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Lea Melandri è una delle principali attiviste e teoriche del movimento delle donne italiano


  
UNA CITTÀ n. 254 / 2018 dicembre 2018-gennaio 2019

Intervista a Lea Melandri

IL PRIMO ATTO VIOLENTISSIMO
Dal 68 e dall’incontro con i movimenti antiautoritari la scoperta, da parte del femminismo, della pratica dell’inconscio e dell’autocoscienza con la messa al centro della sessualità, del corpo, della maternità, e dei nessi di tutto questo col sociale; il contributo di un pensatore come Elvio Fachinelli; anche nella lotta alla violenza domestica, l’importanza di capire i nessi perversi di un dominio che passa attraverso le vicende più intime. Intervista a Lea Melandri.

Lea Melandri, insegnante, giornalista, scrittrice e saggista, è una delle principali attiviste e teoriche del movimento delle donne italiano. Dal 2011 è presidente della Libera Università delle Donne di Milano. Tra le sue numerose opere: Come nasce il sogno d’amore, Bollati Boringhieri, 2002; Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati Boringhieri, 2001; Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà, Bollati Boringhieri, 2011; Alfabeto d’origine, Neri Pozza, 2017; Il desiderio dissidente. Antologia della rivista "L’Er­ba voglio” (1971-1977), DeriveApprodi, 2018; L’infamia originaria, Manifestolibri, 2018 (1977).

Qual è lo stato di salute del movimento femminista oggi?
Come sempre non posso che partire dalla mia esperienza: non sono una sociologa, non mi interessa fare il quadro politico generale. Quello che posso dire è sempre legato a un percorso ormai quarantennale, che parte dal ’68 e dall’incontro con il movimento antiautoritario e poi con il femminismo. 
Sottolineo questa partenza perché è come se non avessi mai abbandonato l’originalità di quelle pratiche, l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio, e devo dire che, in questa mia tenace e duratura passione, ho avuto un riscontro, una conferma proprio lo scorso anno. Nel cinquantenario del ’68 sono tornati in circolazione alcuni dei miei libri, L’infamia originaria, Il desiderio dissidente, l’antologia de "L’erba voglio”, e poi ci sono stati convegni, incontri a cui ho partecipato. In particolare mi ha fatto piacere la riscoperta di un geniale pensatore e interprete del 68 qual è stato Elvio Fachinelli. Ma la sorpresa maggiore è stata incontrare, in generazioni molto più giovani della mia, un interesse per le pratiche e per i movimenti non autoritari degli anni Settanta. Penso in particolare al gruppo di Roma delle "cattive maestre” che mi ha invitato al Festival dell’impunita, ma anche a tante altre donne incontrate.
Mi ha colpito che le esigenze radicali poste allora in qualche modo fossero riemerse in generazioni molto più giovani e sicuramente più libere della nostra, e soprattutto in grado di rendere oggi reale e possibile quello che noi abbiamo allora intuito come tale, ma che possibile allora non era. Come diceva Fachinelli, l’utopia realizzata è sommamente realista. È vero, noi l’avevamo intuito, ma ci eravamo anche rese conto di quanto fosse lungo, difficile e contrastato il processo di liberazione dal profondo che avevamo messo in atto. Un’altra sorpresa è stato l’incontro con le ragazze di questa rete internazionale di "Non una di meno”, anch’esse molto interessate al femminismo degli inizi. 
Il femminismo ha avuto una vita difficile in un paese come il nostro, fatto di familismo, clientelismo, relazioni di appartenenza, vincoli di dipendenza. Questo processo di liberazione, che andava a intaccare i ruoli fondamentali della vita familiare e quindi anche della sfera pubblica, è stato fortemente contrastato. Anche dalla sinistra. Io ho un grande affetto e una duratura amicizia con Rossana Rossanda; lei stessa non molti anni fa mi ha confessato: "Sì, è vero, vi abbiamo osteggiato”. Ho detto: "Forse andava detto prima...”. L’avevamo capito, ma averlo saputo prima ci avrebbe aiutato. Diciamo che in Italia, la grande rivoluzione culturale prodotta dal femminismo non ha avuto il sostegno di nessuno. Si parla sempre della Chiesa, ma non c’era solo quella, c’era anche la chiesa marxista, anch’essa incapace di cogliere questa grande rivoluzione. 
