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"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


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cosa sta succedendo

Chiara Saraceno è sociologa e studiosa della famiglia e delle sue trasformazioni


  
UNA CITTÀ n. 242 / 2017 settembre

Intervista a Chiara Saraceno
realizzata da Barbara Bertoncin

QUELLA E' UNA FAMIGLIA
L’introduzione della parità fra uomo e donna nella famiglia ha cambiato profondamente, anche psicologicamente, il modo di essere famiglia, rendendo più negoziale il matrimonio e facendo cadere l’idea, sostenuta da tanti, dell’utilità del padre “nemico”; il rischio odierno del padre “cameriere”; le politiche demografiche, viste male, in realtà sono politiche per la libertà di scelta; il problema della childlessness e il nodo della gestazione per altri. Intervista a Chiara Saraceno.

Chiara Saraceno, sociologa e studiosa della famiglia e delle sue trasformazioni, ha insegnato Sociologia della famiglia nell’Università di Torino ed è stata professore di ricerca all’Istituto di ricerca sociale di Berlino. Tra le sue pubblicazioni: Conciliare famiglia e lavoro (con M. Naldini, Il Mulino 2011); Coppie e famiglie (nuova edizione), Feltrinelli 2016; Mamme e papà. Gli esami non finiscono mai, Il Mulino 2016, L’equivoco della famiglia, Laterza 2017.

