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Nuovi montanari, intervista a Andrea Membretti


  
UNA CITTÀ n. 253 / 2018 novembre

Intervista a Andrea Membretti
realizzata da Barbara Bertoncin

VERSO LE TERRE ALTE
I “nuovi montanari” italiani, giovani e meno giovani, ma soprattutto i tanti stranieri che in montagna hanno trovato casa e lavoro, stanno contribuendo al mantenimento in vita di comunità e territori nelle Alpi e negli Appennini, tenendo aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, ecc.; le iniziative virtuose nate attorno all’accoglienza dei richiedenti asilo, che con il nuovo decreto sicurezza rischiano di morire. Intervista a Andrea Membretti.

Andrea Membretti, Senior Researcher presso Eurac (Bolzano) e Istituto per lo Sviluppo Regionale, insegna Sociologia del Territorio all’Università di Pavia. È tra i promotori della rete internazionale ForAlps (Foreign immigration in the Alps - www.foralps.eu) e socio di Dislivelli (Torino). Tra le sue ultime pubblicazioni, Per forza o per scelta. L’immigrazione straniera nelle Alpi e negli Appennini (a cura di, con Ingrid Kofler e Pier Paolo Viazzo, Aracne, 2017) e Montanari per forza (con Maurizio Dematteis e Alberto Di Gioia, Franco Angeli, 2018).
 
Qualche anno fa avete iniziato a studiare i "nuovi montanari”, cioè gli italiani che tornano in montagna, scoprendo che la popolazione che più sta contribuendo al ripopolamento di Alpi e Appennini sono in realtà gli immigrati.
Alla base delle nostre indagini c’è il tema dello spopolamento delle aree montane interne del nostro paese e al contempo l’interesse per come la presenza di nuove popolazioni sta creando delle occasioni di rivitalizzazione di questi territori e di queste comunità. Le popolazioni in questione sono costituite dai cosiddetti "montanari per scelta”, gli italiani, ma anche dai "montanari per necessità”, i migranti economici, che da un punto di vista numerico sono la quota maggioritaria. Considera che nel solo arco alpino italiano abbiamo quasi quattrocentomila residenti stranieri regolari. Infine c’è la presenza più recente dei richiedenti asilo, che abbiamo definito "montanari per forza”. A inizio 2017, sui circa 130.000 ospitati, il 40% era in aree montane, Alpi e soprattutto Appennini.
Partiamo dai "nuovi montanari”, chi sono?
Quelli che consideriamo i nuovi montanari sono persone che vanno in montagna per sviluppare un progetto di lavoro e di vita. Non sono pertanto dei commuter, dei pendolari sulle aree metropolitane, anche se mantengono un rapporto spesso intenso con la metropoli di origine, perché lì hanno reti relazionali, vendono i loro prodotti, fanno parte di circuiti di tipo culturale, di reti associative. Numericamente i nuovi montanari sono una componente ristretta anche se in crescita.
Da poco è partito il progetto "Vado a vivere in montagna”, messo in piedi a Torino col supporto della Compagnia di Sanpaolo, il coinvolgimento del Collegio Carlo Alberto e di altri attori. Questo servizio, come dice il nome, mira a favorire l’insediamento nelle aree montane (per il momento solo in Piemonte) di nuovi abitanti aiutandoli a crearsi un’occasione di vita sostenibile. 
La popolazione coinvolta è variegata: abbiamo avuto ad oggi oltre 120-130 contatti. Io mi occupo del primo colloquio e ho incontrato un’ottantina di persone in questi mesi. Stiamo seguendo al momento una trentina di idee progettuali. 
