Fulvio Vassallo Paleologo, giurista, professore di Diritto privato e Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Palermo, direttore dell’Associazione L’Altro diritto-Sicilia, opera attivamente nella difesa dei migranti e dei richiedenti asilo con diverse organizzazioni non governative. Fa parte della rete europea di assistenza, ricerca e informazione per i migranti Migreurop. Collabora con i siti Fortress Europe, Meltingpot, TerreLibere, Storiemigranti. Ha un blog (http://dirittiefrontiere.blogspot.it/) e recentemente ha pubblicato Diritti sotto sequestro. Dall’emergenza umanitaria allo stato di eccezione, Aracne 2012.

Da diverse settimane sono ripresi gli sbarchi e l’estate si preannuncia molto critica. Può spiegarci qual è la situazione?
La situazione dei migranti in transito è oggi particolarmente critica, perché se prima potevano contare su una rete strutturata di connivenze, corruzione e agevolazioni per le partenze dalla Libia o per i transiti dai paesi a sud della Libia (Niger, Ciad, Sudan), la dispersione delle milizie e delle armi di Gheddafi, soprattutto al sud, ha destabilizzato tutta un’area, dal Mali sino al Niger, determinando anche il riemergere di tensioni tribali. Il Mali è un caso paradigmatico: oggi gruppi che si riconoscono in Al Qaeda hanno preso possesso del territorio dell’Azawad indipendente, nel nord del Mali, cui vorrebbero federare pezzi dei paesi del centro Africa.
Finora la risposta europea è stata militare, prima con l’intervento francese in Mali e poi con una pressione militare sulla Libia che continua tuttora. Non si è fatto invece alcuno sforzo politico per comporre determinate questioni, che sono prima di tutto storiche, diplomatiche e di rapporti tra paesi.
La presenza delle multinazionali ha a sua volta inquinato i rapporti tra stati. Non a caso Renzi ha affermato che Finmeccanica in Libia svolge quasi le funzioni di un’ambasciata; una gaffe che gli è stata rimproverata, ma che affermava una verità. D’altra parte, se pensiamo che a Finmeccanica è stato riconfermato Gianni De Gennaro... Insomma, è emblematico che ai vertici delle multinazionali che operano in Africa ci siano persone sicuramente legate ai servizi.
Tornando alla domanda, l’Africa sta assistendo al rafforzarsi di bande locali; possono essere le milizie federaliste di Misurata o i tuareg nella zona del Mali, dove la proclamazione dello "Stato indipendente dell’Azawad” sta destabilizzando l’intera area, inclusi il sud dell’Algeria e del Marocco. L’emergere di questi e altri movimenti spiega l’aumento dei migranti in fuga da paesi come Costa d’Avorio, Senegal, Gambia, Nigeria, Ghana, oltre ai flussi più consistenti e noti, costituiti da siriani, eritrei e somali che continuano ad arrivare e che però sono sottoposti a trattamenti più brutali di quanto non avvenisse in passato, perché vengono ceduti da una banda all’altra.
La rotta africana oggi è caratterizzata da molti check-point e i migranti in fuga avanzano grazie alle telefonate che riescono a fare ai parenti in Europa per ulteriori pagamenti. Il fatto è che ora pagando si ha la garanzia di fare cento-duecento chilometri, non di arrivare, come accadeva prima, sul Mediterraneo e poi imbarcarsi. Questo sta determinando una condizione di estrema sofferenza per i migranti che arrivano in Sicilia.
Lei ha più volte denunciato il trattamento riservato a queste persone quando arrivano nelle nostre coste.
