Franco Lolli, psicoterapeuta, membro analista di Alipsi (Associazione Lacaniana Italiana di Psicoanalisi), è responsabile del centro Jonas di San Benedetto del Tronto e di Pescara, e supervisore presso diversi enti pubblici e privati. Svolge attività di psicoanalista a Pescara e Ancona. Ha pubblicato, tra l’altro, È più forte di me. Il concetto di ripetizione in psicoanalisi, Poiesis 2012 e La depressione, Bollati Boringhieri, 2009.

Potremmo intanto cercare di circoscrivere che cosa intendiamo per depressione, anche a partire dalla tua esperienza clinica?
Depressione, in effetti, è diventato un termine che indica tutto e quindi alla fine rischia di non indicare niente. Quando parlo di depressione, io faccio riferimento a quelle che la clinica psichiatrica definisce "depressioni reattive”, quindi depressioni in soggetti nevrotici, che vanno distinte dagli stati melanconici dove esiste, ugualmente, un problema del tono dell’umore che si abbassa considerevolmente, ma all’interno di una logica completamente diversa. Nelle depressioni di tipo nevrotico, che sono conseguenti a un evento, non sempre cosciente al soggetto, anzi, spesso sconosciuto al soggetto stesso che pure se ne lamenta, c’è questa condizione di abbassamento del tono dell’umore che assume delle caratteristiche specifiche. Uno dei primi tratti tipici che si riscontrano ascoltando le persone è appunto il lamento: "nessuno mi capisce”.
Le persone depresse temono che il loro male venga sottovalutato.
Sì, nelle parole di chi ha questo sintomo c’è spesso la denuncia dell’incomprensione da parte dell’altro, perché in effetti non c’è un qualcosa di preciso che fa male, nemmeno l’interessato sa che cos’è esattamente che fa male. C’è un dolore -Freud lo chiama un dolore psichico- e però questo dolore non è localizzato da nessuna parte. Per dire, l’attacco di panico ha un’espressione corporea, anche l’anoressia ce l’ha; uno stato di angoscia si scarica, dice Freud, lungo le vie del corpo. La depressione invece lascia questo punto interrogativo: il male si sente "dentro”, sì, ma dove?
 Il fatto che il dolore non sia localizzato fa sì che quello del depresso venga preso per un atteggiamento capriccioso, per un’indolenza della persona che non si dà da fare, per uno stato di pigrizia, quando, invece, abbiamo a che fare con uno stato di profondo malessere, capace di paralizzare. Comunque, la sensazione di non essere capiti è un tema ricorrente nelle parole delle persone che soffrono di depressione. Dai miei pazienti io ho sentito dire: "Preferirei avere un tumore, piuttosto che soffrire di depressione”, perché così almeno si attiverebbe la compassione e il riconoscimento da parte dell’altro: "Invece così, sembra tutto un capriccio”, uno stato secondario, mentre lì invece c’è proprio la questione primaria. Freud si è interrogato a lungo su questo dolore: come può nascere il dolore psichico?
La depressione è anche una reazione al dolore stesso, una sorta di protezione, una forma analgesica, almeno nel suo intento...
Questo è il paradosso della depressione. All’origine che cosa c’è? Un evento di perdita, più o meno avvertita, a cui la persona ha dato maggiore o minore importanza, o non ne è nemmeno stata cosciente. Dopodiché vi è una perdita che ha luogo nell’attuale, nell’oggi, la quale rievoca quella perdita avvenuta in epoche precedenti che appunto non è stata sufficientemente elaborata.
Nella depressione c’è, diciamo, un evento contingente che però riattiva un episodio avvenuto in un’epoca in cui il soggetto non era riuscito a dare parola a quel vissuto. Questo schema si ritrova, direi, nella totalità dei casi di depressione. E allora cosa succede? Che si attiva quel processo complicato, che Freud studia in Lutto e melanconia, cioè il meccanismo del lutto: di fronte a una perdita si attiva il processo del lutto, che è un lavoro. Ma il lavoro del lutto in cosa consiste, in fondo? Consiste nel far sì che la perdita venga accolta, cioè che il soggetto possa trasformare l’oggetto che non c’è più (che può essere una persona amata, una rappresentazione di sé, una condizione lavorativa, eccetera) in un ricordo accettabile.
