Franco Toscani è responsabile medico della sezione Terapia del dolore e Cure Palliative dell’ospedale di Cremona. Recentemente Il Saggiatore ha pubblicato il suo saggio Il malato terminale.

L’ospedale di Cremona è stato uno dei primi in Italia a dotarsi di un apposito reparto. Come avete cominciato ad occuparvi di cure palliative?
L’inizio risale a quasi vent’anni fa, quando è stata costituita una prima équipe. Le cure palliative infatti si occupano essenzialmente della qualità della vita, per cui chiamano in gioco non soltanto quelli che sanno come togliere i disturbi, il dolore, i medici, ma anche quelli che sanno come aiutarti a gestirli, ossia gli infermieri, che nella medicina palliativa sono pari ai medici, oltre a delle figure che normalmente non sono considerate sanitarie, come psicologi, assistenti sanitari, volontari. Insomma si lavora sempre e solo in équipe.
Dapprima ci siamo arrangiati attraverso espedienti, dato che l’ospedale ci ha lasciato fare, ma niente di più. Per cui a me, che sono dipendente dell’ospedale è stato consentito di occuparmi di queste cose, ma nel frattempo dovevo anche continuare a svolgere il mio lavoro. Quindi all’inizio è stata dura. Solo successivamente i dirigenti dell’ospedale hanno capito che poteva essere un’esperienza interessante.
Abbiamo così costituito un’équipe domiciliare, che serve, cioè, a curare gli ammalati a casa, costituita da infermieri, volontari e medici, e un’équipe intra moenia. E da allora abbiamo cominciato a operare dovunque l’ammalato andasse, quindi a prenderlo in affidamento e a cercare di costituire con lui un progetto. E’ chiaro che la progettazione dell’assistenza di un malato terminale non vuol dire mettersi davanti a un tavolo, né può essere lui a dire "facciamo così e così", ma è una cosa che si sviluppa attraverso una relazione, quindi con il tempo, con la confidenza, con l’essere tempestivi, duttili, con l’inventare soluzioni, per quanto possibile immediate, e la cui l’efficacia sia percepibile.
Che tipo di aiuto siete chiamati a fornire nel quotidiano?
Io credo che i due terzi della mia attività clinica sia fatta per telefono, cosa che farebbe inorridire qualsiasi medico: "Ma come? Curi e visiti e dai le terapie per telefono?". Sì, io faccio terapia per telefono: "Guardi, mi è saltata fuori questa roba qui...", "Va bene, provi a prendere questo...". Questa è una cosa che avviene normalmente. I nostri malati sanno di aver sempre a disposizione il telefono. Qualsiasi dubbio abbiano, loro o i familiari, ci chiamano e noi in un modo o nell’altro, per qualsiasi cosa, per dire, dalla canna del gas che si rompe alla nausea, cerchiamo di dargli una mano, un consiglio, un numero di telefono, telefoniamo noi, mandiamo qualcuno. Tutto questo, che forse sembra essere più assistenza sociale che medicina, concorre a far sì che l’ammalato si avvii verso la fine della sua vita in una maniera perlomeno decente: gli si consente di stare a casa sua il più possibile, lo si fa stare meglio, gli si concede un po’ di autonomia, così che possa ancora godere di quel poco di vita che gli resta da vivere. All’inizio è stato abbastanza difficile perché se adesso si parla parecchio di questi malati, solo qualche anno fa se ne parlava molto di meno.
Il malato terminale è qualcosa di imbarazzante per la medicina, è un ammalato perso, è una sconfitta, per cui non tutti sono disposti ad ammettere che i propri malati siano terminali, di qualsiasi malattia soffrano.

Non solo, anche il fatto di fare una medicina che non si occupa di prolungare la vita biologica non è ancora entrato nella cultura della medicina tradizionale.
Molti medici per primi restano perplessi, qualcuno ha l’impressione che si tratti di eutanasia passiva, qualcun altro invece ha un po’ la puzza sotto il naso: "A dare la pillola per il dolore o il lassativo sono capaci tutti". Ma anche per dare i farmaci per il cuore siamo capaci tutti: basta sapere quanto, quando e come darli. Insomma, c’è un po’ anche questo snobismo medico...
Anche nei confronti di sedativi e analgesici rimangono delle forti resistenze...
E’ vero. In particolare nei confronti della morfina ci sono dei veri e propri pregiudizi, come se noi questi malati li rimbambissimo, come se li mandassimo a stare in paradisi artificiali. Perché, che lo ammettano o meno, tra i medici c’è un po’ la convinzione per cui il malato è un paziente, e allora che porti pazienza. Ha i disturbi? Eh, vabbé, è normale. Prevale ancora un atteggiamento di stigmatizzazi ...[continua]

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