Marc Pierini, francese, è stato ambasciatore dell'Unione europea in Marocco, Siria, Tunisia e Libia, e Turchia. Oggi è ricercatore presso il Carnegie Endowment for International Peace e continua a seguire la situazione della Turchia e della regione.

La Turchia, fino a qualche anno fa, dava l'immagine di un paese che, pur con le sue contraddizioni, stava avanzando verso una modernizzazione. Cos’è successo?
Nel mio libro Où va la Turquie? (Actes Sud, 2013) ho analizzato i primi dieci anni dell’Akp al potere. All’epoca, l’Occidente, e l'Europa in particolare, avevano maturato grandi speranze nella Turchia, nell'Akp e in Erdogan. Certo, vedevano emergere una serie di problemi, ma mantenevano la fiducia che questo nuovo partito, che aveva una maggioranza solida, potesse in qualche modo diventare un partito musulmano democratico come i partiti cristiano-democratici europei.
Inoltre nei primi anni dell’Akp erano state introdotte politiche economiche efficaci che avevano fatto della Turchia un paese in forte crescita; l'unione doganale con l'Unione europea aveva contribuito a creare una piattaforma di produzione, soprattutto per l'industria automobilistica europea, Fiat, Renault, ecc.
In quello stesso periodo, l'esercito abbandonava il ruolo politico, di interferenza nel gioco politico, così come è la regola nelle democrazie dell'Europa occidentale. 
Assistevamo insomma a un'evoluzione verso una società più progressista e a un avvicinamento con l’Unione europea, che sembrava non solo favorevole ma anche irreversibile.
Certo, c'erano ancora delle reticenze e un certo disagio per i discorsi dell’Akp sulla religione, però si guardava più ai progressi nell’ambito dei requisiti politici e tecnici necessari all'adesione all’Unione. Insomma, dominava un senso di ottimismo.
Retrospettivamente, dobbiamo riconoscere che l’Akp non ha mai fatto mistero della sua intenzione di promuovere una società religiosa conservatrice. La concretizzazione di questo obiettivo politico è stata fatta per piccoli passi. Molti hanno visto favorevolmente alcune misure, come la fine del divieto alle giovani donne di portare il velo all’università. E però nel frattempo si faceva strada anche il discorso per cui "la donna deve rimanere a casa e avere tre bambini, la donna è per natura differente dall'uomo, dobbiamo allevare una generazione di bambini pii”. Inoltre in ogni università pubblica è stata realizzata una moschea; si è poi creato un ponte tra le scuole degli imam e l’università, e poi tra le scuole degli imam e la scuola militare; tutti provvedimenti volti appunto a fare della società religiosa conservatrice una realtà.
Era già allora evidente che su certi aspetti l'azione di Erdogan non era compatibile con i criteri di adesione all'Unione europea, e tuttavia non c'era mai stato un conflitto aperto. Penso in particolare alla questione di Cipro, alle riserve di Sarkozy, ecc. D’altra parte anche sul versante turco c'era una posizione conflittuale con l'Europa: lo stato di diritto, la libertà di espressione e di associazione, si stavano rivelando un ostacolo per gli obiettivi politici di Erdogan, che ha dunque cominciato a prendere le distanze, non solo in ambito politico, ma anche in quello più tecnico-formale.  Per dire, le gare d'appalto in Turchia sono attribuite in maniera totalmente politica, una modalità che va contro i criteri previsti nell’apposito capitolo del negoziato di adesione. Ancora nel maggio 2013,  i lavori per il terzo aeroporto di Istanbul sono stati affidati con criteri esclusivamente politici.
Quando possiamo collocare il punto di svolta?
A mio avviso, la vera natura del concetto di democrazia di Erdogan ha iniziato a emergere nel 2013, con il movimento di Gezi Park a Istanbul: una protesta a livello locale di giovani ed élites urbane. La maggior parte dei responsabili dell'Akp e dell'amministrazione hanno reagito in modo moderato. Al contrario, Erdogan ha subito assimilato i manifestanti a dei terroristi e li ha repressi con violenza. Questo per l’Europa e l’Occidente è stato il segnale che in Turchia c’era una diversa concezione della democrazia. Poi c’è stata la campagna presidenziale del 2014 e l'elezione di Erdogan, primo presidente eletto a suffragio diretto. In base al suo concetto di democrazia "maggioritaria”, avendo avuto il 52%, doveva essere il capo dell'esecutivo, ma anche del potere legislativo e giudiziario.
Dopo le elezioni, è così emersa l’esigenza di "armonizzare” la Costituzione turca con i risultat ...[continua]

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