Ecco, nella depressione questo non accade. Cioè, nella depressione si ha difficoltà a elaborare il lutto della perdita. C’è una fissazione della perdita, il che è un paradosso. Come dire: al fine di non affrontare il faticoso lavoro per uscire dalla perdita, che comporta sempre un momento drammatico di vacillamento soggettivo, di difficoltà, il depresso paradossalmente ci rimane dentro. Per cui, effettivamente, il depresso è una persona che "appare” nel lutto permanente, ma in realtà non lo elabora mai, perché non riesce a trasformare l’oggetto assente in un oggetto presente nel ricordo, che è poi il lavoro di simbolizzazione. Non a caso, Jacques-Alain Miller, psicoanalista francese, definisce la depressione come l’anti-lutto.
Questo lo si riscontra anche nelle parole della persona depressa, che spesso è una parola congelata, ripetitiva, fissata in un punto, al quale non può fare a meno di tornare continuamente e continuamente. È questo che provoca lo sfinimento in chi vive accanto a un depresso. Diventa per lui insopportabile la ripetizione del ritornello tipico di chi è veramente depresso: perché qui bisognerebbe distinguere, appunto, fra i depressi e le persone tristi, che sono due cose completamente diverse.
Ecco, qual è il confine netto tra un’impostazione, diciamo così, caratteriale e, invece, una vera e propria patologia? Come si può distinguere quella che una volta veniva chiamata la "natura” dell’individuo da una specifica situazione di malessere?
La clinica psicoanalitica non è una clinica dello sguardo, dunque non ci sono criteri diagnostici che si basano sull’osservazione. La clinica psicoanalitica è una clinica dell’ascolto, quindi è in funzione di ciò che ci dice il paziente che noi possiamo valutare la gravità del suo malessere. Certo, ci sono anche dei segni fenomenici evidenti. Ad esempio: quando una persona comincia ad avere scarsa cura di sé, soprattutto a livello dell’igiene, quello è un segnale, però non basta a fare una diagnosi. Oppure, non so, il ritirarsi dai rapporti sociali, la tendenza all’isolamento. Tutto questo serve a segnalarci che qualcosa non sta funzionando.
Nel caso del depresso cos’è successo dal punto di vista -Freud direbbe "metapsicologico”- logico? Che il soggetto, la persona coinvolta in questo evento di perdita, non ha più l’oggetto su cui investire libidicamente e allora la libido, dice sempre Freud, ritorna su di sé mentre il mondo si svuota, non è più interessante, perché manca quell’oggetto che lo faceva brillare. Ripeto: quell’oggetto non è necessariamente un’altra persona, potrebbe essere, appunto, una rappresentazione di sé, un modo di vedersi, una condizione lavorativa, esistenziale, eccetera. A quel punto la libido ritorna sull’Io, con il conseguente emergere di tutti questi fenomeni, tra cui, ad esempio, l’ipocondria.
C’è un sovrainvestimento dell’Io. Ecco perché Freud mette la depressione nel novero delle malattie narcisistiche: siccome l’Io non può più investire nel mondo esterno perché esso si è svuotato libidicamente, allora tutti i fenomeni di rapporto con sé vengono, come dire, ingigantiti e problematizzati. Nel caso dell’ipocondria la libido è tornata tutta all’interno e quindi c’è una grande preoccupazione provocata da questo dolore: "Oddio, che cosa mi sta accadendo?”. Oppure, all’inverso, ci sono fenomeni di deprezzamento di sé, che sono reazioni allo stesso meccanismo. O, ancora, isolamento, chiusura, mancanza di interesse, di entusiasmo. Detto con un termine un po’ più preciso: non c’è più transfert sul mondo.
Il rapporto con l’analista è molto importante perché rappresenta una possibilità di riattivare il transfert.
Sì, possiamo dire che l’analista è il mediatore, il medium, per far ripartire qualcosa che si è bloccato, perché effettivamente io credo che, al di là degli antidepressivi (che sono assolutamente necessari nei casi più seri) il vero antidepressivo sia il transfert, il rapporto con l’altro in generale. Però il rapporto con l’altro è faticoso e quindi è chiaro che chi sta male preferisce bypassare il faticoso lavoro del rimettersi in gioco con una scorciatoia chimica, cioè con il farmaco.
