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Alberto Cavaglion, studioso dell'ebraismo, insegna all'Università di Firenze


  
UNA CITTÀ n. 232 / 2016 luglio-agosto

Intervista a Alberto Cavaglion
realizzata da Cesare Panizza

DAL '22 AL '43
Come raccontare il fascismo e la Resistenza a un giovane? Un prevalente disinteresse generale, in cui si è fatto strada un approccio storiografico segno dei tempi, la metonimia, cioè il tentativo di raccontare la parte per descrivere il tutto, e così la Resistenza è narrata solo attraverso quell’episodio oscuro oppure è “perfetta”; la difficoltà di appassionare i ragazzi a eventi per loro lontani e il problema di un paese che non ha fatto i conti col passato. Intervista a Alberto Cavaglion.

Alberto Cavaglion, studioso dell’ebraismo, insegna all’Università di Firenze.

Anni fa hai scritto La Resistenza spiegata a mia figlia. Come si racconta a un giovane di oggi il fascismo, la Resistenza, la Shoah?
La pubblicazione di La Resistenza spiegata a mia figlia risale al 2005. All’epoca esistevano ancora degli steccati, una parvenza di interesse, di passione, ma anche rigidezze, per cui era molto difficile discorrere di queste cose, cercare di semplificarle senza scendere nella banalizzazione. Nel 2005 per me sarebbe stato molto più facile scrivere "la Shoah spiegata a un adolescente” che non parlare della Resistenza.
In questo ultimo decennio si è tutto un po’ frantumato, sciolto; è cresciuto moltissimo il disinteresse e se nel 2005 sperare di cogliere, di captare l’attenzione di un adolescente,era già una missione impossibile, oggi mi sembra una missione quasi disperata. Intanto sono passati dieci anni e il distacco generazionale si è ulteriormente approfondito. Poi è caduta ogni forma di steccato, si può dire di tutto di più, non c’è più quella resistenza ideologica che nel 2005 era ancora molto forte. Molte delle cose oggi date per scontate allora erano argomenti tabù: il tema della violenza, il tema del rapporto tra scelte individuali e politiche erano molto difficili da affrontare. Comunque oggi prevale soprattutto un disinteresse generale, a fianco del quale, però, secondo me sta venendo fuori un fenomeno curioso e anche un po’ ambiguo, una sorta di metonimia storiografica. La parola è molto professorale, tecnica, ma significa che ciascuno racconta una parte del tutto, pensando così di esaurire il tema. Nel caso della Resistenza si analizzano casi estremi, la Resistenza perfetta oppure la Resistenza totalmente imperfetta, le pagine più oscure. I sottotitoli di questi libri tuttavia riportano "la storia della Resistenza”. Si pensa insomma che, raccontandone una parte -o la perfezione ideale o l’abominio, la vergogna, l’oscuro, il grigio- si esaurisca il discorso completo. È questo che i linguisti chiamano metonimia: racconto la parte per descrivere il tutto. E questo vale per la Resistenza, ma anche per la storia del fascismo e della deportazione.
Il fatto è che quando si propone a un adolescente un tema vasto come il fascismo o la Resistenza, l’ambizione dovrebbe essere di dargli un quadro completo, di esaurire la complessità delle angolature. Limitarsi a un aspetto mi sembra un segno dei tempi.
Nel caso del fascismo, pesa sicuramente il ritardo con cui abbiamo esaminato e fatto i conti con il regime nella sua totalità. Io appartengo a una generazione che si è formata negli anni Settanta e i miei fratelli maggiori mi spiegavano che parlare di fascismo significava parlare dei repubblichini.
Tutto quello che riguardava le biografie delle persone cresciute nelle prima metà del Novecento partiva dal ’43. Di ciò che quelle persone avevano fatto dal ’22 al ’43 non si parlava.
Tutti, vittime incluse, gli ebrei in primis, hanno tardato tantissimo a riconoscere che fosse esistito un fascismo ebraico, che le biografie di tanti partigiani avessero avuto una prima fase, un primo atto. Qualcuno, per la verità, lo diceva già negli anni Settanta, Isnenghi tra i primi, ma erano voci isolate. La storiografia prevalente ha dato per scontato questo luogo comune: il fascismo è il biennio repubblichino. Questo approccio ha reso quasi impossibile spiegare che invece è stata una malattia profonda che ha condizionato tutti gli strati della società italiana, vittime incluse. Tutto questo pesa ancora oggi perché ci trasciniamo dietro un ritardo cronico che è difficile da colmare.
