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UNA CITTÀ n. 182 / 2011 Marzo

Intervista a Massimo La Torre
realizzata da Thomas Casadei

CIO' CHE SIAMO STATI
Malgrado tutto, il Risorgimento significò il riscatto di un paese da sempre preda di signori e signorotti; un’indipendenza civile ed esistenziale ancor prima che nazionale; l’immagine di un premier che bacia la mano di Gheddafi e di un parlamento che vota sulla “nipote di Mubarak”...; che fare? Intervista a Massimo La Torre.

Massimo La Torre insegna Teoria generale del diritto all’Università di Catanzaro. Ha curato la pubblicazione di Pro e contro il socialismo, di Francesco Saverio Merlino, Rubbettino 2008. Ha scritto, tra l’altro, Messina come metafora e luogo idealtipico della politica, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000.

Tu insegni filosofia del diritto in diversi paesi dell’Europa, hai la tua "base” esistenziale ed accademica tra Messina e Catanzaro e nella cultura anarchica italiana il tuo orizzonte ideale e formativo: come vivi il 150°?
Se mi avessero domandato trent’anni fa se sarei arrivato a caldeggiare la festa dell’Unità d’Italia, ci sarei rimasto male. Pensavo che nell’Unità, per come si era fatta, ci fossero più cose cattive che buone. Dunque ben poco da festeggiare. L’Unità d’Italia invero fu fatta male, fu fatta dall’alto in buona sostanza, e con i famosi "plebisciti”, una pratica annessionistica si può anche dire. Il dato triste è che l’Unità si fece secondo il modello "piemontese”, monarchico e centralista del 1859-1860, e non attraverso il modello repubblicano e popolare del 1848-1849. È quest’ultimo il momento più nobile ed avanzato del risorgimento italiano, e fu sconfitto. Le teste più intelligenti e i cuori più generosi sono quelli di coloro che animano le rivoluzioni del Quarantotto: Cattaneo, Manin, Pisacane e lo stesso Mazzini. Nel 1859 ci fu una guerra tra Stati (col decisivo intervento francese) e nel 1860 l’avventura garibaldina. La quale fu anch’essa un’epopea di popolo (mio bisnonno lasciò casa e bottega per accorrere tra i Mille di Garibaldi). E fu un’avventura, almeno in Sicilia, sostenuta da una grande mobilitazione di popolo. Ma rimase… un’avventura. Una tempesta subito sedata, e sedata talvolta dagli stessi garibaldini (com’è il caso, paradigmatico, della sfortunata rivolta di Bronte, repressa stupidamente e ferocemente da Nino Bixio). L’avventura dei Mille impresse anche nell’immaginario della nuova Italia l’idea carismatica del "Duce”, del "Dittatore” -che era quel galantuomo di Garibaldi. Ma quest’idea doveva più tardi dare dei frutti velenosi. Ed entrava in circolo anche la strategia del "colpo di mano”, che sarebbe stata poi scopiazzata nella farsa tragica della "marcia su Roma”.
Nondimeno, nonostante i loro limiti e i loro errori, il Risorgimento e l’Unità significarono il riscatto di un paese che era stato per secoli preda di monarchi e monarchetti, di signori e signorotti, un proliferare di Don Rodrighi con una coroncina in testa, per non parlare del regime oscurantista e tirannico dei Papa-Re; un’Italia, quella, che per il suo degrado civile e morale era divenuta lo zimbello d’Europa. Basta leggere Stendhal e rappresentarsi la Parma che descrive per rendersene conto. Parlando di Roma, Stendhal e gli altri viaggiatori stranieri (Dickens, per esempio) sempre si soffermano, con certo gusto macabro anche, sulla frequenza e gli orrori delle esecuzioni capitali lì in vigore.
Ma col Risorgimento per un momento le cose cambiano. Si afferma un’Italia con la schiena dritta fino ad allora inedita. Si crea finalmente una sfera pubblica, uno spazio civile di deliberazione, seppure dentro ancora un aspro conflitto di classe, che però il repubblicanesimo promette di risolvere e superare. La politica non è più appannaggio di salotti, sacrestie ed alcove; non si fa più a tavola o nel boudoir (che oggi si ripropone in versione "nouveau riche”, o meglio "burino”, nella sala del Bunga Bunga), ma in piazza. E va ricordata la radicale laicità del progetto unitario del Risorgimento -che per questo oggi ancora suscita l’ostilità del cattolicesimo più retrogrado e dei neopapalini atei devoti.
Col Risorgimento e l’Unità è la modernità che arriva nel Bel Paese. Ovviamente non quella di… Marchionne, che coniuga "moderno” con "turbocapitalista”, ma la modernità come possibilità di convivenza secondo diritti e regole sinceramente discusse e condivise. Non è vero che col Risorgimento si cambi tutto per non cambiar nulla secondo la formula di Tomasi di Lampedusa. L’unità del nostro paese, l’Unità d’Italia, col suo orgoglio oggi calpestato, infangato, insudiciato da una classe politica indegna e infame, va allora rivendicata e, sì, anche celebrata e festeggiata. Senza riserve.
