Pochi anni dopo la fondazione dello stato d’Israele, nel 1948, il primo ministro Ben Gurion andò a visitare il rabbino Hazon Ish, che era allora la figura principale dell’ortodossia ebraica, per cercare di capire come potevano convivere nel giovane stato laico e progressista appena fondato gli ebrei ortodossi. Il mito dice che il rabbino abbia allora affrontato il leader sionista con la parabola talmudica del cammello carico a cui il cammello senza carico deve dare la precedenza. Questa metafora si trasformò popolarmente nel carro carico della tradizione millenaria e della cultura biblica, talmudica e rabbinica di fronte a quello vuoto del sionismo laico. Vuoto perché senza la religione. Come se i valori umanistici, pluralistici e universali della libertà e dell’uguaglianza non avessero peso alcuno. Nulli persino i valori nazionali della fraternità, dell’autodeterminazione, della difesa dall’antisemitismo e dalle persecuzioni millenarie, come pure la visione della riunione del popolo disperso nella patria sognata, anche se sempre presente nelle preghiere messianiche.  
Mi chiedo, dunque, se la parabola dei cammelli o dei carri non debba preoccupare anche l’Occidente nella crisi delle democrazie liberali contemporanee. Non scrivo qui per mettere in luce le gravi conseguenze di questa insoluta disputa in Israele. Ben Gurion, statista sionista socialista, autorizzò l’autonomia delle allora ancora piccole comunità ortodosse, nell’educazione e con l’esenzione dall’esercito di quote di allievi delle scuole rabbiniche, decimate durante l’Olocausto. Dal 1977 in poi i partiti ortodossi ottennero, per sostenere al potere la coalizione di destra, l’esenzione totale dall’esercito e dal lavoro, e un finanziamento pubblico sempre maggiore. Così oggi ci troviamo, anche grazie al quadruplo tasso di nascite ortodosse, al punto che uno dei temi principali delle prossime elezioni sarà la tragica disuguaglianza tra i laici e religiosi nazionalisti da un lato e gli ortodossi dall’altro: i primi fanno servizio militare prolungato e finiscono nelle liste dei caduti, mentre decine di migliaia degli ultimi sono esentati dall’esercito, a cui mancano reclute, e le loro famiglie non conoscono lutto. 
Voglio piuttosto riconsiderare l’attualità dei valori promossi dalle rivoluzioni americane e francese: maturati appunto durante l’Ottocento e divenuti durante la seconda metà del Novecento base formale della democrazia liberale. Siamo testimoni del processo di declino della fiducia nel sistema dello stato di diritto costituzionale, che dovrebbe appunto assicurare i diritti dell’uomo e del cittadino, sotto l’attacco di movimenti populisti e tendenze autocratiche. Certo dobbiamo alla dialettica tra gli opposti chiesastici e dispotici e i movimenti sociali più radicali, anche l’emancipazione degli ebrei e la liberazione degli schiavi, l’assistenza sociale e i diritti di base del cittadino, le lotte antifasciste e anticoloniali e ultimamente quelle per la sostenibilità ecologica e contro la globalizzazione neo-capitalista sfrenata. Questi valori, che discendono direttamente da Libertà, Eguaglianza e Fraternità, pare siano divenuti slogan di un sistema cristallizzato, apparentemente impegnato in una lotta di sopravvivenza per proteggere la stratificazione sociale e le attuali classi dirigenti elitistiche. Queste sono appunto accuse delle campagne populiste di delegittimazione contro le istituzioni giudiziarie, accademiche, mediatiche e rappresentative sia in Israele, che negli Usa e in vari stati europei.
