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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo

  

UNA CITTÀ n. 37 / 1994 Dicembre

Intervista a Ruba Salih
realizzata da Gianni Saporetti

ORA CHE I MARITI SONO TORNATI
Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione . Il problema dell’interpretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La straordinaria rete di comitati femminili che in questi anni hanno retto economia e società. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.

Ruba Salih, palestinese, ha 25 anni, vive a Parma e si è laureata con una tesi sulle problematiche delle donne palestinesi e del mondo arabo. Sua madre, da sempre impegnata nel movimento per la pace nel Medio Oriente, ha scritto un’autobiografia, uscita postuma nel ’93 da Astrea, intitolata Con il vento nei capelli.

Tu hai partecipato a Gerusalemme alla conferenza delle donne palestinesi che si è tenuta a settembre. Puoi parlarcene?
La conferenza era intitolata Woman, justice and law ed era organizzata da uno dei tanti comitati di donne che ci sono nei Territori, che si chiama Il diritto, la giustizia, ed aveva come scopo quello di fare il punto su quali sono i diritti delle donne palestinesi oggi e su quali strategie adottare, a breve e a lungo termine, per cambiare la situazione. A questa conferenza hanno partecipato praticamente tutti i comitati delle donne. I principali in Palestina sono quattro divisi un po’ per affiliazione politica, però ultimamente le differenze politiche si sono via via attenuate e le donne si sono molto più unificate come donne, lasciando a parte le diverse posizioni politiche e questo è un fatto molto positivo. Erano presenti più di 400 donne. Il risultato più importante della conferenza è stato quello di creare un comitato femminile trasversale, che comprenda donne appartenenti a vari ambiti, donne dell’ambiente accademico, donne dei comitati, donne attive in qualsiasi modo, per far pressione sui comitati che stanno scrivendo le leggi palestinesi, affinché ci sia la possibilità di eliminare tutte le discriminazioni esistenti. Agire, cioè, come lobby per creare una situazione favorevole alle donne nel futuro.
I problemi sono tantissimi, perché la situazione legislativa attuale è frutto di un miscuglio di leggi diversissime. Esiste ancora la regolazione della reggenza del mandato britannico, perché Israele, utilizzando la legge internazionale che vieta a un paese occupante di cambiare le leggi preesistenti, ha conservato quelle che gli venivano buone eliminandone altre. Poi dal ’48 fino al ’67 ed oltre, nella Cisgiordania, occupata dalla Giordania, le leggi in vigore sono state quelle giordane e a Gaza quelle egiziane. Poi, addirittura, all’interno esistono ancora leggi ottomane. Inoltre, dal ’67 in poi, nei territori occupati sono stati emessi più di 1000 decreti militari. In Cisgiordania poi, dove gli israeliani avevano messo in piedi le corti militari che sono state praticamente boicottate dai palestinesi, sono sorti nuovi tribunali mussulmani, appoggiati dalla Giordania e tollerati da Israele perché si occupavano di statuto personale, le leggi, cioè, che riguardano il codice della famiglia, il matrimonio, il divorzio, la tutela dei figli, ambiti politicamente poco importanti per Israele.
Quindi ci troviamo in una situazione assurda in cui ci sono diversissime legislazioni in vigore che si intrecciano e si sovrappongono. I palestinesi, che per la prima volta possono decidere di quello che sarà il futuro in questo campo, devono tener conto della complessità della situazione.
Ma qual è il problema principale per le donne?
Il problema è quello della legge islamica, la shari’a, che è vigente in molti paesi arabi ma che in ogni paese è applicata secondo un’interpretazione diversa -le più importanti sono quattro- che danno luogo a diverse leggi, più o meno aperte, progressiste o conservatrici. Quella vigente in Cisgiordania è l’interpretazione Hanafi che è abbastanza conservatrice e che però oggi è consolidata e condiziona culturalmente la società. I problemi sono tantissimi. Per esempio quello della poligamia, che esiste tuttora ed è permessa dalla legge islamica con interpretazione Hanafi. Poi, chiaramente, il divieto di abortire, la mancanza di tutela della donna dal punto di vista del lavoro. A parità di lavoro la donna riceve un salario molto inferiore, non ha possibilità di avere ferie per il periodo della gravidanza, eccetera. Ora, questo problema dell’interpretazione è veramente decisivo.
