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UNA CITTÀ n. 182 / 2011 Marzo

Intervista a Olivier Roy
realizzata da Francesca Barca

I VECCHI CODICI E LA VERA VITA
La rivolta dei giovani dei paesi arabi, frutto della rivoluzione demografica degli anni 90, ha fatto crollare due stereotipi occidentali: l’incompatibilità di Islam e democrazia e l’idea che ogni musulmano abbia in testa solo il Corano e la Palestina; il gap fra usi, costumi e vita quotidiana e diritto. Intervista a Olivier Roy.

Olivier Roy è orientalista e politologo. Ex direttore del Ceri (Centre d’études et de Recherches Internationales) di Parigi e consulente dell’Onu, oggi è professore all’Istituto Universitario Europeo di Firenze e detentore della Cattedra Mediterranea al Robert Schuman Centre for Advanced Studies. Ha scritto, tra l’altro, L’É chec de l’Islam politique (Le Seuil, Paris, 1992) e La Sainte ignorance (Le Seuil, 2008) . Lei sostiene che l’Occidente, Stati Uniti ed Europa, ha un’immagine irrealistica del mondo musulmano. Sì, perché spiegano il mondo musulmano con l’Islam, come se ogni musulmano, quando si alza la mattina, fosse programmato per essere esclusivamente musulmano per tutto il resto della giornata, in tutte le sue attività e in tutti i suoi pensieri. L’Islam sarebbe, cioè, una sorta di costante che spiega tutto quello che succede nelle società musulmane. Così, quando questo elemento sparisce non si capisce più nulla, si rimane disorientati e si va a cercarlo sotto il tappeto o dietro la porta. Questo è culturalismo, ed è una cosa molto vecchia. Il Diciannovesimo secolo è il secolo culturalista per eccellenza. Quello che è interessante è che, dopo Samuel Huntington, il culturalismo ha ritrovato una nuova verginità e si è spostato a sinistra. E questa è, invece, una novità. Poi ci sono gli avvenimenti che possiamo definire "cristallizzatori”, come la Rivoluzione iraniana e l’11 settembre che hanno, per così dire, "fissato” l’immagine del mondo musulmano. E poi c’è l’immigrazione: anche se non c’è alcun rapporto storico è successo che la crisi dell’immigrazione sia arrivata con la crescita dell’islamismo in Medio Oriente. Quando parlo di "crisi dell’immigrazione” intendo che questo fenomeno è diventato una questione centrale nel dibattito nazionale nei Paesi europei. In Francia è successo negli anni Ottanta, quando gli immigrati erano lì da almeno vent’anni; in Italia sta succedendo ora; in Germania e in Inghilterra è accaduto negli anni Novanta. Siamo passati, in Europa, dall’idea di immigrato a quella di musulmano. Come dice Thilo Sarrazin in Germania: "Non abbiamo problemi con gli adolescenti, non abbiamo problemi con i russi…
ma abbiamo un problema con i musulmani”. Anche gli svizzeri con il voto sul minareto hanno confermato che l’elemento critico sono i musulmani. "Fortunatamente” in Italia e in Francia, ci sono anche i Rom, per sviare l’attenzione dai musulmani (è una provocazione ovviamente) . In Europa abbiamo costruito l’idea dell’immigrato come di un "altro” sul piano politico, culturale e religioso. Un "altro” inassimilabile quindi. Questo approccio rinforza una visione "essenzialista” del Medio Oriente e una concezione huntingtoniana delle civiltà che, in quanto fondate sulle religioni, sono incompatibili. Lei ha parlato di una crescente islamizzazione negli ultimi 30 o 40 anni. Contemporaneamente però abbiamo assistito anche a un processo di secolarizzazione. Sì, è vero. D’altronde quando l’Islam è dappertutto non è da nessun parte. Se anche il ­fast-food e la moda diventano halal, è legittimo chiedersi dove sia l’Islam. Oramai l’Islam è un problema di marketing. D’altra parte, i giovani musulmani vivono forme di religiosità che sono paragonabili a quelle che vivono i loro omologhi in Europa: si preoccupano della loro realizzazione personale, della felicità in terra insomma. Nella religione, l’aspirazione alla "salvezza” personale è stata affiancata dalla ricerca dei mezzi per essere felici sulla terra. C’è un’individualizzazione delle fede che è tipica del momento storico e che va di pari passo con la ricerca della libertà. Parlo delle nuove generazioni, nelle vecchie sicuramente porrebbe qualche problema in più. In questo contesto la domanda religiosa non è incompatibile con la domanda democratica, diversamente da quanto avviene, invece, ... [ continua ]

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Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

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Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
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La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
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L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
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