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UNA CITTÀ n. 167 / 2009 Agosto-Settembre

Intervista a Marianella Sclavi
realizzata da Barbara Bertoncin

LA MADRE, CHICAGO, HARVARD...
L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Marianella Sclavi si occupa di gestione costruttiva dei conflitti e metodologie partecipative sui luoghi di lavoro e nelle scuole. E’ docente del Master "Operatori di Pace internazionali” di Bologna e Bolzano. Collabora con il Consensus Building Institute (Mit) ed è membro della Association for Conflict Resolution (Acr). Vive a Milano.

Il successo di Obama viene spesso attribuito alla sua grande capacità oratoria, al suo carisma personale e all’uso sistematico di internet in associazione alla mobilitazione a livello di comunità locali (i "campi Obama” che fin dall’inizio delle primarie hanno formato migliaia di giovani volontari La mia idea è che le ragioni del successo di Obama ( non solo cosa i giovani hanno visto in lui, ma cosa lui ha visto nella società americana degli anni ’90 che l’ha indotto a credere di potercela fare), si capiscono meglio esplorando i principali campi di esperienza che stanno alla base della sua formazione umana e politica. Obama era un outsider, un politico assolutamente atipico, anche umanamente era sempre stato un pesce fuor d’acqua e a un certo punto a metà degli anni ’90 si convince (come racconta ridendo ma dicendo sul serio, suo cognato, il fratello di Michelle) che può diventare presidente degli Stati Uniti. Con linguaggio sociologico (Robert Merton) potremmo dire che lui stesso e i suoi interlocutori scoprono che le caratteristiche che facevano di lui un inadatto, sono invece la risposta adatta alla trasformazione di contesto in atto. Se ci limitiamo a nominare Internet, le doti oratorie, la crisi finanziaria ed economica e (importantissimo) un sistema politico che tramite le primarie consente l’emergere di outsider veri, trascuriamo l’essenziale. Obama porta prepotentemente alla ribalta un modo di stare al mondo prima ancora che un modo di fare politica. Secondo me quella che lui propone è un’etica per il XXI secolo, ed è questa la ragione della sua forza morale e del suo fascino.
Potresti definire cos’è un "campo di esperienza” e quali ti sembrano essenziali per capire Obama e il nuovo tipo di leadership del XXI secolo che egli ha portato alla ribalta ?
Per "campi di esperienza” intendo gli ambienti sociali e culturali che danno l’imprinting alla formazione di ognuno di noi. Attraverso quali esperienze e in quali ambienti si forma un cittadino, un politico, un educatore, un imprenditore, un genitore, e così via. La biografia di Barak Obama è profondamente segnata da (almeno) tre campi di esperienza che si succedono nel tempo in un processo di formazione cumulativa, nel senso che ogni campo seguente è potenziato dai precedenti e a sua volta li potenzia grandemente. Il primo campo, in ordine di tempo e anche di importanza, connota lo "stare al mondo di Barak” e si riferisce alla formazione radicalmente interculturale ricevuta in famiglia, il secondo è l’esperienza di "organizzatore di comunità” svolta a tempo pieno per tre anni a Chicago, dal 1985 al 1988 dopo il College alla Columbia. E il terzo è la "Facoltà di Legge di Harvard” con al centro la elezione di Barak Obama a presidente della Harvard Law Review e quello che un fatto del genere (specialmente per le modalità in cui è avvenuto) suggerisce sui rapporti fra l’essere diverso di Obama e la sua capacità di risposta ai nuovi problemi della convivenza anche sul piano del dialogo fra ricerca scientifica e società.
Cominciamo dallo "stare al mondo”...
Per una persona come me che da anni si occupa di arte di ascoltare e gestione creativa dei conflitti, Obama è un soggetto di studio preziosissimo perché in lui la capacità di trasformare i dissensi e i conflitti in occasioni di apprendimento e creazione di nuovi terreni comuni è organica, è la sua identità più profonda.
E’ un sapere sul quale si è esercitato da quando è nato, grazie a sua madre principalmente, e che affonda le sue radici su una concezione radicalmente interculturale della conoscenza e della comunicazione. Ai miei allievi del Master per Mediatori dei Conflitti e Operatori di Pace Internazionali di Bolzano ho distribuito il testo integrale del discorso di Obama al Cairo sui rapporti fra Usa e paesi prevalentemente musulmani chiedendo di sottolineare tutti i passaggi nei quali impiega le dinamiche tipiche dell’ascolto attivo e gestione alternativa dei conflitti. Praticamente non c’era una frase, un’affermazione esente da questa impostazione!
Potresti esemplificarci in cosa consiste la gestione creativa dei conflitti?
Iniziamo da un esempio banale: il vezzo di Obama di presentarsi sistematicamente come "l’uomo dal nome buffo”, con ciò trasformando una possibile difficoltà e sconcerto degli interlocutori rispetto al nome "Barak” in una ragione di solidarietà e complicità. Analogamente l’incipit del discorso del Cairo consiste nel porgere in arabo (Salam Aleikum) agli interlocutori dei paesi musulmani i saluti della numerosa comunità musulmana statunitense, con ciò facendo saltare gli stereotipi del "noi” contro "voi”. Obama non si limita a presentarsi inizialmente come il portavoce dei cittadini statunitensi musulmani, l’intero suo discorso è un capovolgimento dell’impostazione retorica del governo Bush. Mentre per Bush si trattava di "far capire agli arabi che gli americani sono buoni”, i compiti che Obama si assume ufficialmente sono: uno, far capire agli americani che la stragrande maggioranza degli abitanti dei paesi musulmani sono amanti della pace e due, promuovere un più vasto apprezzamento e valorizzazione in America dei contributi specifici di cultura, arte e saggezza del mondo musulmano e arabo. Quindi anche qui abbiamo questa capacità di uscire dalle cornici, il rifiuto ad infilarsi nel gioco a somma zero ("se ti do ragione, ammetto di avere torto”) a favore di un gioco a somma positiva che consiste nell’aumentare il ventaglio delle scelte sia nostro che degli interlocutori. Ed è chiaro che i riferimenti alla sua infanzia in Indonesia, ai suoi parenti musulmani in Kenia, danno a questi discorsi una credibilità e concretezza che altrimenti non avrebbero.