Non si può spiegare l’attrazione dei giovani dietro figure e movimenti populisti solo con ragioni economiche e sociologiche: dove si trovano oggi le grandi energie che le precedenti generazioni investirono nei movimenti rivoluzionari di diversissime impostazioni ideologiche, nazionali, democratiche, liberali, socialiste o comuniste, e anche fasciste e autocratiche? Penso alla Rivoluzione francese, al Risorgimento, alla lotta proletaria, alla Resistenza, e purtroppo anche alle energie mosse dal Duce e dal Furher. Oggi pare che solo i movimenti populisti ed etnocentrici propongano ai giovani valori e obiettivi in cui essi possono ritrovarsi, anche se basati su disinformazione, miti cospirativi e nemici artificialmente gonfiati. Le bandiere della democrazia liberale non parlano più ai giovani e sembrano loro vuote  proprio perché già cristallizzate nel sistema politico occidentale. Si dovrebbero promuovere visioni e obiettivi nuovi, che possano entusiasmare le nuove generazioni e arruolarle nello sforzo di realizzarle. 
L’esempio del kibbutz israeliano è emblematico: per vari decenni del secolo scorso esso è stato sia in Israele sia per molti in Occidente la realizzazione della sognata utopia di comunità egalitaria fondata sul lavoro collettivo e sulla condivisione. Ma dalla terza generazione in poi, verso la fine del secolo XX, l’economia del kibbutz si è evoluta rapidamente verso la privatizzazione; la società si è imborghesita, molti dei giovani hanno abbandonato la comunità, pochi vi ritornano o aderiscono solo per farsi la villetta con servizi scolastici e sociali migliori. 
Lo spirito rivoluzionario si è dissolto e tra i giovani del kibbutz e di città non si distinguono più valori o ideali per cui valga la pena impegnarsi e combattere.
Chiedo dunque se anche il liberalismo, dopo i suoi successi universali eccezionali durante l’Ottocento e la seconda metà del Novecento, non abbia perso il nesso originale tra la libertà individuale e il progresso collettivo. Infatti pare che il liberalismo stesso abbia indirizzato i giovani all’individualismo egocentrico e che il capitalismo consumistico abbia coltivato in loro l’edonismo e l’infatuazione rapida e volubile. Le bandiere dei diritti individuali, e perfino le politiche d’identità delle minoranze etniche e di genere, non propongono più visioni capaci di mobilitare energie positive. In questo vuoto si inseriscono le tendenze populiste e neo-conservative.
Sarebbe possibile, pur entro l’aspirazione umanistica e universalistica, ridefinire valori liberali alla luce delle nuove esigenze morali e materiali del secolo XXI? Per combattere il populismo, l’etnocentrismo, le tendenze autocratiche e il razzismo, che spesso sfruttano reciprocamente il sentimento religioso, occorre parlare di opportunità effettive, di accesso reale alla formazione, al lavoro, alla mobilità geografica, politica ed etnica. La libertà come “capacità di fare e di diventare” senza barriere; eguaglianza come riduzione degli ostacoli socio-economici a realizzare le proprie aspirazioni; sostenibilità come garanzia di un futuro vivibile per ognuno, nonostante gli interessi a corto termine delle grandi industrie. 
Valori di questo tipo potrebbero avere significato maggiore per la gioventù e “caricare il cammello o il carro” liberale, umanistico e pluralistico, che oggi pare vuoto, secondo la metafora del rabbino. Non si deve dunque lasciare il passo ai cammelli o ai carri della reazione o del populismo, ma caricare i nostri con ideali capaci di attrarre nuovamente i giovani e rendere plausibile una nuova cultura civica progressiva, invece delle pericolose infatuazioni antidemocratiche. Il progetto liberale infatti è minacciato da un progressivo svuotamento perché incapace di rinnovarsi e quindi diventa vulnerabile alle sue antitesi populiste e demagogiche. 
Scrivo queste ultime frasi mentre suonano gli allarmi per i missili che l’Iran lancia in risposta all’attacco americano e israeliano. Nessuno può sapere come finirà, anche se suona bizzarro che chi ha iniziato questa guerra, anche se preventiva e forse in aiuto a un popolo che si ribella alla tirannia, pensi di ottenere l’anno prossimo il premio Nobel per la pace. Questa pace, promessa da Trump a ogni occasione, sembra ancora lontana anche nella Striscia di Gaza, nel Medio Oriente e in Ucraina. 
Gerusalemme, 28 febbraio 2026