Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

La sala
del commiato

Dopo dieci anni di assistenza domiciliare a pazienti oncologici, la decisione, difficile ma obbligata, di aprire un hospice che fosse innanzitutto un posto bello, e senza dolore. L’importanza di un accompagnamento che può essere anche silenzioso. Intervista a Anna Mancini Rizzotti, Erika Da Frè, Luz Osorio, Francesca Piasere.
 

Testamento
di vita

Un tema, quello dell’eutanasia, che continua a essere approcciato impropriamente. Welby poteva chiedere il distacco della spina, ma non la sedazione. Le speranze riposte nella nuova legislatura. ll caso, anomalo, della Svizzera, che considera reato l’eutanasia, ma ammette il suicidio assistito. L’ipocrisia di non voler vedere come tante decisioni vengono già prese quotidianamente nei reparti. Intervista a Paolo Vegetti.
di vita e di morte

UNA CITTÀ n. 73 / 1998 Dicembre

Intervista a Valerio Pocar
realizzata da Barbara Bertoncin

LE DIRETTIVE ANTICIPATE
Una carta in cui metter per iscritto le proprie intenzioni in caso di perdita delle propria capacità di intendere e volere. Il principio di beneficenza e quello dell’autonomia del soggetto. La figura giuridica del fiduciario. L’ipocrisia che si sta accumulando attorno a temi come eutanasia e suicidio assistito. Intervista a Valerio Pocar.

Valerio Pocar è presidente della Consulta di Bioetica e insegna Sociologia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza della Statale di Milano. La Consulta di Bioetica ha stilato una proposta di legge per le direttive anticipate. Ci può spiegare? Le direttive anticipate sono una carta da compilare al fine di dare delle indicazioni, appunto in anticipo, sui trattamenti che il paziente vuole o non vuole gli vengano forniti qualora si trovasse nella situazione di non poter più esprimere la propria volontà. Preciso subito che su questo tipo di proposta noi arriviamo tardi sia per ragioni prettamente culturali che di cultura politica. Quella delle direttive anticipate, infatti, è un’idea fondata sul principio di autodeterminazione, in particolare sul riconoscimento del diritto di autodeterminarsi anche quando non lo si possa più fare in concreto. Considerando tutto ciò, è chiaro che questo tipo di proposta trova migliore accoglienza da parte delle culture anglosassoni che, a differenza della nostra in cui si tengono in gran conto gli aspetti solidaristici, sociali, hanno una maggiore propensione all’individualismo, quindi all’autodeterminazione dei singoli. In Italia arriviamo tardi, e con maggiori controversie, ad affrontare un problema che ormai si impone, se non altro per la sua rilevanza sociale, ed è un peccato, perché sono fermamente convinto che, se ci fosse un’informazione corretta, non travisata, non pasticciata, e poi si chiedesse alla popolazione di esprimersi su un’idea di questo genere, solo una piccola minoranza si opporrebbe. Ma questo, penso, avverrebbe per gran parte dei controversi problemi bioetici che ci troviamo ad affrontare, a cominciare dall’eutanasia o dal suicidio assistito. In sostanza credo che, in Italia, il problema principale sia proprio lo scarto tra l’interesse e la propensione della gente a capire i problemi e il modo con cui questi vengono proposti. Per ragioni che non occorre dire è chiaro che ci sono dei forti contrasti non soltanto sulle posizioni cui aderire, ma anche sul metodo per arrivare a discuterne. E’ il metodo che non è laico. Allo stato attuale il soggetto che tipo di tutela ha in queste situazioni? Intanto distinguiamo cosa intendiamo per tutela. In Italia il soggetto è tutelato benissimo (o malissimo, dipende sempre dai punti di vista) , nel senso che sul soggetto incapace si esercita comunque una tutela, in applicazione del principio di beneficenza, e quindi il medico, se il soggetto è incapace, cerca comunque di fare quello che pensa sia il suo bene. Io credo però che il principio di beneficenza non soltanto vada contemperato con il principio di autonomia, ma debba cedere il passo esso se entrano in collisione. Per cui occorre mettere a punto gli strumenti idonei affinché il principio di autonomia possa applicarsi nel modo più ampio anche quando le condizioni della persona sono tali da non consentirgli più di autodeterminarsi. Oggi, con l’impressionante progresso che le tecnologie mediche hanno conosciuto negli ultimi decenni, si è determinata una situazione che prima era relativamente rara ed un soggetto può essere tenuto in stato d’incoscienza per decenni, può sopravvivere per un tempo indeterminato, non esistendo più come persona, ma come puro fenomeno biologico. Ecco allora che la questione dell’autodeterminazione non è più semplicemente un problema di principio: subentra anche una dimensione quantitativa che aggiunge problema a problema, lo dilata, rendendolo quindi ancora più grave, con ricadute che violano anche il principio d’equità nell’allocazione delle risorse…
Insomma, qualcosa bisogna fare, anche se non è detto che allora si debba tutti e per forza disporre di sé tramite le direttive anticipate…
Le persone fanno quello che vogliono, ed io vorrei forzare il principio di autonomia a un punto tale che le persone possano sia autodeterminarsi che rifiutarsi di farlo, affidandosi... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!



archivio
La signora schiavo

Perché può essere accanimento terapeutico anche l’alimentazione forzata. L’inequivocabile morte corticale. Il principio di autonomia che non contraddice quello di beneficenza, anzi. L’impreparazione dei medici a parlare di diagnosi infauste. Il diritto inalienabile a decidere di sé. L’eutanasia non pone affatto fine alla vita, ma a un’agonia che ormai non ha più nulla di naturale. Intervista a Valerio Pocar.