Lei studia da molti anni i rapporti di genere e tra le generazioni. Vorremmo capire com’è cambiata la famiglia e dove tracciamo oggi i suoi confini.
È una domanda molto complicata, non solo per eventuali motivi ideologici, ma anche perché nella nostra consuetudine quotidiana dove mettiamo i confini quando parliamo della nostra famiglia dipende dal contesto.
Quando io dico la mia famiglia, "i miei”, devo sempre specificare, innanzitutto nella mia testa, se sto parlando della famiglia che ho fatto con mio marito o la famiglia da cui provengo. Entrando in ambito giuridico, di diritto civile, il perimetro cambia ulteriormente; se poi si parla di "parenti tenuti agli alimenti” siamo a una visione già molto più allargata dalla famiglia. Insomma, i confini sono mobili e diversi a seconda dei casi e delle circostanze. Se a tutto questo aggiungiamo il "colore” che diamo a cosa mettiamo dentro la famiglia e cosa ci aspettiamo dalla famiglia, emergono culture familiari diversissime, non solo tra noi e i famosi "altri”, ma anche all’interno di una stessa società.
Quando insegnavo, il primo giorno, alla prima ora di lezione di sociologia della famiglia, proponevo agli studenti di scrivere in un foglio chi mettevano dentro la loro famiglia. Era ogni volta una bellissima esperienza perché dentro la famiglia ci finiva di tutto e di più. Non erano solo i miei nipotini a inserire Mirtilla, la gatta, tra i membri della famiglia, lo facevano anche gli studenti. Nel momento in cui famiglia evoca un colore emotivo, un’affettività, ci può stare l’animale ma ci può stare anche una nonna e non un’altra, una zia e non un’altra; ci può non essere il genitore separato che vive lontano, ma ci può essere il genitore separato e la sua nuova compagna, a seconda di come sono le relazioni. Qualcuno metteva quell’amica perché "fa parte della famiglia”; c’era chi metteva il fidanzato della sorella, e così via.
Era un esperimento molto interessante anche perché quasi tutti avevano poi una famiglia molto standard dal punto di vista formale: le scelte confermavano quello che faticosamente e più concettualmente sto cercando di dire io e cioè che i confini dipendono dallo sguardo e dalla motivazione che sta dietro questa domanda.
Poi ovviamente esistono le varietà culturali, perché famiglie formalmente identiche dal punto di vista della formazione, della composizione, persino della strutturazione giuridica, possono in realtà indicare modelli di genere, quindi rapporti uomo-donna, e rapporti di generazione, cioè cosa ci si aspetta gli uni dagli altri, radicalmente differenti.
Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 si attuò la parità uomo-donna, non c’era più il capofamiglia. Io appartengo ancora alla generazione che ha fatto firmare le pagelle al "padre o di chi ne fa le veci”. Il nuovo codice inseriva però un’ulteriore novità non sufficientemente sottolineata, cioè in parte rovesciava il rapporto tra generazioni: il linguaggio non era più quello dei doveri dei figli nei confronti dei genitori, ma dei doveri dei genitori nei confronti dei figli. Si trattava di un vero mutamento culturale che quella riforma in parte rispecchiava e in parte facilitava. Questo è sempre vero con le norme giuridiche: in parte seguono, in parte anticipano.
Altro grande mutamento è stato quello della tardivissima perfetta equiparazione dei figli naturali e figli legittimi. Lì il passaggio è stato lunghissimo. Prima da illegittimi son diventati naturali, poi c’è voluta un’altra ventina d’anni e siamo arrivati al 2012. Quando lo dico all’estero mi guardano con gli occhi fuori dalla testa.
Anche questo è un grande mutamento. Già l’art. 30 diceva che c’erano degli obblighi anche fuori dal confine stretto della famiglia legittima. Questa equiparazione scardina ulteriormente il concetto di famiglia perché sancisce che i rapporti diretti tra generazioni non sono più dipendenti dai rapporti orizzontali di coppia. È un passaggio fondamentale.
Come stanno cambiando i rapporti di coppia? Si parla di un matrimonio sempre più negoziale e paritario, almeno nelle aspettative...
Oramai il matrimonio è ordinato, non solo giuridicamente, ma anche culturalmente, al principio di parità. L’aspettativa di parità era condivisa largamente già nell’indagine dell’Istat di qualche anno fa (che pure mostrava quanto prevalesse ancora l’assoluta accettazione dell’asimmetria pratica).
Ora, se io introduco il principio della parità e soprattutto lo pratico nei rapporti di coppia, è chiaro che tutto deve essere molto più negoziale. Non sto dicendo che un tempo le famiglie fossero fondate sul principio del "qui comando io e questa è casa mia”. Tuttavia, l’autorità in qualche modo era stata interiorizzata anche da chi la subiva. La mia mamma parlava del "sole intorno a cui tutto deve girare”, anche se noi sospettavamo che lo facesse girare lei, ma questo è un altro paio di maniche.
Allora, fin quando c’è questo principio, quel che si deve fare è manipolare, suggerire qual è il tuo desiderio, diciamo che scatta un meccanismo serva-padrone. Nel principio della parità invece è tutto molto più esplicitamente negoziale. Questo significa che il rapporto può diventare più conflittuale, perlomeno i conflitti diventano trasparenti.
D’altra parte, la frase "si fa così perché l’ho detto io” non funziona più neanche con i bambini piccoli. C’è ormai questa consapevolezza che bisogna convincerli, persuaderli, che non è una cosa brutta.
Comunque, riguardo i rapporti di genere, i passaggi sono più complicati e tuttora in corso. Dentro al principio della parità ci sta sicuramente un forte cambiamento nei comportamenti femminili, in particolare quelli delle donne sposate e madri. Oggi le donne entrano in rapporti di coppia sempre meno asimmetrici: dal punto di vista culturale, del divario d’età, della situazione economica. Tutto ciò è l’effetto, ma anche la causa, di una maggiore parità, perché è chiaro che se lui è più vecchio di lei, più istruito, più ricco...
