









UNA CITTÀ n. 186 / 2011 luglio-agosto 2011Intervista a Marco Riciputi
realizzata da Francesca Barca
DIVERSAMENTE OCCUPATO
Gli studi, l'esperienza politica nel Pri e con l'Mfe, la vita all'estero, dove l'autonomia è forse più facile, e poi la passione per il giornalismo, da alternare con il lavoro al sindacato e i turni di notte in una cantina sociale; una precarietà più garantita di altre, ma che rende difficile il fare progetti. Intervista a Marco Riciputi.
Marco Riciputi, 35 anni, vive a Russi, in provincia di Ravenna. Ha un blog: linEa
Ho fatto ragioneria, poi Scienze Politiche, ma non mi sono ancora laureato, devo discutere la tesi. Mentre ero all’università sono stato eletto in consiglio comunale a Russi per il Pri. Mi avevano proposto di candidarmi perché la mia famiglia è di tradizione repubblicana. Era il 1999, avevo 24 anni. In realtà i miei non sono molto appassionati di politica, lo erano i nonni.
Era il periodo in cui i partiti cercavano dei giovani, volti nuovi da candidare. Io mi sono buttato. Dopo cinque anni c’ho messo una pietra sopra. Devi avere voglia di polemizzare su tutto, di scaldarti anche su cose di cui non sai niente: dagli scarichi fognari fino all’invasione degli extraterrestri. Il tuo lavoro è quello: parlare. Comunque era impegnativo. Ero presidente della commissione urbanistica, quindi fra le sedute in consiglio, le sedute prima del consiglio, quelle nel gruppo di maggioranza, quelle ristrette nel Pri, le assemblee, gli eventi pubblici a cui tu comunque, se sei una carica pubblica, devi andare, alla fine facevo centoventi, centotrenta riunioni all’anno. Dopo cinque anni ho detto basta.
Poi ho iniziato a fare attività politica con il Movimento federalista europeo. Era, più che altro, un impegno ideale. All’inizio volevo farci anche la tesi, per cui mi ero letto tutto Altiero Spinelli, Giulio Einaudi, Lionel Robbins, Lord Lothian... avevo tutta la biblioteca federalista. Già studiando all’università mi ero appassionato al Manifesto di Ventotene e all’europeismo. Nel corso di un’iniziativa scoprii che c’era un gruppo dell’Mfe anche qui in zona e chiesi loro di iscrivermi.Mi piaceva l’apertura internazionale, la possibilità di entrare in contatto con ragazzi stranieri. Magari adesso sembra stupido, ma io non avevo mai viaggiato tanto: allora non c’erano le chat o cose simili e quindi il fatto di partecipare a qualche seminario con ragazzi tedeschi o inglesi era entusiasmante. Sono ancora iscritto, però l’impegno grosso è durato sei, sette anni.
Non mi sono invece mai avvicinato a movimenti come quello dei no-global: li ho sempre visti troppo orientati solo sulla protesta, troppo "sopra le righe”. Mi sentivo più vicino ad approcci laici, improntati al dialogo, al confronto, al dubbio, al pensare con la propria testa, senza grossi colpi di testa. Comunque ho lasciato la politica senza rimpianti.
A livello locale convincere le persone a fare qualcosa è complicatissimo. Ammiro chi ne è capace. Per quanto mi riguarda, prendo atto che mi hanno fatto segretario dell’Mfe senza risultati, mi hanno inserito nel comitato di gemellaggio senza risultati, sono stato consigliere comunale e anche lì... Non sono tagliato per queste organizzazioni in cui bisognerebbe motivare gli altri...
Quando ho motivato me stesso ho già fatto Bingo!
Cosa faccio nella vita? Direi che sono "diversamente occupato”. Da tre, quattro anni, svolgo una serie di lavori stagionali. Da metà gennaio a fine giugno faccio il fiscalista alla Uil. Faccio dalle otto all’una o dall’una alle otto e poi il sabato mattina. Luglio e agosto di solito sono libero. Gli ultimi anni li ho trascorsi all’estero, un anno a studiare il tedesco a Berlino, un altro, sempre a Berlino, a fare uno stage per OpenDemocracy. Era tutto lavoro di backoffice, avrei potuto farlo anche a casa mia. Poi da settembre a fine ottobre faccio l’operaio in una cantina vinicola con turni da dodici ore, di notte, dal lunedì al sabato.