All’epoca, l’idea era che bastava aspettare che il femminismo finisse questo suo percorso della pratica dell’autocoscienza, questo scavo in profondità nella vita personale, per poi ricongiungersi nella grande unità di classe. Penso che per alcuni sia ancora quella l’attesa: le donne hanno bisogno di parlarsi un po’ tra di loro, di capire un po’ la loro condizione per poi rientrare in questo alveo della sinistra.
Per questo sono molto contenta che sia stato ristampato L’infamia originaria. Perché nel decennio in cui sono stata nella rivista "L’erba voglio” con Fachinelli e nel femminismo, ho intrattenuto un corpo a corpo, una conflittualità vitale con tutto quello che produceva la sinistra extraparlamentare, alla ricerca dei nessi tra sessualità e politica, tra sessismo e classismo... La parola "nessi” c’è fin dai primi documenti di Pinarella di Cervia, i famosi due convegni nazionali del ’74 e ’75. Ricordo l’insistenza con cui feci evidenziare nei volantini il fatto che, certo, noi ponevamo al centro la sessualità, il corpo, la maternità, l’amore, però bisognava mantenere nell’orizzonte le problematiche sociali, i nessi tra questo cambiamento profondo di noi stessi e quello che erano state invece le pratiche e i linguaggi della vita sociale.
Negli anni Ottanta avviene una divaricazione all’interno del movimento femminista.
A partire dagli anni Ottanta diventa egemonico il pensiero della differenza, che pure ha contribuito a mantenere vivo il femminismo, ma che a mio avviso ha perso molto della ricchezza e delle intuizioni più originali del decennio precedente.
Nel 1983 esce "Più donne che uomini”, il primo documento della Libreria delle donne di Milano che prendeva posizione -con una cesura, a mio avviso- rispetto a quella che era stata l’originalità, la radicalità degli anni Settanta. Penso in particolare all’autocoscienza e alla pratica dell’inconscio; una pratica che pretendeva di spingere la politica fino alle formazioni inconsce profonde, che si basava sull’intuizione, per me fondamentale, che le donne hanno interiorizzato la rappresentazione maschile del mon­do. Che altro potevano fare dopo millenni di dominazione di una comunità di uomini che aveva sancito cos’è maschile e cos’è femminile, e che aveva confinato le donne in un genere? Parliamo di un lavoro enorme che comportava la messa in campo della psicanalisi o della pratica analitica in qualche modo, nel senso di tenere presente che non siamo solo razionalità, che una parte di noi, dei nostri affetti e sentimenti, affonda in una terra ancora da indagare. 
Già alla fine degli anni Settanta era emerso un nodo chiave della relazione tra donne: il rapporto madre-figlia. Su quel punto abbiamo registrato la difficoltà maggiore. Perché noi volevamo costruire una socialità tra donne sciogliendole anche da questi ruoli e invece riemergeva questo tessuto più antico, doloroso e anche rancoroso.
La relazione madre-figlia ha in sé una conflittualità che non è difficile da capire, perché la madre trasmette la legge dell’uomo. Bisogna avere il coraggio di parlare anche di complicità, una parola che dà fastidio. Eppure dobbiamo dirlo che le donne hanno parlato la lingua dell’oppressore, che la legittimazione che ti viene da una madre pesa di più perché lei ti ha messo al mondo. È una legittimazione che viaggia sul terreno della vita affettiva e che quindi può ferire e incidere molto più a fondo nelle vite. Che quello fosse il nodo lo abbiamo riconosciuto tutte, compresa la Libreria delle donne. Però loro hanno deciso di lavorare su un altro piano: il simbolico. Ripensare il simbolico sulla base di un assunto che veniva dalla coscienza femminile e cioè che il principio, il primum è la madre. È lei all’origine della parola e dei corpi e quindi ordine simbolico della madre contro quello dei padri. Io l’ho chiamata una "rivalsa nel simbolico”. Era una forma di emancipazione alta, che però ha coinciso con l’abbandono di quelle pratiche faticose e rischiose che erano l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio in questo originale intreccio tra psicoanalisi e politica. 
Io penso che se non si tocca la natura complessa dell’umano, se non si esce dai dualismi tra reale e simbolico, natura e cultura, non se ne viene fuori, non si producono cambiamenti significativi. 