Se consideriamo che la contemporaneità ha quasi del tutto abolito o rimosso il simbolico, possiamo dire che la depressione è in effetti la patologia tipica della nostra epoca?
Non è una malattia contemporanea in sé, perché quella che gli antichi chiamavano accidia esiste appunto da sempre, però la diffusione cui assistiamo nella contemporaneità è allarmante. È veramente il ritorno del rimosso; e il rimosso oggi è la perdita. La società contemporanea rimuove il lavoro sulla castrazione soggettiva perché non dà spazio per un’elaborazione simbolica della perdita, dello scacco personale, dell’insuccesso, dell’impossibilità, del limite: siamo tutti proiettati maniacalmente su una dimensione dove invece tutto deve essere possibile, disponibile. Ma quando una società rimuove qualcosa dal punto di vista simbolico, ci insegna Lacan, il rimosso ritorna nel reale. E dove ritorna? Ritorna in questi nuovi sintomi che esprimono esattamente questo disagio.
Quello che non può essere elaborato, da qualche parte ritorna. Poi le forme sono tante. Tutti i fenomeni di dipendenza, in fondo, hanno a che fare con questo meccanismo. E la depressione, per certi versi, è una patologia della dipendenza. Non solo perché il soggetto tende a dipendere dagli psicofarmaci -il che è un problema- ma perché avverte come limitata la propria autonomia. Che è un ulteriore paradosso perché il depresso si rifiuta all’altro, ma ugualmente ne dipende.
Come si riconosce una depressione? Mi riferisco ora a chi ne è affetto.
Be’, è una lenta e progressiva caduta dell’eros. Ma non dell’eros in quanto sessualità, dell’eros in quanto vitalità: c’è una mortificazione progressiva della vita. La vita, cioè, perde gradualmente di senso, cessa lo slancio verso l’altro, verso il fare, verso il futuro. È molto difficile avere a che fare con un soggetto realmente depresso, perché ci troviamo davanti a quello che Lacan chiama il negativismo assoluto: niente ha senso, niente ha valore. Non è più possibile entrare nella giostra della vita. E allora ci si pone fuori, si diventa spettatori di una vita che passa, la propria vita, senza possibilità di entrarci dentro, di parteciparvi. Questa diserotizzazione della vita è un segnale abbastanza chiaro per chi lo prova.
Nelle parole dei pazienti si capisce bene che cosa avviene. Una paziente può dirti: "Non ho più neanche tanto interesse per i miei figli. Sì, gli voglio bene, però prima magari mi preoccupavo, adesso non mi interessa più”. Si è diserotizzato il legame con la vita, quindi con l’altro, con tutto ciò che riguarda l’esperienza quotidiana. Ci si sente proiettati verso una terra di nessuno dove è tutto arido, desertificato, si va avanti come automi…
Ecco, l’esordio, soggettivamente viene avvertito così.
Sembra qualcosa di pericolosamente comune: il "logorio della vita moderna”.
È un’osservazione corretta, però è pur vero che non siamo tutti depressi, non tutti i soggetti sottoposti allo stesso stimolo reagiscono allo stesso modo. C’è sempre una variabile soggettiva che è in funzione della storia della persona. Questo, secondo me, è importante da sottolineare, cioè non c’è una relazione automatica fra un contesto sociale e poi gli esiti psicopatologici, altrimenti cadremmo in una logica deterministica.
Il fatto poi che il disagio sia così diffuso, è vero, comporta il rischio di non riconoscere la patologia, tuttavia io intravedo anche il rischio opposto, cioè che sia sufficiente dire: "Mi sento un po’ giù” per essere etichettati come depressi. E quindi immediatamente medicalizzati.
Soprattutto in Italia, l’uso dello psicofarmaco è ai limiti, anzi ha superato il livello dell’abuso. Ora, senza cadere in discorsi banali, non si può negare che, effettivamente, c’è uno scadimento della clinica psichiatrica nella direzione del dispenser di farmaci, per cui, veramente, è sufficiente andare da uno psichiatra e dire: "È un periodo che mi sento giù, non dormo”, eccetera, per vedersi prescritti dei farmaci. La clinica psichiatrica stabilisce, nel Dsm, una serie di criteri per emettere una diagnosi di depressione: bisogna non aver dormito per tot giorni, essere di umore appunto depresso, aver perso interesse, eccetera. Evidentemente sono criteri molto discutibili, ma basta che uno rientri, anche temporaneamente, in quei parametri, che subito si può accedere al farmaco. Questo complica ulteriormente le cose.
