Eleonora Artesio è l’artefice del “Progetto periferie” portato avanti dalla passata Giunta comunale di Torino in cui Eleonora Artesio era assessora al Decentramento e integrazione urbana.

Può spiegare in che consiste il “progetto periferie”?
Il progetto è nato da una delega alla riqualificazione urbana, istituita nel ‘97 dall’amministrazione Castellani -al suo secondo mandato-, sull’onda di una campagna elettorale molto intensa, incentrata soprattutto sul tema della sicurezza e sulla percezione che avevano gli abitanti delle periferie di abbandono e di indifferenza da parte dell’amministrazione comunale. In realtà, questa protesta poteva avere degli elementi oggettivi, ma sui temi della riqualificazione urbana delle aree periferiche, a Torino alcuni interventi erano già stati realizzati - ad esempio, l’operazione del Lingotto o delle Spine. Evidentemente però non erano stati percepiti dalla popolazione locale come trasformazioni reali del terreno e della qualità della propria vita. Quindi il compito fondamentale che l’amministrazione comunale si è data è stato quello di ricostruire la relazione tra istituzioni e cittadini.
Come progetto, è nato con fortissime aspettative politiche, ma con una struttura operativa debolissima, quasi inesistente, senza nemmeno un capitolo di bilancio. Abbiamo scelto di non costituire un ufficio apposito, secondo le categorie classiche dell’organizzazione comunale, ma di formare un’unità operativa con una struttura di staff, inizialmente di dodici persone, che rispecchiasse il tipo di approccio che si voleva applicare. Infatti, come prima cosa, abbiamo scelto di leggere il terreno non solo in base a standard urbanistici, con geometri, architetti ed urbanisti, ma secondo le competenze provenienti da tutte le discipline che concorrono a definire un territorio. Il gruppo di lavoro era così formato da tecnici con competenze provenienti da tutti gli ambiti organizzativi del Comune: esperti delle politiche sociali, educatori di territorio, esperti del sistema educativo e delle politiche attive del lavoro, supportati da una consulenza scientifica esterna formata da esperti di progettazione partecipata.
Un altro elemento qualificante del progetto, ma anche il più difficile da comunicare e far capire agli abitanti dei quartieri -ancora adesso stentiamo a farlo- è stata la scelta di lavorare sull’eccezionalità e non sulla manutenzione quotidiana. Infatti, l’aspettativa delle persone, quando si parla di riqualificazione delle periferie, riguarda molto spesso la cura dell’ordinario; quando si chiede loro di spiegare perché ritengono che la loro periferia non sia qualificata, raccontano della mancanza del taglio dell’erba, del vandalismo sugli arredi urbani, della pulizia delle strade, di una serie di comportamenti che giudicano reciprocamente incivili, ciascuno parlando dell’altro in termini d’inciviltà. Viene fuori un quadro in cui le persone accusano le istituzioni pubbliche di non essere capaci di avere cura della città. Questo è un problema vero e reale, ma credo che non possa essere il centro di un progetto periferie, perché in realtà la manutenzione dovrebbe essere un comportamento di cura quotidiano da parte di tutti i comparti dell’amministrazione e non dovrebbe essere considerato un’eccezionalità.
Quindi c’è stato, da una parte, un lavoro di sensibilizzazione, con maggiori o minori fortune, delle divisioni che si occupano di manutenzione mentre, dall’altra, il progetto periferie ha lavorato sull’eccezionalità, con la presunzione di definire un metodo -l’approccio integrato- che potesse essere applicato successivamente in condizioni ordinarie. Abbiamo scelto così di intervenire sugli ambiti urbani connotati da maggiori diseguaglianze, con un approccio che tenesse presente che nessuno degli interventi sul territorio che contemplavano una trasformazione delle sue caratteristiche -viabilità, verde, abitazioni- potesse essere adottato senza il coinvolgimento della popolazione locale e senza la consapevolezza, da parte nostra, dei cambiamenti che avrebbe portato nelle abitudini, negli stili di vita, nella percezione delle persone rispetto al loro quartiere.
Fortunatamente, avendo scelto questa metodologia, l’approccio integrato, mutuato da altre esperienze, sia europee che di altre città italiane, siamo riusciti ad intercettare tutta una serie di finanziamenti promossi dall’Unione Europea, all’interno dei programmi “Urban”, dal ministero dei Lavori Pubblici, con i contratti di quartiere, e dalla Re ...[continua]

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