Quanto contano l’identità birazziale, l’aver avuto una madre antropologa, aver trascorso l’infanzia e adolescenza alle Hawaii e in Indonesia?
Contano moltissimo, a patto di capire che niente è automatico: non basta avere genitori di colore di pelle diversa, parlare più lingue né aver vissuto all’estero per essere interculturale, cioè per imparare a trasformare le differenze culturali in occasioni di arricchimento umano e intellettuale. Maya, la sorella di secondo letto di Barak, in un’intervista racconta che la loro madre insisteva in modo quasi ossessivo nell’affermare che l’esperienza di mettersi nei panni delle persone più diverse possibile da noi era la cosa più bella che potesse accaderti nella vita e che l’adottare un atteggiamento giudicante e di acrimonia verso i diversi e i marginali non è un segno di superiorità, ma di debolezza, è un comportamento che umilia chi lo pratica, rivelatore di un deficit di immaginazione. In questo tipo di insegnamento e apprendimento l’esempio è fondamentale; l’esempio personale diretto e quello indiretto attraverso una ricca aneddotica. Obama ha certamente molto sofferto per l’assenza della figura paterna e la madre e i nonni materni si sono sforzati di attenuare questo squilibrio appunto attraverso una aneddotica in cui non di rado il protagonista era lo stesso padre-assente presentato come l’eroe positivo. Uno di questi episodi viene riportato nel primo capitolo del libro autobiografico Dreams from My Father ed è il seguente. Obama padre, allora studente universitario alle Hawaii, si trovava assieme ad alcuni amici in un bar di Honolulu quando un uomo bianco entra, si dirige verso il banco del bar e con voce molto alta in modo che tutti possano sentire, esclama (cito a memoria): "Ma è possibile che in questo locale non si possa ordinare un liquore senza avere un negro fra i piedi ?” Nella sala cala un silenzio allarmato e tutti gli sguardi si dirigono verso Obama. Questi con grande grazia e naturalezza si alza, si avvicina a questo uomo e si presenta. All’interlocutore americano dichiara di essere un grande ammiratore della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che ritiene l’unica che per davvero promette e garantisce l’uguaglianza di diritti e opportunità indipendentemente dalla classe sociale, razza, ecc.. Obama padre viene presentato in questa scenetta come un giovane di grande charme e sicurezza in se stesso, tanto che l’interlocutore conviene con lui che la frase in precedenza pronunciata è un-american, frutto di un momento di rabbia e di distrazione e per farsi perdonare chiede umilmente al giovane studente straniero di accettare un aiuto monetario "per pagare il suo soggiorno di studi qui in America” (per la cronaca, cento dollari, che allora non erano pochissimi ) e offre da bere a tutti i presenti. Barak confessa che di fronte a storie come questa reagiva sorridendo incredulo, tranne poi sentirsele ripetere anche a distanza di anni, da dei vecchi amici di suo padre a lui sconosciuti, che si dichiaravano testimoni oculari delle stesse vicende. Quel che è più importante è che a Barak stesso capita in seguito di vivere, anche se in modo meno clamoroso, situazioni analoghe; sempre nell’autobiografia narra di situazioni di tensione con interlocutrici e interlocutori bianchi, nel corso delle quali una sua reazione di cortese comprensione per il loro malanimo, provoca quello che a lui pare uno spropositato stupore e senso di gratitudine. E’ in queste occasioni che comincia a prendere coscienza del potere trasformativo della "non collaborazione” in un rapporto di tensione reciproca.
Di fronte a uno sgarbo è possibile scegliere se subirlo o restituirlo (e in entrambi i casi si collabora a mantenere vivo il malanimo) oppure, esperienza più gratificante, si può cambiare cornice e aprire una nuova danza. Si accorge di essere un bravo iniziatore di nuove danze e che l’essere nero (in realtà questo vale per ogni minoranza e posizione marginale di potere) gli offre un campo per esercitarsi molto vasto, molto più vasto che a un normale maschio bianco.
Ma il punto più generale è che questa sensibilità e capacità di vedere le cose da una molteplicità di punti di vista anche opposti, tipica dello "stare al mondo” di Barak Obama oggigiorno è diventata una necessità sistemica, è il principale upgrading del sistema operativo di pensiero e della conoscenza con il quale non solo la civiltà occidentale, ma in generale tutte le civiltà, tutti i sistemi di pensiero del mondo, devono fare i conti.
Verrebbe da dire che la cosa più impressionante della elezione di Obama è che sia stato eletto. Fino a pochi anni fa questo era impossibile, o no?
 Infatti sono proprio convinta che, anche se avesse avuto l’età, ancora nel 1992, quando è stata la volta di Bill Clinton, uno come Obama non sarebbe stato capito e apprezzato. In realtà almeno fino al 1991, cioè fino al termine degli studi di legge ad Harvard, Barak si presenta come nero rifiutandosi di usare la propria identità birazziale, onde evitare che venga intesa come un segno di debolezza e di subalternità ("sì, è vero sono nero, ma ciò che mi salva è che sono anche bianco”). Del resto anche la scelta di andare a lavorare, finito il college alla Columbia, come organizzatore di comunità in un quartiere nero di Chicago, fa parte di un viaggio alla ricerca "del padre” e cioè delle proprie radici nella comunità nera. E’ nel corso di queste due esperienze, quella di organizzatore di comunità e di studente di legge ad Harvard che lentamente e faticosamente incomincia a rendersi conto che la birazzialità (intesa come cultura profonda dei valori della interculturalità) può essere usata come una forza destabilizzante positiva: ai bianchi può dimostrare che la stagione del pensiero e del potere monocolore è finita e che devono dare spazio alla diversità, e ai neri che è finita la stagione del vittimismo e della denuncia ed è ora di riconoscere le proprie responsabilità in famiglia, nella società e in politica. Ma può tirare queste conclusioni perché usa se stesso come continua cartina di tornasole e si accorge, sia nel ghetto che ad Harvard, che sempre più spesso sia i neri che i bianchi reagiscono al suo modo di fare con apertura e curiosità, che si stanno ponendo domande nuove e che stanno cambiando.
