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UNA CITTÀ n. 181 / 2011 Febbraio

Intervista a Roberto Convenevole
realizzata da Barbara Bertoncin

LO SPECCHIO DEL PAESE
Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato “Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

Roberto Convenevole, dell’ufficio studi dell’Agenzia delle Entrate, ha pubblicato La materia oscura dell’Iva (www.ilmiolibro.it). Quelle che seguono sono considerazioni di carattere personale, che non impegnano l’Agenzia.

Lei sostiene che al cuore della crisi fiscale italiana c’è l’Iva. Cosa significa?
In passato si è sempre pensato che la crisi fiscale italiana fosse una crisi essenzialmente dal lato della spesa pubblica in un contesto fatto degenerare dalla pressione dei salari esercitata da sindacati forti e dalla conseguente spirale inflazionistica. L’eccesso di spesa pubblica col tempo ha generato un deficit che le entrate non sono mai state in grado di colmare nonostante il meccanismo di drenaggio fiscale e l’aumento dell’aliquota normale Iva. L’esplosione dell’inflazione, le crisi energetiche, il contesto internazionale hanno portato ad una crescita gigantesca del debito pubblico.
La crisi fiscale è stata imputata anche al fallimento della riforma tributaria del 1971-73, che introdusse: Iva, Irpef, Ilor, Irpeg rivoluzionando completamente il sistema precedente. La letteratura specialistica si è generalmente concentrata sull’Irpef che, come sappiamo, sostanzialmente viene versata dai lavoratori dipendenti, dai pensionati e dai lavoratori autonomi che abbiano una ritenuta alla fonte.
La mia opinione è diversa. Ritengo che non si sia capita la centralità dell’Iva nel sistema fiscale essenzialmente per carenze culturali. Da ciò è scaturito il disinteresse della comunità scientifica, e dei governi che si sono succeduti, nei riguardi dell’imposta e, conseguentemente, nei riguardi di un’organizzazione appropriata dell’amministrazione finanziaria senza la quale l’Iva non può funzionare bene.
Qual è l’origine dell’Iva e come funziona?
L’Iva è nata in Francia nel 1954 ed stata adottata dai paesi della Comunità europea alla fine degli anni ’60 del secolo scorso. Dopodiché si è diffusa nel mondo intero (circa 140 Stati l’hanno adottata) con la sola rilevante eccezione degli Stati Uniti d’America. Gli americani non la vogliono adottare perché la ritengono un’imposta troppo efficiente (letteralmente una money machine, una macchina per fare soldi). Essendo gli Usa uno stato federale, la sua adozione darebbe in mano al governo centrale una leva potente per aumentare la spesa pubblica finanziandola con aumenti dell’Iva.
Semplificando molto, si può dire che l’Iva è un’imposta che incide il consumatore finale (le famiglie) ma viene incassata dall’erario in maniera frazionata (imposta plurifase) man mano che si forma il "valore” dei beni e servizi finali di consumo (importazione, produzione, ingrosso, dettaglio). L’aspetto dell’incasso frazionato la rende superiore alle imposte sul consumo finale cosiddette "monofase” come, ad esempio, la retail sales tax americana.
Se però l’amministrazione che la deve gestire non è organizzata a dovere, l’Iva, da elemento di forza del sistema fiscale, diventa un potente elemento di debolezza.
Infatti, fisiologicamente l’Iva "produce” dei rimborsi a fronte del valore dei beni di investimento acquistati dalle imprese e che non devono rimanere incisi dall’imposta, mentre essa è ovviamente applicata anche dai produttori di beni di investimento. La corretta gestione dei rimborsi da parte dell’amministrazione diventa pertanto un aspetto cruciale del sistema Iva. Se un’impresa alla quale spettano rimborsi subisce dei ritardi nella loro erogazione, deve sostenere un costo finanziario supplementare che la danneggia. Stessa cosa per le imprese che esportano la gran parte della loro produzione dal momento che le "esportazioni” non sono soggette all’Iva.