Il fatto poi che, perlomeno nel centro nord, la maggioranza delle donne sia occupata, influisce sull’organizzazione quotidiana della vita.
Apro una parentesi: le donne hanno sempre lavorato moltissimo nella società contadina; anche se a noi sembra lunghissima, la figura, l’idea della casalinga ha una storia molto breve.
Certo, la divisione del lavoro domestico resta asimmetrico e gran parte dell’organizzazione del lavoro e della scuola continua a dare per scontato che ci sia qualcuno a casa, e tuttavia i cambiamenti che ho citato incidono nei rapporti di coppia. Qui va detto che sono cambiate più le donne che gli uomini. Le donne hanno assunto più compiti, ruoli, aspettative, desideri, e tanto più quanto più sono istruite. L’Italia è un paese in cui l’istruzione fa la differenza, soprattutto nella partecipazione al mercato del lavoro, tant’è che stanno aumentando le disuguaglianze tra donne, non solo tra donne e uomini.
Sta cambiando anche il modo di essere padri.
In effetti nelle giovani generazioni di padri osserviamo dei mutamenti, che tra l’altro riguardano proprio quella fascia d’età che, a lungo, è stata considerata dominio esclusivo delle madri. Ci sono psicanalisti che sostengono che nei primi tre anni di vita quello che conta è la madre, del padre si può fare a meno. Una mia collega ha fatto una ricerca sui neopadri ed usciva in effetti quest’immagine di uomini che si danno un sacco da fare, però vivendosi perlopiù come secondari; uno spiegava: "Sono come il cameriere, faccio tutto affinché lei possa dedicarsi al bambino”.
Oggi sicuramente vediamo padri più accudenti, un fenomeno secondo me da incoraggiare. Io polemizzo spesso con quest’idea che l’accudimento sarebbe incompatibile con l’autorevolezza, con la capacità di dare dei limiti. Per cui se non ci fosse il padre ci sarebbe solo questa cosa simbiotica tremenda, perché le donne non danno una regola… ma se sono loro che danno le regole tutti i giorni?! E allora che anche i padri accudiscano un po’. Invece è come se i padri impegnati nella cura dei figli perdessero autorevolezza, mascolinità. È una cosa molto curiosa.
Molti uomini esprimono questa nostalgia del padre del buon tempo antico, contro cui devi sbattere la testa, questo bisogno di averlo come nemico… Io ho avuto un padre molto tradizionale ma era anche un padre tenero.
Questa rivoluzione dei modelli di genere ovviamente è iniziata dalle donne perché erano quelle che avevano più da guadagnare, però sta avvenendo anche per gli uomini. Non è detto che questo porti più parità: i padri non devono fare necessariamente le stesse cose. Quando finalmente verrà loro data l’autorizzazione all’accudimento magari inventeranno delle modalità nuove. Ci possono essere stili diversi, così come ci sono tra una persona e l’altra.
Certo parliamo di una trasformazione dirompente nella sua potenzialità, perché scombina appunto questa idea di famiglia fatta di un papà e una mamma, distinti e separati. Ecco, anche questa ipostatizzazione della madre e del padre, del maschio e della femmina…
Torino è stato tra i primi posti dove era possibile, per i transessuali, fare l’operazione. Non so se sia ancora così, ma all’epoca, per poter avviare questa transizione, per dar prova di essere una femmina, dovevi dimostrare che ti piaceva cucinare e ricamare. Come se a tutte le donne piacesse….
Le politiche, l’organizzazione del welfare quanto aiutano e quanto invece ostacolano le trasformazioni in atto?
L’Italia è un paese che tuttora considera la famiglia come primo welfare. Anche proprio nelle norme di legge: è di oggi una sentenza della Corte di cassazione che dice che un padre deve continuare a pagare gli alimenti alla figlia nullafacente.
Quindi, norme di legge, ma anche aspettative culturali: oggi la cura delle persone non autosufficienti è un compito affidato alla famiglia; lo Stato se ne occupa solo se uno è senza famiglia.
È curioso: siamo uno dei paesi apparentemente più familisti e però abbiamo le politiche di sostegno alla responsabilità famigliare tra le più povere che ci siano, sia quelle tradizionali, gli assegni, sia quelle più innovative di conciliazione. Qualcosa è cambiato negli ultimi anni a partire dalla preoccupazione demografica. Ma anche qui molto lentamente, perché l’Italia è un paese fecondo nella memoria storica, dove peraltro le politiche demografiche avevano una cattiva nomea.
Quando partecipavo alla commissione povertà, alla conferenza stampa di presentazione dell’assegno universalistico per i figli, i miei colleghi maschi mi dissero: "Parla tu perché a te non possono dire che sei contro le donne”. E però ricordo che tutti i giornalisti commentarono: "Eh, no… il fascismo...”.
Questo paese ha fatto fatica ad affrontare il problema demografico proprio per via di questo fantasma del vincolo alla libertà delle persone. Il punto che va chiarito è che qui il problema non è che nascono pochi bambini, ma che ne nascono meno di quelli che si vorrebbe mettere al mondo.
In un paese democratico, come dice il mio maestro demografo Livi Bacci, le politiche della popolazione sono politiche di libertà. Quindi io devo togliere le penalità e ampliare il raggio delle opportunità, poi ciascuno sceglie.
Questo per dire che si è arrivati tardi alle politiche di conciliazione, su cui l’Italia, tutto sommato, non partiva male. E pensare che negli anni Settanta, colleghe statunitensi, inglesi, mi chiedevano come mai avessimo congedi così generosi, e anche una scuola materna con buoni livelli di copertura per allora.
