Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri
pagine di storia

Beate Niemann, nata nel 1942, ha lavorato come operatrice per Amnesty International


  
UNA CITTÀ n. 244 / 2017 novembre

Intervista a Beate NIemann
realizzata da Simone Belci

SI', QUESTO E' STATO
Gli anni del dopoguerra in Germania e un padre creduto morto che improvvisamente si scopre essere detenuto nella Ddr; le tante “prove” della sua innocenza e dell'ingiustizia da lui subita e poi i primi sospetti che le cose non stiano come si è sempre raccontato; la tenace ricerca negli archivi da cui emergono responsabilità sempre più terribili e la ferma volontà, anche al costo di “infangare l’onore della famiglia”, di andare fino in fondo. Intervista a Beate Niemann.

Beate Niemann, nata nel 1942, ha lavorato come operatrice per Amnesty International e per la Chiesa evangelica a Berlino. Terza figlia del commissario della Gestapo Bruno Sattler, morto in circostanze misteriose in un carcere della Ddr, la sua ricerca per ricostruire la biografia del padre è stata raccontata dal film "Der Gute Vater - eine Tochter klagt an” del regista Yoash Tatari. Sul tema Niemann ha pubblicato due libri:­­ Mein guter Vater (Il mio buon padre) e Ich lasse das Vergessen nicht zu (Non permetto che si dimentichi).