A conti fatti, tra i due lavori, il giornale e la disoccupazione porto a casa circa 17.000 euro all’anno. Sì, ho la disoccupazione, perché questi lavori, per quanto precari, prevedono contratti vecchia maniera e quindi c’è qualche forma di protezione. Di solito mi arriva un assegno a febbraio per l’anno prima.
Nel tempo in cui non lavoro, dal 2009, faccio il giornalista, scrivo per un quotidiano locale. Sto cercando di diventare pubblicista. All’inizio non ero neanche sicuro di riuscirci perché bisogna guadagnare mille euro all’anno per due anni consecutivi e, prendendo tre euro e mezzo ad articolo, non è facile. Sono 280 articoli all’anno. Bisogna organizzarsi, comunque sono soddisfatto: quest’anno, anche nei mesi in cui lavoravo alla cantina, sono riuscito a fare circa trenta articoli al mese. All’inizio è complicato, ma quando inizi a scrivere su più piazze, un po’ le notizie ti vengono a cercare, e poi impari che certi eventi si sviluppano in un certo modo, quindi, magari, dopo venti giorni fai un aggiornamento. Io lavoro molto anche con i documenti che si trovano in Internet: atti della Regione, del Comune, piani regolatori, cioè tutto ciò che si può trovare on-line per me è una notizia spolpabile.
L’altro giorno ho fatto un pezzo leggendo il bollettino della Regione, che è di settecento pagine; molte cose si possono fare così: i bilanci sono lì e su tanti temi, anche importanti, come il consumo del suolo dei comuni. Se leggi i piani regolatori che prevedono le cifre di espansione dei vari comuni, puoi estrapolare i dati, elaborarli, chiedere il parere all’esperto e riportare i risultati. Tra l’altro a cercare in rete almeno non si spendono soldi.
Quello di giornalista è un lavoro che svolgo prevalentemente da casa. Ho iniziato a collaborare nel febbraio del 2009 e il primo incontro con il mio capo-redattore, faccia a faccia, l’ho avuto, mi pare, nel novembre 2010. Tanti colleghi redattori, che sento quotidianamente, non li ho mai visti! Sono andato in redazione solo per alcuni mesi, l’anno scorso. Mi sono detto: "Proviamo a fare la vita di redazione”, sperando di raddoppiare gli articoli scritti. E invece così non è stato. Peggio: dovevo aggiungere le spese per il parcheggio, per la benzina, un tot di "spese sociali”, un caffè o una pizzetta con i colleghi, insomma ho lasciato perdere... Perché se devo andare a fare un’intervista mi muovo volentieri anche a mie spese, ma se devo spendere per stare lì ad aspettare la notizia... Allora sto a casa mia o sulla strada.
Comunque poi ci prendi la mano a scrivere. Ora posso scrivere 2500 battute su qualunque soggetto. Anche il fatto di lavorare in rete, a distanza, non mi pesa. In fondo ho cominciato così, facendo delle traduzioni per un sito che si chiama cafebabel.com. A partire da lì ho iniziato a scrivere per una quindicina di siti, anche per la Commissione europea e, a parte quando mi pagavano i viaggi per andare in giro, facevo tutto da casa. Per me è sempre stato normale interfacciarmi con le persone usando Skype, Messenger, le chat... Non ho mai patito le distanze. Tanto anche se vai in redazione son tutti lì, ognuno è fisso sul suo monitor, per cui alla fine non parlavo con nessuno...
Il mio obiettivo ora è finire il percorso da pubblicista, poi vediamo. I lavoratori stagionali sono stati anche funzionali ad avere il tempo per scrivere: i turni al sindacato e le notti in cantina in fondo mi permettevano di gestirmi, le cose si incastravano. Non ho mai cercato un lavoro continuativo, mi sono detto: alla fine faremo un bilancio, non è che posso immaginare di continuare a questi ritmi, anche perché tiri il collo. Da ottobre la questione stabilità diventerà più importante. Una volta che avrò concluso, vorrei trovare un lavoro fisso. Se è nel giornalismo bene, se è altrove amen. Bisogna anche essere pratici alla fine.