Era l’esito congiunto del compromesso storico: alla Democrazia cristiana interessava che le mamme, anche quelle che poverine dovevano lavorare, potessero stare a casa il più possibile (quindi congedi lunghi), e al Pci e ai sindacati interessava che le donne che lavoravano fossero aiutate. Però dopo di allora, mentre gli altri paesi hanno cominciato a correre, pagando meglio ed estendendo i congedi anche ai padri, e concependo i servizi per la prima infanzia, non solo come aiuti "per le mamme che lavorano”, ma anche come politiche di pari opportunità per i bambini, noi siamo rimasti fermi. Il risultato è che continuiamo ad avere grandi aspettative nei confronti della solidarietà famigliare a tutti i livelli.
Invece ci sarebbe così tanto da fare, a partire dal Sud, dove c’è poca occupazione femminile. Perché, lo ripeto, i servizi per la prima infanzia non dovrebbero essere concepiti solo come strumento di conciliazione. Soprattutto nelle regioni meridionali, dove i tassi di povertà minorile sono molto alti e i tassi di povertà educativa sono altissimi, dovresti fare di più, non di meno, dovresti investire tantissimo, invece sono le uniche regioni in cui si trovano le scuole materne a tempo parziale, infatti moltissimi fanno la cosiddetta primina.
In generale nei paesi mediterranei, ma in particolare in Italia, le politiche della famiglia sono proprio la cenerentola; forse stanno peggio solo le politiche di contrasto alla povertà, oltretutto le due cose non sono scollegate.
Poi, certo, bisognerebbe aumentare l’occupazione femminile, soprattutto quella delle donne a più bassa istruzione con più carichi famigliari, dove il trade off tra quanto guadagni e quanto costa una baby sitter rischia di essere sfavorevole. Invece è proprio un mondo alla rovescia: piove sul bagnato. È quello che viene chiamato l’effetto Matteo.
Oggi si parla di famiglie "lunghe”, dove c’è un’inedita compresenza di più generazioni...
Quando si parla di questa trasformazione della famiglia, si enfatizza il costo della sanità e delle pensioni, ma che cosa vuol dire, in termini di esperienza di famiglia, diventare grandi avendo pochi o nessun fratello e due generazioni sopra di te? Questo, nel nostro paese, non è stato messo a fuoco.
Si parla molto dei nonni (il secolo dei nonni) perché in qualche modo è una figura nuova, ma si stenta a vedere cosa questo significhi per i nipoti.
Ci pensavo in queste settimane che facevo giustappunto la nonna: il nostro nipote più grande, che ha 13 anni, ci ha visto invecchiare. I nipoti di oggi hanno questa esperienza, anche lunga, dell’invecchiamento, del diventare fragili, della morte, che li accompagna lungo la vita.
Quindi c’è quest’esperienza della relazione trigenerazionale, non bigenerazionale soltanto, che è una novità. Sarebbe interessante studiare tutto questo nell’ottica dei nipoti, non soltanto nell’ottica dei nonni.
Si trasforma anche l’esperienza delle generazioni di mezzo...
Quelle vengono studiate, ma sempre dal punto di vista strumentale, del care giving, della prestazione di cura. Me ne sono occupata a fondo quando ero in Germania. La letteratura straniera è molto più ricca della nostra: cosa vuol dire diventare madre della propria madre, cosa vuol dire rompere certe barriere dell’intimità, soprattutto quando sono cross gender?
Mi ricordo un intervistato tedesco che si occupava molto della sua mamma, e però spiegava, "certe cose non le faccio”. E lo capisco. Mentre invece dalle donne ci si aspetta di più, senza troppo interrogarsi su cosa significhi occuparsi di un anziano maschio.
In quest’ambito nascono anche conflitti di lealtà. La generazione delle 50-60enni, le donne-sandwich (o forse più propriamente le "nonne” sandwich) strette tra genitori e nipotini, si trova al centro di potenziali conflitti, non solo sul tempo da gestire, ma anche proprio conflitti di lealtà.
Accanto alle famiglie lunghe ci sono le famiglie corte, quelle dei figli unici che casomai non hanno figli...
Su questo c’è qualche ricerca soprattutto fuori d’Italia. Cioè, gli anziani senza figli.
Anche le migrazioni possono produrre questo effetto. Io ho avuto due figlie gemelle, e una sta in Germania. Se uno ha un unico figlio e questo va via... C’è un problema di childlessness, di mancanza di figli, perché non si sono fatti, ma c’è un problema di childlessness anche perché sono altrove. Su questo qualche indagine è stata svolta, soprattutto sulla solitudine degli uomini. In caso di divorzio si interrompono più facilmente i rapporti generazionali degli uomini con i propri figli, e quindi anche con i propri nipoti.
Le donne sembrano più capaci di crearsi dei rapporti alternativi a quelli generazionali, la nipote, la figlia dell’amica, eccetera.
Il rischio dell’isolamento degli uomini mai sposati, o divorziati in età anziana e non riaccoppiati, è molto elevato. In qualche modo pagano in età anziana quella divisione del lavoro e delle competenze relazionali che magari li aveva avvantaggiati in età adulta.
Questo è un problema serio man mano che aumenta l’instabilità coniugale o comunque della coppia. Diciamo che le donne rischiano di diventare più povere, gli uomini rischiano l’isolamento.
Sta cambiando anche la maternità: accanto a una crescente medicalizzazione, aumenta la voglia di un ritorno alla "natura”.
Guardandomi in giro ed esplorando un po’ i blog, la letteratura eccetera, in effetti si osservano questi due fenomeni che in parte sono in opposizione, ma in parte si possono sovrapporre nella stessa persona. Cioè, c’è una ipermedicalizzazione, che è solo in parte colpa dei singoli medici. In Italia c’è un protocollo molto preciso, però se uno appena appena non è un poveretto va ben oltre il protocollo, quindi ad esempio si fanno molte più ecografie del necessario, poi magari al secondo figlio ci si calma un po’. Per una donna della mia generazione, che ha combattuto a suo tempo per la demedicalizzazione, addirittura per il parto a casa, magari con alcune ingenuità, scoprire che invece si partorisce col monitor legato alla pancia... Insomma, uno rimane un po’ così.