Ci puoi raccontare la storia tua e di tuo padre, Bruno Sattler?
Sono nata a Berlino nel giugno del 1942, nei pressi del vecchio aeroporto di Tempelhof. Noi cosa fosse la guerra lo sapevamo, dopotutto siamo cresciuti tra le macerie, ma questo era tutto. Per me era perfettamente normale che mio padre non fosse a casa, non era una cosa degna di nota e non ha giocato pressoché alcun ruolo nella mia vita di bambina. Era la stessa situazione in cui si trovava circa la metà dei bambini della mia classe: i padri non avevano fatto ritorno dalla guerra. Nel 1953 però accadde qualcosa che creò grande scompiglio nella mia famiglia. Per una coincidenza del tutto fortuita, scoprimmo che mio padre non era morto: sottoposto a un processo segreto, era stato condannato all’ergastolo e si trovava in un carcere della Repubblica democratica tedesca. Sulla base di quanto lui stesso avrebbe affermato nel corso degli interrogatori, gli venivano imputati crimini di guerra compiuti soprattutto in Jugoslavia. Io avevo sempre saputo che mio padre aveva lavorato per la polizia sotto il nazismo, ma non tutti i poliziotti nazisti erano assassini e picchiatori. Esisteva tra loro una piccola percentuale di brave persone e una di queste era mio padre. Un fatto comprovato anche dal suo certificato di morte, rilasciato a mia madre dal Senato di Berlino-Ovest nel 1949, che attestava anche la sua "denazificazione”. Quando venne fuori che mio padre era ancora vivo, mia madre informò immediatamente le autorità di Berlino-Ovest chiedendo loro che cosa si dovesse fare. Le dissero che doveva far pervenire una copia della sentenza dalla Ddr. Una totale assurdità, non era una cosa che si potesse fare. Mia madre però ci riuscì. Convinse qualcuno ad andare a rubare il documento tra gli atti dell’avvocato e si presentò al Senato di Berlino-Ovest che, per la seconda volta, proclamò l’innocenza di mio padre e l’iniquità del giudizio della Ddr che lo condannava. Da allora in poi mio padre venne trattato come un ufficiale in carica della polizia di Berlino-Ovest: mia madre otteneva il suo stipendio, in seguito la sua pensione e, dopo la sua morte, avvenuta in circostanze non chiare nel 1972 in un carcere della Ddr, la pensione di reversibilità. Inoltre, ricevemmo un rimborso molto cospicuo per i 25 anni di prigionia scontati ingiustamente da mio padre. A partire dall’età di 16 anni ci si poteva recare nelle carceri della Ddr e io feci visita a mio padre tre o quattro volte. Come queste visite in carcere si svolgessero è una storia che andrebbe raccontata a parte. Era qualcosa di incredibile. Io e mia madre venivamo sempre sottoposte a interrogatori interminabili. Una volta il treno su cui mi trovavo venne fatto fermare in non so quale paesino, mi costrinsero a scendere e fui caricata senza complimenti sul treno che procedeva nelle direzione opposta e rispedita a casa.
Mia madre all’epoca lavorava come segretaria per un’associazione di funzionari della polizia. L’ufficio dell’organizzazione aveva la sua sede nell’appartamento in cui vivevamo e questo ha fatto sì che io fossi circondata tutto il tempo da poliziotti che non facevano che tessermi le lodi di mio padre ed esprimere dispiacere per il terribile destino che gli era toccato. C’erano un sacco di testimonianze che confermavano che mio padre aveva sempre agito correttamente e si era impegnato per evitare mali peggiori. Ricordo, per esempio, una lettera che Maud von Ossietzky aveva mandato a mia madre: la vedova del Premio Nobel Carl von Ossietzky vi manifestava tutta la sua gratitudine per l’umanità con cui mio padre, incaricato della sorveglianza del marito, le aveva permesso di assistere quest’ultimo nelle sue ultime settimane di vita.
Poi arrivò il 68...