Nel 1987 si tenne il famoso convegno di Modena sugli "Studi femministi in Italia”. Lì si profilarono due orientamenti: uno più interessato a "decostruire” le discipline con pezzi di sapere esterni ad esse, l’altro più interessato a fondare un soggetto forte, una "tradizione” di donne, che come tale aveva bisogno di un’autorità, di un linguaggio, di un "ordine simbolico” su cui fondarsi.
Io fui invitata, ma non volli partecipare. Dissi: attenzione, qui nasce un ceto intellettuale. Questo lo dissero anche donne dell’università. Marina Zancan fece delle osservazioni interessanti: qui noi rischiamo che venga espropriato un patrimonio di cultura, di consapevolezza e di pratiche; che questo patrimonio entri come contenuto, senza però intaccare i linguaggi e i saperi disciplinari. Oggi mi capita di incontrare delle studentesse che fanno queste tesi e io capisco subito se è una domanda che viene dalle loro vite o se è un’esercitazione scolastica. In quel convegno Raffaella Lamberti, dell’associazione Orlando, propose di mantenere un "pendolarismo tra dentro e fuori l’università”. Io non l’ho mai visto!
Il pensiero della differenza ha poi creato un linguaggio abbastanza astratto. Ma soprattutto, sul tema della differenza, ha rimpalcato il genere, risignificandolo ovviamente, quindi togliendolo dalla svalutazione, però rievocando madri, genealogie femminili... Sta di fatto che ha creato di nuovo due polarità. Insomma, ha risolto quella che per me era la vitalità del conflitto, creando un parallelismo, per di più nell’analogia! Perché dire che noi abbiamo l’ordine simbolico delle madri e loro quello dei padri, vuol dire lavorare in analogia. 
Puoi raccontare della tua esperienza di insegnamento nelle centocinquanta ore? 
Un’esperienza straordinaria, che cominciò nel ’76 con le trenta casalinghe di Affori, che una volta tornate a scuola non volevano più rientrare a casa! 
Con loro facemmo corsi monografici, bienni sperimentali, fondammo la cooperativa di indirizzo grafico "Gervasia Broxon”, fummo delle vere pioniere! 
Quell’esperienza decennale è consegnata in un libro intitolato "Off screen”, uscito in America nel 1988, dopo un convegno su donne italiane e cinema, dove, con Adriana Monti avevamo portato questo bellissimo film "Scuola senza fine” sull’esperienza della scuola delle donne, che fu proiettato anche alla New York University. In quel libro americano, che non è mai stato tradotto in italiano, c’è proprio un capitolo intitolato "La pratica dell’inconscio nel quartiere di Affori”.
Pensa che oggi, tramite i social network, incontro delle ragazze che in vari paesi del mondo hanno visto il film di Adriana e vorrebbero discutere con me di quella esperienza. 
Di nuovo, è stata quest’ultima generazione ad andare a ripescare la storia delle casalinghe di Affori. Nel 2014 abbiamo proiettato questo film nella sede occupata di Macao a Milano, e poi in un centro sociale che si chiama RiMake, che tra l’altro è ad Affori. Non ti dico l’emozione! 
Con l’abbandono della pratica dell’inconscio, secondo te, in parte sono venute meno anche la ricchezza e la forza espansiva del femminismo delle origini… 
Il fatto è che abbiamo abbandonato l’intuizione base degli anni Settanta, quella del dualismo sessuale. Il dualismo sessuale interroga non solo l’atto fondativo della polis, cioè la separazione tra la polis e il corpo, con l’espulsione delle donne e di tutte le esperienze umane, più universali, considerate natura e privato, si tratta di una spaccatura che passa anche dentro l’individuo di sesso maschile nel momento in cui colloca fuori di sé la parte della sua umanità che ha a che fare con i sentimenti e la cura, affidandola al femminile. In effetti questa differenziazione originale avviene prima di tutto dentro l’individuo di sesso maschile. È come se l’uomo avesse alienato le sue radici biologiche consegnandole a quel corpo che l’ha generato. 