L’età e le condizioni di queste persone sono molto diverse; andiamo da un minimo di 19 anni a un massimo di 63-64 anni, quindi prepensionati. Anche i titoli di studio sono variegati. Sicuramente sono persone accomunate dal desiderio di avere un’esperienza di vita diversa rispetto a quella urbana, vuoi perché sono giovani che hanno studiato e vogliono un altro orizzonte rispetto a quello della fuga dei cervelli o di percorsi più canonici; vuoi perché sono persone meno giovani che sono state espulse dal mercato del lavoro o si sono autoespulse (c’è una componente abbastanza rilevante legata alla crisi economica); vuoi perché sono persone che iniziano ad avere una certa età, hanno qualche risorsa economica e vogliono provare a investirla pensando a un invecchiamento attivo, avviando un bed and breakfast nella baita di montagna o impegnandosi in qualche attività ricettiva. C’è anche chi è già in montagna e vuole riqualificare la propria attività, magari legandola all’economia sociale. 
Come dicevo, quello dei nuovi montanari è un fenomeno numericamente ridotto, ma con molte potenzialità in termini di sviluppo, ed è cresciuto in questi anni in seguito alla crisi economica, ma anche per rispondere alla crisi culturale e valoriale che stiamo attraversando in questi anni. 
I nuovi montanari stanno sperimentando anche forme di innovazione socio-economica interessanti, su cui ci sarebbe da fare un grosso lavoro in termini di normativa. Purtroppo qui scontiamo un’assenza pressoché totale delle politiche. L’Unione nazionale dei comuni, comunità ed enti montani (Uncem) sta portando avanti delle ipotesi di lavoro, per esempio quella di defiscalizzare i negozi e gli esercizi di alta montagna, insomma, via via che sali di quota dovrebbe scendere la tassazione e dovrebbero salire invece gli incentivi. Al momento però tutto questo è più un’idea sulla carta. 
Proprio occupandoci di questi fenomeni, abbiamo scoperto che l’immigrazione straniera verso le terre alte è molto più consistente di quella dei nuovi montanari. 
Parliamo di migranti lavorativi, economici, che hanno trovato nei territori montani e anche nelle aree interne delle occasioni lavorative interessanti. Le quattrocentomila persone presenti nel solo arco alpino non sono quindi lì perché qualcuno ce le ha mandate, ci sono arrivate spontaneamente.
Va anche specificato che i migranti perlopiù non sono mossi dall’immaginario dei nuovi montanari italiani che hanno magari l’idea della decrescita, dell’impresa economico-sociale alternativa; queste sono persone che cercano lavoro e che, per necessità, si sono fatte un po’ montanare, dovendo e volendo accettare le condizioni di vita di questi contesti. 
Cosa fanno invece i montanari per necessità?
I montanari stranieri, i migranti economici, sono impiegati innanzitutto nel settore primario: agricoltura di montagna, taglio del bosco, estrazione della pietra... Tieni presente che la pastorizia transumante al 90% è straniera. Naturalmente lavorano come manovalanza perché la proprietà delle greggi resta in mano agli italiani. Si tratta di una popolazione finita in montagna con un effetto rimbalzo dalla città, alla ricerca di migliori condizioni lavorative e di vita. Queste sono persone che svolgono professioni che gli italiani non vogliono svolgere o banalmente è venuta meno la gente che faceva quei mestieri. 
Meno presente, anche se c’è, qualche forma di imprenditorialità. Per esempio, rumeni e marocchini avviano attività imprenditoriali nell’edilizia; nascono anche cooperative miste italiane e straniere per il taglio del bosco. Il grosso è lavoro esecutivo, alle dipendenze, con condizioni salariali non particolarmente alte, però con la possibilità di trovare un lavoro e una casa che in città farebbero fatica ad avere.