Noi alterniamo, anche sullo stesso territorio, momenti di accoglienza-detenzione (quando qualche questore si impunta a trattenere le persone in centri chiusi, sbarrati, con la polizia che impedisce l’uscita, in attesa di raccogliere le loro impronte digitali) ad altri di accoglienza-abbandono, quando il numero delle persone che affluiscono è talmente elevato che non c’è il tempo materiale per contenere e chiudere tutti sotto chiave. Quando arrivano quattromila persone in tre giorni e mezzo, come è successo la settimana scorsa, questa accoglienza-abbandono poi si traduce in fughe ampiamente tollerate. D’altra parte, quando a fuggire sono famiglie coi bambini in braccio...
Devo dire che la Sicilia, dal punto di vista dell’accoglienza, sta rispondendo in un modo che poche altre regioni avrebbero potuto eguagliare. Se pensiamo a quello che ha prodotto in regioni come la Toscana o l’Emilia, l’arrivo di ottanta-cento profughi... A Pisa sono nati comitati di quartiere che protestavano perché non volevano che tutti e quaranta i rifugiati fossero ospitati dentro la città, ne volevano mandare venti verso Lucca; risposte veramente poco consone rispetto alla tradizione di accoglienza di questi territori. La Sicilia, tutto sommato, sta gestendo anche certi allarmismi in un modo pacato.
Si sa che a mettersi in viaggio sono tendenzialmente persone sane, nondimeno il viaggio mette a repentaglio la salute dei migranti. Qual è la situazione?
Intanto c’è un problema di promiscuità già prima del viaggio. In Libia, prima di imbarcarsi, i migranti vengono raccolti in centri dove vengono ammassate anche migliaia di persone e possono svilupparsi malattie tipiche, come la Tbc e la scabbia, che poi si diffondono.
Per questo è così importante che quando arrivano qui ci sia uno screening sanitario rigoroso, cosa che non sempre viene garantita nelle modalità adeguate. Noi abbiamo avuto immigrati in provenienza dal porto di Augusta (Siracusa), trasferiti a Trapani o a Messina in una tendopoli, che hanno dichiarato, dopo sette giorni, di non aver mai visto un medico. Il ragazzo che è morto qualche giorno fa all’Umberto I, era già stato segnalato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni come un caso da portare all’attenzione delle autorità sanitarie, cosa che non è successa. Parliamo dunque di una persona già sofferente al momento dello sbarco, che nei cinque giorni trascorsi da quando ha toccato terra a Siracusa a quando è deceduto non ha ricevuto alcuna assistenza sanitaria. Manca la cultura di un monitoraggio della salute delle persone.
Questo per quanto riguarda la partenza e l’arrivo, ma poi c’è il viaggio: purtroppo i migranti arrivano in condizioni sempre più terribili. Non parliamo delle donne, vittime ormai sistematicamente di abusi, ma adesso anche molti uomini subiscono torture, quindi c’è una quota crescente di persone con un disagio psichico serio. Ci vorrebbero figure specializzate in grado di identificare questi casi, invece non c’è niente di tutto questo. Peggio, le persone con disagio psichico vengono messe in promiscuità con altre, spesso riproducendo così situazioni per loro traumatiche.
Anche tra i minori ci sono problemi. Ancora ieri, a Palermo, c’è stata una rissa in un centro per minori. D’altra parte, se in queste strutture le persone vengono abbandonate senza mediatori, senza interpreti, senza psicologi, con solo qualcuno che si presenta con il cibo mattina, mezzogiorno e sera e poi se ne va, e di notte magari non rimane nessuno, beh, è chiaro che in contesti affollati si stabiliscono delle leggi dove il più forte prevarica il più debole e dove, se uno disturba, viene picchiato così non disturba più. È un po’ la legge della giungla.
Quest’anno poi la situazione rischia di essere più drammatica di quella del 2011, quando in Italia arrivarono 67.000 migranti, di cui 63.000 in Sicilia. L’estate non è ancora cominciata e ad oggi (metà aprile) siamo già intorno ai 20.000 arrivi.
Molti hanno accusato l’operazione "Mare Nostrum”, voluta per limitare i flussi illegali e per evitare ulteriori tragedie in mare, di aver di fatto incrementato gli arrivi.