La Tunisia che è uno dei modelli di riferimento per le donne palestinesi di oggi, pur non ponendosi fuori dal contesto della legge islamica, ha adottato una legislazione molto progressista, perché molto estensiva e ha riconosciuto moltissimi diritti alle donne. Per esempio ha concesso il diritto d’aborto, ha proibito nei fatti la poligamia. Anche nel mondo arabo c’è tutta una corrente di pensiero di donne femministe, egiziane, marocchine, tunisine, che sostiene che la legge islamica è stata gestita negli anni dagli uomini, che hanno dedotto e interpretato, sia dal Corano che dalla Sunna, l’altra grossa fonte del diritto mussulmano, solo una parte delle frasi. Un esempio classico che fanno è che, quando si parla di poligamia, il Corano dice che a un uomo è concesso sposare 4 donne, però, d’altra parte, c’è un’altra frase altrettanto importante che dice che se un uomo non si sente, pensa di non essere in grado di trattare le mogli equamente non può essere poligamico. I Tunisini interpretano la seconda frase come un’ammonizione a non contrarre la poligamia perché nessuno può essere equo con più di una moglie. Altri paesi, invece, dando una lettura esclusivamente economica e di stato sociale, hanno introdotto delle regole, più o meno assurde, per calcolare il reddito del marito che vuole sposare più di una donna per vedere se può o meno essere equo.
Ora, anche se le donne palestinesi stanno studiando tanti modelli, soprattutto dei paesi del nordeuropa, per capire quale può essere un modello funzionale, se si stanno confrontando con diverse realtà del sud del mondo -alla conferenza hanno invitato una donna giordana, una sudafricana- il modello di riferimento più realistico rimane quello tunisino, perché, anche se quella resta la strategia di fondo di tante donne, proporre oggi una legge totalmente laica che abbandoni del tutto quella islamica, consuetudinaria, tradizionale, sembra poco realistico.
Per fare un esempio: una delle conclusioni a cui sono giunte è quella di istituire due tribunali, uno mussulmano e uno laico, e che ogni persona abbia la possibilità di scegliere se rivolgersi a uno o all’altro, dove, però, l’ultima parola spetta al tribunale laico. C’è, insomma, oltre alla consapevolezza della complessità dei problemi, anche un realismo molto forte. Una parte di donne attiviste, avvocatesse, stanno cercando di diffondere il più possibile capillarmente un’informazione sui diritti già esistenti oggi perché, anche se sono pochi, le donne hanno dei diritti nella legge islamica. Per esempio non è molto utilizzato il diritto della donna di poter mettere all’interno del contratto di matrimonio una clausola che le permette di divorziare se il marito incorre nella poligamia, ma oggi è una possibilità che non molte donne usano, un po’ perché sono scoraggiate, un po’ perché non la conoscono, un po’ perché la tradizione è un’altra. Oggi una donna che viene ripudiata non è tutelata mentre la legge islamica le riconosce il diritto al mantenimento. La stessa pratica di divorzio è molto complessa, perché, dal periodo della legge ottomana in poi, proprio come garanzia per la donna e per limitare i ripudi e i divorzi emotivi dovuti ad arrabbiature del momento, si è stabilito che l’uomo debba pronunciare tre volte il divorzio davanti alla moglie prima che questa possa considerarsi effettivamente divorziata, deve proprio dire verbalmente “io ti ripudio”, per tre volte separate nel tempo, perché abbia la possibilità di ripensarci.