Assistiamo a una significativa distribuzione di popolazione straniera migrante lavorativa nelle Alpi, ma anche negli Appennini, dove hanno occupato nicchie professionali lasciate libere. A Bagnolo Piemonte, un comune montano in provincia di Cuneo, da secoli la principale attività economica è costituita dall’estrazione di una pregiata pietra da costruzione. Nel 2016 su di una popolazione di circa seimila abitanti gli stranieri erano oltre ottocento. La comunità immigrata più consistente è quella cinese, che tra l’altro viene tutta dallo stesso distretto della madrepatria: parliamo di circa cinquecento persone che, nelle cave, hanno sostituito gli immigrati dalla Sardegna. Nel loro caso non c’è neanche più l’effetto rimbalzo, non è che arrivano prima a Torino o a Cuneo e poi vanno a Barge o a Bagnolo, vanno direttamente in quei posti perché vengono chiamati e addirittura alcuni dei titolari delle cave di pietra sono cinesi. Sappiamo che sono una comunità molto imprenditoriale. Sono riusciti a inserirsi dove gli italiani hanno lasciato o perché l’attività era poco conveniente o per ragioni di qualità della vita; pensiamo ai bar, ormai anche a Pavia la maggior parte è gestita da loro...  
Il fatto che si creino nicchie "etniche” può costituire un problema?
La questione è quella dell’integrazione, anche se io preferisco la parola interazione. Il caso dei cinesi vede una fortissima integrazione lavorativa: hanno quasi tutti contratti a tempo indeterminato e un buon livello salariale. Hanno anche una buona integrazione abitativa, non è che vivono in baraccamenti o stamberghe. Hanno invece delle difficoltà enormi nell’inclusione sociale e nell’interazione con il resto della comunità. Ovviamente ogni caso è un po’ a sé, certo il rischio isolamento, a maggior ragione in montagna e soprattutto per le donne che non lavorano, è reale. Questo d’altra parte vale per le donne cinesi come per quelle dei paesi africani o mediorientali. Il trait d’union è rappresentato dai ragazzi che, andando a scuola, favoriscono comunque un’interazione. 
Parliamo della situazione dei montanari per forza. 
È un’espressione che ho introdotto qualche anno fa. All’interno di Dislivelli, avevamo sempre parlato di montanari "per scelta”,  "per nascita” o "per necessità”. Ma i richiedenti asilo sono montanari per forza perché nessuno ha lasciato loro un margine di scelta se andare o no in montagna. Si tratta di un fenomeno nuovo che abbiamo intercettato un paio d’anni fa mentre ci occupavamo dei nuovi montanari.
Come ricordavo, alla fine del 2016, il 40% dei richiedenti asilo era ospitato in aree montane. L’esistenza di spazi di rarefazione sociale e demografico-abitativa hanno infatti favorito l’insediamento, non solo di nuovi montanari italiani e stranieri, ma anche di migranti forzati. Dalla mappatura che abbiamo costruito si vede chiaramente come la dislocazione dei Cas, i centri di accoglienza straordinaria, e degli Sprar insista maggiormente in aree montane e nei contesti più spopolati. C’è proprio una sovrapposizione tra spopolamento e presenza di Cas e Sprar.
Ovviamente, a livello di politiche governative, l’intenzione non era in primis quella di favorire il ripopolamento e lo sviluppo locale, bensì di usare degli spazi di retroscena. Poi però amministrazioni locali e ong hanno capito che attivando uno Sprar si poteva evitare che il sistema prefettizio dei Cas piazzasse cento persone in un albergo abbandonato con conseguenti problemi di gestione e inclusione, anche lavorativa. L’insediamento di uno Sprar con 15-20, anche 30 rifugiati, poteva invece contribuire a creare un volano per rilanciare delle economie e delle situazioni demografiche compromesse.
Dopo due mesi dalla presentazione della domanda per la protezione internazionale, i richiedenti asilo sono autorizzati a lavorare. Naturalmente, se vengono collocati in contesti dove mancano possibilità lavorative, rimangono sul territorio favorendo l’affermarsi degli stereotipi su cui questo governo ha costruito una parte del suo consenso: "Stanno lì e non fanno niente, prendono i trentacinque euro al giorno per poltrire sulle panchine...”. 
I progetti che abbiamo analizzato hanno invece saputo utilizzare in modo innovativo il contributo che viene dallo Stato per creare delle occasioni lavorative, quindi non solo la formazione, ma una formazione orientata alla cura del territorio, del bosco, al ripristino di alcune attività artigianali... Certo, parliamo di numeri ristretti.