Passiamo al secondo campo di esperienza. Cosa vuol dire fare l’organizzatore di comunità?
Un organizzatore di comunità è un professionista che viene assunto da una o più associazioni che operano in un quartiere in crisi, allo scopo di aiutare la comunità a elaborare dei progetti di miglioramento delle condizioni di vita e a decidere quali sono le forme di mobilitazione e di negoziazione più adatte per conseguire questi obiettivi nel minor tempo possibile e con forme di lotta tanto spregiudicate e fantasiose quanto nonviolente. La figura dell’organizzatore di comunità negli Stati Uniti è indissolubilmente legata al suo inventore e teorico nonché primo geniale praticante: Saul Alinsky (1909 -1972). Nato e cresciuto lui stesso in un quartiere ghetto di Chicago da emigrati russi, Saul riesce con lavori vari a finire l’università dove studia sociologia e criminologia. La sua tesi di dottorato è una ricerca sul campo di due anni sull’organizzazione mafiosa a Chicago, che svolge riuscendo con un espediente ad avvicinare il braccio destro di Al Capone e a convincerlo che è un peccato che la loro vita interessantissima non abbia testimoni esterni al loro ambiente e quale miglior testimone di un ragazzotto innocuo e ingenuo al quale bisognava spiegare tutto, come lui stesso?
La sua prima esperienza di lavoro in senso proprio è consistita nel conquistare la fiducia di una banda giovanile e convertirla a lavori meno pericolosi. Anche qui la diffidenza è vinta con metodi tutt’altro che liturgici, e cioè quando uno di questi ragazzi viene ucciso da una banda rivale Alinsky si conquista la riconoscenza della madre disperata (e di conseguenza degli amici del figlio) portandogli una foto del suo ragazzo che sostiene scattata il giorno precedente alla morte, ma in realtà presa nella camera mortuaria e opportunamente modificata in modo da far sembrare il soggetto vivo e vegeto. In seguito collabora coi sindacati, in particolare l’appena costituito Cio (Congress of Industrial Organizations), ma l’impegno nel sindacato gli appare troppo settoriale e specialistico, mentre l’organizzazione della vita sul territorio consente di intrecciare tutti gli aspetti della convivenza e di imperniare il protagonismo della gente attorno all’idea di comunità e di cittadinanza.
Avendo molti obiettivi intrecciati, c’è anche maggiore libertà di mettere in atto forme di lotta che fanno appello alla fantasia e alle tradizioni morali della gente in modo assolutamente pragmatico, evitando qualsiasi ideologia sia marxista che cristiana o altro.
I quartieri di cui si occupa sono veri ghetti dove la gente, che proviene dal sud degli Stati Uniti se sono afro-americani, oppure da decine di paesi europei, vive in dodici in una stanza senza gabinetto, slum dove l’insicurezza e precarietà attizzano continue liti e violenze sia all’interno dei nuclei famigliari che fra etnie e fazioni di varia natura e dove i ragazzini appena possono si organizzano in bande. Il metodo di Alinsky consiste nel conquistarsi la fiducia della gran parte delle chiese e associazioni del quartiere, abitando in mezzo a loro e ascoltando le loro storie e ricavandone una rosa di obiettivi di mobilitazione che diventano il programma di una coalizione chiamata "People’s Organization.” Le People’s Organizations già alla fine degli anni ’30 si moltiplicano e organizzano i primi boicottaggi dei grandi magazzini che negano alle comunità in cui si installano qualsiasi aiuto e danno salari da fame ai loro dipendenti e i primi "tribunali pubblici” , una forma teatrale in cui le parti in causa vengono invitate pubblicamente ad esprimere le loro ragioni e una giuria comunitaria elabora un verdetto, e altre forme di lotta più specifiche e ad hoc, come il picchettaggio delle banche che prestano i soldi ai Tycoon di turno, o il picchettaggio attorno alle abitazioni dei dirigenti di queste imprese e banche per indurli ad incontri ai quali si negano, ecc.
Nel 1946 Alinsky ha pubblicato un libro sulle esperienze proprie e dei propri collaboratori intitolato Reveille for Radicals che è rimasto un best-seller per decenni e gli ha conquistato la stima di personaggi come Jacques Maritain il quale giudicava Alinsky "uno dei grandi pensatori di questo secolo”, di Adlai E. Stevenson, allora governatore dello Stato dell’Illinois, e del vescovo di Chicago, suo grande protettore ( anche se Alinsky era ebreo) e indirettamente anche suo grande finanziatore. Purtroppo questo libro, un continuo fuoco di artificio di idee e di esperienze, un inno al ruolo del pensiero laterale e creativo e all’antidogmatismo nelle lotte sociali, non è tradotto in italiano. In italiano si trova l’altro libro di Alinsky, intitolato Le idee dei radicals (Rules for Radicals è il titolo originale) sempre utile, ma meno gustoso perché è volutamente un manuale. Comunque, per finire il discorso precedente, il vescovo di Chicago nel 1939 ha presentato ad Alinsky un ricco benefattore che gli ha messo a disposizione i fondi per costruire una fondazione (la Industrial Areas Foundation), acquistare uno stabilimento industriale dismesso e costruirci dentro una scuola per organizzatori di comunità con l’obiettivo di "sfornare venticinque bravi organizzatori di comunità all’anno da spargere per l’America”. Fra questi uno dei più famosi è Cesar Estrada Chavez, co-fondatore con Dolores Huerta della National Farm Workers Association, che ha organizzato le lotte dei raccoglitori dell’uva nel Sud California nel ‘65 e un altro, più giovane e meno famoso è Gerald Kellman, che ha, fra l’altro, il merito di aver assunto Obama nel 1985 (e che nel suo libro Obama chiama con lo pseudonimo di Marty Kaufman).