Nel tentativo di fronteggiare i ritardi amministrativi nel rimborso dell’Iva a credito si è adottato il meccanismo della compensazione che ha portato a un incredibile aumento sia del numero di imprese a credito che del suo ammontare. Può spiegare?
A metà degli anni Novanta il sistema fiscale era sull’orlo del collasso proprio per via dell’accumulazione delle giacenze di rimborsi Iva (oltre che di rimborsi di altre imposte). Con la riforma del 1997 (introduzione del telematico, del modello Unico di dichiarazione; del modello unico per i versamenti fiscali e contributivi) si introdusse anche la facoltà di compensare i crediti Iva vantati dai contribuenti con i debiti verso altre imposte (Irpef, Ires, Ici) o verso i contributi sociali obbligatori (Inps, Inail).
Si pensava così di risolvere alla radice il problema dei rimborsi facendoli "autogestire” dai contribuenti medesimi e saltando la fase di "controllo” da parte degli uffici.
Va poi anche ricordato il fatto che la Ragioneria generale dello Stato a metà degli anni ‘90 non erogava fondi sufficienti per smaltire le giacenze di rimborsi (nella contabilità dello Stato i rimborsi sono contabilizzati tra le "uscite” mentre le imposte incassate sono contabilizzate tra le "entrate”) e ciò creava un corto-circuito.
Dal 2000 in poi il sistema delle compensazioni è però entrato a sua volta in crisi perché da allora in poi i crediti Iva sono cresciuti in modo abnorme.
In tredici anni la platea di soggetti Iva che chiede rimborsi o effettua compensazioni si è decuplicata: da circa 170.000 prima della riforma si passa a circa 1.800.000 nel 2008. Si tratta di una nuova forma di evasione.
Insomma, il rimedio si è rivelato, con il senno di poi, peggiore del male. Siamo passati dai diritti negati ai contribuenti (ritardi ed accumulo di rimborsi) agli abusi legalizzati tramite l’esplosione delle compensazioni.
Finalmente, nell’estate 2009, il ministro Tremonti ha emanato delle disposizioni, per contrastare il bancomat delle compensazioni, che nel 2010 hanno dato dei risultati al di fuori di ogni più rosea aspettativa: mentre il ministero pensava di risparmiare 1000 milioni di euro, quando si faranno i conti si constaterà che il risparmio supera i 5000 milioni di euro.
Tra l’altro, data la natura dell’Iva (imposta che prima di produrre il proprio gettito "filtra” tutti gli imponibili, come scrissero Tremonti e Vitaletti nel lontano 1991), i guadagni per l’erario nel 2010 non si limitano alla sola Iva ma si estendono anche all’Irpef (ritenute sui lavoratori dipendenti) ed ai contributi Inps (per i lavoratori dipendenti), ecc., cioè a quelle imposte e contributi i cui debiti non sono più stati compensati in maniera fraudolenta.
Gli esiti del 2010 dovrebbero far riflettere proprio sulla natura dell’Iva: in un anno di stagnazione economica l’adempimento spontaneo del sistema è migliorato perché si è cominciato a mettere ordine nella gestione amministrativa dell’imposta. Il buon senso suggerirebbe di proseguire su questa strada nell’interesse dello Stato e di tutta la collettività.
Concretamente come si forma il "credito Iva”?
Per un soggetto economico l’Iva si distingue tra Iva a debito e Iva a credito. L’Iva a debito è quella che viene fatturata sulle vendite, che in gergo si chiamano cessioni. L’Iva a credito è quella che si forma sugli acquisti. Pertanto, una qualsiasi partita Iva (l’artigiano, l’elettricista, le imprese) avrà un’Iva a credito sui beni che acquista e dovrebbe avere un’Iva a debito, su quanto fattura ai propri clienti, maggiore di quella a credito.
