









Lettere dall'Inghilterra
di Belona Greenwood
Lettere dalla Cina

"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.
UNA CITTÀ n. 94 / 2001 AprileIntervista a Luca Baccelli
realizzata da Franco Melandri, Thomas Casadei
LA FRONTIERA CHE NON C’E’ PIU’...
Un paese, gli Stati Uniti, dal fortissimo ethos democratico, fondato sul principio ‘una testa un voto’, e che pur ha convissuto a lungo con la schiavitù e la discriminazione razziale. Una ‘rivoluzione costituzionale’ che non ha rotto con il passato giuridico. La frontiera, gli spazi aperti, che tanto colpirono Tocqueville e anche Marx. Un associazionismo diffuso che si ricrea continuamente. Il dibattito vivacissimo, ma confinato ai circoli intellettuali, fra comunitaristi, anarco-capitalisti, repubblicani e libertari. Intervista a Luca Baccelli.
Luca Baccelli insegna Filosofia del diritto nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa. Autore di numerosi saggi di argomento filosofico-politico e filosofico-giuridico, ha recentemente pubblicato Il particolarismo dei diritti. Poteri degli individui e paradossi dell’universalismo (Carocci editore, 1999).
Quella statunitense viene spesso presentata come la più avanzata delle democrazie liberali, ma nelle recenti elezioni presidenziali ha messo in luce non pochi punti deboli. Lei cosa ne pensa?
Le elezioni americane hanno fatto sicuramente emergere un bel numero di questioni, ma anzitutto credo vada discussa l’affermazione che la democrazia americana sia la più avanzata. Gli Stati Uniti d’America sono certamente stati la prima grande democrazia del mondo moderno, così come sono stati il paese in cui, nella prima metà dell’Ottocento -quando in Europa c’erano solo i sistemi censitari di voto-, si è cominciato a realizzare il suffragio universale. Il fatto che si sia applicato su scala sempre più ampia il principio ‘una testa, un voto’ esprime un forte ethos democratico ed è appunto questo ethos che Tocqueville sottolineava, quando scriveva ne La Democrazia in America che, prima ancora che una struttura istituzionale, la democrazia americana era un modo di vita, una cultura.
Certo questa cultura non era priva di contraddizioni: la schiavitù, il razzismo nei confronti dei neri e degli immigrati, che dovevano essere assimilati a un certo modello culturale, per non parlare poi della condizione degli americani ‘veri’, cioè dei nativi. Tutto ciò non toglie che gli Stati Uniti d’America, come esperienza politica, culturale, giuridica, abbiano un’importanza straordinaria e costituiscano un’eredità preziosissima per tutta la cultura politica democratica occidentale. L’antichità di questa esperienza ne segna però anche i limiti, perché è da essa che dipendono i paradossi evidenziati dalle elezioni appena passate. Il fatto che, ad esempio, ogni contea abbia un suo specifico sistema elettorale deriva dall’impostazione anglosassone tradizionale, basata sulla common law, la legislazione derivata dalla consuetudine.
La stessa rivoluzione americana, come è stato sottolineato anche da Nicola Matteucci, è leggibile come una rivoluzione costituzionale, cioè come una rivoluzione che non rompe una continuità giuridica e non instaura un ordine nuovo, come invece avvenne in Francia rispetto all’ancien régime. In America, insomma, manca il principio, giacobino e napoleonico, secondo il quale le articolazioni locali vanno ricondotte ad un quadro generale di norme, obbligatorio per tutti; è per questo che fatti come l’iscrizione nelle liste elettorali o l’uniformità delle schede con cui si vota, per noi scontati e automatici, sono ignoti negli Stati Uniti. Quel che a noi spesso sfugge è la particolarità della cultura degli Stati Uniti, una cultura che influenza la stessa logica con cui sono state costruite le istituzioni.
Si dice, ad esempio, che gli Stati Uniti sono un paese individualista, ed è certamente vero che l’individualismo è molto forte, ma da sempre è coniugato con appartenenze (si pensi all’importanza che hanno le chiese, le associazioni, i gruppi) ed è questo ‘individualismo associazionistico’ a costituire l’ossatura concettuale che regge anche le istituzioni politiche. La struttura dell’elezione del presidente, per fare un altro esempio, fu pensata per i tredici stati che fondarono gli Stati Uniti, in cui essenzialmente votavano solo i proprietari di schiavi del Sud oppure i commercianti e gli agricoltori del Nord, ed è ispirata al principio della sostanziale autonomia dei singoli stati.