Non molti sanno che anche Hillary Rodham a vent’anni era una grande ammiratrice di Saul Alinsky, tanto che la sua tesi di laurea nel 1968 è intitolata: "There is only the fight. An analysis of the Alinsky’s model”. Per scriverla era anche andata a intervistare Alinsky, il quale le aveva offerto di diventare una organizzatrice di comunità; ma lei stava per entrare a Yale, dove poi avrebbe conosciuto Bill Clinton ecc. ecc.
 Come mai nella campagna elettorale non si è parlato di questo singolare rapporto dei due principali candidati alla Convention Democratica con Alinsky?
In realtà se ne è parlato, quasi sempre su iniziativa della destra estrema che ha accusato i due candidati, ma specialmente Obama di essere "comunista” a causa di questo legame.
Ma entrambi i candidati si aspettavano tali accuse e avevano pronte delle repliche molto decise e dure, basate principalmente sul fatto che Alinsky, anche se non aveva alcun problema a collaborare con chiunque fosse per il miglioramento delle condizioni di vita e per il protagonismo delle masse diseredate, era chiaramente e apertamente contro l’ideologia comunista, che considerava bigotta e fondamentalmente conservatrice.
Secondo lui molti militanti comunisti erano delle bravissime persone idealiste e generose, ma ritenevano necessario un principio di spiegazione del mondo che tarpava loro le ali e così diventavano dei burocrati incapaci di ascoltare le persone in carne ed ossa, handicappati nelle lotte dal fatto che davano per scontato che il capitalismo era male e i capitalisti degli sfruttatori, con ciò impedendosi di cambiare radicalmente sia l’uno che gli altri. Le mobilitazioni che Alinsky e i suoi allievi e collaboratori organizzano hanno invece come orizzonte e obiettivo quello della conversione dei nemici in alleati e una riforma del capitalismo nel senso della responsabilità sociale della impresa. Ma Alinsky è molto esplicito: solo se si è determinati ad annientarli, i nemici dei poveri prenderanno in considerazione la possibilità di convertirsi ("Tratta il Tycoon come lui tratterebbe te” è uno degli slogan). Hillary nella sua tesi sostiene che la radicalità di Saul Alinskj non sta nei suoi valori, che sono gli stessi che vengono insegnati a scuola, in famiglia e nella maggior parte delle chiese: la sua radicalità sta nell’operare per realizzarli per davvero. Ciò detto, per anni Hillary ha secretato la sua tesi impedendo a chiunque di andarla a leggere e di citarla. E questo perché Alinsky è un personaggio talmente rocambolesco e controcorrente da mettere in agitazione troppi benpensanti anche liberal, per cui non conviene essere associati al suo nome in una campagna elettorale.
Ci faresti qualche esempio di lotta spregiudicata e fantasiosa, nonviolenta ed efficace?
Provo a raccontarne alcuni episodi che danno l’idea dello stile e dell’uomo. In una lunga e divertentissima intervista fattagli dalla rivista Playboy nel 1972 (pochi mesi prima della sua morte) alla domanda "Come ha scoperto le sue straordinarie doti di organizzatore di comunità?” Saul risponde che si è accorto di essere un buon organizzatore quando era studente universitario a Chicago all’inizio degli anni Trenta. "Non avevo una lira, stavo morendo di fame, ed ero seduto al tavolo di una catena di ristoranti con l’unica consumazione che potevo permettermi, un caffè. A un certo punto, ero veramente disperato, ecco che mi viene un’idea su come riuscire a mangiare. Ho fatto così, mi sono spostato su un tavolo vicino alla cassa mostrando che stavo solo bevendo un caffè, poi vado alla cassa e dico ‘accidenti dove ho messo il conto, non lo trovo, ho preso un caffè’ e la cassiera sorridendo dice, ‘non importa, fa un nickel’. Ed io esco con il mio conto in tasca con sopra scritto il nome del ristorante, il giorno e la consumazione. Esco, e mi infilo in un altro ristorante della stessa catena. Qui mi siedo in un posto in disparte dove la cassiera non poteva notarmi e ordino un pasto luculliano, di quelli infiniti. Poi metto via il biglietto del pranzo e vado a pagare col biglietto del caffè. Stupendo !! Ha funzionato !! A quel punto ho indetto una riunione:‘Tutti gli studenti che muoiono di fame vengano, perché c’è un modo per sopravvivere’. Con questo gruppo di studenti ci siamo divisi le zone della città, in modo che ognuno operasse su una parte di questa catena di ristoranti, e così siamo andati avanti per mesi a mangiare a ufo”.
Poi ogni ristorante della catena ha adottato una propria sigla sulla nota del conto e l’esperienza è arrivata a termine. Nell’intervista il giornalista con finta ingenuità chiede: "Ma questo comportamento non era un reato ?” Risposta: "Scherzi? Se non fossimo stati alla fame e se avessimo rubato liquori, sarebbe stato un reato, ma sopravvivere è un diritto umano elementare. Il reato in questi casi è solo di coloro che di fronte a persone che muoiono di fame, guardano altrove e dicono: non sono affari miei, non mi riguarda”.
Come organizzatore di comunità Alinsky è un inventore continuo di nuove forme di lotta, per esempio nel 1964 un gruppo di pastori protestanti e preti cattolici di Rochester, NY, città della Kodak e della Xeros, gli chiedono di intervenire perché nei quartieri abitati dai neri, circa 20.000, ci sono appena stati scontri con la polizia e morti e non sembra esserci alcuna possibilità di uscita dall’emarginazione. La disoccupazione è molto alta e la percentuale di dipendenti neri nei principali stabilimenti della città è irrisoria e giustificata con l’assenza di qualificazione professionale.
