma costituzionale che doveva abolire le province, si è rivelata sbagliata. Proprio nell’emergenza c’era un assoluto bisogno di un livello intermedio. Pensiamo solo ai piccoli comuni di montagna o dell’Appennino: da chi dovevano andare in caso di bisogno? La cosa più semplice sarebbe stata andare in provincia. Anche perché bene o male tutta la struttura delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi e larga parte della struttura dello Stato in periferia rimane a base provinciale.
Il fatto che il presidente di provincia fosse anche il sindaco è stato un limite e non un vantaggio, perché in una situazione di crisi era già tanto se riusciva a occuparsi del suo comune.
È dunque indubbio che dobbiamo rimettere mano a questa materia, non possiamo lasciare le cose appese al vuoto, una qualche soluzione va trovata. Forse la soluzione più semplice è copiare il metodo usato per le regioni a statuto speciale, dove la competenza sull’ordinamento degli enti locali, province e comuni, è tutta regionale. Questo permetterebbe di tenere conto anche della infinita diversità tra Nord e Sud.
Analogo discorso vale per le prospettive dell’autonomia. Francamente mi chiedo se abbia senso andare avanti, come è stato fatto in questi tre, quattro anni, con tentativi di devoluzione tutti centrati sulle “materie” a competenza esclusiva regionale. Anche alla luce di questi mesi val la pena ragionare se non sia più sensato porsi un problema di metodo più che di quantità di materie spostate a livello regionale. Forse andrebbe costituzionalizzato il sistema delle Conferenze stato-regione e della cabina di regia che durante il Covid hanno funzionato egregiamente.
Sicuramente non possiamo sprecare quest’occasione. Per la prima volta dall’Unità d’Italia, il metodo usuale di governo dal centro è stato stravolto; Roma funziona da sempre per ministeri: dal centro la norma arriva giù per mille rami fino all’estrema periferia; le regioni hanno sempre dovuto lottare con le unghie e coi denti per ritagliarsi uno spazio in questo modello. Questa volta è successo il contrario: è stato come se ci fosse uno stato federale; qualsiasi decisione non la prendeva il ministero, bensì la Conferenza stato-regioni sotto il coordinamento della cabina di regia. Allora, invece di chiedere l’autonomia delle materie con tutte queste discussioni da legulei, perché non istituzionalizzare questo metodo e chiedere un vero federalismo cooperativo?
Hai proposto un’interpretazione del voto sempre in chiave “eccezionale”. Puoi spiegare?
A mio avviso non si può capire il voto delle regionali e del referendum senza metterlo all’interno di un voto di eccezione in un contesto di eccezione. Se lo interpretiamo come un voto normale, partigiano, tipico della teoria politica liberale, si capisce poco.
Anche qui abbiamo visto l’espressione di una comunità, confermata dall’alta affluenza, una sorta di ex voto laico. Di nuovo viene messa in primo piano la comunità. Il voto che è tipicamente un’espressione individuale, in situazioni di emergenza diventa un’espressione comunitaria. Non vorrei risultare dissacrante, ma a me, essendo veneto, ha fatto ricordare come dopo le epidemie di Venezia del 1630-’31 venne costruita la Basilica della Salute e istituita una festa annuale di ringraziamento alla Madonna. Ecco, oggi si ricorre all’ex voto laico in cabina elettorale. Io vi ho visto soprattutto l’aspetto rituale, l’idea appunto di aderire a una grande festa di ringraziamento. Come nelle ricorrenze veneziane della Festa del Redentore e della Festa della Madonna della salute, è l’intera comunità che vi partecipa, senza distinzione tra cattolici, protestanti, ebrei, atei, o cos’altro.
È stato un omaggio a chi ha governato la nave in tempesta e ha evitato il naufragio. Tanto è vero che tutti i governatori uscenti hanno vinto. Lo stesso sì al referendum, più per la partecipazione che per il contenuto, lo interpreto come un voto perché il governo vada avanti. È stato anch’esso un ringraziamento a “san” Conte, a “san Giuseppi”.
Studiando i dati delle regioni poi si vede bene che non c’è stato solo il caso Zaia; dal 2018 al 2020 De Luca ha preso 53 punti percentuali in più, che evidentemente non dipendono dai cinque anni di governo, ma solo dai tre mesi di emergenza Covid; Emiliano, in Puglia, ha guadagnato tra 2018 e 2020 quasi trenta punti percentuali. Appare evidente che non si tratta di normali spostamenti di voto. Questa interpretazione serve anche a evitare tranelli e abbagli. Semplicemente chi governava è stato premiato, ed è stato premiato in modo collettivo.