Da noi, adesso, si parla sempre molto bene del federalismo, ma bisogna ricordare che ‘federalismo’ significa anche garantire un peso significativo alle piccole realtà -nel caso americano ai piccoli stati- e non sempre è applicabile il principio di proporzionalità. Negli Stati la ripartizione dei seggi per la Camera dei rappresentanti è proporzionale alla popolazione, ma il Senato è composto da due membri per ogni stato. Questo vuol dire che la California o New York o il Texas, cioè stati grandi o grandissimi e molto popolati, hanno lo stesso numero di senatori del Vermont, del Rhode Island o dell’Alaska, che sono stati piccoli o pochissimo abitati. In base a questo stesso principio federalistico, il numero dei ‘grandi elettori’, che sono i delegati di ogni stato che votano per eleggere il presidente, è deciso in base ad un insieme di criteri, e non solo in base al numero degli abitanti, perché, appunto, conta anche il fatto che, come per il Senato, ogni stato, anche piccolo, deve avere una rappresentanza significativa. Tutti sappiamo che George Bush junior è risultato eletto pur avendo avuto, nell’insieme degli Stati Uniti, meno voti popolari di Al Gore, ma questo dipende dal fatto che, col sistema maggioritario usato per l’elezione dei ‘grandi elettori’, chi vince in uno stato prende tutti i grandi elettori cui quello stato ha diritto.
I grandi elettori sono vincolati nel loro voto o, almeno teoricamente, possono votare per chi vogliono?
Teoricamente sono liberi, perché il sistema americano è stato pensato come un sistema di elezione a doppio livello. Quando si discusse la costituzione dei nascenti Stati Uniti ci fu un grande dibattito su che tipo di regime politico si volesse costruire e, poiché in esso ebbero molto peso i tradizionali timori verso la democrazia diretta, si dette vita al sistema dei grandi elettori. Non è dunque esatto che il presidente americano viene eletto direttamente dal popolo, anche se può sembrare così perché, ad un certo punto, divenne prassi che i grandi elettori dichiarassero per chi avrebbero votato, per cui oggi si sa chi vince in base alla vittoria nei singoli stati. All’origine tuttavia non era così. Questo sistema, come ho detto, esalta non solo il peso dei singoli stati, ma anche, come si è visto in queste elezioni, le specifiche realtà locali; la qual cosa ha fatto sì che non solo lo stato decisivo sia stata la Florida, ma che, all’interno di questa, vista la piccola differenza di voti fra Gore e Bush, a risultare decisive siano state addirittura alcune contee.
Un altro grosso problema emerso con queste elezioni è poi quello del potere dei giudici e quindi quello del rapporto tra potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario. A questo proposito va detto che un altro elemento di obsolescenza della costituzione americana, che si è intersecato con i ricorsi di Bush e Gore nei tribunali, è che essa dà dei tempi precisi entro cui il presidente deve essere dichiarato, ed anche questa è una disposizione pensata per quando gli elettori erano centomila invece che cento milioni. E’ chiaro che, con disposizioni di questo genere inserite nella costituzione, entra in gioco anche il principio costituzionale di eguaglianza del voto. Per noi tale principio sarebbe prevalente, mentre negli Stati Uniti deve essere rispettata la scadenza sancita costituzionalmente.
Tornando alla questione del rapporto fra legislativo e giudiziario, va poi detto che nelle recenti elezioni si sono intersecati diversi piani. L’attuale Corte Suprema è stata nominata quasi interamente da Reagan e Bush senior, quindi da due presidenti conservatori, ma si è dimostrata meno reazionaria di quanto sperassero i presidenti che l’hanno nominata, pur rimanendo una Corte Suprema di orientamento conservatore.
Questa stessa Corte, con un voto a maggioranza, ha di fatto dato la vittoria a Bush. I giudici della minoranza hanno allora sostenuto che con questo verdetto la Corte Suprema perdeva credibilità e diventava una sorta di strumento della politica. Se così fosse, la questione sarebbe in effetti molto inquietante, perché l’esistenza di un’istanza non rappresentativa che però decide sulla base di prevalenze politiche, ideologiche, elettorali e così via, segnalerebbe un paradosso, direi anche una contraddizione, nella democrazia americana. Il senso delle corti supreme, che sono delle vere e proprie corti costituzionali, sta infatti in un grande principio, introdotto dalla costituzione americana, anzi, più che dalla costituzione come tale, dall’interpretazione che se ne è data dagli inizi dell’Ottocento, dopo la sentenza Marbury versus Madison. Secondo tale principio la costituzione è una over law, cioè una legge diversa dalle altre poiché raccoglie dei princìpi che sono superiori rispetto alla legislazione ordinaria. La Corte Suprema -i cui membri sono nominati dal presidente, vengono approvati dal Congresso e restano in carica a vita- può agire sugli aspetti costituzionali come una corte di grado più basso quando viene violata la legislazione ordinaria. Alla Corte Suprema, cioè, è attribuito il compito di impedire che, attraverso le leggi ordinarie, venga violata la costituzione e i princìpi che la ispirano.