Anch’io partecipai alle dimostrazioni contro la guerra in Vietnam, nel 1966-67. Eravamo impegnati in politica con un’intensità eccezionale. Si dice: "La generazione del 68 ha ottenuto che finalmente si parlasse di quello che avevano fatto i genitori sotto il nazismo”. Non è vero: eravamo una minoranza risicata. Ci sputavano addosso. Hanno sputato persino sul mio pancione, quando ero incinta. L’idea che noi abbiamo fatto luce sui lati oscuri di questo paese non coincide con l’esperienza che ho vissuto io. Comunque, a quel tempo, mentre -a quanto si dice- tutti erano impegnati a far luce sui misfatti dei loro padri, decisi di andare a consultare il registro degli iscritti al partito nazista. Parliamo di una lista che comprende undici milioni di tedeschi e che gli americani, dopo che gli era stata consegnata dai sovietici, avevano collocato in una cantina qui a Berlino, a Zehlendorf. I privati non vi avevano accesso, ma era possibile mandare un notaio o un avvocato a consultarla. Così io ho chiesto al padre di un’amica di farlo per me e al suo ritorno lui mi disse: "Tutto quello che ho scoperto è che tuo padre era membro del Partito nazista -cosa che nel frattempo già sapevo, ma, santo cielo, ce n’erano così tanti- oltre a questo non ho trovato nessun’altra cartella che lo riguarda, nulla di nulla”.
Per me poi era molto importante la testimonianza di William Borm, il vecchio presidente emerito della Fdp, il Partito liberale tedesco, morto ormai da tempo, che aveva diviso con mio padre la sua cella nel carcere di Brandenburg a.d. Havel. Nel 1961, Borm, una volta rilasciato, era venuto da noi e ci aveva raccontato che mio padre gli aveva salvato la vita in carcere. Ci aveva portato anche un documento dell’Ambasciata jugoslava a Berlino-Est in cui si diceva che a mio padre non venivano imputati crimini di guerra da parte della Jugoslavia, ma che non era loro compito prescrivere a uno stato-fratello chi andasse rilasciato e chi no. Mia madre diffidava di Borm e giunse persino a sostenere che si trattasse di una spia, ma io nel corso del tempo mi ero molto legata a lui: era una figura luminosa, che in qualche modo faceva le veci di mio padre. L’ultima volta che abbiamo parlato è stato nel dicembre del 1985. Mi stavo per trasferire in India con il mio secondo marito, a cui era stato assegnato un incarico a Bombay, e mi era chiaro che non avrei più incontrato Borm, che aveva allora più di novant’anni. Così andai a congedarmi da lui. In quell’occasione lui mi prese per un braccio e mi confidò: "Sai perché tuo padre non è mai stato rilasciato?”. Io dissi che non ne avevo idea e lui mi confidò che mio padre era stato depennato dalla lista dei prigionieri da riscattare già a Bonn. Insomma, Bonn non lo voleva e Berlino-Est non lo voleva consegnare, si trattava di una questione interna alle due Germanie: mio padre non aveva commesso alcun crimine.
La storia di Borm ebbe poi una svolta sorprendente...
Nel corso della mia permanenza in India mia figlia a un certo punto mi spedì un articolo su William Borm. C’era scritto che Borm era stato la spia prediletta di Markus Wolf, il capo del servizio segreto estero della Ddr. I due erano amici e Wolf considerava Borm la sua spia di maggiore successo all’interno della Repubblica federale tedesca. Dunque mia madre aveva avuto ragione a diffidare. Borm era stato per me una figura paterna, amorevole, gentile, in qualche misura somigliava anche fisicamente a mio padre. Tutta quella storia era stata una menzogna. Era come se il mondo mi rovinasse addosso.
Siamo tornati dall’India solo nel 1992, quindi non assistetti da vicino al processo di riunificazione delle due Germanie. Io però volevo che mio padre, rinchiuso ingiustamente per 25 anni in carcere e probabilmente giustiziato con un colpo alla nuca, venisse finalmente riabilitato in questa nuova Germania. Mi trovavo ancora a Bombay quando inviai la richiesta di annullamento della sentenza che condannava mio padre al Tribunale del Mecklemburg-Vorpommern, dove era stato a suo tempo processato. Mi risposero di lì a poco spiegandomi che avevano esaminato il caso e che mio padre nella Repubblica federale tedesca non avrebbe ricevuto l’ergastolo, ma senz’altro diversi anni di carcere per i reati che aveva commesso. Io pensai che fossero diventati matti. Ma come potevano osare scrivermi che mio padre aveva preso parte a dei crimini e che forse aveva persino dato l’ordine di perpetrarli? Mi sembrava folle e ho subito fatto ricorso.
In quello stesso periodo avevo chiesto di prendere visione dei documenti della Stasi relativi alla mia famiglia, perché mia figlia mi aveva detto che questi dovevano essere messi a disposizione degli interessati. Vi ebbi accesso per la prima volta soltanto nel 1997. Erano documenti falsi, stupidi, sfacciati, impertinenti e ciononostante... ciononostante mi sorse un dubbio. Mi chiesi: "Che cosa so per certo di mio padre?”. Ovviamente conoscevo le storie raccontate all’interno della famiglia, da mia madre, dalle mie sorelle, ma cosa sapevo veramente? Niente di niente.