Poi non credo comunque che tutte queste esperienze siano state buttate via: se chiudo con il quotidiano posso continuare a collaborare con dei siti. Traducendo per cafebabel.com ho migliorato le lingue. Non parlerei il tedesco, così come l’inglese, se non mi fosse capitata questa cosa. Potrò usare le lingue per fare altro, magari nel commercio estero. Mesi fa mi ha contattato un’agenzia interinale per un posto nel commercio per il tedesco. Ho avuto anche delle soddisfazioni: in tanti posti in cui mi sono proposto hanno accettato le mie idee, anche se non percepivo soldi. Il lavoro per la Commissione europea l’ho avuto rispondendo a un bando in cui come prova di scrittura era prevista la redazione di un articolo in inglese. Non l’avevo mai fatto, invece sono andato bene, anche perché avevo appena finito un corso di giornalismo che mi ero pagato da solo. Mi hanno anche mandato a fare il reporter ad alcuni summit, come a quello dell’Onu a Parigi. Insomma, mi sono successe cose che mai mi sarei aspettato: non pensavo di essere in grado di scrivere in un’altra lingua, di fare interviste in inglese e tedesco o comunque di essere preso in considerazione per compiti anche di responsabilità. A volte basta farsi avanti.
Recentemente una casa editrice mi ha perfino chiamato a fare delle lezioni di giornalismo a Ravenna, il che mi ha permesso di rimettermi sulla tesi (la faccio sui media online che si occupano di Europa); per prepararmi alle lezioni di giornalismo ho raccolto una serie di interviste a 8-9 capo redattori di vari siti sparsi per l’Ue e adesso mi han chiesto se voglio fare un libricino sul giornalismo europeo. Tutte cose che non immaginavo potessero succedermi. C’è sempre qualcosa dietro l’angolo...
È vero, sono tutte esperienze che non mi hanno mai dato una grande stabilità economica, però mi hanno permesso di tagliare traguardi per me impensabili. Il lato negativo è che io lavoro ogni giorno: da cinque anni non c’è giorno in cui non faccia qualcosa, una traduzione, un articolo...
C’è anche da dire che, se a volte hai delle soddisfazioni, in altre occasioni non hai alcun riscontro. Il mio giornale, per dire, non sa niente di me. L’hanno scorso ho vinto un premio giornalistico europeo e non lo sanno. Gli ho mandato il mio curriculum, ma non l’hanno mai letto, non hanno tempo, non gli interessa.
La ricerca del lavoro può essere anche molto frustrante da questo punto di vista.
Un annetto fa ho fatto un colloquio con un’agenzia interinale: in genere consegni il cv e ti fanno una sorta di test psicologico-attitudinale. L’impiegata era una che conoscevo, aveva fatto l’università con me. Ero contento, pensavo che mi avrebbe trattato con umanità. Quando ha visto che scrivevo me ne ha chiesto conto: "Se dobbiamo candidarti devi smettere di scrivere”. Le ho spiegato che avrei scritto a tempo perso, ma lei, che mi vedeva titubante: "No, no. Mi devi promettere che smetti di scrivere”. "Se qualcuno mi assume, smetto di scrivere”, ho detto alla fine. Lei lo ha annotato a lato sul mio profilo. Non sono mai stato chiamato.
Devo anche dire che nella mia precarietà sono meno precario di quelli che sono in mano alle agenzie interinali, con contratti co.co.co o a chiamata perché, comunque, anche se faccio lavori stagionali, mi versano i contributi. Come dicevo, ho anche la disoccupazione. Insomma, non ho la stabilità che potevano vantare i miei genitori, ma non è nemmeno così tragica. E poi, ripeto, comunque sto imparando delle cose: dopo tre-quattro anni che uno fa le dichiarazioni dei redditi, un lavoro stabile, se decide di fare quello, lo trova.