Questa è una grande conquista giuridica; se la Corte veramente si prestasse a calcoli politici, la sua funzione diventerebbe effettivamente problematica, perché non si porrebbe più al livello super partes cui la stessa costituzione la colloca. Non a caso, fra l’altro, gran parte del dibattito politico più importante degli ultimi decenni ha ruotato proprio intorno alle decisioni della Corte Suprema, che hanno scandito la storia politica americana.
Qualcuno dice che, di fatto, la Corte Suprema sia diventata la maggiore fonte della legislazione americana...
Questo è probabilmente vero per certe fasi della storia americana, anche se non mancano le interpretazioni secondo cui le cose non starebbero esattamente così. E’ opinione comune che, in certi periodi, la Corte Suprema sia effettivamente stata fortemente interventista. Durante la cosiddetta ‘Lochner Era’ (dal nome del presidente) interveniva spessissimo, soprattutto pronunciandosi contro le innovazioni, in particolar modo nell’ambito delle politiche sociali, come testimonia ad esempio la sentenza contro la contrattazione collettiva, emessa con la motivazione che tale tipo di contrattazione avrebbe violato il principio della libertà di commercio e d’iniziativa. Durante il New Deal, invece, l’interventismo della Corte Suprema venne limitato. Tale limitazione fu il risultato di uno scontro che nacque quando la Corte cassò alcune importanti innovazioni legislative che Roosevelt cercava di introdurre. Roosevelt, che aveva una significativa maggioranza in Parlamento e, soprattutto, il massiccio appoggio dell’opinione pubblica, reagì minacciando di far introdurre un’innovazione costituzionale in base alla quale il numero dei giudici della Corte sarebbe aumentato. Questo gli avrebbe permesso di nominare un gruppo di giudici progressisti e di ribaltare i rapporti di forza in seno alla Corte. A quel punto la Corte Suprema fece marcia indietro e per un periodo rinunciò all’intervento.
Si aprì invece una successiva fase interventista quando il presidente Eisenhower nominò il giudice Warren Chief of Justice. Warren non era certamente un progressista -era quel governatore della California che, durante la seconda guerra mondiale, aveva organizzato i campi di concentramento per i nippo-americani-, ma invecchiando divenne più radicale, al punto che Eisenhower arrivò poi a sostenere che il più grande errore della sua carriera politica era stato metterlo a capo della Corte Suprema.
Durante la presidenza Warren ci fu infatti la famosa ‘sentenza Brown’ contro la discriminazione razziale nelle scuole e la Corte divenne un interlocutore dei movimenti per i diritti civili.
A me, comunque, sembra sicuramente preoccupante che la contesa fra i due sfidanti delle ultime elezioni alla fine non sia stata decisa dall’elettorato popolare, bensì dalla preparazione e dalla sagacia dei loro avvocati. Questo ha significato un impoverimento politico, una depoliticizzazione che si accompagna al fatto che altri poteri, fra questi quello economico, oggi contano molto di più di quello politico. Il presidente non è più la figura eminente che era diventata nel dopoguerra, sostanzialmente da Roosevelt in poi. Intendiamoci: la presidenza degli Stati Uniti d’America è tutt’altro che un potere debole, ma certamente è un potere che, rispetto alla tradizione americana e all’importanza enorme che aveva assunto, in questi ultimi anni si è indebolito.
Ritornando alla struttura istituzionale americana, dicevi prima che uno dei motivi per cui non vi è proporzionalità fra il numero dei senatori e dei ‘grandi elettori’ di uno stato e i suoi abitanti dipende dal sistema federale…
Sì, quella che può apparire una stortura in effetti non lo è proprio perché, alla fine, qualsiasi vero sistema federale ha come suo scopo l’aumento del potere del debole. In un sistema federale ci devono per forza essere degli elementi anti-proporzionali, perché il federalismo, se vuol essere tale, deve garantire anche all’espressione più piccola una reale autonomia e una significativa capacità decisionale; se non è così non è federalismo. Un modo di applicare questo principio è un sistema bicamerale, come appunto quello americano o come quello tedesco, dove il Bundesrat viene espresso dai vari Länder.