Quali sono oggi le terapie per curare la depressione? Si è quasi smesso di parlare di elettroshock, ma esiste ancora?
In effetti qua e là ancora lo si pratica. Ci sono ancora dei suoi sostenitori. Recentemente, poi, sono stati escogitati dei trattamenti psicofarmacologici che non sono molto distanti dall’elettroshock: manca l’aspetto violento, immediato, ma l’effetto di shock, a livello proprio del pensiero, è molto simile.
Negli anni Ottanta-Novanta c’è stata una grande fiducia nella psicofarmacologia, nella possibilità di identificare con precisione la causa organica della depressione e di trovare, dunque, il suo corrispettivo farmacologico; grande fiducia anche nella possibilità di individuare alcuni meccanismi a livello dei mediatori chimici che potessero spiegare l’insorgenza di certe problematiche. Questo ha prodotto una proliferazione di trattamenti farmacologici potenti, in alcuni casi devastanti, non lontani dall’elettroshock come effetto sul malato.
Oggi mi sento di dire che siamo in una fase diversa, che quella è una fase superata.
Io frequento molti psichiatri, molte Asl, faccio supervisione in diversi luoghi d’Italia e mi sembra che sia in atto una rivalutazione crescente del metodo inventato da Freud, cioè il metodo della parola.
Ora, è chiaro che vi sono dei casi in cui non è possibile non ricorrere al farmaco. Per spezzare un’ideazione che si ripete in maniera ingabbiante per la persona, in alcuni casi, l’intervento d’urgenza è il farmaco, senza alcun dubbio. Ma se al farmaco non si affianca un trattamento di ricostruzione della propria storia, non dico nemmeno di psicoanalisi, di analisi, ma proprio di una rimessa in ordine dei significanti principali della propria storia -noi diciamo di storicizzazione della propria vita, per cui prima è successo questo, poi quello...- ecco, se, tamponata l’emergenza, poi non si rimette ordine, il lavoro resta incompleto. Oramai lo ammettono anche gli psichiatri più affezionati al farmaco. C’è stata proprio una rivalutazione della parola. Anche perché si è dimostrato che la psicoterapia interviene sui circuiti neuronali, sulle sinapsi, creando nuove possibilità di connessioni, e questa scoperta ha rivoluzionato il modo di vedere l’intera questione.
Faccio fatica a distinguere la tristezza classica, della letteratura greca o latina, dalla depressione. È come se la depressione portasse con sé un elemento, e di conseguenza, un giudizio, di tipo non strettamente medico, ma morale.
Certo, la depressione come "viltà morale”, diceva Lacan.
C’è un bellissimo libro di Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Lui è un sociologo, dunque affronta la questione dal suo vertice e la sua tesi è molto interessante. Lui sostiene che il conflitto che affronta il depresso non è più quello dei tempi di Freud, cioè tra il permesso e l’interdetto, ma fra il possibile e ciò che si può fare e il realizzabile. Cioè, io potrei fare tutto, perché non lo faccio? Perché non realizzo tutte le mie potenzialità che mi dicono essere illimitate? Allora, se non le realizzo, ed è praticamente certo che non potrò realizzarle in pieno, emerge questa fatica, questa pena di essere me stesso che ha come ricaduta il senso depressivo. Dal vertice sociologico quest’analisi non fa una grinza.
È anche la tesi di Byung-Chul Han, ne La società della stanchezza, in cui l’individuo davanti a questa idea che niente è impossibile, e quindi oppresso da aspettative illimitate, rimane paralizzato.
Dostojevski diceva: "Se Dio è morto, tutto è possibile”; Lacan lo ribalta e dice: "Se Dio è morto, nulla è più possibile”, cioè, se non c’è più un limite, allora non c’è più niente da fare. Come dire: è il limite che istituisce la possibilità del fare. È la riga sul prato che stabilisce il campo da gioco. Se non c’è la riga, non c’è possibilità di giocare a nessun gioco. Ci vuole un limite che segni il fuori dal dentro, il possibile dall’impossibile. Per questo se Dio è morto, dice Lacan, nulla è più possibile. Qui entriamo in una tematica assolutamente contemporanea. La questione, che Lacan chiama dell’evaporazione del nome del padre, emerge già negli anni Trenta; quando parla di declino dell’imago paterna siamo nel 1938; Adorno farà poi delle considerazioni assolutamente analoghe.