Ora il timore è che, passata l’emergenza, “gabbato lo santo”, cioè che si torni ai vecchi riti...
Mi hanno positivamente colpito le parole di Bonomi, il presidente di Confindustria, all’ultima assemblea. Lui, che pure nei mesi scorsi ha interpretato il suo ruolo prevalentemente in maniera oppositiva, è sembrato aver cambiato radicalmente posizione quando ha dichiarato, rivolgendosi a Conte: “Questa volta, se si fallisce, non va a casa solo lei, andiamo a casa tutti”. È così: se questa classe dirigente, cioè governo, associazioni di rappresentanza, regioni, ecc., falliscono anche questa volta, non te la perdoneranno mai più!
In conclusione, mentre c’è un giudizio ottimistico su com’è andata, il giudizio sul futuro resta sospeso. Anche perché in altre occasioni l’Italia non ha dato buona prova e se si guarda alle vicende degli anni Novanta-Duemila, tante occasioni sono state perse per eccesso di partigianeria. Andrebbe allora evitato di ripercorrere quella strada. Vedremo fino a che punto è stata appresa la lezione principale del Covid, vale a dire che ci sono degli interessi minimi comuni, dove ci si può ritrovare come comunità nazionale, senza dimenticare le diversità politiche e ideologiche, ma anche senza ergerle a steccati insormontabili. Attenzione, non sto contestando discussioni e critiche. Se c’è una forza del parlamentarismo è proprio che opinioni diverse vengono discusse a fondo. Parlo qui della partigianeria di principio, del “comunque è tutto sbagliato”, che è un nostro vizio antico.
Ecco, non mi pare sia stato adeguatamente messo sotto il riflettore e tematizzato questo problema. Un po’ perché tutte le democrazie si stanno radicalizzando e quindi questo male della partigianeria assoluta si sta diffondendo ovunque. Pensiamo solo al dibattito Trump-Biden di ottobre. Non dimentichiamo che i talk show li abbiamo inventati noi e ne siamo letteralmente (tele)dipendenti! È una malattia italiana che si sta diffondendo ed è una malattia pericolosa perché a forza di polarizzare si finisce con il prendere le armi...
Per chiudere con una nota positiva: abbiamo assistito anche a una inattesa rilegittimazione del livello sovranazionale.
Gli eurobarometri su come il Coronavirus ha cambiato la nostra predisposizione verso l’Unione europea sono impressionanti. In Italia oggi il 77% è pro Europa e fino all’altro giorno c’era il 60-65% di contrari. Perfino nel Regno Unito sembra esserci per la prima volta una maggioranza di inglesi che vorrebbe tornare nell’Unione.
Anche a livello di Bruxelles noi non sappiamo bene cosa sia successo nei primi sei mesi del 2020. Soprattutto non abbiamo chiaro perché nella crisi del 2008 -e in particolare con la Grecia- l’Unione europea si sia comportata in un modo e questa volta abbia agito in modo opposto.
Qualcuno dice che è merito di Ursula von der Leyen. Come sempre nelle situazioni critiche emerge il ruolo delle singole personalità. Pensiamo a Roosevelt, o a Churchill, o a Lenin... Per giuristi, economisti, politologi e sociologi gli attori hanno sempre un nome comune: il governo, il parlamento, l’Unione europea, ecc. Invece nei momenti critici emerge il peso della singola individualità, vengono fuori i nomi e cognomi.
Sarebbe comunque interessante capire come sia stato possibile che istituzioni considerate anchilosate, lente, pachidermiche, d’un colpo siano riuscite a reagire tempestivamente e in modo adeguato. Una spiegazione possibile, ma debole, è che quando l’acqua arriva al sedere di tutti... cioè mentre si trattava solo della Grecia o dei Pigs si poteva agire in un modo, ma quando si arriva al “mal comune”... Quel che è certo è che questa è un’occasione storica anche per l’Europa e le sue istituzioni.
Sapranno, sapremo essere coerenti e all’altezza delle sfide odierne? Di nuovo e infine va ricordato come le epidemie siano paragonabili alle guerre -oppure, alternativamente, siano un sostituto funzionale delle guerre- nel senso che modificano in modo ineluttabile il precedente corso della storia. Più ne siamo consapevoli meglio è. Ma questa consapevolezza dipende innanzitutto da una corretta e realistica presa d’atto di quanto davvero accaduto durante il periodo temporale dello stato di emergenza.
(a cura di Barbara Bertoncin)