Decisi allora di fare chiarezza. Mio padre era morto all’età di 74 anni. Allora io disposi 74 fogli di carta bianca sul letto degli ospiti e iniziai a riempirli con le informazioni su mio padre. Mi procurai il suo certificato di nascita e il suo certificato di morte dal carcere di Lipsia-Meusdorf, allora Ddr. Sapevo che mio padre aveva preso parte alla Prima guerra mondiale quando ancora studiava, che aveva combattuto per due anni in Francia e che era sopravvissuto senza riportare alcuna ferita. Una volta fatto ritorno, aveva conseguito il diploma e iniziato a studiare botanica ed economia nazionale, prima a Berlino e poi a Greifswald. Si era iscritto a una confraternita studentesca di cui avevano fatto parte anche suo nonno, suo padre e i suoi fratelli. Assieme ai fratelli era anche diventato membro di un Freikorp.
Io sapevo cosa fossero i Freikorps, ma soltanto vagamente. Cercai quindi delle informazioni più precise. Mio padre si era unito alla Brigata Erhardt, implicata nel Putsch di Kapp, una delle più terribili. Ordinai allora un libro sulla storia dei Freikorps al Centro per la ricerca sull’antisemitismo e, mentre aspettavo, cominciai a scorrere gli scaffali della biblioteca. Trovai un libro di Walter Manoschek, uno storico austriaco che fino a quel momento non conoscevo, che si intitolava "Serbien ist judenfrei” [la Serbia è stata ripulita dagli ebrei]. Pensai: Serbia? Capitale Belgrado, mio padre era lì. Allora tirai fuori il libro per darci un’occhiata e trovai subito il nome di mio padre.
Cosa scopristi?
Walter Manoschek sosteneva in modo inequivocabile che il primo compito assegnato a mio padre quando era stato dislocato in Serbia, nel gennaio del 1942, era stato quello di occuparsi dello sterminio di circa 8.500 persone, per lo più donne e bambini ebrei e qualche famiglia rom, per mezzo dei Gaswagen, dei camion convertiti in camere a gas.
All’inizio dell’occupazione tedesca, nell’aprile 1941, ben 11.000 uomini ebrei erano stati massacrati. Nell’autunno di quell’anno, non volevano più occuparsi dell’approvvigionamento delle donne e dei bambini sopravvissuti e quindi si chiese l’invio del Gaswagen. Quando mio padre prese servizio a Belgrado aveva l’incarico di organizzare, preparare e dirigere questa operazione. E lui lo fece.
Quale fu la tua reazione?
Non ricordo come tornai a casa, né dei giorni successivi. Mia figlia mi ha detto che la chiamai, ma io non me lo ricordo. Quando ho bisogno di ritrovare la calma vado a camminare nel bosco. Cammino per ore e ore, qui a Berlino ci sono delle foreste bellissime. Ci vado da sola e devo averlo fatto anche allora, ma i ricordi sono confusi. So per certo di essere sparita dalla circolazione per alcune settimane. Il libro sui Freikorps poi non l’ho mai letto, ma allora pensai: cosa potrei trovarci di più terribile rispetto a quello che ho letto sul libro di Manoschek sull’impiego dei Gaswagen? Avevo vissuto per così tanti anni tra le menzogne... Quella scoperta fu così scioccante che decisi che qualcosa del genere non mi sarebbe mai più dovuto succedere. Stabilii che sarei andata alla ricerca della verità con molta più determinazione di quanto non avessi fatto fino ad allora.
Così scrissi all’archivio in cui è raccolta la documentazione della Stasi e comunicai che non avrei più chiesto di prendere visione dei documenti in quanto figlia di Sattler, ma in quanto storica, impegnata nel progetto di ricerca di ricostruire la biografia di mio padre.
Da allora ebbi accesso a una documentazione di tutt’altra consistenza rispetto a quella che mi veniva consentito di vedere in precedenza È del tutto stupefacente che cosa si può trovare negli archivi, a Belgrado, o allo Yad Vashem, al National Archive di Washington o a Mosca. Prima di andare in Israele avevo preso contatto con lo Yad Vashem e mi avevano scritto che conoscevano la storia dei Gaswagen in Jugoslavia, ma non sapevano nulla di più. Invece, guardando la loro esposizione, improvvisamente mi trovai davanti a una fotografia di mio padre in uniforme, più che a grandezza naturale. Insomma, c’erano sempre queste esperienze traumatiche. Prima mi veniva detto: "Guardi che noi non abbiamo quasi nulla” e, quando poi invece la documentazione saltava fuori, mi si diceva: "Lasci stare, non si tratta della sua vita, lei non può cambiare nulla, ha una famiglia, dei figli, lasci stare, non è mica una sua responsabilità”.