Sono diritti che non sono conosciuti, ma c’è anche molta riluttanza a rivolgersi ai tribunali perché, questo si sa anche nei paesi occidentali, è una cosa sempre dolorosa, e continua a prevalere l’idea che i panni sporchi si lavano in casa. Quindi c’è un tentativo realistico di partire già da una base di diritti che si hanno attualmente, per poi rendere più forti le donne e su quella base rivendicare ulteriori diritti e allargarsi.
Teniamo poi presente che parlare di donne palestinesi è abbastanza generico, la realtà è molto variegata. Nel mondo palestinese trovi un’acculturazione molto alta, con una forte percentuale di laureati e di donne all’interno dell’università -a Nablus sono più le donne degli uomini- però allo stesso tempo, nei villaggi, trovi realtà molto tradizionali. E di questo si deve tenere conto anche nel fare delle leggi, si devono proporre leggi che siano accettate dalle donne stesse.
Il movimento delle donne palestinesi è molto forte, ma che problemi incontra come movimento di donne?
Il movimento delle donne palestinesi è molto antico, nel senso che nasce col movimento di liberazione ed è la realtà dell’occupazione, la consapevolezza di essere oppressi come popolo, che ha dato l’input alle donne per sviluppare una consapevolezza come donne. E’ chiaro poi, che fra il movimento di liberazione femminile e quello nazionale, si crea una grossa contraddizione perché quest’ultimo è sempre stato posto come quello più importante, quello che, comunque, viene prima di tutto il resto. E le donne che, sviluppando una rete di comitati femminili molto estesa -ci sono centinaia di comitati delle donne nei territori occupati-, hanno preso consapevolezza dei propri diritti, della propria forza, sono sempre accusate dagli uomini di dare priorità a questioni che in realtà non sono importanti in questo momento.
Dicono “prima viene l’indipendenza e lo stato poi i nostri problemi”, ma le donne ormai si rifiutano di separare i due piani. Dicono: “non ci sembra sensato e logico che prima si faccia una struttura, senza darle un senso, una cultura e noi vogliamo imprimere alle nostre strutture le nostre idee e cercare di cambiare mano a mano”.
D’altra parte si ha molto presente la situazione della donna algerina, e gli errori in cui non si deve incorrere, tant’è vero che il problema della legislazione hanno iniziato da tempo a porselo. In Algeria, al di là di qualche intellettuale, le donne, mentre erano attivissime nel movimento di liberazione nazionale generale, non si erano preoccupate di pensare a “cosa ne sarà di noi dopo la rivoluzione”. E dopo l’indipendenza, s’è visto, le donne sono tornate a casa e hanno avuto in premio, per la loro partecipazione, tutta una legislazione allucinante, con un codice della famiglia molto reazionario.
Come si è sviluppato il movimento delle donne palestinesi?
Il movimento femminile è molto variegato. Agli inizi, quando è nato, era soprattutto un movimento di donne dell’alta borghesia che si occupavano di assistenza alla popolazione più bisognosa, ai feriti, creavano strutture di aiuto. Poi mano a mano questo movimento si è venuto sempre più popolarizzando e all’inizio degli anni ’80 sono nati anche i primi comitati femminili che avevano un’impostazione anche politica, di presa di posizione sui fatti. Ci sono centinaia di organizzazioni, di comitati, che hanno ancora una natura di tipo sociale, di aiuto, ma che, durante l’intifada, hanno svolto una funzione cruciale nel creare le strutture della società. Con le scuole chiuse dalle autorità militari i comitati hanno organizzato le scuole clandestine nelle case, cercando di continuare l’attività didattica in qualunque modo, hanno creato asili, tutte le strutture di base che nella società palestinese sono fondamentali. Hanno promosso centri per il training delle donne e centri più tradizionali che si occupano di fornire un supporto a donne che non hanno il lavoro, che sono rimaste sole con figli piccoli. Ad esempio sono nati molti centri di cucito, di ricami tradizionali, che poi sono venduti e sono una fonte di sostentamento per le donne.