È l’accusa della Lega. Certamente, oggi chi parte sa che percorrendo un tratto di mare molto ridotto, trova le navi di "Mare Nostrum”. A 30-40 miglia dalla costa libica, intervengono i mezzi della Marina, che da quando sono in attività hanno salvato quasi diciottomila persone. Anche questo mi pare vada detto: da quando è stata avviata questa campagna non ci sono più state stragi in mare.
La scorsa estate i mezzi erano molto più a ridosso della Sicilia. Le procure perseguivano soprattutto le "navi madre”, cioè andavano alla caccia dei mezzi che portavano barche più piccole e poi fuggivano, quindi i controlli erano dislocati tra Malta, Siracusa e Catania, dove, tra l’altro, avveniva la maggior parte degli sbarchi. Questo però aveva comportato che, in numerose occasioni, mezzi piccoli fossero sfuggiti ai controlli e ci fossero stati anche naufragi dagli esiti tragici: a fine settembre tredici migranti sono morti nel corso di uno sbarco a Scicli, nel Ragusano; già ad agosto, a Catania, alla Playa, sei giovani egiziani erano morti prima di raggiungere la spiaggia. Una bruttissima estate.
"Mare Nostrum” certo è un’operazione costosa, ma ha salvato vite umane e, probabilmente, non c’era altro mezzo. Nessuno stato europeo ha permesso l’apertura di canali di ingresso umanitari. Con una diversa politica dei visti d’ingresso, si sarebbero potuti evitare molti sbarchi e molte partenze.
I siriani (che in fondo erano 11.000!) potevano benissimo recarsi, non dico a Tripoli, perché tutta la Libia è insicura per loro, però, arrivando in Egitto, potevano andare al Cairo, trovare una delegazione dell’Acnur, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, vedersi riconosciuto uno status provvisorio in quanto siriani e da lì essere distribuiti in tutta Europa. Con l’aereo.
I migranti in fuga che arrivano in Europa sono una minima parte di quelli che si rifugiano nei paesi confinanti.
Questo va detto e ripetuto. I siriani che arrivano in Europa sono una minima parte rispetto ai 700.000 che ha preso la Turchia, al milione che c’è in Libano. I siriani che arrivano qui sono quelli che hanno maturato la scelta, durissima, di abbandonare la propria terra. I più accettano di vivere in un campo profughi super affollato proprio perché hanno la speranza di tornare. Questo fenomeno caratterizza un po’ tutti i grandi movimenti di profughi: generalmente, chi fugge rimane vicino per garantirsi una prospettiva di ritorno.
Per questo ad arrivare in Europa sono, tutto sommato, numeri molto piccoli, anche rispetto, per esempio, ai richiedenti asilo che ha accolto la Germania con le crisi bosniache. La Germania, nel ’94, ha accolto 380.000 richiedenti asilo dalla ex Jugoslavia.
Sembra che ce lo siamo dimenticati, ma dopo la crisi dell’ex Jugoslavia, sono arrivati in Europa due milioni di persone.
Questo atteggiamento di chiusura di fronte a poche decine di migliaia di persone è davvero poco comprensibile: non vogliamo cioè risolvere il problema dal punto di vista politico laggiù, né dal punto di vista umanitario qui.
Solo Svezia, Norvegia e, in parte, Olanda e Germania hanno attivato procedure d’asilo anche se le persone erano transitate da un altro paese. Come sappiamo, il Regolamento di Dublino costringe a chiedere asilo nel paese d’arrivo e quindi avrebbero potuto ritrasferire i rifugiati in Italia, per esempio. Fortunatamente non l’hanno fatto. Finora, aggiungo.
Ci sono state anche un paio di sentenze che hanno stabilito che non si può trasferire in Italia una persona a causa di questa sistematica carenza del sistema di accoglienza che espone il migrante a trattamenti inumani e degradanti.