Dopodiché, accanto, c’è questa mitologia dell’allattamento a oltranza, del cibo fatto in casa, guai se si comprano le pappe, dei pannolini lavabili. Ci sono perfino servizi che li lavano ma bisogna permetterselo, insomma è molto "costoso” sia in termini di tempo che di denaro stare a questi livelli di cosiddetta natura. Perché poi vogliamo cambiarlo spesso il bambino, non è come un tempo che fin quando non colava…
Quello che a me colpisce è questa enfasi sulla natura. Che poi è una natura tutta inventata: per il co-sleeping, il sonno condiviso, serve il letto apposta a cui si attacca la culla; ora ci sono anche queste fasce costosissime… Senza considerare che le donne si fasciavano addosso il bambino perché dovevano lavorare nei campi. E comunque mi sembra un discorso un po’ rischioso.
Ricordo una volta un dibattito con i Verdi tedeschi, secondo i quali, in nome della natura, la mamma deve allattare a oltranza, quindi deve stare a casa… Insomma, dare sempre e soltanto cibi preconfezionati non va bene, però non esageriamo, bisogna sopravvivere!
Turba anche come queste giovani madri, che pure vogliono essere così evolute, emancipate, alla fine non parlino d’altro!
In questi anni c’è stata un’esplosione di blog di mamme, che sono certo luoghi di auto-aiuto, ma a volte diventano dei moltiplicatori d’ansia...
Alla fine degli anni Settanta, mentre ero negli Stati uniti con le mie figlie, tramite il pediatra si organizzavano dei gruppi di auto-aiuto. All’epoca erano incontri faccia a faccia, adesso c’è Facebook o appunto i blog. Va bene, ma possiamo parlare anche di qualcosa d’altro?
Marina d’Amelio ha fatto uno studio approfondito su questo fenomeno. Emerge intanto che è tutto ceto medio, insomma manca chi avrebbe davvero bisogno di un confronto, anche franco, e di sostegno; manca un luogo, un contesto in cui poter dire, ad esempio, che non ne puoi più, che almeno una volta nella vita hai desiderato di sbarazzarti di tuo figlio. Eppure succede. Mi ricordo quando una volta lo dissi in pubblico. Il gelo scese in sala! Dopodiché però vedevo tutte queste teste che assentivano. Ma come si fa a dire una cosa del genere senza sentirsi una madre tremenda? Bisogna saper essere ironici, prendersi in giro, e questo richiede anche una certa competenza espressiva, quindi è una cosa molto di classe.
Comunque, i più tremendi, per me, sono i gruppi Whatsapp delle scuole. Quelli sono degli autentici generatori di ansia: basta che un bambino dica una cosa e subito si scatena un putiferio, prima di aver fatto un minimo di verifica. Infatti qualcuno si tira fuori. Però se ti togli poi non sai più neanche quali sono i compiti! Ma questo è un altro capitolo che riguarda l’uso dei social media, che ha ovviamente alcuni aspetti positivi, ma altri un po’ terrificanti.
Lei parla anche delle famiglie transnazionali...
Gli emigranti sono per definizione transnazionali. Una collega francese ha fatto una ricerca proprio sui figli dei migranti, mostrando come dentro una stessa fratrìa ci fossero almeno tre diverse categorie di figli: quelli nati in Francia, quelli arrivati in Francia dopo e quelli rimasti a casa.
Quando qualcuno della famiglia migra, la famiglia diventa trasnazionale. Anch’io ho una famiglia transnazionale nella misura in cui ho una figlia che sta in Germania. Questo non è evidentemente un fenomeno nuovo. La novità è che sono cambiati sia i mezzi di trasporto che quelli di comunicazione.
Gli stessi social network hanno reso incredibilmente diverso il modo in cui ci si può tenere in contatto. La trasmissione delle risorse, le rimesse degli immigrati un tempo seguivano una via un po’ più tortuosa, oggi con Moneygram, Western Union, ecc. il passaggio è istantaneo. Forse si è anche ampliata la varietà dei popoli che si mescolano. Comunque, basta leggere Telmo Pievani per scoprire che è dall’inizio della storia dell’umanità che siamo in movimento.
Io sono stata negli Stati Uniti, la prima volta, quando avevo 17 anni, in seconda liceo, come exchange student. Sono andata in nave e ci ho messo quindici giorni. Quando scrivevo ai miei genitori, rispondevo sempre alla lettera precedente, non all’ultima inviata, perché anche le lettere arrivavano per nave. C’era la teleselezione, che consentiva le telefonate transcontinentali, però uno doveva fissare un appuntamento, prenotarla, ecc. Quando le mie figlie hanno fatto la stessa esperienza, c’era già internet, il telefono costava, ma si poteva fare.
Questa facilità di comunicazione crea anche aspettative diverse.
Dalle ricerche sulle madri migranti che hanno lasciato i figli nel paese d’origine, emerge come talvolta si crei perfino una percezione della non necessità della presenza fisica: ti vedo tutte le sere, ti parlo tutte le sere, addirittura ti correggo i compiti via Skype, ti chiedo come stai, quindi che bisogno c’è che mi sposti? Posso rimandare il viaggio all’anno prossimo. Penso soprattutto a luoghi lontani, come nel caso delle Filippine. Questo è problematico. È difficile credere che davvero la distanza sia totalmente annullata. Trovo poi curioso che ci si sia posti il problema delle famiglie transnazionali solo quando si è cominciata ad analizzare la migrazione femminile.
Di nuovo, l’assenza dei figli e dei padri non è considerato un problema familiare dagli analisti. Le dinamiche familiari si studiano solo dal punto di vista dell’assenza delle donne. Che cosa sperimenta l’uomo non è altrettanto studiato.
La gestazione per altri resta un nodo controverso...