C’è poi il problema che, di fronte all’incertezza sulla permanenza di queste persone, che è vincolata all’esito della loro domanda, molti imprenditori preferiscono non farne nulla. Oltre al fatto che la protezione umanitaria, quella che copriva la maggior parte di queste persone, ora è stata tolta. 
Questo è un altro elemento del dibattito. Nella nostra rete siamo critici sulla distinzione netta tra richiedenti asilo e migranti economici. La gran parte dei richiedenti asilo sono migranti mossi da un mix di fattori: politico-istituzionali, economici, guer­re, cambiamenti climatici. D’altra parte manca una vera politica migratoria: non esiste un canale d’ingresso legale per queste persone.
Tornando alla questione della presenza nei territori montani, dove le cose sono state gestite in modo intelligente, queste persone hanno avuto e continuano ad avere un impatto positivo in contesti fragili e spopolati. 
È questo il punto che noi cerchiamo di portare all’attenzione.
Puoi raccontare qualche caso?
A Pettinengo, nelle Prealpi del biellese, è stato aperto un Cas che, nel corso dell’anno, ospita un centinaio di persone, quindi un gruppo numeroso. Questo ci dice anche che non dobbiamo fare facili semplificazioni: se sono tanti va male, se sono pochi funziona. Ecco, questa presenza ha prodotto un’economia interessante per un paese in fortissima crisi per la chiusura di industrie importanti, penso in particolare alla Liabel; quando la cassa integrazione è finita, la gente ha dovuto spostarsi su Biella o Torino per avere qualche occasione lavorativa. L’apertura del Cas ha dato lavoro a trenta persone. In un paese di mille abitanti offrire un’opportunità a trenta lavoratori con relative famiglie significa impattare sulla vita di cento-centocinquanta persone, oltre il 10% della popolazione. Anche qui i migranti sono stati coinvolti in percorsi di formazione-lavoro nella cura del territorio: ripristino della sentieristica turistica, pulizia del bosco, cura di parchi e giardini; attività che hanno contribuito alla creazione di legami con la comunità. 
Oppure penso al caso della cooperativa K Pax in Valcamonica che, grazie all’apporto di alcuni richiedenti asilo, ha riattivato un hotel abbandonato, ma non per farne uno spazio di risulta per rifugiati. Lì si è deciso di investire in un hotel aperto al pubblico, secondo i principi del turismo sostenibile e con il personale in parte costituito da richiedenti asilo. Parliamo di una località, Breno, dove non c’era più un albergo aperto. Anche la Valcamonica è in crisi perché ha perso la vocazione turistica e ora anche quella industriale è in difficoltà. Ecco allora l’idea di un "eco hotel culturale”, che rispetti l’ambiente e valorizzi il territorio e il patrimonio culturale.
O, ancora, la cooperativa Cadore, impegnata nel settore del turismo e dell’agricoltura sociale di montagna, che lavora al recupero di varietà locali di ortaggi, come il carciofo alpino, recuperando terreni incolti, creando occasioni di lavoro per rifugiati e persone svantaggiate e promuovendo coesione sociale.
Ci sarebbero altri esempi. Il punto è che dove si lavora bene, queste iniziative hanno un impatto sociale molto positivo, anche dal punto di vista demografico, capace di riattivare relazioni sociali e di promuovere forme di resilienza; sono anche occasioni di apertura di questi luoghi a culture che lì non sono mai arrivate, diciamo che si smuovono un po’ le acque. C’è infine un piccolo impatto economico. 
Dicevi che per generare un impatto maggiore ci vorrebbero delle politiche di sostegno. 
Bisognerebbe iniziare a considerare la presenza dei migranti non come delle persone da togliere dalla ribalta delle metropoli per collocarle in uno spazio di retroscena, ma come a un investimento. Ovviamente, essendo mancato, ad oggi, qualsiasi investimento sugli italiani, aspettarsi che lo si faccia sui migranti è forse utopistico. 
