










La difesa
della normalità

UNA CITTÀ n. 165 / 2009 MaggioIntervista a Giuseppe Laterza
realizzata da Edoardo Albinati, Barbara Bertoncin
L’EDITORE DI "ROBA GRAVE"
Dalla cartoleria di Putignano, aperta da un giovane Vito Laterza ancora minorenne, alla casa editrice voluta dal fratello Giovanni e poi l’incontro, decisivo, con Croce, la rottura con Gentile, le prime collane, i tascabili... e poi i festival e le lezioni di storia dove la gente si mette in fila fin dal mattino presto... Intervista a Giuseppe Laterza.
Giuseppe Laterza è editore dell’omonima casa editrice; è entrato in casa editrice nel 1981, responsabile del settore di saggistica universitaria e varia, condivide la gestione dell’azienda con il cugino Alessandro Laterza, responsabile del settore scolastico. Nel 2001 ha avviato i “Presidi del libro”, un progetto per la promozione della lettura attraverso la costruzione di una rete di gruppi di lettori. Sposato, due figli, vive a Roma.
Qual è la storia della casa editrice Laterza?
In Italia le case editrici sono nate o da librerie o da tipografie. Nel nostro caso, ancora prima che una libreria c’era una cartoleria, che fu fondata in quel di Putignano, che è un paesone vicino Bari, nel 1885, da un giovane Vito Laterza, padre di mio nonno, che era figlio di un falegname ebanista (si diceva ebanista per evitare di dire che sostanzialmente faceva casse da morto), e con una filiazione diciamo merceologica, dal legno era passato alla carta e quindi alla cartoleria. Prima a Putignano poi a Taranto, poi a Bari. E questo è l’inizio del tutto.
Vito era il maggiore di cinque fratelli e a mano a mano che l’attività si espandeva aveva chiamato uno ad uno i fratelli a lavorare con lui. Da qui Gius Laterza e figli, perché quando Vito aprì questa cartoleria era minorenne, quindi non poteva che intestarla al padre Giuseppe. In breve la cartoleria diventa una libreria e poi una tipografia, e finalmente, nel 1901, il più giovane di questi fratelli, Giovanni, che era stato a Milano, e si era sposato con una dipendente della Vallardi, che all’epoca era un’importante libreria milanese, apre la libreria e poi la casa editrice.
Nel 1901 esce il primo libro. Ognuno di questi fratelli gestiva un reparto, e questa struttura rimase fino al 1960. Parliamo di una struttura, come dire, feudale meridionale, nel senso che c’era un consiglio di amministrazione per modo di dire, perché ognuno dei cinque fratelli si occupava di un comparto, Vito, il capostipite, stava all’amministrazione poi c’era la libreria, la cartoleria, la tipografia, e finalmente la casa editrice.
La svolta avviene nel 1901 con l’incontro con Croce, puoi raccontare?
Il più giovane dei fratelli, Giovanni, aveva cominciato a pubblicare dei libri di natura locale, ma pur essendo autodidatta, non avendo alcuna formazione scolastica, era molto ambizioso, per cui decise di andare a Napoli, che all’epoca era il centro della cultura, almeno del Centro Sud -Bari era un paesone di commercianti- e incontrò una serie di personaggi, tra cui appunto Croce, che fu l’unico a prenderlo davvero sul serio. D’altra parte Giovanni Laterza allora aveva 17 anni, era giovanissimo. Tuttavia Croce lo prese sul serio, non nel senso di dargli i suoi libri, che, per carità, dava già ad editori affermati, ma nel senso di dire “mettiamolo alla prova”. Gli fece così pubblicare una traduzione di un libro straordinario (l’abbiamo ristampato in anastatica) L’Italia d’oggi, di due inglesi, Bolton King e Thomas Okey. Un libro bellissimo, che parlava di tutto, della chiesa, della mafia, del Sud, eccetera. L’incipit del primo capitolo intitolato “La politica e gli uomini politici” è straordinario. Era il 1901. Lo leggo: “Uno dei primi fatti che fermano l’osservatore della vita italiana è la confusione e la decadenza dei vecchi partiti politici. Essi hanno perso fede nei loro principi, nel loro paese, in se stessi. L’azione loro sembra poco meglio di una interessata lotta per raggiungere cariche pubbliche e di una cieca resistenza a forze che non sanno comprendere, assimilare, e pertanto temono”.