C’è tutto un movimento che, dagli anni Trenta agli anni Sessanta, porta a questa analisi della caduta del simbolico e dove il simbolico frana, a supplire arriva l’immaginario.
C’è qualche possibilità che il depresso abbia ragione? Cioè che i depressi siano gli unici, in effetti, a vedere la realtà "così com’è”?
Questo lo dice Freud nel testo Lutto e melanconia. Freud chiede: "È possibile che ci si debba ammalare per arrivare a uno stato tale di lucidità?”. È una domanda terribile. Però questo discorso Freud lo riferisce non tanto al depresso come lo intendiamo noi, quanto al melanconico. Lo stato melanconico, secondo Freud, è quello che coglie la sostanziale insensatezza del vivere. Mentre il nevrotico mette un velo sopra la realtà, perché l’orrore di questa insensatezza sarebbe insopportabile, il melanconico, invece, vede questa realtà con lucidità, non si fa sconti. Infatti l’espressione massima di questo stato diventa la catatonia, cioè l’immobilismo: se non ha senso vivere, non vivo, quindi mi immobilizzo. Sono le forme più gravi di melanconia che, per fortuna, sono sempre più rare, però segnalano l’assoluta lucidità di qualcuno che ha visto l’insensatezza del vivere.
Ora, non applicherei questa visione integralmente negativa alle forme attuali di depressione, sinceramente; Freud scriveva questo in un’epoca diversa e lo attribuiva ai melanconici. Secondo me, per spiegare la depressione, questa logica non funziona. Io qui vedo più una difficoltà a fare i conti col proprio limite, con la propria castrazione. Questo, secondo me, è il tratto specifico dell’attualità. Perché, come dicevo, la castrazione soggettiva, il limite, l’insuccesso, non so come chiamarlo, sono aboliti nel contemporaneo.
La perdita viene vissuta quasi come un’offesa personale. Anche la morte altrui, cioè quella dei propri cari, diventa una catastrofe personale, un affronto...
"Perché proprio a me?”. Questa è la parola del narcisista. Come dire: a me non doveva accadere. Cioè, non è contemplato che dentro la vita ci sia la morte. Perché, appunto, siamo proiettati in un’idea di vita che è come il Pil: deve crescere sempre, se si ferma è in recessione. Non è vero: se si ferma, possiamo anche stare a zero o in pari. Questa invece è una logica che non prevede il segno meno. Ho perso il lavoro, ho perso mia moglie, mi ha lasciato la mia ragazza, eccetera: sono fatti ingiustificati, ingiustificabili. Sono delle vere e proprie offese, se non persecuzioni. In assenza di una dimensione trascendente, non c’è possibilità di proiettare tutto questo in un aldilà (che non è l’aldilà del dopo morte, ma semplicemente una diversa dimensione) che sia capace di ricostituire un senso. Ogni perdita è pura perdita.
Nella depressione vi è comunque una curiosa miscela di piacere e dispiacere. Sono i cosiddetti "vantaggi secondari” della malattia...
Questo stato in effetti assicura una quota di "godimento”, direbbe Lacan. Detto in altri termini, è la possibilità di trovare una soddisfazione pur nell’insoddisfazione, cioè, l’essere insoddisfatti può diventare una paradossale meta libidica. È un’esperienza comune a tutti gli umani: ci sono cose che ripetiamo e ripetiamo sapendo che ci faranno del male. Ma proprio lì, in quel ripeterle, si annida la soddisfazione. Questa soddisfazione nell’insoddisfarsi corrisponde a quel concetto complicato che Lacan chiama "jouissance”, che in italiano non trova una traduzione adeguata perché la parola "godimento” ha un’accezione sessuale o giuridica (il godimento di un bene). Freud parla di tornaconto secondario. In Ricordare, ripetere e rielaborare, dice che, quando si ripetono delle cose, il paziente prova un piacere "di natura diversa”. Cioè nel ripetere sempre le stesse cose c’è un piacere, ma di natura diversa, qualcosa di più affine al concetto lacaniano. Per Freud il piacere è sempre l’abbassamento del livello di tensione, cioè se ho fame, il piacere è non averla più. Invece, nel ripetere, vi è questo piacere che è appunto "di natura diversa”. Nel senso che non è l’abbassamento della tensione, bensì una sorta di eccitazione, di galvanizzazione che può essere anch’essa piacevole. Qui si esce dalla logica consueta del principio di piacere: ho fame, mangio e sto bene. Al contrario, l’anoressia, ad esempio, cosa ci dimostra? Che si può provare soddisfazione nel sentire lo stomaco che si accartoccia.