La gestazione per altri è il nodo più complicato di tutto l’insieme delle tecnologie riproduttive, che pure hanno nodi complessi a ogni passaggio, anche quando il tutto avviene dentro la coppia perché comunque c’è un intervento medico molto forte. Quando poi si passa alle figure del donatore o donatrice, già si entra in un’area che richiede un’elaborazione culturale complessa, anche rispetto a come restituire questa origine al figlio o figlia che verrà. Senza nascondersi il fatto che donatore e donatrice non sono la stessa cosa. Con la maternità surrogata il passaggio è proprio grosso, perché non c’è più solo la questione della continuità genetica, ma si tocca il fatto che siamo sempre "nati di donna”, almeno per adesso.
Una volta appurata l’assenza di sfruttamento, resta la questione se questo tempo sia irrilevante, sia per la donna gestante che per il nascituro. Cioè, garantita la piena libertà della donna, che vuol dire libertà di farsi la sua vita, libertà di decidere di tenerlo anche fino a un mese dopo la nascita, libertà di abortire, ecc.; ecco, chiarito tutto questo rimane quel nodo. Sono irrilevanti quei mesi? Ora, tutta la cultura post-psicanalitica ci ha suggerito che siano importanti. Senza enfatizzarli eccessivamente, noi però sappiamo che, da un certo punto in poi, il bambino riconosce la voce della mamma. Tant’è vero che in alcune cliniche gli fanno sentire la voce dei genitori putativi.
Ecco perché penso che chi (coppie gay o coppie etero) entra in questo processo deve prioritariamente consentire, non solo alla libertà della donna, ma anche a mantenere una relazione. Il bambino deve conoscere le sue origini.
Da noi tutta questa parte resta oscura. Dato che la surrogata è vietata, i giudici di volta in volta devono prendere una decisione dal punto di vista del diritto del bambino di avere i propri genitori. È complicato. Comunque a me interessa dire che deve esserci un patto esplicito, formalmente scritto, in cui tutti i soggetti coinvolti si impegnano a mantenere una relazione per il bambino. Questa mi risulta essere una regola informale delle Famiglie Arcobaleno.
Io lo porrei proprio come vincolo. Si ridurranno le possibilità? Non importa. Se cambiano i modi in cui si può mettere al mondo, allora devono cambiare anche le regole, che vanno adeguate, non è solo un fatto tecnico.
Ma la gestante non potrebbe allora essere considerata un terzo genitore?
Esattamente. Si potrebbe pensare a una forma di genitorialità allargata. È pur vero che quando ho detto questo di fronte ad alcune Famiglie Arcobaleno, un papà mi ha risposto: "No, i genitori siamo noi”. Che dire? Per me l’importante è riconoscere che c’è un’origine generante plurima. La gestante può essere anche soltanto questa figura distante che però mi ha consentito di venire al mondo e io comunque la conosco, conosco il suo viso, la sua famiglia.
Questa situazione estrema tutto sommato ci fa capire che ogni generazione in realtà è a più dimensioni: c’è il desiderio, c’è la fisicità della cosa, che a volte si combinano nelle stesse persone e a volte no. Se vogliamo, anche l’adozione è una forma di gestazione per altri. Tra mettere al mondo un bambino in modo non intenzionale e poi darlo via e metterlo al mondo in modo intenzionale come dono verso altri… Non so, ripeto, è complicato.
Nella famiglia allargata, contadina, a volte ad allattare o ad accudire era una zia. Questa idea della famiglia, della genitorialità così ristretta, per cui i genitori sono due e non più di due... In fondo, quando due si separano e si risposano, anche lì entra una pluralità di figure, e in quel caso anzi riteniamo auspicabile che ciascuno si assuma un pezzetto di ruolo genitoriale.
Sono problemi grossi. Non credo che noi siamo pronti per regolamentare la gestazione per altri. Poi ci sono i rischi che molte femministe evidenziano legittimamente, che gli uomini si facciano delle fantasie, che il corpo delle donne sia solo un contenitore.
È anche per questo che imporrei la relazione. Ma è soprattutto per il bambino.
Com’è andata a finire con il cognome della madre?
È un’altra norma incompiuta. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima "l’automatica attribuzione” del cognome paterno in presenza di una diversa volontà dei genitori. La legge ferma in Senato però è un brutto compromesso perché dice che "a domanda”, si può prendere il cognome della madre. Che vuol dire che di default si prende il cognome del padre. Ma come? Di default devono esserci tutti e due, perché solo quello del padre? Un altro mistero misterioso!
Ma esiste un "minimo comun denominatore”, un’unità minima della famiglia?
Io dico che non c’è. Antropologi e etnologi hanno a lungo pensato che il minimo comun denominatore fosse la diade madre-figlio. Sarà, ma ci sono delle società in cui la madre non ha alcun diritto sul figlio, e se muore il marito, il figlio le viene portato via e viene educato dalla tribù del marito. Era vero anche nelle famiglie toscane aristocratiche, dove la madre veniva lasciata lì perché poteva essere accudente, però la continuità famigliare era l’altra.
Quindi in natura io vedo questa diade, ma non la vedo affatto come istituzione sociale.
Non è nemmeno la coppia, perché la coppia non c’è dappertutto. E neanche il padre e il figlio. Pertanto io abbandonerei l’idea di cercare una definizione universale, minima, di famiglia, come qualcosa che trovo dappertutto. Da un punto di vista occidentale, mi verrebbe da dire che c’è famiglia quando ci si prende continuativamente cura gli uni degli altri.
Secondo me la legge dovrebbe anche riconoscere questo: se due, anche se non sono uniti da un rapporto giuridico, si sono presi continuativamente cura l’uno dell’altro, quella è una famiglia.
(a cura di Barbara Bertoncin)