Io ho lavorato molto sull’enigma delle origini. La prima violenza è quella. Il primo atto violentissimo è questa differenziazione che ha proiettato la donna su corpo, natura, ecc., e l’uomo sulla storia. È una differenziazione che parla il linguaggio del dominio e del potere (il pensiero, la storia stanno su un gradino più alto della natura), però parla anche il linguaggio dell’amore, del sogno d’amore come ricomposizione di tutto ciò che la storia ha diviso, come armonia di corpo e pensiero. Il nodo è questa ambiguità. L’uomo non si è accontentato di essere il dominatore, ma ha voluto assumere il posto che era prima della madre. Ma per fare questo ha dovuto operare un capovolgimento. Alla nascita, infatti, il figlio maschio vede il corpo che l’ha generato come corpo potente; lui è piccolo, inerme, dipendente. Pensare che la donna sia debole equivale a un incredibile capovolgimento del vissuto d’origine del bambino. Ecco, tutta questa vicenda andava approfondita; era quello il nucleo: la famiglia, la coppia, l’amore...
Dicevi che il femminismo arriva tardi sul tema della violenza domestica...
Devo dire che noi femministe non siamo mai entrate negli interni delle famiglie. Io sono una vittima di quella che oggi chiamano "violenza assistita”: da quan­do sono nata fino ai vent’anni, ho condiviso la camera dei miei genitori, dormendo accanto a un letto dove avveniva di tutto; nella povertà della mia famiglia, nella violenza che c’era, inevitabile, tra uomo e donna, ho assistito a sessualità e violenza; io in quelle notti non ho mai capito dove finisse l’una e cominciasse l’altra. Questo ovviamente ha lasciato un segno profondo nella mia vita, ma il segno profondo è l’ambiguità di questo connubio! 
Il punto non è: "Che mostro!”. Io non ho mai pensato che fossero dei mostri, volevo bene a mio padre, ai miei zii, a mio nonno; non ho mai pensato che quelle donne dovessero denunciare e neanche loro ci hanno pensato; li hanno curati quegli uomini, li hanno amati anche. 
Questa mia passione duratura per il femminismo credo abbia la sua radice in quello che ho visto, così come ha la sua radice lì il fatto che io non mi arrenderò mai alle semplificazioni, per cui là c’è il mostro, qui c’è la vittima. Io continuerò sempre e cercare di capire i nessi perversi di un dominio che passa attraverso le vicende più intime, perché è quella la perversione, l’aspetto duraturo di questo dominio. Gli uomini sono i figli delle donne. 
Comunque dall’inizio degli anni Duemila questo tema è venuto fuori prepotentemente. Nel 2007 c’è questa prima grande manifestazione, in cui la generazione giovane esce con uno slogan forte: "l’assassino ha le chiavi di casa”. 
Ora, perché la violenza nei suoi aspetti più vistosi e manifesti esce così tardi? Anche questo è un aspetto da interrogare nella storia del femminismo. Io non ho mai parlato nell’autocoscienza di quello che vivevo in famiglia. Ne accennai una volta alla fine degli anni Settanta in un’assemblea in cui si discuteva della violenza sessuale e si parlava della possibilità della denuncia d’ufficio. Io dissi: "No, perché avrei tutta la famiglia in galera”. "Il manifesto” riportò il mio intervento e mio padre, quando andai al paese, mi chiese: "Ma cosa hai detto? Che io picchiavo la mamma?”, invece mia mamma, che era una donna di una straordinaria vitalità, mi rassicurò: "Hai fatto bene”.
Allora ero contraria perfino alla legge sulla violenza sessuale, poi mi sono riveduta. Questo per dire che per me era più importante leggere la complessità: perché un tenero figlio può diventare uno stupratore, un violentatore? E perché le donne rimangono con questi uomini? Non è solo per paura, per bisogno. Le nostre madri non avevano alternative: se tornavano in famiglia le rimandavano lì, ma adesso non è più così, quindi non è solo paura o dipendenza economica. È una matassa ancora difficile da sbrogliare. Io credo che questo retaggio antico di essere comunque quelle che hanno generato gli uomini… insomma, il maschio resta questo figliolone cresciuto che pensiamo sempre di poter cambiare...
Comunque, è stato quando sono comparsi i primi rapporti nazionali e internazionali con dati allarmanti sulla violenza contro le donne che ho cominciato a chiedermi: "Ma come mai questo tema arriva così tardi?”; arrivava tardi nella mia storia personale ma anche nel femminismo. Mi sono chiesta: cos’è che ha fatto velo? Da queste riflessioni è nato il mio libro Amore e violenza. Quando ancora oggi vado a presentarlo, mi si obietta spesso: "Ma non si uccide per amore”. È vero, e tuttavia l’amore c’entra. L’amore come lo abbiamo ereditato. Questa è una precisazione doverosa: un amore intrecciato a rapporti di potere. 