Sulle navi di "Mare Nostrum”, ora il Ministero dell’interno ha dislocato una specie di ufficio di polizia, così la nave carica cento, duecento, trecento rifugiati; insomma, fino a che non fa il pieno, non torna ad Augusta. Ci sono persone che sono rimaste anche tre giorni a bordo delle navi, sottoposte a limitazioni indebite delle libertà personali, senza alcuna informazione o assistenza, in un contesto di promiscuità, con delle lenzuola appese a corde per separare donne e uomini. La nave militare ha un hangar, non ha le cabine, all’interno è simile ai traghetti. E così i migranti sono costretti a sistemarsi su questi materassi messi a terra uno accanto all’altro. Ci sono poi un tavolo di plastica, due sedie e i poliziotti che fanno questa cosiddetta pre-identificazione. Una pratica che ha messo fuori gioco anche le organizzazioni in convenzione col Ministero, come l’Oim, l’Acnur, Save the children, ecc., che prima garantivano un monitoraggio allo sbarco. Se li raccogli a mille a mille e poi li scarichi tutti in una volta, è chiaro che queste organizzazioni, che hanno due operatori sulla banchina, non sono in grado di svolgere il loro lavoro.
Dopodiché, si parte in autobus e si va a Siracusa, a Messina, a Trapani, e tutto passa in mano ai prefetti. Ora, alcuni prefetti stanno organizzando le cose bene. A Trapani, per esempio, mi risulta che la Croce Rossa e varie organizzazioni stiano lavorando bene; in altre province i prefetti si sono rivelati catastrofici. Se i migranti sono ospiti temporanei che "tanto poi fuggono”, perché preoccuparsi se stanno male, tanto se ne vanno... Ecco, se l’ottica è questa, si va al disastro.
Cosa si potrebbe fare?
Innanzitutto, l’Italia dovrebbe dotarsi di un sistema di prima accoglienza vero, consolidato, non da approntare mese per mese; occorrerebbe anche riequilibrare il rapporto tra prima e seconda accoglienza: oggi spendiamo molto e male per la seconda accoglienza e pochissimo per la prima. Al momento, abbiamo attivi dodicimila posti in seconda accoglienza, ma ne servirebbero almeno il doppio già operanti. Il ministero ha fatto un bando comunicando contestualmente che i soldi non ci sono. Per la prima accoglienza gestita dai prefetti, ha detto: "Fate degli impegni di spesa fino al 30 giugno”. In pratica, nel momento in cui verosimilmente entriamo nella fase più acuta degli arrivi, tutto finisce. Questa è un po’ la situazione.
Sul piano internazionale, si dovrebbe rivedere Dublino, lo chiede anche l’Acnur, e adottare un piano di distribuzione dei migranti riconosciuti e riconoscibili come rifugiati, distinguendo anche per nazionalità. Sia l’Unione Europea che l’Italia hanno gli strumenti normativi necessari. È già stato fatto durante la guerra della ex Jugoslavia e in Kosovo, per riconoscere dei permessi per protezione temporanea, salvo poi il diritto di chiedere asilo.
Se ci fosse un maggior impegno per informare chi arriva sui diritti e sui doveri, si potrebbe anche evitare questo fuggi fuggi, dovuto principalmente alla paura: la gente si brucia i polpastrelli, si fa picchiare, si fa torturare pur di non dare le impronte digitali. Con una comunicazione diversa e un’apertura su Dublino, sono convinto che le cose cambierebbero. La Sicilia avrebbe ampia possibilità di accoglienza; in totale oggi questa regione conta 180.000 immigrati, di cui 140.000 regolari, la sola provincia di Brescia ne ha 340.000, Milano ne conta 650.000 e la Lombardia oltre un milione.
C’è poi la situazione dei minori non accompagnati.