Poi ci sono altri tipi di centri, centri di studi e ricerca femminili -tre molto grandi e bene organizzati a Nablus, a Gerusalemme e a Gaza- che portano avanti ricerche sociologiche sul terreno, che hanno contatti con moltissime realtà internazionali europee -il centro di Nablus è gemellato col centro di documentazione delle donne di Bologna- e che hanno quindi un’impostazione molto più femminista degli altri. Si occupano di fornire training alle ragazze laureate, per insegnare a fare ricerca sulle donne, sulla condizione femminile nel mondo del lavoro, nei campi profughi, all’interno dell’università.
Il problema del fondamentalismo. S’è sentito dire che per esempio oggi a Gaza anche per una turista sarebbe difficile girare senza velo. E’ vero?
Intanto c’è da dire che il velo è sempre esistito in Palestina come negli altri paesi arabi, però non era un fenomeno diffuso, anzi. Potrei farti vedere delle foto di mia nonna negli anni ’40 che vestiva tranquillamente smanicata e coi capelli sciolti. Era un’usanza che esisteva soprattutto fra le donne contadine ed era comunque una scelta più o meno personale. Durante l’intifada, il movimento islamico è riuscito a sviluppare, sfruttando la disperazione della gente, una cultura e un programma politico -che io credo ancora non preoccupante- che aveva come primo oggetto proprio le donne. E così, legando l’uso del velo alla “cultura della modestia”, al rispetto dei martiri, si è data al velo una valenza e un significato inventato. In alcuni saggi alcune ricercatrici palestinesi, riprendendolo da uno studioso della realtà coloniale in Africa, hanno usato l’espressione “invenzione della tradizione”. Al velo, cioè, si è data una valenza nuova che è stata fatta passare, però, come tradizione. Poi hanno anche diffuso l’idea che gli israeliani arrestassero le donne attiviste e che il velo, quindi, fosse un possibile mezzo per difendersi.
Detto questo però, a Gaza io sono andata tranquillamente senza velo. Magari te lo tieni in tasca. E già coi jeans non c’è assolutamente alcun problema. L’importante è non andare in giro coi pantaloncini corti, ma questo in quasi tutti i paesi arabi. Il velo anche qui in occidente non è stato compreso bene, lo si è voluto assumere come il segnale primario di un’involuzione fondamentalista, mentre, in realtà, in Palestina si è diffuso per quella particolare situazione. Oggi, però, che la fase dell’intifada è finita, che sta rientrando quella “cultura della modestia” che prevedeva che fossero vietate tutte le celebrazioni, i matrimoni, le feste, che non esistesse più il concetto di divertimento, ho la sensazione che ci sia più tranquillità anche rispetto a questo. Il problema grave che resta è che le donne sono diventate sempre più l’oggetto di scontro fra il movimento islamico e il resto del movimento palestinese e temo fortemente che i diritti delle donne saranno oggetto di negoziazione. Questo è il rischio reale.
E’ luogo comune che nella cultura araba e islamica la donna sia molto soggetta al maschio e certe cose che tu stessa hai detto lo confermano. Ma poi la realtà è sempre più complessa. Come vedi più in generale la situazione della donna e cosa è cambiato con l’impegno di questi anni?
Beh, intanto la donna palestinese con la lotta che ha dovuto fare, si è molto rafforzata e ha conquistato nuovi spazi di potere anche all’interno della casa. Poi le donne hanno costruito delle reti di relazione tra di loro, che le rafforzano fortemente. Quindi vedere la donna palestinese come una donna oppressa dal mondo maschile islamico, secondo me non risponde a verità.
Il fatto curioso è che, in generale, nella società araba e quindi anche in quella palestinese, il maggior periodo di controllo sulla donna è quello dell’adolescenza, in cui c’è la paura dell’esplodere della sessualità femminile, dopodiché, mano a mano che va avanti con gli anni, la donna acquista sempre più libertà fino ad arrivare all’anzianità che ha un rango veramente speciale. Le donne anziane sono figure importanti, hanno un potere decisionale enorme, sull’educazione dei figli, sul matrimonio dei figli, sono figure autoritarie anche a vederle, che camminano fieramente. Non potrei mai dire che mia nonna era un’oppressa, anche se analfabeta, perché è stata una figura centrale nell’educazione dei suoi figli.