Questo tipo di federalismo è però possibile a partire da una fortissima unità di fondo. La stessa fondazione degli Stati Uniti, come dicevi prima, avvenne su una base sociale e culturale omogenea…
Certamente quando gli Stati Uniti furono fondati erano molto omogenei, soprattutto culturalmente, e per certi aspetti la situazione non è cambiata, mentre per altri, ovviamente, il mutamento è stato profondo.
La società che fondò gli Stati Uniti era abbastanza omogenea per provenienza etnica, poco popolosa e certo meno articolata di quella attuale, anche se tutto questo non significa che fosse assolutamente omogenea: differenze culturali e sociali ce ne sono sempre state.
Il mito dell’originaria eguaglianza americana è appunto un mito: molti immigrati, anche anglosassoni, arrivavano in America attraverso la schiavitù per debito, cioè vendendo volontariamente il loro lavoro per due, tre, quattro anni; e comunque c’era la schiavitù dei neri e la discriminazione, quando non l’eliminazione fisica, dei pellirosse.
Quello che rappresentava la grande apertura della società americana agli occhi di osservatori come Tocqueville era l’idea della frontiera, per cui chi non si trovava bene in un posto, o un posto proprio non lo trovava, poteva in qualche modo conquistarselo da un’altra parte. E’ in questo senso che un autore certamente immune da un filoamericanismo acritico come Karl Marx sottolineava le differenze fondamentali esistenti fra il quadro americano ed i paesi europei. Oggi, però, la frontiera non c’è più, le differenze che attraversano la società americana sono molte e soprattutto non corrispondono alla divisione statuale, cosicché, per fare un esempio, ci sono più differenze fra due quartieri di New York di quante non ce ne siano fra lo stato di New York e il Texas. Questo non vuol dire che non ci siano più differenze fra stato e stato, ma che le diversità sociali, culturali, economiche che attraversano gli stati sono prevalenti e sono proprio queste ad essere depresse dal sistema federale sposato con il principio maggioritario. Un sistema più proporzionale, ad esempio, permetterebbe a certe grosse minoranze come i neri di esprimersi maggiormente, anche se neppure questa modifica potrebbe forse essere una grande soluzione per una realtà così frammentata come è quella americana.
Un commentatore molto polemico col sistema americano, Noam Chomsky, da tempo sostiene che esso non ha più niente della tensione democratica che lo aveva animato ai suoi inizi...
Credo che il modo in cui sono andate le cose dia molte ragioni a Chomsky, mentre i discorsi che fanno tanti nostri intellettuali o giornalisti –“La vicenda delle elezioni dimostra anzi la vitalità del sistema americano perché, in fondo, tutti hanno accettato i risultati"- sono alquanto discutibili. Oltre a quanto detto finora, quello che l’andamento delle elezioni ha dimostrato chiaramente è che ci sono canali di legittimazione che passano per vie non strettamente politiche o giuridiche. Così come mi pare vada messa in luce la disponibilità ad obbedire del popolo americano, una disponibilità ‘umana’, se si vuole, ma tutto sommato preoccupante, salvo situazioni particolarmente strane e gravi.
Di nuovo, comunque, non si deve banalizzare: negli Stati Uniti ci sono delle realtà democratiche importanti; associazioni di cittadini si costituiscono continuamente attorno a tante questioni; il tessuto della società in molte situazioni è ancora forte, per cui, senza particolari filo-americanismi, continuo a pensare che gli Stati Uniti siano comunque una risorsa importante per la democrazia. Tutto questo, però, non mi fa mitizzare, come invece tanti fanno, il loro sistema di procedure, la loro organizzazione istituzionale o la loro cultura politica. Non dimentichiamo che, se pure c’è stato un certo aumento di votanti, anche stavolta questi, se non sbaglio, sono stati appena sopra il 50% degli aventi diritto.