Ora, se un soggetto economico che lavora per il mercato interno si trova a credito Iva per più anni, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona. Cioè se l’operatore va a credito (assumendo che non faccia falsi acquisti), vuol dire che non ha fatturato le sue vendite perché, se davvero avesse un’Iva a debito inferiore all’Iva sugli acquisti, non sarebbe in grado di vivere, perché vorrebbe dire che il suo lavoro non è remunerativo, oppure che non lavora. I casi, ovviamente, di non lavoro, esistono, ma non possono essere la norma. Quindi il problema è quello di riuscire a distinguere tra chi ha un’attività corrente e non adempie agli obblighi fiscali e chi invece non ha un’attività continuativa e quindi può maturare del credito.
Avrà letto sui giornali dello scandalo relativo alla Fastweb. Bene, la Fastweb, per anni, non ha mai versato un euro di Iva. Il meccanismo era molto complicato: false importazioni da un paese comunitario e false esportazioni di un traffico telefonico fittizio verso un paese comunitario. Queste operazioni fasulle generavano, alla fine dell’anno, un’Iva a credito molto grande che è stata chiesta a rimborso e che è stata liquidata.
Ora, Fastweb aveva alcune migliaia di occupati e pagava i corrispondenti salari ed oneri sociali, insomma, non poteva vantare legittimamente il credito Iva che esponeva in dichiarazione. Quindi c’era qualcosa di illecito. Si tratta evidentemente di un caso limite. Ma il meccanismo è quello sintetizzato prima e che si identifica con il termine frodi intra-comunitarie.
Secondo questo ragionamento, un’impresa individuale o anche una grande ditta che reitera la richiesta di rimborso Iva, da un certo punto di vista, è come se si autodenunciasse. In questo caso, non scatta automaticamente un controllo da parte della Agenzia delle Entrate?
Le richieste di rimborso sono controllate dagli uffici periferici mentre le compensazioni sono in numero così eccessivo (lo abbiamo ricordato prima) che un controllo efficace è molto problematico. In questo senso si può dire che non vi sia un automatismo tra esecuzione di una compensazione e suo controllo da parte dell’amministrazione.
è un problema di destinazione delle risorse lavorative disponibili al controllo delle compensazioni Iva piuttosto che delle dichiarazioni Irpef. Come ricordavo all’inizio il nostro sistema è culturalmente improntato essenzialmente sulle imposte dirette. Purtroppo, a mio avviso, non si presta la dovuta attenzione al versante dell’Iva, al ramo Iva del sistema fiscale. Questa è una carenza storica: non si è mai capita l’importanza di questa imposta e quindi non si sono investite le risorse necessarie per quei controlli che sarebbero indispensabili a valorizzarla.
Il credito Iva comunque non è sempre illegittimo...
Vi sono dei motivi fisiologici, naturali, sani per i quali si forma un credito. è il caso dell’acquisto di beni d’investimento, che sono integralmente portati in detrazione; oppure dell’esportazione di una quota significativa del proprio volume d’affari. Questi sono due motivi per cui un operatore adempiente, corretto, può trovarsi a credito d’Iva e quindi andare a rimborso. A latere vi sono i casi derivanti dalla aliquote applicate (vendo ad aliquota Iva ridotta ed acquisto vari beni ad aliquota normale) oppure ho appena iniziato un’attività economica ovvero la sto chiudendo.
Nel nostro Paese quanto è grave il problema dell’evasione?
L’evasione fiscale è storicamente un fenomeno endemico in Italia. Con la trasformazione da un’economia agricola ad una industriale e poi terziarizzata si pensava che questo problema gradualmente sarebbe stato risolto. Purtroppo non è stato così.
L’Istat pubblica periodicamente delle stime di evasione relative all’entità dell’economia sommersa e cioè di quella parte di economia i cui scambi vengono tenuti celati per ottenere dei risparmi fiscali o contributivi. Dal momento che nella pubblica amministrazione non esiste il sommerso, se si considera il solo settore privato (agricoltura, industria e servizi) l’economia sommersa pesa tra il 20% ed il 24% a seconda degli indicatori. L’intensità del fenomeno è maggiore nel settore terziario e cresce man mano che ci si avvicina al consumatore finale.