Dicevi che la metonimia è segno dei tempi.
Intendiamoci, la metonimia è un’anomalia. Tutte le politiche storiografiche della memoria in Italia nella Seconda guerra mondiale sono molto interessanti, perché, se le si vuole guardare con franchezza e un pizzico di spregiudicatezza, risultano strane. Oscillano, l’ho scritto tante volte, tra i vuoti o i pieni, o il troppo o il nulla.
Uno studente di oggi che faccia le scuole superiori viene da dieci anni di commemorazione della Giornata della memoria e sa cosa vuol dire la parola Shoah. Venti, trent’anni fa la parola Shoah non la usava nessuno. Le leggi razziali fino al 1988 costituivano un vuoto totale di memoria. Ecco, oggi assistiamo a un eccesso, perché la memoria della Seconda guerra mondiale è fortemente condizionata dalla deportazione razziale e sembra che esista solo quella. La deportazione politica, l’antifascismo politico, che negli anni Settanta erano in auge, oggi non li studia più nessuno.
Lo stesso discorso vale per l’internamento militare che in quegli anni era tabù. Il caso delle memorie di Natta che non potevano uscire... Erano anni in cui tutto ciò che riguardava le forze armate non godeva di buona stampa, quindi vennero taciute anche le pagine nobili che oggi stanno venendo fuori. Anche questa è una forma di metonimia.
La nostra memoria, subendo il condizionamento della politica, è stata parziale oppure oscillante tra estremi. O il tutto o il nulla. Mai una riflessione pacata, che desse conto di tutto.
È una tendenza nazionale?
Mi sembra una tendenza solo italiana. Fatte salve alcune coordinate generali che valgono dappertutto: prima del ’61, prima del processo Eichmann, nessuno sapeva nulla della Shoah. Però l’Italia ha delle sue specificità e delle sue aritmie che sono dovute alla vita politica del paese, ai costumi nazionali, alla rapidità con cui si è passati a un’autoassoluzione generale, soprattutto sul fascismo. La prontezza con cui abbiamo rinviato alle calende greche un esame del fascismo nel suo complesso non è paragonabile all’esame di coscienza che hanno fatto i tedeschi.
Prendiamo anche la questione dei musei. In Germania, un passato di riflessione critica su se stessi così profondo ha reso facile la realizzazione dei musei; il museo traduce un processo di riflessione. Se non c’è, come puoi costruire un paradigma storiografico?
Tu lavori anche nelle scuole secondarie superiori; quanto è cambiata la modalità di comunicazione di queste cose?
L’aspetto problematico di questo lato del discorso riguarda la difficoltà di affrontare qualunque riflessione politica o storiografica tradizionale. Oggi è molto più facile accedere ai documenti, ma è molto più difficile sviscerare i nodi problematici e soprattutto la storiografia politica. Il pericolo di questo approccio è un eccesso di soggettività, di messa a fuoco di problemi spesso fatui, il tempo libero...
Quello che si è perso completamente di vista di questi tempi è la storiografia politica. Cioè perché un giovane sceglie di essere fascista o no, perché aderisce?
È sempre la conseguenza di un percorso di consapevolezza politica. Lo svuotamento della storiografia politica nell’insegnamento della storia è un problema serio. Riesce poi molto difficile spiegare a un ragazzo di oggi perché certe cose non si possono fare, perché la magistratura debba essere distaccata dalla politica, perché la storiografia debba essere distaccata... C’è questo peso della soggettività, quest’idea che gli individui portino dentro la storia solo la propria emozione, la propria identità di genere e non invece le ragioni per cui nella storia capita che un individuo realizza che certe cose non si fanno.
Si fa una fatica veramente immensa a spiegare che opporsi al regime non era una scelta superficiale, era una scelta che doveva avere dietro un minimo di consapevolezza politica: un parente lontano che aveva appunto partecipato alla vita politica, in qualunque schieramento fosse, sapeva che la politica orienta la vita degli individui. Questa nella scuola è la parte più difficile da fare, per il resto sono inondati di informazioni.
Detto questo, non bisogna però cadere nell’eccesso opposto accusando i giovani di insensibilità o inerzia, senza tenere presente lo scarto cronologico che ormai separa questi ragazzi dagli eventi. Non si può pretendere che gli studenti siano più palpitanti per il 1943 rispetto al 1848 o alle guerre di religione del Seicento. Può piacerci o meno, però loro guardano a quelle vicende con questo tipo di distacco. Ma, ripeto, il rischio secondo me più grave è la perdita di politicità, che non è un problema solo della storiografia.