Tu hai riflettuto molto anche sul potere della cura.
Io ormai non ho più remore, sarà anche un po’ l’età, non lo so. Oggi sento di poter attraversare il privato senza imbarazzo, senza coperture. In quarant’anni ho avuto modo di esplorare tutto l’aspetto culturale e politico delle vicende cosiddette personali. Che sono poi, come sottolineo sempre, le esperienze dell’umano le più universali. Insomma, un paradosso! 
Su quelle vicende c’è ancora molto da indagare perché sono state lasciate nell’ombra e nel silenzio per secoli.
Negli incontri pubblici io dico spesso che la maternità delle donne è estesissima: curano bambini, malati, anziani e uomini in perfetta salute! Quando lo dico vedo che la gente ha un sobbalzo, ma perché sente che è vero. Una volta un uomo si è alzato e ha detto: hai ragione, ma risparmiaci.
Ecco, in tutto questo io vedo un nucleo ancora non intaccato a fondo: la cura, il rendersi indispensabili agli altri, è un drammatico potere sostitutivo. C’è un attaccamento feroce a questo potere perché evidentemente le donne non riescono a immaginare altri modi per realizzare se stesse. 
Ora, questo rendersi necessaria all’altro però vuol dire infantilizzare: gli uomini si sentono liberi nella vita pubblica, poi tornano bambini dalla moglie e dalla madre che si prende cura di loro. È chiaro che nel momento in cui le donne sono più libere, gli uomini impazziscono perché vengono allo scoperto la loro dipendenza e la loro fragilità. Viene meno la certezza che le donne sono "per” l’uomo. D’altra parte cos’è stato detto dalla nostra cultura greco-romana-cristiana, se non che la donna vive in funzione dell’uomo, tramite l’uomo? "Non sono niente senza te”. È allora la nostra cultura, quella che trasmettiamo nelle scuole che va interrogata.
Dopo la grande manifestazione del 2007 si è finalmente iniziato a parlare della violenza come fenomeno strutturale. Paradossalmente, è stata la violenza manifesta, nelle sue forme più arcaiche e selvagge, ad aprire le porte della normalità domestica, del quotidiano.
Anche questo è molto interessante da capire. Se si è potuto così a lungo ignorare, anche nel femminismo, cosa avveniva nelle case è perché nelle case amore e violenza si mescolano, in questi legami di infantilizzazione, in questi ruoli materni che perdurano. La violenza manifesta è stata il catalizzatore per mettere a fuoco la violenza in tutti i suoi aspetti. 
Lì ho potuto recuperare quel percorso di decenni attorno alla violenza simbolica, quella invisibile, quella che passa attraverso la visione del mondo, e tentare di capire i collegamenti con la violenza manifesta. Il movimento "Non una di meno” parte da lì per poi articolare un discorso più generale su tutte le forme di violenza e dominio. 
Ti sembra che sia in atto qualche cambiamento nel rapporto uomo-donna nelle nuove generazioni?
Non avendo figli, non essendo più a scuola da tanti anni, quello che vedo è legato agli incontri, alle assemblee cui partecipo nelle varie città. 
La nostra generazione scopriva la politicità di tutto quello che era considerato non politico, quindi si partiva dalla vita personale. Per noi era centrale questa attenzione al sé, alle vite scavate in profondità. Se dall’autocoscienza siamo passate alla pratica dell’inconscio è perché volevamo andare ancora più a fondo.
Nelle ragazze di oggi vedo tratti di maggiore libertà e consapevolezza. Al contempo c’è una sorta di età adolescenziale che si prolunga. Eleonora Cirant, nel bel libro Una su cinque non lo fa, racconta come a 30-40 anni molte ancora si interroghino se fare figli, convivere, sposarsi. Leggendo il lavoro di Eleonora, mi sono accorta però che la vera domanda del libro non è se fare figli, ma "Con chi lo faccio?”. A trenta, quarant’anni queste ragazze hanno già un’idea del loro progetto di vita e il maschio, di fronte a questa prospettiva, torna dalla madre. 