Unità d’Italia significa la tradizione mazziniana, il repubblicanesimo: cosa resta?
La tradizione mazziniana è il cuore del Risorgimento. Si potrebbe dire che senza Mazzini l’Unità non ci sarebbe stata. E la dice lunga sul processo unitario il fatto che Mazzini muoia in clandestinità, nascosto, perché l’occhiuto Stato sabaudo lo vuole in galera. Esiziale per lo sviluppo della tradizione repubblicana mazziniana è il suo conflitto col nascente socialismo. È una storia di mutue incomprensioni, di radicalismo fondamentalista dall’una e dall’altra parte. Ma non va dimenticato che in Mazzini c’è una certa ispirazione socialista. L’uguaglianza è e rimane un valore repubblicano. Così come l’idea della partecipazione e della integrità. Lo Stato di Mazzini non è per niente neutrale, è carico di eticità; niente a che vedere col laissez faire o con la celebrazione del mercato cui assistiamo oggi. Oserei dire che "mercato” sia persino una parolaccia per Mazzini. Non lo è "proprietà” però. Ed è qui che si scontra con Bakunin e con Costa, Cafiero e Malatesta. Ma la proprietà di Mazzini significa soprattutto proprietà mediante il lavoro ed indipendenza. Non è una cosa che si possa vendere o semplicemente comprare. Va conquistata, "acquisita”. È materia prima mischiata a lavoro, a sudore.
Cosa resta di tutto questo? Pochissimo, almeno a prima vista. Basti pensare alla triste ingloriosa fine del Pri, in gran parte confluito nelle tasche larghe di Berlusconi. Si guardi cosa fa il "giovane” La Malfa.
Come riattivare quella magnifica, degnissima tradizione di pensiero ed azione? Coltivando, credo, l’intransigenza, l’anonimità, l’austerità di costumi ed un po’ anche una certa povertà. In un momento in cui tutti sono accomodanti, nessuno vuol essere "moralista”, dove tutti vogliono apparire e farsi vedere (sia pure nei panni del malandrino, del lenone o della prostituta); in una società in cui ricco è sinonimo di valoroso, il repubblicanesimo può rivendicare la virtù della modestia, la forza del puritanismo (che semplicemente vuol dire tentare di mantenersi "puri” di cuori e di mani), la forza anche del rimanere oscuri, cioè non noti, in un cantuccio, del non mostrarsi, del rifiutare i fronzoli. La repubblica, la "cosa pubblica”, non si vende e non si compra. In un paese di camerieri, com’è oggi il nostro, quello del non accomodarsi a tavola, del digiunare, del vestirsi di vestiti "rivoltati” (come si faceva una volta), di comprare libri piuttosto che auto, del leggere la sera, spegnendo la televisione, è un valore, un "principio primo”, da cui si può ripartire per rifondare la sfera pubblica.
La figura di Garibaldi cosa rappresenta oggi?
Garibaldi è stato imbalsamato. Se n’è fatto un "santino”, togliendo alla sua figura tutta la carica sovversiva e civile. In parte ciò succede quand’è ancora in vita, grazie anche agli uomini del suo stesso "partito”. Si pensi a Crispi. E poi il fascismo distorce, utilizzandole a suo modo, alcune "categorie” garibaldine (le camicie "nere” anziché "rosse”, la "dittatura”, la stessa simbologia del "fascio” che è chiaramente repubblicana). Si tratterebbe ora di raccontare la "vera storia” della lotta risorgimentale, fatta di sacrifici, di rinunce, di ideali di riscatto e di indipendenza. L’indipendenza significava non solo libertà dallo straniero, ma indipendenza esistenziale e civile, il non volere e non dovere andare da nessuno a chiedere col cappello in mano. Dunque, il Risorgimento è ben più che un movimento nazionalista, oserei dire che per quegli Italiani (che "credevano”) era piuttosto -se me lo concedi- un movimento "esistenzialista”. A raccontare questa storia politica ed "esistenziale” senza retorica ma con intelligenza ed empatia ci aveva provato molti anni fa Luciano Bianciardi (per esempio nel suo La battaglia soda). Anche il libro di Anna Banti (Noi credevamo) è prezioso in questa direzione. Bisognerebbe ritentare ancora.
Tuo bisnonno Placido era messinese, repubblicano, garibaldino, combattente a Milazzo nel luglio 1860. Cosa ti ha lasciato in eredità?