Ecco, questo è il primo libro che Giovanni Laterza pubblica su suggerimento di Croce, che lo segue passo passo, vuole rivedere le bozze, eccetera.
La collaborazione tra Giovanni e Croce sarà un tratto distintivo di questo primo periodo. Cioè Croce è stato per mezzo secolo non soltanto l’ispiratore della politica culturale, nel senso che dettava le linee delle pubblicazioni di Laterza nelle varie collane, l’orientamento, ma era anche uno attentissimo a tutti gli aspetti editoriali, alla grafica, voleva addirittura che i suoi libri fossero composti dal suo tipografo personale, che a mano metteva le lettere.
Insomma Croce dà a Giovanni un’impostazione molto chiara, che è poi quella che rimane tutto sommato ancora oggi.
C’è una famosa lettera in cui Croce mette in guardia Giovanni dicendogli: “Devi essere editore di roba grave”, e quindi saggistica, sostanzialmente. L’idea di Croce era di utilizzare una casa editrice, e poi la rivista, come strumento di formazione, diciamo, di un’élite, quindi storia, filosofia, scienza politica, i classici... per esempio c’erano gli “Scrittori d’Italia”, rigorosamente senza commento, perché l’idea di Croce era che ci fosse una fruizione diretta e libera dei classici, senza orpelli accademici.
Croce non era un accademico, era un possidente, un rentier, che aveva abbastanza sostanze per mantenersi, e quindi non è mai stato professore universitario. Questo gli ha dato una libertà, anche di pensiero, e di relazioni, fortissima.
Questo sodalizio dura per decenni. Croce, anche attraverso la sua autorevolezza, riesce a pubblicare in casa editrice libri che non sono mai esplicitamente antifascisti, ma neanche dentro la cultura ufficiale del regime, quindi c’è sempre un rapporto di tensione, che però non porta mai ad una censura esplicita, anche perché tutto sommato al regime va bene anche così: l’importante è che questo santone della cultura laica non attacchi esplicitamente il regime.
In epoca fascista la casa editrice si trova a dover scegliere tra Croce e Gentile…
Croce fino al 1925 ha nei confronti del fascismo un atteggiamento, se non favorevole, attento. Nel 1925 avviene però una rottura radicale con Giovanni Gentile, che diventa ministro del fascismo. Gentile era stato, con Croce, uno degli ispiratori della casa editrice, quindi in effetti Giovanni dovette scegliere e scelse Croce, pur sapendo che questo avrebbe portato maggior scomodità che se avesse scelto Gentile, che era l’intellettuale e grande filosofo di regime. Gentile si offende perché Croce in una sua pagina della Storia d’Europa ne dà un giudizio molto forte, allora scrive a Giovanni Laterza, dicendo “o lui o me”, e Giovanni Laterza risponde: “Questo è diritto di critica, io continuo a pubblicare i suoi libri, non posso censurare Croce”.
E così si rompe il sodalizio tra Gentile e Croce, e anche tra Gentile e la casa editrice.
Nel dopoguerra, la casa editrice si rinnova.
Alla morte di Giovanni nel ’43, e poi di Croce nel ’52, entra mio padre, molto giovane, che viene dall’Università di Firenze, dove ha studiato con Garin. Garin è un filosofo di formazione storicista, più gentiliano che crociano, e comunque attento alle nuove correnti, l’esistenzialismo, lo strutturalismo, il marxismo, e quindi piano piano la casa editrice si apre e si rinnova, non solo dal punto di vista ideale, ma anche disciplinare. Entrano la scienza sociale, l’architettura, che diventa un aspetto importante, vengono pubblicati i primi libri scolastici, il manuale di storia di Villari, la letteratura italiana di Salinari e Ricci, che hanno molta fortuna.