Si erano rivolti a lui perché avevano letto un libro appena uscito di Charles Silberman, intitolato Crisis in Black and White, sulla storia del razzismo negli Usa, nel quale si sosteneva che le uniche esperienze di rottura del circolo vizioso del razzismo e della povertà negli Usa erano quelle promosse da Saul Alinsky. Alinsky va a Rochester per verificare di persona se la comunità nera è d’accordo e come al solito fissa un periodo massimo di tre anni entro il quale l’intera organizzazione deve passare nelle mani dei leader locali. Nel corso di questa mobilitazione viene adottata per la prima volta una tattica che consiste nell’acquisto da parte della comunità nera di azioni della Kodak e nel chiedere agli azionisti simpatizzanti (e ce n’erano parecchi) di delegare i leader della mobilitazione a partecipare al loro posto all’assemblea annuale degli azionisti che si sarebbe tenuta in un tranquillo paesino del New Jersey. E così, con lo shock della dirigenza Kodak, una delegazione di novelli azionisti provenienti strettamente dal ghetto, si reca in New Jersey accompagnata da un corteo di 700 persone in autobus. Entrano, espongono le loro ragioni e rivendicazioni e anche se le risposte in quella occasione sono tanti "No”, ottengono quello che volevano: un effetto destabilizzante.
La controparte a questo punto sa che non può prevedere le loro prossime mosse. E infatti poco dopo un gruppo di docenti del Center for Urban Studies di Mit e Harvard si propone come mediatore e l’accordo raggiunto è proprio del tipo vinci-vinci, nel senso che vengono formate e assunte tutte le persone proposte dalla People’s Organization (che in quel caso si chiamava Fight) ma non direttamente dalla Kodak (che era contraria a questa pratica in stile azione positiva, anche per ragioni di principio) ma da una nuova azienda collegata appositamente fondata (di nome Fighton), la prima azienda totalmente gestita da leader neri che tutt’ora se la cava egregiamente.
Infine altri esempi riguardano tattiche psicologiche: studiare attentamente le debolezze delle controparti e minacciarli o lusingarli su questo piano. Due esempi relativi a due sindaci di Chicago in due periodi diversi. Nel primo caso, anni ’30, questo sindaco era un boss, Democratico fin che si vuole ma super collegato a certi circoli malavitosi. Si trattava di aumentare le paghe dei dipendenti di uno stabilimento di impacchettatura delle carni macellate dal quale dipendevano gran parte dei capifamiglia della comunità. Accanto ad altre forme di mobilitazione più tradizionale, è arrivata al sindaco in via del tutto riservata la proposta di uno scambio: se lui avesse mosso le sue pedine per ottenere gli aumenti, un gruppo di operai presenti in uno scontro con la polizia nel quale erano morti dei compagni (omicidio spesso rinfacciato al sindaco) avrebbero pubblicamente dichiarato che lui non c’entrava, con ciò migliorando anche i suoi rapporti con il presidente Roosevelt. Il giorno dopo gli aumenti sono stati concessi. Altro sindaco, anni ’60, sua debolezza: era molto orgoglioso del nuovo aeroporto di Chicago di cui si faceva grande vanto. Minaccia che gli arriva in via del tutto riservata: "La People’s Organization ha constatato che quando la gente scende dagli aerei si precipita nei bagni pubblici interni all’aeroporto. Se questi bagni fossero sempre occupati e si sapesse che è il risultato di una forma di lotta chiamata shit-in (sic !!) ad opera della People’s Organization, l’intera città riderebbe alle sue spalle. La data di inizio di questa lotta è ...” Il sindaco convoca le parti e tutti i problemi sul tappeto trovano una soluzione. Poi c’ è la tattica "fuoco contro fuoco” per cui come per spegnere gli incendi si accende un altro fuoco, a volte l’adozione delle stesse tattiche del nemico può metterlo in difficoltà. E così via.
Di cosa si è occupato Obama, nel periodo in cui è stato organizzatore di comunità?
Nel 1985 Barak ha 24 anni, ha finito il college e cerca un lavoro che lo aiuti a capire meglio se stesso nel quadro della storia e delle lotte dei neri in America. Conosce tutta la letteratura relativa al movimento dei diritti civili, ecc. e certamente avrà sentito parlare di Alinsky. Trova su un giornale un annuncio del Ccrc (Calumet Community Religious Conference) una rete di comunità religiose, che cercano un giovane disposto a diventare un organizzatore di comunità responsabile di un Progetto di Sviluppo Comunitario (Developement Communities Pro­ject) in un quartiere nero di Chicago. Ha un colloquio a New York con un certo Gerald Kellman, il quale è un po’ incerto se assumerlo, perché questo giovane gli sembrava un po’ troppo colto, un po’ troppo intellettuale, ma in compenso dimostra di saper ascoltare. Infatti anni dopo, intervistato su Obama, Kellman dichiara: "Barack Obama era straordinariamente bravo nell’ascolto, non abbiamo avuto bisogno di insegnarglielo perché lo sapeva già fare.” Ho trovato un esempio molto carino dell’abilità di Obama come ascoltatore in un suo contributo del 1988 ad un volume intitolato After Alinsky: Community Organizing in Illinois. L’articolo inizia spiegando che quasi tutte le persone che ha incontrato mentre lavorava come organizzatore di comunità prima o poi gli hanno chiesto: figliolo, ma perché fai questo lavoro? E racconta: come quella volta, in una giornata piovosa di gennaio, quando di fronte a una scuola stavo distribuendo dei volantini a dei genitori che protestavano per la presenza di amianto nelle loro abitazioni e nella scuola.