  

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Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Diciannove scompaiono

Una generazione che, nonostante sia meno numerosa, più istruita e flessibile e meno sindacalizzata, stenta a entrare nel mercato del lavoro; l’idea, sbagliata, che per fare spazio ai giovani ci si debba liberare dei vecchi; il problema del mismatch e di un’economia fondata sul basso costo del lavoro. Intervista a Bruno Contini.

La cultura del dato

Al 2007 gli operai erano cresciuti non calati; così come erano cresciute le piccole fabbriche a scapito delle grandi; la grave incomprensione a sinistra del cambiamento; la mancanza cronica di dati che affligge il nostro paese e vanifica ogni riforma; l’isolamento tragico di Marco Biagi. Intervista ad Aris Accornero.

Falso allarme?

Il problema della scelta di lanciare l’allarme in una situazione di incertezza insuperabile; l’influenza, malattia innocua a livello individuale, niente affatto statisticamente; il vaccino, rimedio necessariamente comunitario, oggi sotto attacco dei naturopati; il rischio della seconda ondata. Intervista a Fabrizio Pregliasco.

Il profilo personale

Il fallimento del passaggio dal vecchio collocamento meccanico a politiche del lavoro attive, attente alla necessaria personalizzazione dei percorsi; la mancata informatizzazione, una formazione del personale tradizionale, l’isolamento territoriale, le risorse date solo agli ammortizzatori passivi... Intervista a Concetto Maugeri.

Il calendario che non c'è

La consunzione di un calendario civico nazionale e di quello scolastico in un paese che non ha fatto i conti col passato; il giorno della memoria e la domanda decisiva, sempre elusa, su "come è potuto succedere”; il bisogno di memoria sintomo di solitudine, smarrimento; l’ideologia dell’autentico, comune a destra e sinistra. Intervista a David Bidussa.

Dillo alla Lega

In giro per le regioni rosse passate alla Lega, incontrando i vecchi ex Pci che vedono nel partito di Bossi l’ultimo di sinistra, ma anche i tanti giovani antisindacato e anticomunisti; il ruolo delle donne e l’incredibile capacità della Lega di mettere assieme giovani e vecchi in una sorta di 68 alla rovescia; intervista a Paolo Stefanini.

