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UNA CITTÀ n. 192 / 2012 Marzo

Intervista a Luca Meldolesi
realizzata da Barbara Bertoncin

IL PIACERE DEL PUBBLICO
La tradizione federalista, sturziana da una parte, e salveminiana dall’altra, che nel nostro paese affonda radici antiche, messa da parte all’indomani del ‘48; il problema di uno Stato che non dà importanza ai dati; l’intuizione di Cattaneo sul lavoro “libero”, cioè autonomo, e il caso dell’Australia. Intervista a Luca Meldolesi.

Luca Meldolesi, già ordinario di politica economica all’Università degli Studi di Napoli, è stato Presidente del Comitato per l’emersione (1999-2008) . Ha scritto, tra l’altro, Italia federanda, Rubbettino 2011, e Federalismo democratico. Per un dialogo tra eguali, Rubbettino 2010. È membro dell’associazione Effeddì, "Federalismo Democratico”. Assieme ad altri sei impegnato in una campagna per il federalismo democratico. Puoi raccontare? Tra gli anni Trenta e Quaranta, il tema del federalismo era molto dibattuto tra gli intellettuali. Norberto Bobbio nel 1945 aveva scritto un libro su Cattaneo, ora ripubblicato a cura di Nadia Urbinati, Stati Uniti d’Italia. A conferma di come questo dibattito fosse vivo. Poi nel ‘48 la costituzione sancì il compromesso tra Peppone e Don Camillo…
Intendiamoci, la costituzione è stato un grande risultato, e tuttavia un’intera problematica è stata messa da parte. La tradizione sturziana da una parte e quella salveminiana, dei fratelli Rosselli, Giustizia e Libertà, dall’altra, si sono in qualche modo interrotte. Noi, il federalismo, abbiamo dovuto riscoprirlo non dal pensiero, ma dalla pratica. Per me questa storia ha visto la sua origine nell’ambito del lavoro universitario e poi nel lavoro di governo. È così che piano piano mi sono accorto che questo paese, dal punto di vista della pubblica amministrazione, proprio non funziona; e ho cercato di spiegare perché. Mentre gli storici, i filosofi e i letterati si fermano a dire delle cose, ecco il mio mestiere mi costringeva a cercare, a inventare delle soluzioni. Retrospettivamente quello che ho fatto negli anni in cui mi sono occupato di riforma dello Stato, e poi di emersione, un impegno portato avanti con tutti questi giovani prevalentemente meridionali, era già un lavoro di questo tipo. Per me il federalismo è una cosa molto più grande della semplice questione del federalismo fiscale. E le soluzioni che abbiamo cercato non erano certo "rivoluzionarie”, tipo anni Settanta, per niente: erano sempre ipotesi costruttive, che però si fondavano su una logica che, rispetto ai funzionamenti ordinari, era radicalmente diversa. A un certo punto l’esperienza del Comitato per l’emersione del lavoro irregolare è finita, fondamentalmente perché sia la destra che la sinistra l’hanno respinta; devo dire che la responsabilità è da un lato di Maroni-Sacconi e dall’altro di Damiano. Io ho cercato di resistere fino all’arrivo del governo Prodi, purtroppo da questo punto di vista, si è rivelato un disastro anche quello. Insomma, non avevo scampo. Alla fine hanno abolito l’ente, che però era andato abbastanza avanti per arrivare a certe conclusioni. Mi sono così incamminato da me su una strada nuova. In questo momento mi pare ci sia una specie di revival del pensiero federalista italiano. C’è un signore che ancora non ho incontrato che si chiama Gangemi, dell’Università di Padova, che ha fatto una serie di libri sul federalismo: l’ultimo è La linea siciliana del federalismo, che era stato preceduto da La linea veneta del federalismo e altre opere. All’operazione collabora anche De Rosa, che è stato il biografo di Sturzo. A Milano è nato un gruppo, "Allarme Milano Speranza Milano”, che ha delle caratteristiche diverse da quelle che hanno caratterizzato il mio impegno, però con alcune complementarietà interessanti. Direi due: loro sono di ambiente prevalentemente cattolico, ma di formazione cattaniana, e poi si occupano del lavoro di tipo aziendale. Ecco, queste caratteristiche però possono dialogare e infatti abbiamo cominciato a costruire qualcosa. Uno dei nodi del federalismo è il buon governo, cioè l’amministrazione. Il primo punto chiave è questo: il nostro sistema statuale ha una provenienza di tipo monarchico, quindi viviamo in un sistema che si dice democratico ma che in realtà è semi democratico perché il centralismo continua a prevalere. ... [ continua ]

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