La scarsa partecipazione popolare alle elezioni, il disinteresse diffuso della popolazione americana anche rispetto a scadenze politiche importanti, contrasta però con la vivacità del dibattito teorico-politico americano. Dagli Stati Uniti, infatti, vengono molte importanti tematizzazioni a proposito del liberalismo, del comunitarismo, del repubblicanesimo…
La percezione che si ha, sottolineata anche dagli stessi intellettuali americani, è che il dibattito teorico non abbia alcuna influenza sulla cultura politica diffusa. Nei giornali americani, anche in quelli di alto livello, di dibattito teorico-politico ce n’è poco; le discussioni di teoria politica sono soprattutto di tipo accademico, mentre un dibattito che forse influisce di più sulla società americana è quello giuridico. Anche questa importanza del dibattito giuridico, comunque, dipende dalla particolarità americana, perché il loro ordinamento non prevede l’esistenza di una carta dei diritti ben definita. E’ per questa mancanza che il dibattito giuridico e costituzionale diventa quasi sempre anche un dibattito di filosofia morale e politica. Sono gli stessi giudici, infatti, che si devono ‘inventare’ le teorie che legittimino i giudizi espressi di volta in volta, ed ovviamente questi giudizi e teorie si riverberano immediatamente sulla morale e sulla politica.
Anche la questione del repubblicanesimo, per quanto sia stata più presente nel dibattito pubblicistico, è un tema prevalentemente accademico e può essere ricondotta alla discussione sul liberalismo e il comunitarismo iniziatasi negli anni Ottanta. Questo dibattito, come si sa, partì da Una teoria della giustizia di John Rawls, pubblicato nel 1971, in cui si tentava di delineare quale potesse essere il fondamento su cui costruire una società giusta.
Il tentativo sviluppato da Rawls, di stampo decisamente liberale, faceva perno sull’individuo preso in astratto, su un individuo, cioè, inteso come un puro soggetto, svincolato da ogni specificità storico-culturale. La concezione metaetica e deontologica della politica che ne deriva vede in essa unicamente o principalmente lo spazio in cui si confrontano i diversi obiettivi individuali, a partire da un sistema di norme che dovrebbero garantire l’uguaglianza delle ‘condizioni di partenza’. Su queste concezioni si appuntarono immediatamente le critiche, fra loro assai diverse, di Alasdair Mac Intyre, Michael Walzer, Charles Taylor e altri, spesso, e non senza forzature, definiti communitarians (‘comunitaristi’). Questi sottolineavano innanzitutto che l’individuo ipotizzato da Rawls non esiste, non è mai esistito e non può esistere, perché l’‘io’, in realtà, si forma attraverso le appartenenze, cioè in relazione con la comunità in cui si nasce. Inoltre un ‘io’ senza vincoli sarebbe un soggetto morale povero, vuoto, cioè un soggetto che, proprio perché privo di legami, sarebbe privo anche di contenuti. L’altra critica fatta a Rawls riguardava la concezione della politica, la quale, secondo i communitarians, non può essere intesa solo come lo spazio in cui si ha a che fare con la questione del ‘giusto’ perché, mettendo in rapporto individui con diverse morali, è anche lo spazio in cui si dibatte ed entra in gioco la questione di cosa sia il ‘bene comune’. Per i communitarians, in altri termini, l’idea liberale di una neutralità della politica non regge.
Io credo che queste due critiche dei comunitaristi ai liberali abbiano moltissime ragioni. Il problema, però, è che a partire da esse si è poi creata una sorta di corto circuito normativo per cui sono state fatte delle proposte che lasciano molto perplessi. Partendo dall’idea che l’‘io’ si sviluppa nella relazione con una comunità, per esempio, si è finiti nel naturalismo etico, cioè si è inferito, in maniera del tutto meccanica, che ognuno abbia degli obblighi di appartenenza alla propria comunità. Alcuni addirittura, per esempio Michael Sandel, nei loro scritti sembrano alludere a forme di comunità molto più integrate e statiche di quanto in realtà siano quelle esistenti, così come alludono a forme di assimilazione, oppure di esclusione, degli immigrati. Meno inquietanti, invece, mi sembrano le posizioni di Taylor, che cerca di contemperare i princìpi liberali e comunitaristi, quindi le uguaglianze e le differenze, facendoli interagire. Tutti questi autori, comunque, hanno avuto il grande merito di aver mostrato come l’impostazione liberale cosiddetta individualista-universalista abbia dei limiti, cosa in seguito ammessa anche da autori molto radicati nell’impostazione liberale, come lo stesso Rawls o Ronald Dworkin.