Progetti per il futuro? L’idea di una famiglia non l’ho neanche presa in considerazione. Gli ultimi rapporti di coppia sono stati abbastanza altalenanti. Avere qualcuno vicino è difficile: magari questo qualcuno la domenica vuole andare da qualche parte, mentre io la domenica scrivo, e in genere quando sono a casa scrivo. Mi rendo anche conto che in questo momento ho poco da offrire. Se stai con una persona che magari ha un lavoro fisso, in agosto vuole andare in vacanza, io magari invece vorrei andare in Germania o altrove, non so. I ritmi sono diversi. Infatti per il momento non sto nemmeno cercando nessuno: chi accetterebbe di fare la ruota di scorta? Ecco, la famiglia per ora non è nel mio orizzonte. Dopodiché, per dire, quest’anno ben cinque dei miei amici hanno avuto dei figli, e qualcuno fino all’anno scorso non conosceva neanche la tipa con cui poi l’ha avuto, puoi immaginarti… Insomma, non si sa mai, casomai l’anno prossimo mi ritrovo anch’io con un bambino.
Tra i miei amici, chi ha fatto solo le superiori e poi ha iniziato a lavorare, sta da re. Parlo di chi fa l’operaio specializzato, il venditore, l’impiegato. È gente che ha contratti "vecchia maniera” e molti lavorano già da dieci-dodici anni. Anche se non hanno fatto carriere folgoranti sono saliti di livello. Quelli che stanno peggio sono gli operai metalmeccanici che, con la crisi, si sono trovati senza lavoro e in cassa integrazione, e casomai avevano messo su famiglia presto, a vent’anni, e adesso le aziende chiudono e si trovano con dei figli di otto-nove anni... Sono cose che non succedono a chi è rimasto a casa dai suoi, che magari ha pure messo via dei risparmi.
Vivo con i miei genitori, che peraltro non sono giovani, hanno 72 e 67 anni. Per ora non hanno bisogno, ma è comunque un pensiero per me. Per il momento non mi sono posto la questione di uscire di casa. Non è così semplice. La vita a Ravenna è più costosa di quanto potrebbe essere a Berlino. In provincia fai fatica a trovare delle persone con cui andare a convivere, come passaggio iniziale, in più i lavori sono precari... Qui poi un contratto di affitto ti vale un tot di anni e se non sei in grado di rispettarlo devi chiamare mamma e papà per farti dare l’aggiunta. In Germania non ci vogliono garanzie o depositi colossali per averlo. Lo si scarica da Internet, non servono bolli, non ci sono spese...
La sola esperienza, breve, che ho fatto di vita indipendente è stata a Berlino, dove però c’è uno Stato sociale che si accolla tutto. La mia coinquilina aveva vent’anni, lavoricchiava come baby-sitter e con un part-time si poteva permettere di studiare e vivere da sola. Dopodiché faceva shopping una volta all’anno comprandosi una felpa da 20 euro, cosa che per noi è fantascientifica. D’altra parte, quando vivi da solo il primo pensiero sono le bollette, il frigo, non i jeans da 80 euro. Vivere da solo cambia le tue priorità. Comunque la faccenda è più complicata di come la pone chi parla di "bamboccioni”.
Per esempio, se vado via di casa ora, devo pensare a una soluzione sostenibile per me, ma anche per i miei genitori. Sono entrambi in pensione e anche se la casa è di proprietà, la liquidità è quella che è perché le pensioni non sono altissime.
Tra l’altro, gli immobili vecchi rischiano di essere più un costo che un reddito. Ecco, sono consapevole che se provassi a fare un passo troppo lungo potrei inguaiare anche loro. Qui poi non funziona come si vede nei film americani, che uno fa carriera in East-Coast, poi riceve una telefonata che dice la madre in West-Coast è morta, prende l’aereo, va al funerale e tutto finisce lì. Noi siamo meno indipendenti di quello che crediamo. Infatti la maggior parte dei giovani che è uscita di casa in realtà continua a contare sul fatto che i genitori, nel caso, li tireranno fuori dai guai. Non so che indipendenza sia. Dopodiché, è vero, si può vivere con niente, io ne conosco di persone che lo fanno, vedo di cosa vivono certi immigrati che vengono al sindacato a fare la dichiarazione dei redditi. Se però non vuoi rinunciare ai costi della "vita sociale”, beh, il discorso cambia.
Per il momento io coi miei ci sto bene. Devo tornare a casa a dormire e se non lo faccio devo avvertire. Il patto è questo. Purtroppo, per gli orari che ho, non pranzo e non ceno mai con loro. Praticamente li vedo solo la domenica e allora, sì, certe volte è difficile non sentirsi un ospite scroccone...
La foto contenuta nell'intervista è di Yannick Brusselmans.
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