Un aspetto che mi preme sottolineare è che non esiste un’economia emersa separata da quella sommersa, esistono invece varie zone d’ombra. Il sistema economico è pervaso da tante tonalità di grigio. Nell’arco di una giornata, quando prendiamo un caffè, andiamo al ristorante, in un esercizio commerciale -vale a dire presso operatori che agiscono alla luce del sole- ci imbattiamo nel fenomeno dell’economia sommersa. Il sommerso non è qualcosa che non si vede bensì è ciò che viene nascosto al fisco per risparmiare denaro.
Parlando di sommerso non dobbiamo pensare solo ai cinesi più o meno clandestini che lavorano a Prato o nel napoletano (come raccontato in Gomorra) in condizioni di schiavitù. Quelli sono fenomeni aberranti, delinquenziali, che vanno assolutamente stroncati, ma sono poca cosa rispetto al sommerso complessivo. Anche l’agricoltura è un settore devastato dal sommerso, con le centinaia di migliaia di lavoratori che vengono impiegati nella raccolta o nelle lavorazioni, ma anche quello, rapportato a tutta l’economia, appare come un fenomeno limitato. Il vero sommerso è, ad esempio, quello della mancata registrazione quotidiana degli incassi.
Ma quando chiediamo lo scontrino fiscale possiamo essere sicuri che poi quella transazione venga registrata?
No. L’esercente può evadere non emettendo lo scontrino o la ricevuta e a quel punto ha risolto i suoi problemi perché ha creato del nero. Ma può evadere anche se emette lo scontrino o la ricevuta fiscale, perché non c’è alcuna certezza che queste operazioni, formalmente registrate, siano poi contabilizzate nella dichiarazione Iva.
Vuol dire che non c’è un automatismo?
Esattamente. L’emissione e la registrazione dello scontrino fiscale sono due operazioni separate. Morale della favola: se non ci sono dei controlli episodici, ma capillari, sulla registrazione contabile degli incassi lo scontrino non basta. E dire che è l’Italia ad aver inventato lo scontrino fiscale! In Francia, se lei va in un esercizio commerciale, le dànno un pezzetto di carta che non ha valore fiscale, serve solo per la contabilità dell’esercente.
Ecco, per rendere lo scontrino davvero efficace sarebbe necessario che le casse degli esercizi commerciali, come già accade da alcuni anni per la grande distribuzione, fossero collegate direttamente con l’anagrafe tributaria. Saltando la fase manuale di trascrizione si avrebbe infatti una chance in più nel contrastare il fenomeno del nero, perché il consumatore che chieda lo scontrino, qualora lo riceva, avrebbe la sicurezza che la sua spesa è entrata nel contabilizzazione dei ricavi. Di recente su questo tema è uscito un bell’articolo sul Sole 24 Ore in cui si raccontava che in Africa, paesi come Kenia, Tanzania, Mozambico, Congo, Uganda abbiano adottato o stiano adottando registratori di cassa che utilizzano un modem "gprs” che trasferisce ogni sera alle rispettive amministrazioni fiscali gli incassi quotidiani degli esercizi commerciali. Bene, sa qual è il paradosso? Che questi registratori sono prodotti in Italia! Quando l’ho letto sono quasi svenuto!
Lei sostiene che ha poco senso affrontare l’e-vasione come se fosse una questione morale.
Io credo che dobbiamo cambiare, con fatica, un atteggiamento mentale. Parlo innanzitutto per me stesso. Io ho sempre pensato che "evasione sì, evasione no” fosse un problema di etica. Non è così. Si tratta di possibilità di evadere oppure no. Verosimilmente un qualsiasi lavoratore dipendente che si trovasse in una situazione analoga a quella dei lavoratori autonomi, valutando tra l’altro che un controllo è improbabile e talvolta inefficace, cercherebbe anch’egli di sottrarsi alle imposte. Quindi l’etica non c’entra, almeno come discrimine principale.
L’evasione è un calcolo di razionalità, esattamente come tanti altri calcoli che si fanno nell’attività economica. È un calcolo di convenienza. Dove sta allora il discrimine? Tra la tracciabilità o meno degli atti economici, delle remunerazioni, degli scambi. Se c’è questa tracciabilità, il rischio di evasione diminuisce, perché la probabilità di farla franca è più bassa. Dopo di che ci si dovrebbe ovviamente attrezzare per gestire tutti questi flussi, ed entrare in un’ottica di incroci tra diverse banche dati periodicamente aggiornate.