Però, se parliamo di sviluppo delle aree interne, è evidente che serve una strategia.
In assenza di una politica per lo sviluppo economico, sociale e demografico delle aree di cui stiamo parlando, i rischi sono, da un lato, quello di una iperturistizzazione, fenomeno che già oggi caratterizza i grandi resort sciistici, i grandi centri del turismo invernale; dall’altro, quello di una periferizzazione, per cui queste aree si riducono a una mera periferia metropolitana semplicemente un po’ più alta di quota, con un impatto ambientale, anche di consumo di suolo, nefasto e con occasioni di sviluppo locale inesistenti. 
Un altro esito negativo è quello che riguarda alcuni dei nuovi montanari, che dopo un po’ collassano. Se non riescono a fare massa critica, queste persone devono infatti ricorrere a un’economia multifunzionale per cui, magari, se si tratta di una coppia, lui avvia un’attività nella pastorizia, ma la moglie deve mantenere un impiego sicuro in città, e allora cominciano i problemi di gestione della famiglia, dei bambini... Oppure tutto un piccolo gruppo investe in un’attività di montagna, ma poi non riesce a viverci, perché va bene la decrescita, ma non può essere la miseria e così alla fine rinuncia facendo morire anche il piccolo indotto, la piccola filiera che comunque si crea in queste situazioni. 
Questo discorso vale anche per i migranti economici che, devo dire, tra tutte le categorie analizzate, sono quelli che si sono adattati meglio perché comunque hanno occupato nicchie professionali che i nuovi montanari non cercavano. Nessuno da Torino, casomai con una laurea, vuole andare a fare il manovale edile in montagna o a lavorare nel montaggio degli impianti di riscaldamento, ma neanche diventare boscaiolo! L’italiano non ha quel tipo di immaginario, spesso non ha neanche quel tipo di risorse fisiche. La gran parte delle persone che ho incontrato, se le metti a fare il boscaiolo, durano tre giorni! I nuovi montanari italiani hanno in mente altro: la ristorazione, gli eventi culturali, l’allevamento, ma solo per fare il formaggio e il prodotto di nicchia, i piccoli frutti, tutte cose che invece lo straniero non considera. Lo straniero immagina di fare il manovale, casomai un domani di aprire una piccola impresa edile, di taglio del bosco. Non ho poi parlato dell’assistenza familiare, che costituisce un fenomeno rilevante, quasi totalmente femminile. C’è una grandissima presenza di assistenti, soprattutto dall’Europa orientale, che favorisce la permanenza in loco degli anziani. 
Abbiamo parlato delle Alpi. E gli Appennini?
Gli Appennini sono l’area più negletta. Però anche qui non mancano le buone pratiche. Per esempio, a Berceto, nell’Appennino parmense, c’è uno Sprar (ora a rischio di chiusura) che seguiva 20-25 persone, sulla via Francigena, quindi con un buon potenziale turistico. Ecco, qui dei giovani sono tornati indietro, sono dei "ritornanti”. La coordinatrice del progetto è una laureata in antropologia culturale; oltre a gestire il centro è guida di trekking, porta in giro i turisti. Quindi si divide tra due attività: una da "neo montanaro” classico e l’altra legata alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati. 
Un altro esempio interessante è in Valle di Comino, Ciociaria, dove è nata un’associazione di nuovi abitanti della montagna, anche lì capeggiati da una ragazza che ha fatto architettura e poi per varie ragioni non voleva stare a Roma; si sono messi assieme formando un’associazione mista italiani e stranieri che offre dei servizi autogestiti ai migranti ospitati nel locale Cas. 