Quindi un’altra economia del piacere. Tendenzialmente autodistruttiva più che conservatrice.
Esattamente. Infatti, sei anni dopo Freud elabora il concetto di pulsione di morte. Con Al di là del principio di piacere si entra in un’altra economia, che io trovo sia la vera invenzione di Freud. Gran parte del movimento psicoanalitico ha rinnegato questa elaborazione, vedendo in questo passaggio una speculazione dovuta al dolore provato per la morte della figlia e di un suo caro amico. Invece per Lacan è il fulcro della teoria di Freud e nella depressione lo si trova. Ma lo si trova in tutte le patologie della modernità.
La diffusione dei social network, con questa esposizione continua della propria individualità che diventa oggetto di un giudizio permanente, anche molto pesante, specie tra i giovani sta creando situazioni di disagio.
È un terreno su cui non ho esperienza. Non è nelle parole delle persone che ho ascoltato. Anzi, devo dire che io ero molto contrario, ideologicamente, alle chat, a questi siti di incontri, invece ho trovato che, per molti pazienti, è stata veramente un’apertura inattesa. Ho in mente tre casi in particolare, su cui ho anche scritto, la cui vita è svoltata grazie al consiglio di un amico, di un’amica: "Ma prova a iscriverti su...”, e quindi è ripartita una sorta di relazione. Persone che avevano difficoltà a incontrare l’altro e non sarebbero mai uscite di casa, attraverso la chat, quindi attraverso uno schermo che è protettivo, hanno messo in moto una relazione con l’altro. E tutte e tre hanno fatto incontri straordinari.
Era uno di questi siti dove ti fai un profilo, ma non era Facebook. Per come me l’hanno raccontato, il punto sta in questo potersi rimettere un po’ a parlare con l’altro, senza la fatica di doverlo vedere. E, non dovendolo vedere, non conoscendolo, poter comunicare cose che si esita a dire anche agli amici.
Per me è stata una scoperta. Io ero proprio ideologicamente contrario, pensavo fosse una sciocchezza, peggio: un rifugio per disperati. Non è così. Ho conosciuto due dei partner di queste tre persone, persone veramente squisite. Una di queste coppie s’è sposata a settembre dell’anno scorso. Una cosa incredibile perché, guarda, erano persone finite, che non riuscivo a immaginare potessero fare degli incontri significativi, anche perché dov’è la piazza oggi? Dov’è che si conosce gente nuova? Se non vai a scuola, se non frequenti un posto di lavoro, ecco, sei fuori da tutti i giri. Le occasioni di socializzazione sono sempre più rare, più difficili, quindi questa è una piazza virtuale che io ho dovuto, mio malgrado, riabilitare, rivalutare. Poi, certo, avverranno anche degli incontri terribili, però la mia esperienza è questa.
Nella tua esperienza clinica, quali sono i segnali di risalita di un paziente? Cioè quand’è che ti rendi conto che il processo si sta invertendo, che si sta riattivando un transfert?
È difficile dirlo. Ci sono dei segnali fenomenici, a cui però io tendo a non dare troppo peso. Certo, l’aumento della cura di sé; una persona che viene sempre spettinata e che, improvvisamente, va dal parrucchiere, ebbene, questo segnala qualcosa. Per me però il punto di svolta è quando percepisco che parlare è diventato fondamentale. È tipico di una persona depressa uscirsene dopo tre sedute con una cosa tipo: "Dottore, ho detto tutto, che devo fare adesso?”. Come se una vita intera potesse rientrare in tre sedute! C’è il blocco della parola, ma perché non c’è transfert sulla parola, cioè non si ritiene la parola sufficiente a rimettere in moto qualcosa nel desiderio.