Oggi la tendenza è a fare storytelling invece che storiografia.
Questo è l’altro problema, la fissazione sulla narrazione e sul caso "scandaloso”. I due casi che ho in mente sono La Resistenza perfetta di De Luna e Partigia di Luzzatto. Ecco, non puoi pretendere di raccontare la storia della Resistenza con la narrazione dei primi quaranta giorni di caos, oppure pensare che tutta la Resistenza sia stata una cosa meravigliosa in cui c’era l’aristocratica che metteva a disposizione la sua villa, nel cui parco partigiani intellettuali discutevano come nel ginnasio ad Atene...
Questo discorso vale anche per i luoghi della memoria. Non puoi raccontare la storia del fascismo da Predappio, ma nemmeno da Fossoli o da San Sabba, altrimenti fai di nuovo un’operazione di metonimia, cioè racconti solo una parte del fascismo.
Oggi si predilige la narrazione, il libro ben raccontato che sfocia nel romanzesco, anche per ragioni editoriali, commerciali; il tutto a discapito della ricerca storiografica. Questo approccio, oltretutto, rischia di vanificare il lavoro bellissimo che negli anni passati Luisa Passerini, Nuto Revelli, ecc., hanno fatto sulle testimonianze orali, un lavoro scientifico. Oggi le testimonianze orali vengono prese e inserite in un’insalata russa narrativa dove si mette dentro di tutto, la fonte archivistica con la testimonianza orale di un novantenne raccolta nel cucinino di casa senza un minimo di scientificità. Viene buttata a mare tutta l’elaborazione che negli anni ruggenti Anna Bravo, Daniele Jalla, e soprattutto Passerini hanno fatto sull’uso delle fonti orali con grande rigore.
Così poi si mette a repentaglio anche l’uso della letteratura come fonte storiografica. Questo è un tema che mi sta a cuore. Perché in tutte le questioni controverse del Novecento l’occhio della letteratura alta, dei classici è stato sempre indispensabile. Per la Resistenza, il ruolo della letteratura è addirittura macroscopico. Quando sono entrato in età matura, a metà degli anni Sessanta, c’era già il meglio della letteratura sulla Resistenza, Fenoglio, Meneghello, Calvino, e c’erano già dentro i problemi che la storiografia ha iniziato a elaborare dopo: la violenza, l’espressione "guerra civile” (la trovi in Fenoglio, in Calvino), i temi controversi, l’altra parte, ecc. Ecco, oggi la voce della letteratura finisce per restare un po’ nell’ombra.
Il 30 giugno è stata approvata la legge sul negazionismo.
Io mi ero schierato fin dall’inizio contro, perché mi sembra un segno di debolezza. Una democrazia forte non ha bisogno di una legge per proteggersi dalla menzogna. Mi spaventa soprattutto l’uso politico e mi dà anche un po’ fastidio che spesso venga letta e interpretata come una specie di regalo, di concessione alla comunità ebraica.
Certamente è un problema drammatico, realissimo, è il problema del domani: come combattere il negazionismo in rete.
Ormai c’è una confusione tale tra realtà e immaginazione, tra il documento vero e la falsificazione... Anche qui, il passato può aiutare: è un problema drammatico che paradossalmente si può anche sdrammatizzare. Non è la prima volta che si pone il problema del falso nella storia. Le stesse patacche che i ragazzi si vedono vendere intorno al Colosseo, le finte monete, i cocci dei vasi romani, sono anche quelli un problema di falsi.
Svelare il vero dal falso è una parte della storiografia molto affascinante. Forse per i ragazzi la strada più pratica per togliere veleno all’argomento è mostrare come ci sono tecnologie per svelare se un coccio è greco o è stato costruito alla periferia di Roma oggi, ed esistono documenti che si riconoscono facilmente.
C’è poi il problema della "zona grigia” e il mito degli "italiani brava gente”...