Attualmente c’è il problema di una percentuale altissima di minori non accompagnati che, non appena si trovano in una struttura di prima accoglienza, scappano. Il minore non accompagnato ha diritto a fare richiesta d’asilo in qualsiasi paese arrivi, cioè non è soggetto al Regolamento di Dublino. Se quindi un minore scappa dall’Italia e finisce in Germania o in Olanda può chiedere asilo in quei paesi. Ora, mettiamo che il minore abbia attivato la procedura in Olanda e che a un certo punto in Italia compaia il genitore, quest’ultimo avrà il diritto di ricongiungersi con il figlio in Olanda. Questo, in qualche modo, sta producendo un abbassamento dell’età delle persone che arrivano. Talora sono le famiglie che investono sul ragazzino di sedici anni che cerca di raggiungere un paese aprendo la strada agli altri, però non è una prassi molto diffusa. Comunque, il fatto che Dublino non valga per i minori aumenta enormemente il tasso di fuga. D’altra parte, se i minori rimangono anche cinque, sei mesi senza che nemmeno venga comunicata al giudice tutelare la loro presenza nelle varie strutture...
Talora la fuga avviene dopo due giorni dall’ingresso nella struttura; in questi casi, non si può imputare nulla a chi gestisce la struttura. Ma se è una struttura puramente dormitorio o refettorio, è chiaro che i ragazzi hanno il telefonino, hanno i loro amici, qualche contatto, così prendono e se ne vanno. Ripeto, se ci fosse un’altra situazione, si potrebbe quantomeno attenuare questa ondata di fuga che, è vero, c’è sempre stata, ma mai come in questo periodo; cioè potevano scapparne il 50%, ma mai si è visto che ne scappava l’80%.
Ormai, girando per la Sicilia, si cominciano a vedere questi ragazzi in giro da soli. La popolazione, anche in questo caso, è abbastanza accogliente: se può, li aiuta. Così come nel caso delle famiglie siriane con bambini, quasi sempre la gente si mobilita, raccoglie delle cose, le ospita nelle parrocchie...
Tra Unione Europea e Nordafrica è attualmente in corso una partita molto grossa che riguarda gli "accordi di partenariato”. Può spiegare?
Tali accordi sono già stati stipulati con il Marocco, la Tunisia e la Turchia, che è un paese del Mediterraneo, anche se non è nel Nordafrica. La Turchia oggi è considerato "paese di transito”, sta infatti diventando strategico per il passaggio in Bulgaria e in Grecia.
Gli afghani, gli iracheni, ma anche molti siriani, vista la difficoltà e la rischiosità della rotta dalla Libia, scelgono di andare in Turchia e poi, da lì, seguire la rotta balcanica. Nel contempo l’Unione Europea ha avvertito l’esigenza di implementare tecniche di controllo di frontiera più evolute, più avanzate, puntando a una maggiore collaborazione da parte dei paesi di transito, coinvolgendoli nella cosiddetta esternalizzazione dei controlli di frontiera. Questi accordi prevedono in cambio la possibilità, per i cittadini di questi paesi, di entrare legalmente con un visto d’ingresso, per ricerca di lavoro, facilitando i ricongiungimenti familiari. La Turchia evidentemente è molto interessata al tema dei ricongiungimenti familiari perché in Germania ci sono circa tre milioni di cittadini turchi: aprire sui ricongiungimenti vuol dire dare mobilità a mezza Turchia.
Noi siamo preoccupati perché tali accordi consentono anche il rimpatrio molto rapido di persone che, invece, potrebbero avere diritto a chiedere asilo in Europa. Penso ai curdi nel caso della Turchia. È già successo in Grecia, con conseguenze devastanti: molti curdi sono stati riportati indietro in Turchia, dove sono stati internati in carcere, torturati e ammazzati.