In questo contesto, come dicevo, si inserisce il dibattito sul repubblicanesimo, che fra l’altro non nasce direttamente come proposta teorico-politica, ma piuttosto come ricostruzione storiografica. Si è infatti cominciato a parlare insistentemente di repubblicanesimo da quando, nel 1975, uscì il libro di John Pocock The Machiavellian Moment. Florentine Political Thought and the Atlantic Republican Tradition, in cui si ricostruisce una sorta di filo rosso che, a partire da una matrice aristotelica, congiungerebbe l’esperienza dell’umanesimo civile nella Firenze del Quattrocento e del Cinquecento -cioè autori come Machiavelli, Guicciardini, Giannotti, Rucellai- con l’opera e l’azione di autori come James Harrington, nell’epoca della rivoluzione inglese, e coi teorici dell’opposizione parlamentare ai governi whig nel Settecento britannico. Da lì questa tendenza umanistico-civile-repubblicana sarebbe trasmigrata oltre Atlantico e si ritroverebbe prima nei teorici della rivoluzione americana e poi nel dibattito sulla Costituzione. In questo percorso Pocock contesta le interpretazioni della rivoluzione americana come rivoluzione sostanzialmente individualistica e liberale, ispirata a princìpi lockiani. Per Pocock, infatti, le teorizzazioni dei ‘padri fondatori’ sarebbero di fatto incentrate su tematiche come la virtù, la corruzione, la partecipazione, la cittadinanza, e farebbero quindi riferimento non a una impostazione individualistica, ma a una concezione orientata al perseguimento del bene comune, quindi sarebbero vicine all’idea aristotelica secondo la quale la partecipazione politica esprimerebbe la vera natura dell’essere umano, perché nella partecipazione politica l’uomo diventerebbe, per così dire, ‘più uomo’.
Sostanzialmente, quindi, Pocock rilancia l’idea che l’uomo sia innanzitutto un ‘animale politico’?
L’ispirazione di Pocock è chiaramente aristotelica e arendtiana, lo dichiara egli stesso, e proprio su questa impostazione, così come sulla sua ricostruzione e interpretazione della rivoluzione americana, si sono appuntate le critiche.
Alcuni autori, in particolare Quentin Skinner, hanno messo in questione la ricostruzione storica di Pocock, in particolare la sua matrice aristotelica. Altri hanno invece sottolineato come, almeno in una certa ottica, il repubblicanesimo possa essere visto come un repertorio di idee e di concetti che consentirebbe una sorta di ‘terza via’ fra comunitarismo e liberalismo, o addirittura come una alternativa ad entrambi.
A me, comunque, pare che, al di là delle fortissime divergenze esistenti fra questi autori, quel che più conta sia il fatto che, per quanto declinato per scopi differenti, essi utilizzino un linguaggio che parla di virtù, di corruzione, di repubblica. In altre parole, a me pare importante che nell’elaborazione del pensiero politico moderno rimanga vitale una concezione della politica che valorizza l’attivismo dei cittadini. In questa ottica la partecipazione politica è la condizione necessaria per impedire degli attentati alla libertà, per difendersi proprio in quanto individui...
Il dibattito sul repubblicanesimo, poi, ha fatto emergere anche il tema del conflitto politico, un tema importante, discriminante, che era stato spesso messo fra parentesi proprio nel confronto fra liberali e communitarians. Machiavelli, nei Discorsi, dice che nella Roma repubblicana le leggi e gli ordini in beneficio della pubblica libertà sono nati dalla disunione, cioè dal conflitto fra patrizi e plebei, tra senato e popolo. Per questo, per Machiavelli, i conflitti politici -quindi non tutti i conflitti- non sono da condannare perché è proprio da essi che è nata la libertà dei Romani, cioè quelle istituzioni che, come il tribunato della plebe, permisero di includere la plebe nella cittadinanza, per dirla col linguaggio di oggi. La stessa idea di governo della legge, che il costituzionalismo moderno eredita dalla tradizione repubblicana, assume un carattere specifico alla luce di quest’istanza conflittuale. Per contro, in molti autori repubblicani, si pensi a Rousseau, ma anche ad Harrington, c’è la tendenza a depotenziare la portata e il senso del conflitto, si auspica il superamento delle fazioni, dei gruppi e delle associazioni intermedie, sostenendo che esse impedirebbero la formazione della volontà popolare. Io penso invece che i corpi intermedi siano la condizione di possibilità del conflitto politico, che in tal modo assume una funzione propulsiva, positiva, e diventa una condizione della libertà poiché permette lo sviluppo di istituzioni libere, controllate dai cittadini.
Detto tutto questo, tuttavia, io mi domando se sia possibile costruire, come fanno alcuni autori contemporanei -penso a Maurizio Viroli o a Philip Pettit-, una sorta di teoria politica normativa neorepubblicana, per così dire ‘a tutto tondo’, e se non sia invece più produttivo partire da questi temi e da questi autori per metterci in una prospettiva che dia più profondità di campo e ci permetta di guardare i temi dell’oggi, e il pensiero politico della modernità, senza schiacciarci troppo sull’individualismo liberale, contrattualistico, giusnaturalistico.