In questi anni ho scoperto che mio padre si è reso colpevole di crimini terribili. Tra l’altro era membro del famigerato Einsatzgruppe B, che ha operato nell’Europa centrale e nell’Unione Sovietica, dove aveva marciato assieme alla Wehrmacht. Ancora oggi ci sono storici che scrivono che gli Einsatzgruppen arrivavano tre o quattro giorni dopo la Wehrmacht, ma non è vero: sono sempre arrivati insieme. I militari della Wehrmacht lavoravano fianco a fianco con gli assassini degli Einsatzgruppen, si facevano carico di tutto il lavoro amministrativo e davano loro man forte.
Ho scoperto che mio padre aveva fatto parte dell’Einsatzgruppe B grazie a una foto che lo ritrae in uniforme da battaglia delle SS accanto a un carro armato sovietico. Mia madre mi aveva sempre giurato che mio padre non aveva mai e poi mai vestito l’uniforme delle SS, ma dietro questa foto c’è una nota con la grafia di lei.
Cos’hai poi saputo delle traversie di tuo padre dopo la guerra?
Dopo la fine della guerra mio padre si era nascosto. All’inizio dell’estate del 1947 era arrivato a Berlino-Ovest, dove si era stabilito sotto falso nome in una pensione. Poco tempo dopo era stato aggredito per strada e caricato su un camion che l’avrebbe trasportato a Berlino-Est. Dopodiché era sparito senza lasciare tracce. Si stima che tra le cinquecento e le settecento persone abbiano subito la sua stessa sorte.
Come decidesti di far conoscere pubblicamente la tua storia?
Nel 2000 contattai uno dei principali quotidiani di Berlino, il "Tagesspiegel”, per chiedere se in archivio avessero del materiale relativo a questi rapimenti. Il giornalista che se ne occupava mi telefonò e chiese perché mi interessassi di quella storia. Risposi che anche mio padre era scomparso in quel modo e gli raccontai delle mie ricerche. Qualche tempo dopo mi inviò un lungo articolo in cui aveva scritto sulla storia mia e di mio padre per il giornale. Mi pregò di segnalargli eventuali inesattezze e mi scrisse che, se trovavo qualcosa di sbagliato o inopportuno, l’articolo non sarebbe stato pubblicato. Ci pensai a lungo. La decisione che presi ha segnato l’esistenza che vivo oggi. Decisi di lasciarglielo pubblicare: le informazioni che riportava erano corrette. L’articolo apparve nel dicembre del 2000 e, con le proporzioni del caso, il mondo dei media mi rovinò addosso.
Tra i tanti che mi contattarono c’era un documentarista, Yoash Tatari, che mi chiese se sarei stata disposta a farmi accompagnare per un anno da una telecamera, mentre viaggiavo per ricostruire la storia di mio padre. Rifiutati, ma gli dissi che mi avrebbe fatto piacere conoscerlo. Quando ci incontrammo mi chiese di ripensare alla sua proposta. Allora ne parlai con un caro amico che mi disse: "Accetta”. Poi chiesi a mia figlia. Eravamo in macchina e lei era poco più che trentenne. Si girò di scatto e mi disse: "Certo che lo farai! Perché devi dimostrare che si può fare, che si deve fare. E io sono orgogliosa di te”. Allora telefonai a Yoash Tatari e gli dissi che accettavo.
Per più di due mesi ci siamo incontrati due o tre volte alla settimana e non abbiamo fatto altro che parlare: dovevamo instaurare un rapporto di fiducia. Lui doveva poter credere che avevo preso la cosa seriamente e io dovevo fidarmi del fatto che non voleva trarre dalla mia storia un documentario sensazionalistico come è d’uso nella televisione. Tra l’altro, dovevo tener conto del fatto che non si trattava di una questione che riguardava soltanto me: anche i miei figli e i miei nipoti avevano una voce in capitolo. Al termine di questi due mesi diedi il mio assenso definitivo e Yoash Tatari mi seguì per un anno, con un piccolo team o con la sua telecamera portatile, filmando quello che facevo. Non c’è niente che sia stato fatto per compiacere le telecamere.
Insieme siamo andati a Belgrado dove Walter Manoschek mi ha messo in contatto con uno storico locale, Milan Koljanin, che aveva scritto la sua tesi di dottorato sul campo di concentramento di Sajmište, il luogo dove erano stati internati le donne e i bambini ebrei e le famiglie rom di cui ho parlato. È lì che li andavano a prendere i Gaswagen che, passando per Belgrado, li trasportavano poi a Jajinci. Mio padre aveva fatto calcolare il momento preciso in cui si doveva rilasciare il gas nel veicolo per evitare che si sentissero le grida degli internati per le strade di Belgrado e, al contempo, per far sì che arrivassero già morti al monte Avala. Nel frattempo, un’altra squadra di internati aveva già scavato quattro grandi fosse comuni. In ciascuna di esse furono gettati circa duemila cadaveri.