Questo è un problema che l’Europa si dovrebbe porre, monitorando il livello di rispetto dei diritti umani e le possibilità effettive di accesso alla procedura di asilo in questi paesi. Sappiamo, ad esempio, che molte persone vanno a chiedere asilo in Marocco poi, però, succede che la polizia marocchina fa una retata nella casbah di Rabat, preleva queste persone, gli strappa in faccia i documenti dell’Acnur e le porta alla frontiera con l’Algeria, dove i migranti finiscono preda delle bande di trafficanti che controllano le frontiere tra Algeria e Marocco. C’è poi la situazione terribile di Ceuta e Melilla, dove adesso le autorità marocchine sono state autorizzate a entrare per fare il lavoro sporco che non può fare la polizia spagnola e quindi anche a riprendersi i "suoi” migranti.
Ecco, tutto questo è il frutto degli accordi tra Marocco e Spagna, nel quadro degli accordi tra Marocco e Unione Europea.
È importante che il rapporto tra diritti umani fondamentali e controlli di frontiera sia al centro della negoziazione con i cosiddetti paesi di transito.
C’è poi la questione, ancora più complicata, dei rapporti con la Libia.
L’Italia sicuramente non può attivare nessun movimento forzato, di segno opposto, e deve anche stare attenta alla collaborazione con le forze libiche perché non sono facilmente decifrabili. Ai primi di febbraio, a Roma c’è stata una conferenza internazionale sulla Libia, con la presenza dell’allora capo del governo transitorio Zidan, il quale, dopo due giorni (per un incidente relativo alla vendita di petrolio da parte dei ribelli in un porto controllato dai federalisti di Bengasi), si è dovuto dimettere ed è fuggito prima a Malta e poi in Germania, perché lo avevano minacciato di morte. È lo stesso premier sequestrato per un giorno l’anno scorso al centro di Tripoli. Sono sequestri "pedagogici”; tre giorni fa si è dimesso il suo successore, perché sono entrati a casa sua di notte e hanno minacciato con le armi lui e la sua famiglia. Oggi con la Libia non c’è un’interlocuzione; l’abbiamo già visto: fai una conferenza internazionale, tratti, elabori una linea di intervento e poi cambia tutto!
La Libia rischia di diventare la Somalia del Mediterraneo; non ci sono gli Shabab, però ci sono le milizie armate sui pick-up Toyota col mitra sul cassonetto... La situazione si è esacerbata quando il governo ha smesso di pagare il mensile ai miliziani e ne ha chiesto il disarmo per assumerli in un qualcosa che doveva essere la polizia libica. A Bengasi hanno fatto un attentato stile Afghanistan, proprio dove reclutavano poliziotti, per far capire che i gruppi federalisti non avrebbero permesso che si affermasse una forza di polizia centrale con sovranità su Bengasi e sulla Cirenaica in generale.
La questione libica è di enorme spessore politico, ma finora nessun paese ha manifestato l’intenzione di affrontarla seriamente. Le missioni fatte sono state tutte fallimentari. Tra l’altro, i militari italiani che vanno in Libia devono muoversi assieme ai contractor francesi e inglesi, gli unici che hanno le armi...
Riguardo gli accordi di partenariato ci sono poi due problemi: il primo è che la Libia non aderisce alla convenzione di Ginevra; il secondo è che nessun libico arriva in Italia per chiedere asilo o per qualunque altro motivo. Escluso qualcuno del giro di Gheddafi arrivato a Lampedusa con lussuosi yacht subito dopo l’inizio della primavera araba, di libici venuti a chiedere asilo in Italia non se ne sono visti. Dalla Libia arrivano tutte persone che provengono da altri paesi e questo rende molto difficile la negoziazione perché non hai niente da offrire. Gli unici argomenti di scambio con la Libia restano gas, petrolio e infrastrutture, che è poi il terreno dell’accordo tra Berlusconi e Gheddafi, in parte ancora operativo. Anche per questo temo ci aspetti un’altra estate di sbarchi.
(a cura di Barbara Bertoncin e Bettina Foa)