Un aspetto importante di questi dibattiti, infatti, è che attraverso di essi si è tornati a ragionare in senso forte di libertà, mettendo in questione anche concetti, come quelli di libertà ‘negativa’ e ‘positiva’, che molti considerano scontati. Tradizionalmente, ad esempio, si tendeva ad attribuire al repubblicanesimo una concezione ‘positiva’ della libertà, come possibilità di fare leggi alla luce dell’idea che la partecipazione politica dei cittadini esprime la loro vera natura umana. Successivamente, con Thomas Hobbes, ha invece preso piede la nozione ‘negativa’ di libertà, cioè l’idea che la libertà sia essenzialmente assenza d’impedimenti, per cui lo spazio della libertà sarebbe quello lasciato ai singoli cittadini dallo Stato.
Secondo alcuni teorici neo-repubblicani, invece, la libertà repubblicana non sarebbe né ‘negativa’ né ‘positiva’ e rappresenterebbe una terza forma di libertà, la libertà come ‘non-dominio’, che consisterebbe nel non essere sottoposti in alcun modo all’interferenza arbitraria degli altri. L’idea della libertà come ‘non-dominio’ per alcuni versi, perciò, è ‘negativa’, perché comunque permane l’idea che per essere libero devi essere al riparo da qualcosa. Ma c’è una differenza su due versanti. Da un lato, infatti, non è esclusa ogni forma d’interferenza, ma soltanto l’interferenza arbitraria. In altri termini, ci può essere un’interferenza che libera, ed è l’interferenza delle leggi che permettono di tutelare aspetti rilevanti della propria libertà.
Dall’altro lato, invece, ci possono essere delle interferenze, anche non attuali ma soltanto potenziali, che esprimono comunque un dominio. L’esempio portato da Pettit è quello del servitore con un padrone benevolente, che certo gli lascia degli spazi di libertà, come nel caso hobbesiano della libertà ‘negativa’, ma questo non toglie che egli, comunque, rimanga alla mercé del padrone: il servitore non può contrapporsi a lui, non può ‘guardarlo negli occhi’, non può esprimere la sua dignità. In una pagina del Leviatano Hobbes scrive: “Sui torrioni della città di Lucca campeggia a grandi lettere la scritta Libertas, ma i cittadini di Lucca non sono più liberi dei sudditi del sultano a Costantinopoli, perché anche la loro libertà non è nient’altro che lo spazio che viene lasciato libero dalle leggi, che non sono meno invadenti e pervasive a Lucca di quanto non siano a Costantinopoli”. A questa tesi Harrington risponde che Hobbes si sbaglia, che i cittadini di Lucca sono più liberi dei sudditi del sultano perché un conto è la libertà dalle leggi e un altro è la libertà attraverso di esse, e quelle dei cittadini di Lucca sono leggi che tutelano la loro libertà.
Tutto questo dibattito tralascia il libertarianism, cioè le tendenze ultra-liberiste che cominciano a diffondersi anche in Italia, sostenute da studiosi come Raimondo Cubeddu e da politici come Antonio Martino...
Collocare politicamente i libertarians è problematico. Una delle loro tesi forti è quella dell’indipendenza dei singoli stati dal potere federale, ed è una tesi che negli Stati Uniti fa presa perché rimanda alla stessa nascita del paese. Nel dibattito che accompagnò la nascita degli Stati Uniti, infatti, la tematica repubblicanesimo-federalismo fu decisiva.
Il pensiero repubblicano era espresso soprattutto dagli antifederalisti, cioè da coloro che erano contrari all’Unione e a una costituzione unitaria, in nome della valorizzazione delle autonomie locali, viste come luoghi in cui si poteva direttamente partecipare alla cosa pubblica. Thomas Jefferson era uno di questi e i dibattiti che lo opposero a John Adams, leader del partito federalista, fecero epoca. E’ stato tuttavia notato che anche il pensiero di autori come Madison, Jay, Hamilton, che erano federalisti, in realtà faceva anch’esso riferimento alla tradizione repubblicana, solo che, mentre Jefferson proponeva tante piccole repubbliche sostanzialmente indipendenti, questi proponevano, e riuscirono a realizzare, una ‘grande repubblica’ fortemente articolata da un principio federale.
Tutto questo per dire che la concezione che i libertarians hanno dell’autonomia statuale è abbastanza nuova anche per la realtà americana, contrariamente a quanto alcuni di loro sostengono. Detto questo, va anche chiarito che l’americano “libertarian” è un termine che in italiano non si può tradurre soddisfacentemente -o forse, ma in maniera molto approssimativa, lo si può tradurre con ‘liberista’- perché in italiano ‘libertario’ è quasi sinonimo di anarchico.