Molti lavoratori autonomi e artigiani vivono l’attuale tassazione come vessatoria. Quand’è che ha senso parlare di "evasione di sopravvivenza”?
E' un concetto che soprattutto a sinistra viene contrastato con l’obiezione che è difficile tracciare un confine tra chi è costretto a evadere per mera sopravvivenza e chi sta giusto un po’ sopra... Racconto un aneddoto. Enrico Loccioni, un noto industriale delle Marche, una persona molto progressista e colta, un anno fa in un’intervista al Sole 24 Ore, raccontò che all’inizio della sua attività imprenditoriale si muoveva con un’Ape e lavorava in nero, fino a quando si trovò a dover disegnare un impianto elettrico per una grande azienda e quindi fu costretto ad emettere fattura. A distanza di molti anni, oggi ha quattro aziende manifatturiere e dà lavoro a due-trecento lavoratori, oltre ad aver formato un’ottantina di nuovi imprenditori, tecnici che dopo aver lavorato con lui si sono messi per conto proprio. Cosa voglio dire? Che nel momento in cui si parte con un’ attività economica autonoma è inevitabile che ci sia una tendenza al nero perché il sistema è troppo complesso e troppo esoso. Questa tendenza la si potrebbe contrastare ideando dei sistemi ad hoc che siano meno onerosi. Ad esempio, il regime dei minimi. Però si deve evitare che a quel punto ci siano operatori che si vanno a "nascondere” in quel regime pur non avendone diritto. Purtroppo, qualunque azione amministrativa venga intrapresa, si genera automaticamente una reazione di adattamento da parte della platea che finisce per dar vita a comportamenti scorretti. Non esistono misure che vadano bene di per sé, esistono misure preferibili rispetto ad altre, ma tutte necessitano comunque di un’azione di controllo. Il discorso dell’evasione da sopravvivenza va ricondotto in questi termini.
L’operatore economico che applica l’Iva senza versarla utilizza questa imposta come un contributo alla produzione, ottenendo così un multiplo di risparmi fiscali perché, grazie a quell’Iva incassata ma non riversata all’erario riesce poi a nascondere un reddito che viene sottratto alla contribuzione Inps e successivamente alla contribuzione Irap ed Irpef.
Questo effetto moltiplicativo, nel bene e nel male, conferma la rilevanza specifica dell’Iva.
L’Iva, però, a differenza dell’Irpef, non è progressiva, è uguale per tutti...
E' vero, l’Iva è un’imposta indiretta e le imposte indirette sono regressive, cioè incidono di più le persone meno abbienti, però da un certo punto di vista questo ci interessa relativamente, perché i vantaggi dell’Iva sono altri. E poi si potrebbe dimostrare che certi consumi opulenti li fanno solo i redditieri più abbienti. Ecco allora che se il sistema funzionasse, e quindi l’Iva che i contribuenti pagano quando fanno degli acquisti afferisse allo Stato, avremmo un sistema fiscale che funziona meglio. Se poi l’evasione fosse inferiore, l’aliquota Iva potrebbe essere abbassata, ma dovremmo avere la sicurezza che il sistema funzioni.
A volte si sente parlare di spostare la tassazione "dalle persone alle cose”. Significa abolire l’Irpef?