Partecipazione e innovazione

Il sistema adottato a Pomigliano, il Wcm, è solo un’evoluzione del toyotismo, e anche l’Ergo Uas ha più uno scopo ergonomico che di controllo; l’errore dei sindacati di non aver chiesto, in cambio di innegabili sacrifici, una maggiore partecipazione degli operai alla progettazione; i contratti "a menù”. Intervista a Luciano Pero.

No Tav o no Tir?

L’esempio di Francia e Svizzera che hanno risolto le stesse questioni in modo partecipato, efficace e soddisfacente per tutti; l’equivoco nominalistico della Tav, che non sarà alta velocità; il trasporto merci che oggi deve andare "in pianura”; una parte di ambientalismo sempre contrario a priori, comunque. Intervista a Mario Virano.

Quando l'indagato

Il disagio per un magistrato di dover indagare e accusare un appartenente alle forze dell’ordine; un codice Rocco, tuttora in vigore, che condannava la devastazione molto più aspramente delle lesioni volontarie; un lavoro fatto in solitudine, per far luce su cosa successe alla Diaz. Intervista a Francesco Cardona Albini.

A manifestare, in toga...

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Milano, Reggio Calabria

I fatti di Rosarno non si spiegano senza la ’ndrangheta e alcune direttive europee dagli effetti perversi; le infiltrazioni al Nord, in particolare a Milano, dove siamo ormai alla terza generazione di ‘ndranghetisti; il rapporto con la Chiesa, le ambigue iniziative del governo e la speranza nei giovani; intervista a Enzo Ciconte.


In casi estremi

Uno scenario aperto, dagli esiti ancora incerti, da cui potrebbero emergere anche paesi totalmente riconfigurati; i dubbi sul cosiddetto modello turco che, se per l’Egitto potrebbe rappresentare un miglioramento, in Turchia è invece in discussione; le probabili ricadute sul conflitto israelo-palestinese. Intervista a Andrew Arato.
Due centesimi di dollaro

L’esperienza in Tanzania e in Vietnam e la passione per i paesi in via di sviluppo, dove tanto si impara, proprio professionalmente; le malattie parassitarie, che basterebbe così poco per debellare, e l’indegno comportamento delle aziende farmaceutiche; un ricordo dell’amico Carlo Urbani. Intervista a Antonio Montresor.

La Francia e i Rom

La decisione del governo francese di espellere dal paese famiglie Rom e Sinti provenienti da Bulgaria, Ungheria e Romania e quindi cittadini a pieno titolo dell’Ue ha suscitato, oltre che la perplessità dei giuristi, una diffusa reazione di disapprovazione, se non addirittura di sdegno, da parte di una nutrita schiera di esponenti, laici e religiosi, della società civile europea. Intervento di Giulio Cavalli.


Un pomeriggio a Jaffa

In una giornata piovosa, l’incontro casuale, in un bar di Jaffa, con "il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”, Rifaat Tourq, oggi impegnato con i bambini del quartiere Ajami, di Tel Aviv, dove da tempo è in corso un tentativo di espulsione dei palestinesi. Di Mariangela Gasparotto.
Rosa al Cairo

Dove potremmo trovare i giusti strumenti analitici? Forse un buon punto di partenza ci proviene da Rosa Luxemburg (1871-1919). Agli inizi della mia carriera avevo tradotto e curato la pubblicazione delle sue "Lettere” e una sua breve biografia, intitolata Rosa Luxemburg: A revolutionary of Our Times. Non posso fare a meno di pensare a Rosa, in questo momento: certo sarebbe rimasta intrigata da quanto sta accadendo in Medio Oriente.


Lo specchio del Paese

Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato "Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

Meglio il perito

Cosa è servito prender la laurea? A trent’anni se resti senza lavoro per la crisi vedi che cercano periti, operai specializzati, neolaureati under 29, gente che sa usare il 3D... Intervista a Giaele Placuzzi.

Il riparatore

Il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità; le nostre vite, anche se non ce ne rendiamo conto, sono piene di "riuso”, a partire dalla nostra casa; invertire una cultura che stigmatizza chi ricorre all’usato, riabilitando il valore, anche economico, della manutenzione; intervista a Guido Viale.

Se un fiume si chiama dragone

La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una "protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

Se non ci fossero state le badanti

Il disorientamento di tante famiglie costrette a diventare "datori di lavoro” di una badante. L’inquietante aumento delle vertenze, ma anche le tante storie di grande dedizione. L’assurdità di enfatizzare la domiciliarità mentre si lascia tutta l’assistenza a carico delle famiglie. Intervista a Alberto Bordignon e Cristina Ghiotto.




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