Ero lì, in mezzo a questi genitori furenti per l’assenza di considerazione e di risposte da parte della amministrazione cittadina, che esprimevo solidarietà e distribuivo i volantini, quando mi avvicina una segretaria della scuola, e mi dice: "Obama, caro ragazzo, tu che sei così intelligente e bravo, perché fai questo lavoro? A me non passerebbe mai per la mente che uno che ha fatto tanti sacrifici per finire il college, poi vada a finire a fare questo lavoro!!”. E Obama risponde a sua volta con una domanda: "Mi spieghi meglio, perché a lei questa sembra una scelta sbagliata? Cos’ha di negativo, secondo lei?”. Questa risposta è un bell’esempio della sensibilità per la molteplicità dei punti di vista che sta al cuore dell’arte di ascoltare.
Obama non dà per scontato di aver capito quello che la sua interlocutrice intende, vuole capire bene il suo punto di vista. Al che la signora che invece ritiene ovvio quel che intende, risponde: "Ma perché vieni pagato pochissimo, lavori tantissime ore e nessuno ti considera importante!” e con un moto di impazienza si allontana ed entra nella scuola. Questa conversazione -prosegue Obama- mi è tornata spesso in mente durante la mia esperienza di organizzatore del Progetto di Sviluppo di Comunità nel south side di Chicago. Purtroppo le risposte che mi sono venute in mente non sono così semplici come la domanda. Quella più sintetica probabilmente è: "E’ un lavoro che va fatto e troppo pochi sono coloro che lo stanno facendo”. Questo articolo di Obama, essendo dell’88, quando egli è appena entrato alla Facoltà di legge di Harvard, è anche l’occasione per un bilancio sul lavoro come organizzatore di comunità. E’ un documento interessante perché fa capire molte cose di cosa farà in seguito e con chi, non tanto ad Harvard, ma dal 1991 in poi, quando vivrà facendo contemporaneamente "l’avvocato dei poveri” e insegnando diritto costituzionale nella università di Chicago e dal 1996 in poi quando diventerà senatore dell’Illinois.
Il terzo campo di esperienza è Harvard e forse poteva soppiantare gli altri due. Tu invece sostieni che c’è stato un processo cumulativo.
Nel maggio scorso sono stata a un convegno sulla pedagogia della mediazione, proprio alla Harvard Law School e lateralmente sono riuscita ad incontrare Martha Minow, una docente di questa Facoltà che ha avuto Barak come allievo e che poi ha stretto amicizia sia con lui che con Michelle. Le ho detto che stavo studiando il ruolo dell’arte di ascoltare nella formazione personale e professionale di Obama ed è scattata fra noi una intesa immediata.
Mi ha spiegato che nel suo corso intitolato "Law in Society” (un corso di base su Mill, Kant,Weber) lo studente Barak spiccava fra gli altri perché non era né ansioso di mettersi in mostra, né timoroso di mettersi alla prova. Quasi tutti gli allievi di Harvard devono dimostrare agli altri e a se stessi di essere all’altezza della formidabile carriera alla quale si stanno preparando, e quindi hanno degli ego molto puntuti e concorrenziali. Invece il comportamento di Barak era improntato alla prudenza e curiosità; in ogni nuovo ambiente cerca di capire di cosa si tratta, lo usa come una occasione per mettersi alla prova senza la presunzione di padroneggiarlo e poi di solito conclude: sì sono in grado di cavarmela. Nelle discussioni in classe tipicamente interveniva solo verso la fine e col ruolo di chi sintetizza gli interventi precedenti e porta il dibattito a sintesi. Ascoltava con una sorta di oggettività e di equità per cui ognuno pensava: "Sì, ha capito proprio bene quello che dicevo”, e al tempo stesso non era riluttante ad esporre il proprio punto di vista; è ugualmente dotato di immaginazione letteraria, cioè di attenzione per i particolari apparentemente marginali e di capacità analitica.
Il rapporto fra Martha Minow e Barak Obama è speciale anche perché è lei che, in occasione della pausa estiva, ha raccomandato Barak come stagista a Chicago nello studio di avvocati a cui fa riferimento anche suo padre, Newton Minow, un amico e collaboratore di John F. Kennedy. E’ qui che Barak ha conosciuto Michelle che aveva il compito di introdurlo nell’ambiente di lavoro e di aiutarlo a ritagliarsi dei compiti.
Gli aneddoti su questa vicenda sono ovviamente molteplici. Eccone un paio, il primo raccontatomi direttamente da Martha e il secondo trovato in un’intervista a suo padre e da lei confermato. Primo.
Al termine dello stage Newton propone a Barak di prendere in considerazione la possibilità di fermarsi a lavorare nel suo (prestigiosissimo) studio. La risposta è: "Sono profondamente spiacente, ma ho deciso di continuare a occuparmi di organizzazione di comunità e questa non è la sola cattiva notizia che devo darti: l’altra è che anche Michelle vi lascia per dedicarsi al lavoro sociale!!” E infatti Michelle andò ad occuparsi, per uno stipendio decisamente inferiore, di servizi sociali per il comune di Chicago. Secondo aneddoto. Quando Obama decide di candidarsi alla carica di senatore dello stato dell’Illinois, una delle persone alle quali chiede consiglio è proprio Newton Minow, la cui reazione è tutt’altro che solidale e confortante: "Are you nuts?” ("Ma dai i numeri?”). Ma poi -racconta Newton- "Mi è capitato di vedere in televisione le ultime battute di un incontro in cui Barak presentava il suo libro autobiografico e sono rimasto incantato dal tipo di rapporto che riusciva ad instaurare con la gente. Ho pensato: questo è il Kennedy del XXI secolo e da quel momento in poi l’ho appoggiato senza alcuna esitazione”. Mi sembra chiaro che Newton Minow, responsabile nella presidenza Kennedy della Commissione Federale sull’Etica nei Mezzi di Comunicazione di Massa, è stato un anello importante che ha consentito ad Obama di presentarsi fin dall’inizio della contesa presidenziale con l’appoggio non solo di Ted, ma dell’intero clan Kennedy.
Come è avvenuta la sua elezione a Presidente della Harvard Law Review?