Anche nei confronti dello stereotipo dell’italiano brava gente contrapposto all’italiano cattiva gente assistiamo a una pendolarità. Per ostacolare il primo, si è in anni recenti privilegiato il secondo. Senza guardare dentro quella strana mescolanza. C’è una frase molto bella di Levi in cui dice che il fascismo è stata una miscela di cinismo, violenza, bontà, un arcobaleno di tante cose che vieta qualunque polarità. Secondo me, la svolta è avvenuta con l’ascesa del duo Berlusconi-Fini, che ha generato in quegli anni una sorta di panico storiografico. Quando c’è stata quella svolta elettorale, Fini al governo, i fascisti al governo, il passaparola secondo cui tutti gli Istituti della Resistenza sarebbero stati chiusi, c’è stato un quarto d’ora di panico generale che ha avuto dei riflessi nella storiografia. Il moltiplicarsi dell’interesse per le leggi razziali comincia nel 1988, ma se guardi le date delle ricerche ufficiali che le amministrazioni pubbliche, le regioni, gli istituti hanno cominciato a promuovere in quegli anni capisci che sono un riflesso condizionato di quell’evento. Poi il paradosso è che l’Italia è sempre una scatola con tante uscite. Così è successo che il temuto Fini si è collocato più a sinistra della storiografia più progressista. Questo per togliere qualunque illusione agli storici quando sperano di cambiare la politica. La politica è molto più veloce della storiografia, è molto più astuta, più abile nel manipolare le cose.
Quando nel 2002 pubblicai su "Belfagor” l’articolo "L’Italia della razza s’è desta” (LVII, 1, 31 gennaio 2002; LVII, 2, 31 marzo 2002) suscitai un pandemonio, avevo percepito questo corri corri a dimostrare che il fascismo fosse peggiore del nazismo, Fossoli campo di sterminio; anche quella vicenda ha contribuito a ritardare l’indagine sul tema del consenso.
Allora, "italiani brava gente” è senz’altro un mito da sfatare, ma è un mito da sfatare anche il suo contrario. Ci vuole fatica, sudore per mettere insieme, dentro lo stesso edificio, isolato, città, il coabitare di atteggiamenti tra loro molto diversi. C’è la bontà evangelica, la crudeltà sadica, c’è il cinismo, molto cinismo, e c’è infine tanta ipocrisia: nel mondo universitario le leggi razziali sono una questione di mercato, sono posti che si liberano... In Italia, dove il mercato delle cattedre è sanguinolento, certi fatti vanno letti come una pagina classica dell’ipocrisia e del cinismo nazionale piuttosto che di un antisemitismo consapevole. Cosa avevano letto dei classici dell’antisemitismo quelli che volevano rubare la cattedra a Momigliano? Nulla, volevano occupare una cattedra rimasta vuota.
Bisogna anche stare attenti, l’antisemitismo ha una sua tradizione nobile, c’erano intellettuali come Evola, lo stesso Papini; altri si inventarono un mestiere, un’identità politica perché gli veniva comodo, perché i giornali gli chiedevano quello e pagavano per fare quello. È un po’ banale dirlo, ma qui vediamo riemergere i caratteri profondi del carattere nazionale, quelli che hanno studiato bene Bollati, Gobetti...
Tornando alla domanda, io passo per buonista. Per esempio, nei paesi occupati dal fascismo, almeno nei Balcani, il razzismo antislavo è stato molto più profondo dell’antisemitismo.
Al di là del confine orientale ci sono stati episodi di militari, di autorità italiane che hanno dato una mano a salvare gli ebrei. Con gli slavi invece non hanno fatto proprio niente. L’odio antislavo era presente a Trieste negli anni di Svevo e di Saba, toccava tutti gli strati della borghesia cittadina ed era molto radicato. Nella guerra d’aggressione questo traspare.
Prima abbiamo citato i mali nazionali, le aporie del carattere nazionale. Ecco, questi emergono anche nelle virtù positive. Nelle zone di occupazione italiana, Francia, Grecia, paesi balcanici, osserviamo delle manifestazioni di solidarietà, degli interventi delle autorità consolari o militari per sottrarre gli ebrei alla deportazione. E questo, spesso, non per consapevolezza politica e neanche per una bontà evangelica, ma perché c’erano interessi diversi. In Francia, per esempio, c’era il desiderio di staccarsi dall’autorità tedesca perché si cominciava a percepire che ci sarebbe stato un rovesciamento delle alleanze. Forme larvate anche qui di cinismo e ipocrisia, prepolitica o apolitica, più che di antifascismo o antinazismo.
Possiamo fare un bilancio sulla Giornata della memoria?