Ed è tradizionale anche il fatto che la sfera del potere femminile sia sviluppata soprattutto a livello di reti di relazione fra donne, che non c’entra con la politica, certo, ma che poi nella situazione palestinese, con l’occupazione militare, s’è via via politicizzata. Anche le donne anziane, tutte le donne, ora, ti sanno dire cosa succede, parlano di politica, ti sanno dire i problemi che hanno o che cosa ha fatto Israele ultimamente. C’è un livello altissimo di informazione. Con l’intifada, poi, in quella situazione tutta particolare, sono nate delle nuove figure di comitati femminili, che non hanno certo una veste giuridica riconosciuta, ma che sono diventati dei punti di riferimento per quanto riguarda le diatribe fra le famiglie e dentro le famiglie. Hanno una funzione mediatrice riconosciuta. Per esempio, quando una famiglia impediva a una ragazza di partecipare alle riunioni si ponevano come mediatrici: andavano a parlare, cercavano di convincere, di spiegare, ed è stato un ruolo molto importante, perché le famiglie stesse, oltre a farsi un’altra idea del coinvolgimento delle proprie figlie in politica o nei comitati, iniziavano ad avere anche loro un collegamento, una conoscenza più diretta e, d’altra parte, questo serviva al comitato per conoscere il più possibile la realtà di ogni piccolo villaggio. Nei comitati femminili le donne attiviste ora sono anche donne velate, con tanti figli, senza una grande cultura, molte sanno solo leggere e scrivere, quindi il livello di coinvolgimento politico è abbastanza trasversale, capillare.
Ma tornando alla tua domanda, per quanto riguarda i rapporti fra i sessi, non voglio affatto sottovalutare i problemi, la realtà di oppressione è anche forte perché chi ha il potere nella società è l’uomo, però, parallelamente a questo potere, anche istituzionale se vogliamo, si è sviluppata un’altra sfera, molto forte, di autonomia femminile.
Un altro aspetto importante da capire è che tutto quello che è rapporto con gli uomini è vissuto dalle donne in modo molto diverso che in occidente. La donna non si aspetta l’amore eterno, non si aspetta neanche che l’uomo la protegga, c’è molto realismo e una forte autonomia psicologica delle donne dall’uomo. E questa è proprio una cosa tradizionale, culturale, una caratteristica tipica delle donne arabe, con una grande capacità di sdrammatizzare.
Forse ciò è dovuto al fatto che, una volta -adesso fra le nuove generazioni il costume sta cambiando- i matrimoni non avvenivano, come da voi, perché le persone si conoscono, s’innamorano e si sposano, non erano scelti, cioè, ma combinati, erano frutto di un accordo tra due famiglie. Tutta la fase dell’innamoramento non esisteva o avveniva dopo, “in modo forzato”, e questo, forse, ha sedimentato molta disillusione e praticità.
Ora i mariti sono tornati a casa. Cosa succederà?
Durante l’intifada e anche prima, dal ’67 in poi, con l’incarcerazione di molti uomini, praticamente le donne si sono dovute fare carico di tutto, dal mantenere la famiglia all’educazione dei figli. Sono tantissimi i casi di famiglie in cui, per lunghi periodi, tutti i ragazzi e gli uomini erano in galera, per cui le donne sono state la struttura portante della società, non solo, come dicevo prima, come costruzione delle infrastrutture sociali, ma anche per l’economia, perché hanno messo in piedi moltissime attività economiche, svolte in casa o fuori, si sono costituite tante piccole cooperative che durante il boicottaggio dei prodotti israeliani garantivano la sussistenza.