Il filone libertarian trova un suo momento teorico forte nel libro Anarchia, Stato e Utopia di Robert Nozick, pubblicato nel 1974, in cui si contestano le tesi di Rawls a proposito della redistribuzione della ricchezza. Rawls sosteneva che le diseguaglianze sono legittimate soltanto se servono a migliorare la condizione dei più svantaggiati, ma questa concezione, dice Nozick, presuppone in qualche modo un principio comunitarista di partenza, cioè l’idea che ci sia una sorta di patrimonio comune. Secondo Nozick questo patrimonio comune non c’è, ci sono solo gli individui, ognuno con una sua proprietà, che viene scambiata secondo le scelte di ognuno. Se questi scambi avvengono senza coercizione sono legittimi e per questo il risultato cui portano, qualunque esso sia, non va posto in questione. Partendo da tutto questo, Nozick arriva a sostenere che l’unica forma legittima di stato è perciò uno stato minimo -cioè uno stato guardiano della libertà degli scambi, che semplicemente garantisce l’ordine pubblico e impedisce le aggressioni esterne-, che, poi, altro non è che lo stato della tradizione liberale più classica. Le tesi di Nozick sono state ulteriormente radicalizzate dai cosiddetti ‘anarco-capitalisti’, cioè da quegli autori che sostengono che neppure lo stato minimo è legittimo e che, quindi, l’intera società dovrebbe assomigliare a una sorta di mercato in cui le varie libere intraprese degli individui si incontrano e si scambiano, così rispondendo anche ai bisogni sociali e ad ogni aspetto della vita collettiva.
Queste teorie, a mio parere, altro non sono che una “follia regressiva”, per adoperare un termine anche troppo edulcorato, ma è certo che hanno una certa presa da un punto di vista ideologico, perché negli Stati Uniti è molto forte l’idea che tutto quello che è pubblico debba essere giustificato non solo in termini di efficienza, ma anche di resa economica.
Anche in Italia, con la discussione sul principio di sussidiarietà e sulla scuola, si stanno affermando brandelli di queste concezioni, secondo le quali tutto quello che i cittadini fanno per conto loro lo Stato non lo deve fare: se la scuola la possono fare i cittadini attraverso un’impresa privata, quella statale non serve.
Io penso che occorra ragionare in altri termini. Occorre cioè chiedersi se gli argomenti a favore della scuola pubblica siano da ricercare non tanto nel calcolo economico costi-benefici, quanto nella necessità della formazione civica e culturale dei cittadini, nella difesa della laicità e del pluralismo e così via. Tutto questo, poi, senza neppure accennare al fatto che, al contrario di quel che credono i libertarians, il mercato è tutt’altro che spontaneo e per funzionare ha continuamente bisogno di interventi legislativi. A quest’idea che le regole nascano dal mercato, a questo spontaneismo mercantile, io mi sentirei di contrapporre un altro tipo di spontaneità, quella dei soggetti collettivi, dei gruppi che articolano la cittadinanza, dalla cui mobilitazione, come diceva Machiavelli, nascono le leggi che rendono liberi.
Bush junior sembra però molto sensibile a tesi come quelle dei libertarians...
Il libertarianism, potato delle punte più estreme, è sicuramente un’ideologia molto forte e non solo negli Stati Uniti, è un’ideologia che circola, che sta diventando dominante. Negli Stati Uniti, molti insegnamenti di diritto si ispirano, per esempio, alla teoria del law and economy, cioè all’idea che i diritti, le leggi e le norme giuridiche, devono essere valutate essenzialmente in base al loro costo economico, in base a un’analisi costi-benefici; e la macroeconomia, cioè la visione complessiva delle problematiche economiche, lascia sempre più spazio all’econometria, cioè al calcolo economico applicato a singole situazioni.
In questa accezione molto ampia, e poco rigorosa, il libertarianism è un’ideologia veramente pervasiva, come si vede anche nel dibattito sulla globalizzazione, rispetto alla quale raramente vengono avanzate ipotesi di un intervento consapevole delle istanze sovra-nazionali sulle variabili macroeconomiche, per favorire processi redistributivi o per salvaguardare delle conquiste sociali: semplicemente ci si adegua alle regole del mercato.


















e imperial presidency

Ora che i mariti
sono tornati



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