Ecco, arriva un momento in cui la persona che viene da te è desiderosa di parlare. Si è rimesso in moto appunto un desiderio di qualcosa. E ha avuto inizio una storicizzazione. A quel punto non c’è più la voglia di guarire, ma di sapere. Ebbene, quando c’è la voglia di sapere, la depressione sta scomparendo. Finché si è dentro la depressione, c’è la voglia di guarire, ma è una richiesta che si affloscia su se stessa, perché il paziente dice che vuole guarire, ma è così identificato con la maschera che indossa che farebbe difficoltà a pensarsi senza. Io penso che la depressione sia una delle patologie più difficili da trattare, proprio perché c’è poco transfert sulla parola. Un soggetto che soffre di attacchi di panico, viene lì con l’angoscia e vuole parlare, deve parlare! Invece, nella depressione, c’è una certa difficoltà nel prendere la parola. Quando, invece, subentra la volontà, il desiderio di sapere, iniziamo a essere fuori dalla logica della depressione. Infatti arrivano i sogni e si rimette in moto tutto il meccanismo. Questo lo si vede accadere proprio empiricamente, seduta dopo seduta. Purtroppo, ahimé, non accade sempre.
E il suicidio? Nei casi di depressione sono frequenti i passaggi all’atto?
Sono possibili, quindi non vanno sottovalutati. Però qui andrebbe chiarito che cosa intendiamo per passaggio all’atto. Ci sono vari modi per leggerlo. Lacan distingueva fra acting out e passaggio all’atto. Sono concetti diversi. Nella clinica della depressione è possibile sia l’uno che l’altro, però gli esiti definitivi sono più legati a gravi forme melanconiche psicotiche. Nel tentato suicidio del depresso è rilevabile sempre un versante dialettico, nella forma di appello all’altro: "Ti prego, fai qualcosa per me”.
Nella melanconia è diverso. Un paziente depresso mi ha raccontato che sua madre, psicotica melanconica grave, in cura farmacologica da anni, un giorno è uscita di casa; considera che viveva in un paesino sui monti Sibillini; ecco, era inverno e lei è uscita. L’hanno ritrovata dopo quindici giorni seduta sotto un albero, morta di freddo.
È proprio il gesto di chi si separa dal mondo: è il tipico suicidio del melanconico, uscire di scena... Anche in chi si getta dalla finestra -generalmente sono melanconici- c’è questa rappresentazione fisica di un’uscita... Quella donna non aveva avvertito nessuno, ecco, l’hanno trovata lì, sotto un albero, morta per congelamento. Quello non è un tentato suicidio, quello è un suicidio.
Nella depressione sono frequenti i tentati suicidi. Ricordo ancora un episodio. All’epoca facevo psicoterapia di gruppo e una ragazza raccontò: "Questa settimana ho tentato il suicidio”. "Come?”, chiede un’altra. "Eh, ho preso degli psicofarmaci”. "Ma ti sei chiusa a chiave?”. "No”. "Beh, -ha concluso la seconda ragazza- allora volevi che ti trovassero…”. A volte, ripeto, questi gesti sono un appello: "Guardate come sto messa”. Ora, il problema qual è? Che alcuni tentati suicidi possono andar male e diventare dei suicidi, anche se all’inizio non c’era la reale volontà di uccidersi.
Ma si può parlare di una remissione, di una guarigione piena?
Sì che si può. Ma chiariamo meglio: la "restitutio ad integrum” non è un concetto psicoanalitico. Noi rimaniamo sempre nevrotici. Il punto è: eliminare il sintomo e trovare un nuovo modo di abitare il mondo. Questo è assolutamente possibile. La depressione può diventare un ricordo lontano, io ho esperienza clinica di questa eventualità. Ciò non toglie che le nostre nevrosi poi si esprimano in altri modi, modi con cui però il soggetto può fare i conti o addirittura trasformarli in una risorsa. L’arte può rappresentare uno di questi modi, così come in generale la creatività. Però questo avviene in una fase successiva. Se il soggetto è paralizzato nella depressione, non è possibile alcuna creatività. La creatività è come un amore: non è che ci si innamora e poi si guarisce. È perché si è guariti che ci si innamora.
(a cura di Edoardo Albinati e Attilio Scarpellini)