Sì, anche lì si oscilla tra gli estremi. Io in origine ero stato tra quelli che ne avevano lamentato i pericoli. Adesso si è un po’ caduti nell’eccesso opposto, cioè si spara volentieri sul Giorno della memoria. Il fatto è che ora c’è, la legge c’è, dipende dall’uso che se ne fa. Si fanno anche cose molto buone nella scuola, ci sono percorsi virtuosi, non c’è solo la pura celebrazione. Certo, c’è tanta retorica, c’è soprattutto questo eccesso di informazioni sbilanciato sulla Shoah che alimenta una sorta di guerra tra poveri. Di tutto ha bisogno questo paese fuorché una diatriba tra deportati politici, deportati razziali e internati militari.
Se invece si volesse pensare a un luogo fisico che racconti queste cose, qual è la strada? A Torino è nato il Polo del Novecento...
La strada del polo o del museo classico o del laboratorio di storiografia è la più saggia. Purché non nasca in un luogo della memoria nitidamente individuato e che quindi sbilancia il discorso da una parte e dall’altra. È sbagliato, come dicevo prima, Predappio, ma sarebbe sbagliato anche Fossoli; per l’ebraismo sarebbe sbagliato Nonantola, perché è il posto dove hanno salvato i bambini, cioè c’è solo la salvezza. Scegliere un luogo in una città grande, come Torino, Milano o Roma è il modo più tranquillo per elaborare un laboratorio.
Il punto da cui partire è l’esercizio critico delle fonti. Qualunque strumento si scelga, l’obiettivo è educare insegnando a leggere criticamente tutte le fonti, anche la fonte del negazionista. Quanti libri sul Novecento sono partiti da una tesi preconfezionata, in quanti l’uso delle fonti è stato orientato a seconda della tesi che uno aveva formulato in partenza?
Il giovane studioso di storia deve sempre tenere presente che un documento va sottoposto a un esercizio serrato di critica. Tenendo sempre aperta la possibilità, l’ipotesi che il prodotto, il risultato di questa critica sia contrario all’idea originaria da cui sei partito. Puoi arrivare a mettere insieme delle fonti che smentiscono le tue fonti di partenza; la storiografia è sempre un processo parziale che non arriva mai alla verità, non deve modificare i consensi elettorali, o combattere un primo ministro o diventare uno strumento di lotta politica.
È un esercizio virtuoso che va fatto con dedizione sapendo che, dopo di te, altri utilizzeranno gli stessi documenti e li sottoporranno a una critica più serrata che magari smentirà quello che hai scoperto tu. Tutto quello che viene fatto come esercizio di questo genere sarà ben visto. E se il luogo è neutro, tutto sarà più semplice.
Poi, certo, nel caso del fascismo ci dev’essere un paradigma storiografico forte a monte, però con i ritardi che abbiamo accumulato noi nel ragionare sul fascismo questo paradigma è ben lontano da essere condiviso, dal poterlo realizzare.
L’idea del Museo sul fascismo nasceva anche come tentativo di sottrarre Predappio al suo destino di luogo della memoria fascista.
Quello è legittimo. Io ci sono stato ed è un luogo effettivamente deprimente. Solo che non credo che facendo un bellissimo museo il problema svanisca. Questi invece che manifestare davanti al loculo di Mussolini andranno davanti all’ingresso del museo del fascismo. E sarà molto pericoloso perché non dobbiamo dimenticare che negli anni Settanta la controversia fascismo-antifascismo ha diviso il paese e ha prodotto violenza. All’epoca il lessico era quello del ’43-44, la violenza era quella. Non voglio fare teoremi semplicistici, però tengo a ricordare che metà della mia generazione su quel dilemma lì si è bruciata. Io ho l’età per ricordare cosa voleva dire brandire l’accusa di fascista e antifascista in un contesto drammatico, orribile, bruttissimo, ma non minimamente comparabile con quello in cui si erano trovati di fronte i nostri coetanei di alcuni decenni prima. L’ultima cosa che c’è da augurare a un adolescente è di trovarsi di fronte a un museo che possa diventare teatro di uno scontro violento tra parti.
Dopodiché c’è anche da dire che oggi si parla di tanti musei. Ma tu ne hai visto uno inaugurato? Quello della Shoah è da un ventennio che è in cantiere. Adesso si sta discutendo di quello di Ferrara, che è già in una fase più avanzata. Per Predappio pare ci siano i fondi, ma temo non si troverà mai il contesto e il consenso per costruirlo. I ritardi si pagano.
(a cura di Cesare Panizza)

  

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