In Italia poi c’è un prolungamento inquietante della maternità, soprattutto verso i figli maschi, che colpisce le stesse femministe. È terribile! Andiamo al cinema e propongo: "Poi ci fermiamo a mangiare una pizza?”, mi rispondono: "Ah no, devo tornare a casa a dar da mangiare al figlio”, "Ma quanti anni ha?”, "Trenta”.
Ecco, spesso le donne si separano più facilmente da un uomo che non dal figlio. Il figlio resta e finisce che diventa un partner, perché ormai queste madri sono intelligenti, colte... rischiano di essere più interessanti delle coetanee del figlio!
Quindi, tornando alla nuova generazione, vedo più libertà, al contempo però manca questo sguardo introspettivo così marcato. Questo a volte mi dà da pensare. Mi piacerebbe approfondire la questione. 
Il rischio è quello di perdere la soggettività come campo teorico-pratico su cui indagare. È il rischio di tutte le avanguardie: finisci per fare militanza su un "altro”, su un oggetto: i migranti, le prostitute, le vittime di violenza eccetera. Questo spostamento sull’altro interrompe quella che per me è la base del processo di accomunamento, cioè l’identificazione.
Quindi il partire da sé resta fondamentale anche oggi?
Io penso che il partire da sé sia fondamentale per tutti. Ne parlavamo in un recente seminario su individuo e collettivo. Cosa vuol dire ripensare la singolarità incarnata rispetto alla costruzione di nuove forme di socialità? Come uscire dal dilemma tra individualismo di stampo neoliberista e ripiegamento su forme comunitarie arcaiche, famiglia, patria, eccetera? Come uscire da questa biforcazione? Tra l’altro l’individualismo di stampo neoliberista è molto più insidioso degli altri perché recupera anche degli aspetti interessanti, di desiderio, di autonomia, sei l’imprenditore di te stesso... Ci sono questi bei libri di Roberto Ciccarelli, Forza lavoro e Capitale disumano, in cui si propone un’analisi che rompe finalmente l’economicismo di cui è portatrice anche una certa sinistra. Lo rompe nel senso che lo mette a tema. Che cos’è la forza lavoro prima di diventare lavoro merce? È la facoltà della facoltà, cioè qualcosa che appartiene a tutti. Oggi il capitale crea l’illusione di essere liberi proprio nel momento in cui mette al lavoro la tua stessa soggettività, alienandola.
Ebbene, anche in queste riflessioni, non dobbiamo pensare di partire da zero perché c’è mezzo secolo di movimenti, il femminismo soprattutto, che hanno messo a tema il partire da sé. Anche il capitalismo, nel momento in cui diventa una seconda natura, viene interiorizzato e quindi anche lì devi scalfire, devi fare autocoscienza...
Oggi per me il tema è come ritrovare questo filo che può ridare forza collettiva ai movimenti di oggi.
Tu sei molto scettica verso l’attuale retorica sui "talenti femminili”.
È la questione della femminilizzazione del lavoro. Nella femminilizzazione del lavoro ci sono due aspetti; uno è che nella precarietà generalizzata è come se riemergessero tutti quei tratti tipici del lavoro non-lavoro: nella precarietà c’è il volontariato, il lavoro gratuito o pagato poco, lo sfruttamento. In questo senso il lavoro "femminilizzato” entra in senso negativo. 
L’aspetto che invece viene valutato positivamente è il ricorso ai cosiddetti "talenti femminili”, alle risorse femminili. Si torna a enfatizzare il femminile della cura assieme a tutte queste doti che le donne hanno per natura o acquisito storicamente.
Quindi da un lato femminilizzazione come precarizzazione, dall’altro quest’idea, non dico che le donne possano salvare il mondo, ma che le nuove economie abbiano bisogno delle loro doti. Cristina Morini ha scritto dei bellissimi libri su come il capitale metta tutte le doti dell’umano al lavoro. Anche tutto il discorso sul "diversity management”, cioè sulle manager che tentano di portare un modo differente di lavorare rischia di riproporci posizioni quasi ancillari, cioè i vertici sono sempre quelli, a cui tu porti in dote i tuoi talenti. 
Dicevi che l’educazione, quindi la scuola, resta un luogo cruciale per cambiare le cose.
Penso sia l’ambito più delicato e difficile in questo momento. Molte insegnanti tra l’altro sono in condizione di precarietà, per cui rischiano forte. Ho raccontato spesso di questa mia esperienza degli anni Settanta, quando feci una conversazione con i miei allievi di seconda media e fui denunciata dall’insegnante di religione. 