Nel 1943 giunse a Belgrado il cosiddetto Enterdungskommando, sotto la guida di von Blobel, che si era già occupato di far sparire i cadaveri, bruciandoli, dopo l’eccidio della gola di Babyn Jar. Anche al monte Avala i cadaveri vennero disseppelliti e bruciati; in seguito i membri stessi del Kommando vennero uccisi, ma quattro di essi riuscirono a sopravvivere. Durante la mia visita a Belgrado uno dei sopravvissuti dell’Enterdungskommando mi inviò un testo in cui descriveva nel dettaglio la loro storia e lo scavo delle quattro fosse comuni. Il documento mi fu mandato con la preghiera di farlo pubblicare in Germania, cosa che non mi è riuscita, ma in seguito l’ho mandato allo Yad Vashem, dove è stato archiviato e messo a disposizione del pubblico e della ricerca, almeno questo.
È stato grazie all’aiuto di Milan Koljanin che ho avuto accesso ai documenti degli archivi belgradesi riguardanti mio padre e che Yoash Tatari ha avuto il permesso di filmare le mie ricerche. Koljanin conosceva anche gli unici due sopravvissuti di Sajmište ancora in vita. Liljana Đorđević, che aveva allora tredici anni, rimase nel lager assieme a sua madre e a un piccolo gruppo di cinque o sei persone, perché sull’ultimo Gaswagen non c’era più spazio. Milan Koljanin le ha chiesto se avrebbe voluto incontrarmi e lei ha detto di sì. Per me era inimmaginabile anche soltanto l’idea di avvicinarmi a una delle vittime di mio padre.
A me non sarebbe mai venuto in mente di farlo. Ricordo che quando mi trovai di fronte a Liljana, pensai: "Ma perché la terra sotto di me non si apre e mi ingoia?”. Ci siamo poi incontrate in più occasioni, abbiamo parlato molto e per lungo tempo ci siamo scambiate delle lettere.
Durante la settimana che ho trascorso a Belgrado ho conosciuto quattro sopravvissuti allo sterminio della popolazione ebraica. Mihajlo Đorđević aveva sedici anni quando fu internato nel lager di Banjica, con l’accusa di essere un partigiano. Con lui ho camminato per due ore sul monte Avala e mi teneva stretto il braccio mentre raccontava e raccontava. Il team di Yoash Tatari ci ha lasciati soli, di fatto non aveva alcuna importanza che io lo capissi. Era importante che lui tenesse il mio braccio e raccontasse. Più tardi i membri della troupe sono andati a mangiare e io pensavo: "Ma com’è possibile andare a mangiare in un momento come questo?”. Così presi a camminare, a lungo, per le strade di Belgrado, fino a che non sbucai presso una sperduta chiesetta ortodossa. Impiegai più di due ore per ritrovare il ristorante dove gli altri erano andati a mangiare. Allora Mihajlo Đorđević mi fece spiegare che non gli era possibile esprimere cosa significasse per lui che la figlia del suo carnefice fosse venuta ad affrontare i crimini commessi dal padre.
La sera prima di partire da Belgrado, incontrai anche il dottor Štajner. In un primo tempo Štajner aveva rifiutato di incontrarmi, ma quella sera ci chiamò dicendo che aveva cambiato idea. Superato il suo iniziale scetticismo, finimmo per parlare a lungo. Štajner era stato un giornalista di successo e un anno dopo mi inviò una lettera, scrivendomi che a lui, un uomo di parole, non era possibile trovare quelle per esprimere quanto fosse importante il fatto che fossi venuta. Quegli incontri mi convinsero che rompere il silenzio era davvero la cosa giusta; non dire: "In fondo non mi riguarda, sono stati i miei genitori” o cose del genere, ma fare i conti con i loro crimini.