Spostare la tassazione dalle persone alle cose fu uno dei tre slogan lanciati dal ministro Tremonti nel famoso libro bianco del 1994. Gli altri due erano: dal centro alla periferia, dal complesso al semplice. A gennaio 2011 l’Assonime ha presentato un’ipotesi di riforma fiscale il cui fulcro consiste nel tassare tutti i beni e servizi con un’aliquota Iva unica e pari al 20%. Sulla carta si otterrebbero circa 40 miliardi di euro che servirebbero per abbassare la prima aliquota Irpef dal 23% al 20%, per dare un sussidio generale di disoccupazione ed un sostegno ai cittadini meno abbienti. Questo sarebbe un modo concreto di spostare la tassazione dalle persone alle cose senza cambiare nulla sul versante del peso complessivo del fisco (la proposta è completata da altri aspetti che tralasciamo). Qual è il problema? Il maggior gettito atteso dalla crescita delle aliquote ridotte Iva non genererà i 40 miliardi ipotizzati per il semplice motivo che l’Iva è l’imposta più evasa nel nostro sistema. Pertanto, coeteris paribus, all’aumento del prezzo dei beni di consumo (per via della crescita delle aliquote) corrisponderà una crescita del reddito dei titolari di partita Iva che continueranno ad evadere come prima. Morale, se prima l’Iva non viene messa sotto controllo riducendo in maniera sensibile la sua evasione, idee come quelle dell’Assonime rimangono velleitarie.
Gli studi di settore. Pensati anch’essi per contrastare l’evasione, in alcuni casi hanno prodotto un effetto imprevisto, quello di spingere le imprese ad assestarsi al ribasso.
Gli studi di settore, concepiti nella riforma del 1997, sono entrati in vigore dal 1998 e riguardano circa quattro milioni di imprese e professionisti del settore privato extra-agricolo. Lo strumento è molto articolato e complesso e non è possibile descriverlo in poche battute. In sostanza ciascun contribuente, con un volume di ricavi inferiore a 5,2 milioni di euro annui, riceve dal Ministero un software denominato Gerico il quale, inserendo una serie di dati contabili e strutturali, indica al contribuente il ricavo minimo che il fisco si aspetta da lui.
Qual è il problema? Che i contribuenti che si trovano sopra la curva di congruità rispetto ai parametri ministeriali (i cui ricavi effettivi sono cioè maggiori dei ricavi potenziali generati dal software) sono portati a manipolare le variabili sulle quali si basa Gerico per adattarsi al ricavo minimo che il fisco si aspetta da loro. In gergo questo comportamento si chiama "appiattimento”. è per questo motivo che Raffaello Lupi (uno dei maggiori consulenti fiscali italiani) ha scritto che Gerico è un videogioco per commercialisti.
Ora, il problema è che se le imprese ed i contribuenti più abbienti si "appiattiscono” sui risultati di Gerico, il meccanismo dell’Iva viene "saltato” o perché si dichiarano vendite inferiori alla realtà, o perché si espongono costi fittizi che gonfiano quelli veri. In entrambi i casi si restringe il reddito d’impresa e quindi il valore aggiunto che viene generato in corso d’anno. Tenendo presente che a un valore aggiunto inferiore alla realtà corrisponde una minore Iva, si capisce bene perché l’ex ministro Francesco Forte ha affermato che lo studio di settore distrugge il meccanismo dell’Iva.
Se c’è chi approfitta del sistema, ci sono anche professionisti o piccole attività che ne rimangono schiacciate?
Fermo restando che possono verificarsi degli errori, lo studio di settore si basa molto sul dialogo con i contribuenti, per cui le persone che ritengono di essere "vessate”, cioè di avere dei risultati sfavorevoli che non corrispondono alla realtà, hanno tutta una serie di strumenti per difendersi. Purtroppo mi sembra che i casi prevalenti siano però quelli che citavo prima.
Vorrei citare Bruno Tabacci, democristiano doc, allievo di Marcora, quando dice che "il fisco è lo specchio del paese”. Ecco, condivido questo giudizio. In fondo gli studi di settore cosa sono, se non un condono preventivo? Pago sopra una certa cifra, giusto un filino in più, così mi metto al riparo dei controlli. Infatti cosa dice l’ex presidente dell’Istat, il professor Guido Rey, che ha presieduto una commissione d’inchiesta sugli studi di settore? Che il contribuente non congruo è meno pericoloso di quello congruo proprio perché si dichiara.
Di nuovo, è molto difficile arrivare a cifre accettabili di evasione, se l’Iva non funziona in maniera decente. Nei paesi sviluppati, l’Iva è un punto di forza del sistema fiscale. Da noi purtroppo è un punto di debolezza.