L’eredità repubblicana del mio bisnonno è sempre stata molto presente. Mia nonna (nata nel 1878!), per dire che non temeva nessuno, usava dire: "Sono figlia di repubblicano”, pur non avendo alcuna coscienza politica. Ma non amava Mussolini. E mio padre, come sai, ha avuto un’avventurosa vicenda antifascista.
Mio bisnonno, un pasticciere, era nella città dello stretto abbastanza "tipico” nei suoi anni: artigiano colto e viaggiatore (una leggenda di famiglia è che dopo un viaggio in Turchia ed in Egitto abbia introdotto il gelato di cioccolato fino ad allora non noto…), anticlericale, impegnato politicamente, repubblicano per l’appunto, e poi combattente garibaldino.
Ma Messina è affondata. Le ragioni sono tante. Ho tentato di descriverle in un libretto (Messina come metafora e luogo idealtipico della politica, 2000, Ndt). Son passati dieci anni da quando l’ho pubblicato, e la situazione è peggiorata. La sfera pubblica si è fatta privata, non ci sono più diritti, ma solo favori e privilegi. E non ci sono più nemmeno élites vere, quelle del merito, quelle dell’energia che si misura nei fatti. Si scivola in una sorta di neofeudalesimo dai tratti barocchi. Messina anticipa l’Italia e poi la riflette in maniera ancora più distorta. Era una città repubblicana, dopo il terremoto diventò monarchica.
Un aneddoto. Mio padre non voleva che parlassi in dialetto, se lo facevo mi sgridava, succedeva anche ai miei compagni. Così la mia generazione ha appreso a pensare e parlare in buon italiano, con nemmeno troppo accento. Ci prendono in genere per romani. Ma i ragazzi d’oggi, mi accorgo, usano nuovamente una lingua greve e dialettale; che non è il dialetto arguto e sciolto che parlava mia nonna o mio padre, ma una lingua senza forma e senza vere radici, una linguaccia. L’accento si è rifatto pesante. Come vedi, è l’Unità d’Italia che si slabbra.
Un’unità per la quale il contributo delle élites meridionali è generosissimo. Calabria e Sicilia si svenano dei loro giovani migliori per il Risorgimento: la Calabria di più nella prima fase risorgimentale quella carbonara e quarantottesca; la Sicilia di più nella fase garibaldina. I fratelli Bandiera trovano in Calabria il loro contesto d’azione; e Crispi, Rosalino Pilo, La Farina sono tutti siciliani. A Firenze, a Santa Croce, c’è la tomba del La Farina, un monarchico messinese poco amato dalla sua città che fu poi il collegio elettorale di Mazzini, ma -in maniera suggestiva- l’iscrizione del monumento funerario non ricorda nient’altro che l’appartenenza cittadina . Sta scritto: "Giuseppe La Farina messinese”. A Firenze.
Tuo bisnonno Placido era pasticciere, amava il gelato, i viaggi, le scoperte e la creatività...
Il mio bisnonno io non l’ho conosciuto. Ho ancora un suo bel ritratto del 1890, col cravattone da repubblicano. Ma su di lui circolavano in famiglia tante storie. Aveva un caratteraccio, ma schietto ed onesto. Era un gran pasticciere e gelataio. Come sai, in Sicilia, e a Messina specialmente, c’è una grande tradizione di gelateria. Ebbene, la decadenza del paese si vede anche dal fatto che la qualità del gelato è scaduta. Prima il gelato era una piccola opera d’arte, soprattutto il "pezzo duro”, e le varie torte gelato. Alcune sono proprio sparite. Non c’è più nessuno che sia in grado di produrle. È che se il lavoro serve solo come merce, questa è interscambiabile e allora un gelato di plastica, di quelli che ti vendono nelle confezioni industriali, vale il meraviglioso "schiumone” o il "principe di Monaco” (una specialità con la panna e il pistacchio) di una volta. Ma dove troveremo ora il principe di Monaco? Si è perduto nelle nebbie dei ricordi della mia infanzia. Dunque, la "cloaca” (il modello politico in cui viviamo, già curiosamente teorizzato da Kant) ci toglie anche il piacere del buon gelato. Rimane il puzzo della prepotenza, della prostituzione, e dell’incapacità di fare.
Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica ha puntato molto sui giovani...
La nostra è una società di vecchi, di rendite di posizione, di eterni giovani. È il mito di "giovinezza, giovinezza”, ovviamente ad uso e consumo di chi giovane non è più da un bel pezzo. Il vecchiardo si alimenta vampirescamente della carne fresca delle ragazzotte che riesce ad adescare. Che fare? Una proposta: rifiutare da subito la raccomandazione, quella data e quella ricevuta. Sempre ed in ogni caso.
I movimenti studenteschi: vedi qualche parallelismo con i giovani repubblicani, mazziniani e garibaldini, di recente rappresentati nel film "Noi credevamo”?