Nel ’72 per un anno sono stata su tutti i giornali come la "prof del sesso”. Io semplicemente volevo capire cosa succede tra maschi e femmine, far emergere il sottobanco. Tutti si lamentavano del fatto che i ragazzi erano distratti e io rispondevo: "Guarda che loro sono attentissimi, è che sono attenti alle loro cose”, quindi sollevammo il sottobanco e lì c’erano i giornali pornografici, ma soprattutto mi raccontarono i rapporti tra di loro: cosa i maschi si aspettavano dalle femmine, ecc. Io raccolsi questa innocentissima conversazione, cambiai i nomi e la pubblicai su "L’erba voglio”. Questo insegnante di religione, che già aveva cercato di ostacolarci, trovò la rivista in classe... figurati! Io poi ero donna, femminista, capelli rossi… Insomma, il demonio!
Mi arrivò una denuncia da cinque anni di galera, per abuso di pubblico ufficio, corruzione di minori e stampa pornografica (L’erba voglio!?) perché c’era qualche disegnino. Con questa denuncia fui subito lasciata a casa dall’insegnamento e mi dimezzarono lo stipendio. Fortunatamente dalla mia parte avevo la preside, che era figlia di un anarchico, si chiamava Libertà. Lei mi sosteneva, veniva dal giudice portando i miei libri e consigliandoglieli... Comunque, fu una cosa durissima. Per fortuna alla fine fui riabilitata.
Oggi quando parlo con le insegnanti, le invito a fare attenzione a quello che si sta muovendo attorno: bisogna coinvolgere gli adulti, provare a spiegare. Ora poi c’è tutto un fiorire di libri sugli stereotipi. Intendiamoci, va bene intaccare tutti gli stereotipi, la pubblicità, eccetera, però anche qui, di nuovo, bisogna far parlare i bambini, ascoltarli. Perché i piccoli hanno già un immaginario quando arrivano a scuola, assorbito dalla famiglia, quindi devi lavorare su quello, non basta educarli al comportamento corretto. Nella scuola l’ascolto rimane l’aspetto più importante. Certo, è difficile perché gli insegnati vanno a loro volta formati. Io tengo questi laboratori di scrittura d’esperienza in forma intensiva; è una formazione di sé, che però dà in mano anche una pratica, uno strumento che uno può portare nei luoghi propri. È un lavoro impegnativo anche emotivamente; le donne che lo fanno sono entusiaste perché emergono dal fondo delle vite delle cose che non sono mai state nominate, indagate. Il rapporto madre-figlia esplode a qualsiasi età. Queste donne a 70-80 anni ancora inveiscono contro le madri che non le hanno amate abbastanza. Quello è un tema su cui lavorare se vuoi costruire una socialità tra donne diversa.
Io poi vorrei gli uomini anche negli asili nido, cioè dall’inizio. Recuperare quella familiarità con i corpi; è questa la cura più importante: che gli uomini acquistino familiarità con tutto quello che riguarda i corpi, la malattia, l’infanzia, la nascita... 
Negli ospedali eravamo tutte donne attorno a quei letti. Insomma, torniamo a questo corpo femminile che, dalla nascita alla tomba è sempre lì. È chiaro che suscita anche violenza! Io sono scappata dall’idea di essere accudita. Perché agli uomini questo non dovrebbe suscitare gratificazioni ma anche ire furibonde?
La presenza delle donne nella scuola al 99% per me è deleteria. Donne identificate col corpo messe lì a controllare corpi e a trasmettere un sapere dove loro non ci sono e spesso non sono neanche consapevoli di non esserci. Quindi cosa vede il bambino nella madre, nella maestra? Vede una figura potente ma anche svilita. Questo è un inghippo da cui non si esce. Questa è una delle origini della violenza. Gli uomini non ti diranno mai che le donne sono deboli: "Quelle? Ma se comandano sempre! Rompono...”. Ed è vero: rompono. Io mi ricordo che in famiglia la violenza nasceva anche perché le donne non stavano mai zitte. E allora il messaggio era: stai zitta che sennò ti picchiano. Ma quella non è conflittualità, è il prolungamento di una violenza reciproca. 
 (a cura di Barbara Bertoncin)

  
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