Ma la pressione fiscale non è comunque troppo elevata nel nostro paese?
Una breve precisazione sul perché si pagano le tasse. Il modello sociale europeo, delineatosi a partire dalla fine del XIX secolo, è caratterizzato da un ampio intervento dello Stato nella vita dei cittadini. Oggi, i comuni, le province, le regioni e le amministrazioni centrali erogano una molteplicità di servizi che solo in maniera residuale vengono pagati tramite delle tariffe. L’istruzione obbligatoria, la sanità, l’ordine pubblico, la difesa, la giustizia, la protezione civile, ecc. sono servizi collettivi finanziati tramite il prelievo fiscale sui redditi delle persone fisiche o delle società (Irpef ed Ires), sulla produzione (Irap), sui prodotti (accise) o sui consumi finali delle famiglie (Iva). Il tutto nel contesto dell’articolo 53 della Costituzione del 1948 che recita: "I cittadini che si sottraggono volontariamente ai prelievi fiscali e contributivi finiscono dunque con l’usufruire di servizi pubblici indispensabili alla convivenza civile senza avere contribuito al loro finanziamento”.
è vero che molti si lamentano dell’elevatezza delle aliquote, ma vogliamo capire che la pressione fiscale è diventata quello che è perché c’è un alto tasso di evasione?
Io già oggi nel mio piccolo vedo che: mia figlia entra più frequentemente tardi a scuola. Perché? Se s’ammala l’insegnante, non viene rimpiazzato. Ho notato inoltre che in certe ore aspetto un tempo eccessivo per prendere l’autobus. Ne ho dedotto che stanno riducendo le corse. D’altra parte, con il terzo debito pubblico al mondo è evidente che certe spese non possiamo più permettercele. Ma non ce le possiamo permettere perché c’è l’evasione!
Vogliamo capire che se si taglia il consumo di benzina alla polizia, se si chiudono delle strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, se non si fa più il tempo prolungato a scuola, è perché una parte della popolazione non paga i servizi di cui beneficia?
è banale: se una parte della popolazione si sottrae in tutto o in parte al prelievo, finisce con l’usufruire di servizi gratuiti. Va da sé che è un sistema che non può durare. Per forza di cose. Insomma, può un dettagliante continuare a tenere il negozio aperto se non incassa? È una cosa illogica no? Perché avrebbe solo dei costi: la luce, il fitto, le merci immagazzinate che non riesce a vendere e quindi prima o poi sarebbe costretto a chiudere. Così è per i servizi pubblici.
Nel nostro Paese c’è anche un problema culturale, legato allo scarso senso civico e a una diffusa sfiducia verso lo Stato. Gli italiani in qualche modo non si sentono cittadini, e si comportano di conseguenza. Anche questa dimensione andrebbe affrontata. Quello che però voglio dire è che noi, malgrado tutto, non siamo un Paese povero. Si deve guardare allo sviluppo storico: viviamo in una società di massa e godiamo di una notevole quantità di servizi gratuiti. Ecco, questo stato sociale va mantenuto ma la collettività se ne deve accollare gli oneri tramite la tassazione. Tutto qui.
(a cura di Barbara Bertoncin)


  


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Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

Presunzione di falsità
Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
Intervista a Lucia Robustelli.

Street-level bureaucrat
Il cen­tra­li­smo del­lo Sta­to na­po­leo­ni­co, che da noi si è fu­so con l'a­spet­to re­pres­si­vo del si­ste­ma mi­li­ta­re pie­mon­te­se; la cul­tu­ra del­la va­lu­ta­zio­ne che sten­ta a en­tra­re nel pub­bli­co im­pie­go; un sin­da­ca­to che, di­fen­den­do il "bas­so sa­la­rio, ma si­cu­ro" in real­tà mor­ti­fi­ca il di­pen­den­te re­spon­sa­bi­le. In­ter­vi­sta a Ni­co­let­ta Sta­me.


La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



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