O potrei citare il comune di Fontanigorda, un borgo remoto dell’Appennino ligure, dove hanno deciso di aprire un piccolo Sprar, che accoglie dodici persone dislocate in tre Comuni. Due giovani laureati di Genova, esperti nell’utilizzo delle acque in cui vengono allevati i pesci come fertilizzante naturale, grazie alla cessione gratuita delle vasche abbandonate, si sono messi ad allevare pesci, al contempo hanno avviato un progetto di ricerca assieme all’acquario di Genova, coinvolgendo uno dei rifugiati con un tirocinio retribuito. 
Ora siete preoccupati per l’impatto che avrà il recente decreto sicurezza...
I migranti economici presenti nelle aree montane sono pressoché tutti in possesso di un permesso che consente la loro permanenza. Hanno un lavoro e spesso hanno ottenuto il ricongiungimento familiare, quindi si presume che rimarranno lì e continueranno a tenere in piedi quelle economie locali, l’apertura delle scuole, il mantenimento dell’ufficio postale, il fatto che ci sia un bus; continueranno insomma a rappresentare l’ossatura lavorativa di molte comunità montane, come rappresentano l’ossatura lavorativa di molti settori nel nostro paese, in un contesto però che tenderà a metterli nell’ombra, se non ad additarli come elementi negativi, con il rischio di alimentare un clima non favorevole.
L’impatto più forte però riguarderà i cosiddetti montanari forzati. In questi anni ci siamo imbattuti in molti casi interessanti di utilizzo innovativo e virtuoso della presenza straniera forzata per riattivare dei borghi. Anche con un inizio di conversione di alcuni montanari per forza in montanari per scelta. Il nuovo decreto, depotenziando il sistema dell’accoglienza diffusa, porrà fine a queste esperienze, riportando i richiedenti asilo nelle città, quindi nei grandi centri, nei Cas e nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). Con la cancellazione dei permessi di soggiorno umanitari, si creerà anche un fenomeno di invisibilità e di irregolarità, perché è verosimile che molti dei diniegati proveranno a rimanere dove sono. Avremo così più irregolari in città e anche nelle aree montane: chi ha trovato una casa, un lavoro, una rete, tenderà infatti a rimanere dov’è, ma fuori dal circuito della legalità. 
È un vero peccato, perché la presenza dei migranti economici, dei montanari per forza e dei nuovi montanari italiani, tutti assieme, aveva comunque innescato una fibrillazione nelle aree montane.
Rischiamo dunque di perdere un’opportunità dove tra l’altro si prefigurava una situazione di mutuo vantaggio...
È così. Oggi si parla molto del tema dell’accoglienza. Molti dei progetti che riguardano l’immigrazione interna o internazionale nelle Alpi auspicano lo sviluppo di una "welcoming culture”. Anche in Italia si è parlato di montagne accoglienti, si è insistito molto su questo tema, sempre con una connotazione valoriale, che ha ripreso anche la chiesa cattolica. Ora, se lo fa la chiesa mi sembra anche ragionevole e però... Intanto non si capisce perché si dovrebbe chiedere proprio alla montagna di essere accogliente. Cioè la città non è accogliente, perché dovrebbe esserlo un piccolo borgo dove sono rimaste a vivere cinquanta persone?
Quindi abbiamo detto: spostiamo l’attenzione dai concetti di accoglienza, solidarietà inclusione, per cui noi siamo quelli buoni, quelli che hanno le risorse e se ne vengono pochi -e si comportano bene- allora li teniamo. Proviamo a fare un ragionamento che esuli dal discorso dei diritti umani, anche strumentale se vuoi. 
Qui il tema è lo sviluppo locale e regionale, la tenuta di questi territori. A noi quello che interessa è che qui c’è una situazione di potenziale win-win. Che sia il nuovo montanaro italiano arrivato dalla città per aprire un agriturismo, lo straniero venuto per lavorare nella cava di pietra o il rifugiato che è stato collocato lì forzosamente e però poi ha visto una prospettiva di vita, questi nuovi montanari stanno contribuendo al mantenimento in vita di comunità e territori. Allora andrebbero sostenuti, perché ci guadagniamo tutti.
(a cura di Barbara Bertoncin)


  
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