Una cosa che per me è molto chiara è che io non ho nessuna colpa. Io non posso né perdonare, né espiare alcuna colpa, non è per questo che porto avanti le mie ricerche. Lo faccio perché voglio che nelle famiglie si facciano i conti con questi crimini, perché voglio che ci si faccia carico delle responsabilità e si faccia luce sul passato. Ancora oggi ci sono un sacco di persone che dicono: "Mio nonno in guerra ha soltanto guidato il sidecar e non ha mai portato l’uniforme”. Ce ne sono a bizzeffe di queste storie, corredate dalle foto di soldati tedeschi sorridenti che posano in maniche di camicia in un qualche villaggio dell’Ucraina o della Bielorussia. Solo che quei villaggi non esistono più, perché furono tutti bruciati. È contro queste forme di occultamento del passato che io voglio fare qualcosa. Sono stufa di questo silenzio. Così vado in giro con la mia storia per le scuole di tutta la Germania, con l’eccezione della Baviera, che a quanto pare di me non ne vuole sapere. Nella gran parte dei casi gli studenti non sanno praticamente nulla della Seconda guerra mondiale e io sono costretta a prenderla molto alla larga per poter contestualizzare la storia della mia famiglia. Per me la cosa importante è far capire ai giovani che si possono affrontare anche degli eventi così terribili. Che anche se stai parlando della tua famiglia, devi trovare il coraggio di dire: "Sì, le cose sono andate proprio così”.
Una mia amica ebrea mi ha detto una cosa che mi rimarrà impressa per sempre: "Se voi -cioè noi, i tedeschi- non raccontate la nostra storia, allora sarà come se la mia storia, la mia famiglia non fossero mai esistite”. Più di 120 membri della sua famiglia sono stati assassinati a L’viv.
Ecco, se noi tedeschi continuiamo a ripetere: "Sì, mio padre era a L’viv, ma solo per qualche giorno e senza fucile, del resto lui non lo portava mai...”, allora la sua storia non sarà mai esistita. Io invece la sua storia voglio continuare a raccontarla. Non sta certo a noi decidere quando sarà giunta l’ora di pronunciare la parola "fine”. In realtà credo che non spetti a nessuno farlo, neanche alle famiglie delle vittime: questa storia dev’essere trasmessa perché, magari in proporzioni e modalità diverse, eventi simili continuano a ripetersi e noi dobbiamo affrontarli.
Come ha reagito la tua famiglia a questa tuo impegno per la verità?
Mia madre è morta nel 1984, ma io avevo interrotto i rapporti con lei già nel 1978. Le mie sorelle avevano preso le parti di mia madre e da allora non le ho più sentite. So che sanno di cosa mi occupo.
Il documentario su di me ha girato per tutta l’Europa, di sicuro l’hanno visto anche loro, però non si sono mai fatte sentire. Per quel che riguarda i miei amici, li si può dividere all’incirca in tre parti. Un terzo ha smesso di parlarmi, con un terzo posso andare al cinema, a teatro o a bere un caffè, ma non mi chiedono mai che cosa stia facendo. Un terzo mi dice: "È fantastico quello che fai. Lo fai per tutti noi”. Un’affermazione che non mi sento di condividere. Io credo che questa difficoltà ad affrontare di petto la storia della propria famiglia abbia a che fare con la cristianità: onora il padre e onora la madre. Io non lo posso fare. Per i giovani di origine turca, araba, siriana che incontro nelle scuole è del tutto incredibile sentire che io oso mettere in discussione la figura del padre, del capofamiglia, del capoclan. Molti studenti mi scrivono anche che non riescono a capacitarsi del fatto che qualcuno trovi il coraggio di mettere in questione l’onore della famiglia. Ma sono stata io oppure questi assassini a infangare l’onore della famiglia? ­Noi non possiamo dimenticare. Viviamo fianco a fianco con le famiglie delle vittime e non possiamo archiviare questa storia. Io ho diverse amiche ebree, ognuna con una storia familiare terribile. Per loro è possibile relazionarsi con me perché io dico: "Sì, questo è stato”.
(a cura di Simone Belci)

  

dal nostro blog
0
24 ottobre 2017

Per un sindacato unito. Dalla lettera di Pierre Carniti a Cgil, Cisl e Uil

… Il lavoro da sviluppare è, dunque, quello di cogliere l’unità nella diversità e di trasformare il superamento delle diversità … ...

segui
0
24 ottobre 2017

Denti

Un venerdì mattina dello scorso marzo, a Salisbury, Maryland, già due ore prima del sorgere del sole si poteva vedere … segui


0
18 ottobre 2017

Epistocrazia

Su “Le Monde”, il costituzionalista Alexandre Viala, nell’interrogarsi su quale sia il modello di governo che ha in mente Macron, … ...

segui
0
17 ottobre 2017

Fuori dalla scuola

Marie, 13 anni, amava l’inglese e Shakespeare, ma non riusciva a controllare il suo comportamento. Non può farci nulla, si … segui


0
11 ottobre 2017

Disuguaglianze in Germania

Alla vigilia delle elezioni in Germania, il “Financial Times” ha dedicato un pezzo alla povertà in Germania, o più precisamente … ...

segui



chiudi