"Noi credevamo” (romanzo e film) sembra anche la storia della mia generazione, tra speranze sessantottine e libertarie, fra la realtà craxiana e la china greve del berlusconismo. Ma continuiamo a credere. Quella "fede” (fede tutta terrena che non ha bisogno di chiese per sentirsi forte o per avere "una marcia in più”) va rivendicata, va ricostruita, va -scusa la retorica- gridata nuovamente.
Il mio più grande cruccio di questi ultimi anni è che mio padre, la persona più onesta e integra e diritta che abbia mai conosciuto, forte con i forti e debole con i deboli, sia morto davanti ad una televisione che celebrava i nuovi trionfi elettorali del Cavaliere. Ma lui ha creduto fino all’ultimo. Ha creduto nella dignità e nell’uguaglianza e nella libertà (scusa di nuovo la retorica) degli esseri umani, senza chiedere ricompense di sorta (né in questo né nell’altro mondo). Gli bastava la certezza che è l’umile, e non il prepotente, ad aver ragione. Il resto -mi scherniva- è metafisica; roba -voleva dire- per i filosofi del diritto buoni a nulla…
Come vedi la nostra destra ?
La destra italiana si è suicidata nella sua servitù a Berlusconi. Guarda cosa sta accadendo attorno a Fini; è tutto un fuggi-fuggi per conquistarsi qualche sgheo, qualche baiocco del padrone dalle belle braghe bianche. Si vendono per una pensione da deputato, per un mutuo, per un appalto, per un posto di sottogoverno. Ora forse trionfano. Ma, se il paese dovesse risorgere e tirarsi fuori dalla cloaca, la pagheranno. Come farà il molto pio Formigoni a giustificare, non ora, ma fra un paio d’anni, d’avere avuto la Minetti nel suo listino bloccato? Che resterà degli ex An, questi "patrioti”, quasi tutti ora servizievoli e pronti a tutto per avere il favore del Cavaliere? E che dire di un Parlamento di destra che proclama che Berlusconi ha telefonato alla questura di Milano per evitare un conflitto diplomatico con Mubarak? Nessuno che abbia un sussulto di dignità, nessuna indipendenza, nessun moto d’orgoglio, niente onore. Ma non era l’"onore” un valore della destra?
Oppure forse il servilismo è innato nell’essere di destra, gli è congenita la propensione all’essere messo all’asta; il potere quale che sia gli fa perdere la bussola, almeno in Italia. Forse il loro onore si chiama veramente solo fedeltà, fedeltà a chi ce "l’ha più duro”, a chi tiene il coltello dalla parte del manico, alla prepotenza. Se c’è un fatto "iconico” della destra italiana, questo mi pare sia l’immagine eloquentissima del Cavaliere, di Berlusconi, che bacia la mano a Gheddafi.
E la sinistra?
Anche la sinistra si è suicidata. Perché non ha voluto rivendicare la sua storia. Il Pd poi è un partito deciso dal ceto dirigente del vecchio Pci e di una parte dell’antica Dc. La base non ci ha capito nulla. Forse non ci si capisce nulla dalla Bolognina. E tieni presente che non sono mai stato né militante né simpatizzante del Pci. Ma in quel partito c’era un patrimonio d’impegno civile che è stato irresponsabilmente dissipato. Non dico che non bisognasse rompere certi legami col passato (con lo stalinismo e con il togliattismo). Ma lo si è fatto in maniera sbagliata, e poi non veramente, giacché non si è riannodato il filo con la tradizione socialista "moralista”, quella non togliattiana. Ferruccio Parri rimane irrimediabilmente un fesso agli occhi di D’Alema. E "socialismo” sembra essere inassumibile come concetto. Anche "socialdemocrazia” fa loro schifo. Non sono che "democratici di sinistra”. Ed ora anche la menzione di "sinistra” è stata fatta cadere. Ma non ci hanno spiegato perché. Tranne che non si accetti -ipotesi credo non del tutto inverosimile- che il Pci a partire dalla metà degli anni Settanta fosse diventato anch’esso un partito moderato, un partito d’ordine. Comunque, con D’Alema & C. abbiamo avuto un Togliattismo all’amatriciana, machiavellismo senza comunismo. Triste.
Vedi qualche margine per rilanciare l’idea dell’"avvenire”?
Non tendo in genere all’ottimismo ed anzi ho un pendant depressivo. Eppure non ci resta che l’avvenire. L’onore nostro è il passato, ma quel passato non ha senso se non accettiamo che c’è l’avvenire. Dobbiamo ripeterci che l’avvenire è sempre aperto e che, se non ci buttassimo in esso, rinnegheremmo il nostro passato. Ed allora al mattino, guardandoci allo specchio, con i capelli grigi e le rughe, non ci resterebbe che piangere. La sconfitta in fin dei conti non è perdere le elezioni o la cloaca di Berlusconi, ma vendersi l’anima e non saper più vedere quello che siamo stati e per questo siamo.
(a cura di Thomas Casadei)