Prima conviene dire due parole su Harvard e più in particolare la Harvard Law School che conosco anche personalmente perché collaboro col Program On Negotiation (Pon) che sta al quinto piano di Pound Hall, l’edificio centrale della Hls appunto.
Mi limito a una immagine: nell’ingresso di questo edificio, accanto all’ascensore c’è un grande ritratto ad olio di una giovane donna con un sorriso radioso e la cappa da giudice, e sotto c’è il suo nome, con la precisazione "la prima donna nera ad aver raggiunto una posizione prestigiosa nella magistratura, membro della associazione dei gay e delle lesbiche.” Voglio dire, non è così strano che Obama nel discorso di accettazione della Presidenza abbia nominato i diritti degli omosessuali o che si sia mobilitato fin dal primo giorno di presidenza su Guantanamo e in generale (anche se questo lo faceva anche prima di andare ad Harvard ) che in quasi tutti i suoi discorsi ci siano dei riferimenti alla ricerca scientifica, non come pezza di appoggio, ma con il senso di una circolazione e circolarità dei saperi. Abbiamo a che fare con un ambiente accademico fieramente laico nel quale l’impegno sociale ed etico sono l’aria stessa che si respira. Un ambiente culturale molto ben definito e solido che quando nel 2001 Bush-figlio diviene presidente con il suo codazzo di neo-cons arroganti che esibiscono un atteggiamento derisorio verso la ricerca scientifica, reagisce non con il vittimismo ma con una feroce autocritica e si mette in moto per ristabilire collegamenti sia con la società civile americana che a livello internazionale. L’ascesa politica di Obama è inconcepibile separatamente da questo campo di esperienza. Nella sua decisione di candidarsi a Presidente della Harvard Law Review ha invece influito la sua esperienza di organizzatore di comunità e la consapevolezza di saper gestire, meglio degli altri concorrenti, un progetto complesso in un ambiente complesso.
Il processo di selezione del Presidente della Hlr avviene secondo un rituale che affonda nei secoli, un tipico esempio di goliardia accademica Ivy League. Si svolge in uno degli edifici di Harvard ed è il seguente. Per un’intera giornata, coloro che si sono candidati a questa carica stanno chiusi in una cucina a cucinare cibo per coloro che devono decidere chi sarà il presidente. Quindi in una stanza alcuni cucinano e in un’altra gli altri, che poi sono gli editors presenti e passati della rivista, mangiano e discutono sulle varie candidature. Man mano che bocciano qualcuno, questi passa dalla cucina alla sala da pranzo e diventa uno dei decisori. Quello che è successo nel caso specifico è che i primi ad essere scartati sono stati i meno liberal, i più conservatori, i quali però una volta usciti dalla cucina e seduti a tavola si sono rivelati dei forti sostenitori di Obama e hanno contribuito in modo determinante alla sua elezione. Uno dei commenti: "I conservatori ritenevano che Obama più di ogni altro li rispettasse come persone e che avrebbe preso sul serio le loro idee e suggerimenti, anche se non li condivideva”.
Come si vede anche qui l’arte di ascoltare è determinante. Credo che Obama parlasse anche di sé quando recentemente, nella orazione funebre a Ted Kennedy, ha detto: "E mentre le cause per cui si batteva diventavano personali, non lo divennero mai i disaccordi. Era il prodotto di un’epoca in cui la gioia e la nobiltà della politica impedivano che le differenze di partito e di filosofia diventassero ostacoli alla collaborazione e al reciproco rispetto”.
Questo stesso approccio viene adottato da Obama anche nei riguardi delle sue colleghe e colleghi neri di Harvard che sono infastiditi e resi sospetti dalla sua mancanza di astio nei riguardi dei bianchi e dei loro sistemi di potere. Ed è un capitolo di grande interesse vedere come e in che modo poi queste colleghe e colleghi passano uno a uno dalla sua parte. Mentre faceva l’organizzatore di comunità Obama aveva molto riflettuto sulla difficoltà dei giovani maschi afro-americani ad avere fiducia in se stessi e ad imparare dai propri fallimenti. E aveva constatato che in parecchi casi la conversione alla religione islamica si era rivelata efficace perché forniva delle risposte specifiche ad una specifica crisi di identità nella quale il rapporto e confronto con "i bianchi” era assolutamente centrale. L’operazione che fa Obama è: il rapporto con i bianchi è centrale, ma è parte di una rivoluzione ancora più ampia che riguarda anche i rapporti fra bianchi e i rapporti fra neri; una rivoluzione che oggi in America si tende a chiamare "conversazionale” e che corrisponde alla gestione alternativa dei conflitti.
Quali sono i rapporti che Obama mantiene con Harvard una volta finiti gli studi nel ‘91?
Obama avrebbe potuto usare la fama e posizione acquisita ad Harvard per una carriera strepitosa nel campo giuridico e invece preferisce dedicarsi alla stesura dell’autobiografia e al lavoro in uno studio di Chicago (il Judson Miner’s civil rights practice) specializzato in diritti civili e del lavoro, costruzione di comunità e gestione alternativa dei conflitti. Ma al tempo stesso mantiene rapporti molto intensi con Harvard che usa come un’importantissima cassa di risonanza per le cose di cui si occupa, fonte di sempre nuovi collegamenti e alleanze. Per esempio frequenta con assiduità i Saguaro Seminars organizzati dal sociologo Robert Putnam allo scopo di contribuire alla rivitalizzazione della vita di vicinato e di comunità in America. Il Saguaro è una pianta cactus che cresce nel deserto fino a 30 metri, e in questi seminari si incontrano organizzatori di esperienze di cittadinanza attiva da ogni parte degli Stati Uniti.