Un nuovo modo di morire

L’istituzione anche in Italia di hospice, luoghi specializzati per accompagnare i malati senza speranza, segna un cambiamento radicale nel rapporto con il morire. La lotta alla sofferenza inutile, il sostegno alle famiglie, la cura di quegli aspetti culturali e psicologici per forza di cose trascurati in ospedale. L’assurdità della mancanza di franchezza e dell’insistenza su cure senza speranza. Intervista a Michele Gallucci.


Alla fine

I malati non oncologici che accedono alle cure palliative sono ancora una minoranza, eppure di malattie cardiocircolatorie si muore più che di cancro; la gestione della fase terminale in pazienti anziani con demenza; l’importanza, affinché cambi la mentalità, che anche il malato cominci a far valere i suoi diritti; intervista a Franco Toscani.

Ascoltare chi dice "adesso basta"

In presenza di macchine sempre più capaci di tenere in vita, la ridefinizione necessaria dello "stato di morte” ha comportato però la grave conseguenza di rimuovere la responsabilità della decisione di "fermare” le cure. I casi dello stato vegetativo, dei danni cerebrali gravissimi con prognosi certa. Le cure palliative per debellare il dolore non possono risolvere tutti i problemi legati all’eutanasia. Intervista a Carlo A. Defanti.


Anziane che curano anziane...

Intervento di una lettrice
Al finire della vita

La vita delle persone si è allungata di 15-20 anni ma di questi tre-quattro sono di grave inabilità. Che fare per salvaguardare la dignità della vita che finisce? Nell’avvicinarsi della morte il contratto fra medico e paziente si scioglie e altri problemi, etici, culturali, religiosi entrano in campo. La necessità di un’informazione puntuale e precisa che permetta di prepararsi. Intervento di Michele Gallucci.
Il dolore inutile

Oggi sappiamo che il dolore non è più solo l’utile segnale d’allarme di un corpo che si sta ammalando, ma spesso è esso stesso una malattia, che può rendere inabili al lavoro, invalidare la vita relazionale, rendere un inferno il decorso di una malattia fatale o quello di una normale vecchiaia. Il rischio che la nuova legge sulla droga metta al bando la morfina. Intervento di William Raffaeli.
Beneficenza
e autonomia

Le cure palliative, che vanno promosse e rese accessibili a tutti, non rimuovono il problema ineludibile dell’eutanasia. L’ipocrisia inevitabile del "doppio effetto”, in cui la morte che sopraggiunge è intesa come mera conseguenza. Il caso della sedazione totale. La compatibilità possibile tra principio di beneficenza e principio d’autonomia. Un convegno sul diritto a una "morte dignitosa” svoltosi a Milano.
Un nuovo modo
di morire

L’istituzione anche in Italia di hospice, luoghi specializzati per accompagnare i malati senza speranza, segna un cambiamento radicale nel rapporto con il morire. La lotta alla sofferenza inutile, il sostegno alle famiglie, la cura di quegli aspetti culturali e psicologici per forza di cose trascurati in ospedale. L’assurdità della mancanza di franchezza e dell’insistenza su cure senza speranza. Intervista a Michele Gallucci.
La medicina
per il morente

L’importanza delle relazioni, innanzitutto con la famiglia, solitamente considerate d’ostacolo; l’uso dei farmaci per il loro effetto collaterale; le scelte terapeutiche opposte in assenza di speranza di vita. La specificità delle cure palliative non viene insegnata all’università dove il processo del morire non è preso in alcuna considerazione. Intervista a Michele Gallucci.
La lotta al dolore

Un reparto ospedaliero di Cremona precursore delle cure palliative in Italia. Un lavoro d’equipe a cui partecipano a pieno titolo paziente e parenti. La qualità delle terapie del dolore si misura sul tasso di consumo di morfina, che in Italia resta bassissimo. Il rapporto originariamente controverso, ma oggi ineludibile, fra cure palliative e eutanasia. Intervista a Franco Toscani.
Le direttive anticipate

Una carta in cui metter per iscritto le proprie intenzioni in caso di perdita delle propria capacità di intendere e volere. Il principio di beneficenza e quello dell’autonomia del soggetto. La figura giuridica del fiduciario. L’ipocrisia che si sta accumulando attorno a temi come eutanasia e suicidio assistito. Intervista a Valerio Pocar.
La soglia minima

La mortalità infantile dipende, paradossalmente, dalle nuove possibilità di sopravvivenza dei nati molto prematuri e sotto peso. Il gravissimo problema etico del fatto che la soglia di sopravvivenza del bambino supera ormai di una settimana il periodo massimo indicato dalla legge per definire l’aborto. L’assurdità di una terapia intensiva, sempre e comunque aggressiva. Le prime incubatrici, fenomeno da baraccone. Intervista a Marcello Orzalesi.
L’immagine rotta

I risvolti psicologici dei trapianti. Il senso di onnipotenza del primo periodo e la disillusione per la perdurante dipendenza sanitaria. Il trapiantato considerato invalido sul lavoro. Un organo che può diventare persecutorio. Il senso di colpa verso il donatore morto. L’angoscia del rianimatore che deve avanzare la richiesta ai familiari. Intervista a Giampietro Rupolo.




chiudi