Tutto è stato fatto con grande fatica, sacrificio, difficoltà, ma questo ha rafforzato enormemente la posizione delle donne, le ha portate fuori di casa. Ora gli uomini sono tornati e sarà interessante vedere cosa succede. E anche se i problemi non sono superati sicuramente perché i cambiamenti delle relazioni fra maschio e femmina sono lenti e occorrono generazioni, credo che l’uomo dovrà prendere atto di una situazione che già è molto cambiata.
Che clima c’era? Di ottimismo o di pessimismo sugli accordi?
La sensazione che si aveva arrivando era di una grossa esaltazione, perché per la prima volta si poteva veramente parlare del proprio futuro, parlare per se stessi di quello che succedeva dopo. Allo stesso tempo, però, era evidente nell’aria la sensazione che comunque secondo gli accordi di pace le leggi che vengono fatte debbono passare dal benestare di Israele.
E di fronte al realismo di alcune donne che, pur non essendo soddisfatte in gran parte dell’accordo, cercavano di essere concrete per fare comunque quello che si può, tante altre intervenivano dicendo: “in realtà noi stiamo qua a parlare delle leggi che faremo, rendiamoci conto che non sappiamo neanche se potremo metterle in pratica”. Quindi c’è una grossa contraddizione, una grossa tensione. Andando in giro mi sono resa conto che c’è moltissima delusione, perché le cose non stanno cambiando, le condizioni di vita sono rimaste le stesse, la gente ha fame come prima, lavoro non ce n’è. Anche quelli che andavano a lavorare in Israele, per esempio da Gaza, sono diminuiti tantissimo, stanno arrivando immigrati dai paesi dell’est, credo non ebrei, che fanno i lavori che facevano prima i palestinesi ai quali restano da fare solo i lavori che neanche quelli vogliono fare. Poi gli aiuti dei paesi donatori non stanno arrivando perché prima ci devono essere le elezioni che non ci saranno finché non ci si riesce a mettere d’accordo con Israele su questioni molto importanti, come chi vota, cosa si vota, dove si vota. La situazione è molto drammatica e alla grande esaltazione sull’accordo è subentrata molta delusione. Poi il problema della democrazia, di votare per la prima volta, è sentito come urgente dagli stessi palestinesi, per risolvere il problema del rapporto fra il governo che è stato in esilio per tanti anni e il bisogno di governarsi della gente che ha fatto l’intifada, che ha partecipato, che ha sofferto. Si parla moltissimo di creare un processo democratico ma i problemi sono molti. Poi resta il problema di Gerusalemme che è enorme non solo per la sua forza di simbolo ma perché da un anno gli israeliani hanno messo un checkpoint fra Gerusalemme e il resto della Cisgiordania e questo è molto duro da digerire. Prendevo sempre il taxi per andare da Gerusalemme a Nablus e a Ramallah e in tutti i taxi la gente non parlava che di questo. Molti palestinesi che abitano fuori da Gerusalemme non possono andare a Gerusalemme se non con un permesso, chiunque sia stato in prigione non può avere questo permesso, che è come dire la stragrande maggioranza delle persone. Solo le donne possono andare.
Quindi la situazione è molto tesa ancora. Se a livello di vita quotidiana iniziano ad aprire i ristoranti e si inizia un po’ a respirare, perché proprio ormai la gente scoppiava, tutto è ancora molto precario. E se presto non cambia qualcosa, se Israele non molla un po’, temo che questo accordo non porterà a niente, perché la gente così non lo accetta, non è credibile. D’altra parte le donne si sono sempre poste a lungo termine, e non per strategia politica, ma per un bisogno politico primario, quasi a dire che “se anche tutto il mondo non ci dà quello che dobbiamo avere, che è nostro diritto, noi facciamo finta che sia così lo stesso”. Ma ora, dopo tanti anni passati ad aspettare, a prepararsi anche se la risoluzione del conflitto non sembrava mai vicina, c’è un bisogno, quasi fisico, che tutti questi anni sfocino in qualcosa.


  


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La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Posso sempre
andare in Ecuador!

All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
Intervista a Vjosa Dobruna.
Madre di Yakub

L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione.
Intervista a Jennie Feldman.
In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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