E’ questo humus di discussioni e questa rete di iniziative che alimentano forme di e-democracy come quelle che hanno sostenuto le campagne elettorali di Obama e che spiegano come mai il primo giorno da Presidente, il 21 gennaio 2009, ha reso pubblico un "Memorandum” per tutti i dirigenti degli uffici e agenzie federali intitolato "Trasparenza e Governo Aperto”, iniziativa che nelle settimane seguenti si è sviluppata in una serie di filoni che riguardano il coinvolgimento nel formulare proposte sia dei cittadini che degli impiegati, un nuovo sito web per la trasparenza degli atti e procedimenti della PA, ecc Sono iniziative che nascono dal contatto con la vita quotidiana della gente comune e dalla consapevolezza che il tema di rendere "più democratica la democrazia” è già più che maturo a livello locale. E’ questa la trasformazione della società americana che più sta a cuore ad Obama e che certamente perseguirà con la tenacia che lo contraddistingue. Mi pare che il mondo politico Europeo (a parte alcuni paesi del nord Europa e in parte la Spagna) consideri con una certa sufficienza questi aspetti della politica di Obama, concentrandosi unicamente sulle sue misure di politica economica. Invece per Obama vale l’opposto, le misure di politica economica potranno essere tanto più radicali (è vero che per ora sono alquanto caute, date le circostanze) quanto più i cittadini si sentiranno ascoltati e rispettati dalla macchina pubblica.
Quali sono gli aspetti dell’Open Government che interessano di più l’Italia e l’Europa?
Li concentro attorno a tre concetti chiave: leggere la società, imparare dalle difficoltà e uno stile basato sul fare.
Leggere la società. L’elezione di Obama è il prodotto di un cambiamento nella società che a mio giudizio è ugualmente diffuso anche in Europa. Praticamente negli ultimi quindici anni coloro che svolgono ruoli dirigenziali a livello di comunità locale hanno constatato un cambiamento radicale negli atteggiamenti e capacità di coinvolgimento dei cittadini. Questa trasformazione ha causato nuove tensioni fra i cittadini e i loro rappresentanti eletti e ha fatto emergere un nuovo tipo di attivismo che rivendica inclusività nella soluzione dei problemi e che ha ispirato una nuova generazione di esperienze ed esperimenti sul piano dell’impegno civico. Specialmente la generazione di Internet non sopporta più di essere trattata come minus habens e sono famelici di relazioni basate sul co-protagonismo e co-progettazione. Anche in Italia, anche se più timidamente che negli Usa, sempre più spesso accademici, attivisti dei diritti civili, professionisti che si occupano di progettazione partecipata, operatori di comunità, dirigenti e impiegati dei servizi e della PA, stanno leggendo e scrivendo sulle varie esperienze in corso -successi e fallimenti- per aiutare i cittadini e gli operatori pubblici a collaborare fra loro in modo più efficace ed efficiente. Cosa si legge in una società dipende dalle domande e dalla apertura mentale con la quale la si guarda. Non sarà mica un caso che a San Salvario a Torino, la scuola materna da cui tutti gli italiani scappavano perché c’erano troppi bambini stranieri, è diventata, per lo stesso motivo, la scuola più richiesta della città. E’ "lo stare al mondo di Barak” che si è messo in moto anche lì. Nella sinistra italiana di pensatori più simili ad Alinsky che a Lenin ce ne sono stati parecchi. Si va da Dolci e Capitini a Gramsci, da Alex Langer agli ultimi scritti di Bruno Trentin. E’ ora di tirarli fuori dal cassetto e rispolverarli.
Imparare dalle difficoltà. Prendiamo il caso della discussione sulla riforma sanitaria proposta da Obama. La gente che l’ha votato e che appoggia questa riforma ha constatato che nelle assemblee convocate in tutto il Paese per discuterla, la parte avversa con le sue accuse e denunce finiva col prendersi quasi tutto lo spazio, mentre l’elaborazione in positivo praticamente scompariva. E’ opinione comune che la discussione di massa su questo provvedimento si è rivelata un boomerang. Ma questo fallimento sta avendo un suo ruolo positivo nel senso della riflessione sui limiti della "forma-assemblea.” La "forma assemblea” è strutturalmente polarizzante e connessa col voto a maggioranza; negli anni ’80 e ’90 sono nate altre forme organizzative che danno più spazio alle idee e proposte dei singoli e delle minoranze e promuovono la progettualità creativa. Attualmente negli Stati Uniti, anche grazie alle difficoltà della discussione sulla riforma sanitaria, queste nuove forme della democrazia e della discussione pubblica, quali l’Open Space Technology, i Town Meetings e altri forum dove si alternano momenti di plenaria con il lavoro di piccoli gruppi di otto-dieci persone, si stanno diffondendo.
Uno stile basato sul fare. Un ultimo esempio. Martha Minow mi ha raccontato che Barak Obama è stato invitato nell’autunno del 2005, ormai senatore, dal club degli studenti afro-americani di Harvard a tenere una conferenza sulle modalità con le quali il governo federale stava affrontando le conseguenze devastanti dell’uragano Katrina. Per i primi tre minuti Obama ha fatto le critiche di prammatica al modo in cui il governo si stava comportando e per tutto il resto del tempo ha discusso cosa può fare ciascuno per dare una mano, a livello personale, istituzionale e dei vari governi locali e statali. A me sembra che in Italia uno stile basato sul fare ce l’ha più Berlusconi che non la sinistra. Ma perché Berlusconi deve essere l’unico che si diverte a giocare a casa sua con i plastici delle casette da costruire per i terremotati, perché non invitare tutti i terremotati a giocare con quei plastici e a discutere assieme agli esperti e una volta prese le decisioni permettere loro di seguire direttamente i lavori in corso tramite "cantieri evento”, con congegni che garantiscono la trasparenza della spesa pubblica e commissioni di verifica e valutazione dei lavori in corso? Assegnare un computer con chiavetta a ogni famiglia di terremotati sarebbe il minimo; è un’occasione unica perché in ogni famiglia vi sia almeno una persona che sa viaggiare sulla rete (mia madre ha novantatre anni e adora skype) e può usarla per seguire e interagire nella ricostruzione. Non so se sia stato fatto. Voi ne sapete qualcosa?

  
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