  


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Lo stato burocratico

La busta azzurra
I risultati dell’ultimo rapporto sulla spesa previdenziale e i 13 miliardi di euro di disavanzo. Quei 10 milioni di pensionati che, se non intervenisse lo Stato, non avrebbero quasi nulla. L’attivo dei subordinati e il passivo dei pubblici. L’incredibile vicenda della "busta azzurra”, che non parte. Intervista a Alberto Brambilla.

Presunzione di falsità
Proprio mentre faticosamente una madre sta mettendo in moto un percorso di emancipazione e autonomia per la figlia disabile, l’arrivo della lettera dell’Inps per una verifica sui falsi invalidi, che di fatto costringe a enfatizzare il negativo, cioè le inabilità, anziché il positivo, cioè le risorse.
Intervista a Lucia Robustelli.

Street-level bureaucrat
Il cen­tra­li­smo del­lo Sta­to na­po­leo­ni­co, che da noi si è fu­so con l'a­spet­to re­pres­si­vo del si­ste­ma mi­li­ta­re pie­mon­te­se; la cul­tu­ra del­la va­lu­ta­zio­ne che sten­ta a en­tra­re nel pub­bli­co im­pie­go; un sin­da­ca­to che, di­fen­den­do il "bas­so sa­la­rio, ma si­cu­ro" in real­tà mor­ti­fi­ca il di­pen­den­te re­spon­sa­bi­le. In­ter­vi­sta a Ni­co­let­ta Sta­me.


La rivoluzione concreta

Arruolare il malato
La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



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