Nel 1961 nasce l’Universitaria Laterza con i primi tascabili. In quegli anni vari scrittori pubblicano con Laterza, e quindi ci sono i libri di Bianciardi, la prima edizione del libro della Ortese Il mare non bagna Napoli. La collana si chiama “Libri del tempo”, ed è quella con cui mio padre si è più identificato all’inizio; era un po’ legata all’esperienza degli azionisti liberali, del gruppo del “Mondo” di Pannunzio, dove pubblicavano un giovanissimo Scalfari, ma anche Salvemini, Arturo Carlo Jemolo, un cattolico illuminato, diciamo una collana di impegno.
Il ’68 e ’69 sono anni caldi per la casa editrice. La collana “Tempi nuovi”, che noi abbiamo ristampato, è pazzesca: in due anni uscì di tutto, dalla Comunità dell’Isolotto, Danilo Dolci, Potere Nero, Carmichael, documenti della rivolta studentesca, America Latina...
Poi viene la serie dei Saggi Tascabili, delle interviste. Non c’era mai stata in Italia una serie di libri-intervista. Lì uscì l’intervista in cui Colletti per la prima volta rinnegava il marxismo. E poi quella a De Felice, che ebbe grande fortuna, per la prima volta si parlava del fascismo come un regime che aveva avuto un largo consenso, che non si era basato solo sulla violenza, e così via.
La stagione degli anni 80-90 è segnata dall’apertura internazionale, con i libri di Le Goff, Furet, Vernant, e poi la storia delle donne curata da Michélle Perrot e Georges Duby, con diritti mondiali, che venne da noi venduta ai francesi, con nostra grande soddisfazione!
Infine c’è l’esperimento di “Fare l’Europa”, una collana progettata da cinque case editrici di lingua e nazionalità differenti (Beck in Germania, Basil Blackwell in Inghilterra, Crítica in Spagna, Laterza in Italia e Seuil in Francia).
La collana esordì nel ’93 e devo dire che per me fu un’esperienza molto bella soprattutto perché mi consentì di lavorare con questi colleghi di grandi case editrici europee, come fosse un’unica casa editrice.
Alla fine degli anni ’80 cambia anche l’assetto societario…
Nel 1989, la casa editrice, che aveva una strutturazione familiare, come succede spesso alla terza, quarta generazione, assiste a un rivolgimento: una parte dei soci escono perché non più interessati, entrano, in una gestione guidata da noi, dei soci, come dire, esterni, che sono interessati però alla casa editrice, e sono vicini. Il più grosso è il nostro distributore, Messaggerie Italiane, e poi ci sono dei piccoli soci che acquistano delle quote.
A metà degli anni ’90 mio cugino Alessandro entra in consiglio di amministrazione insieme a me, lui fa l’amministratore delegato e io il presidente e si delinea l’assetto attuale. In breve Alessandro segue il settore scolastico, che per noi è il 40% del fatturato quindi è molto importante, e io mi occupo invece della parte saggistica, università, varie, eccetera.
Negli anni ’80 infatti la casa editrice sviluppa un settore universitario importante, tant’è che oggi possiamo dire che si regge su tre gambe: la saggistica, l’università e la scolastica.
A Bari c’è l’amministrazione della casa editrice, la parte commerciale e tutto il settore scolastico, e poi c’è la libreria. Mentre la cartoleria e la tipografia nel tempo sono state cedute, la libreria è rimasta, anche per un fatto simbolico, è nel centro di Bari, è un punto d’incontro…
A Roma invece c’è tutta la parte della varia editoria, e quindi poi c’è l’ufficio stampa, la parte della grafica. A Roma siamo una quindicina di persone, invece a Bari, tra una cosa e l’altra, sono in cinquanta.
Il rapporto devo dire che funziona. E’ faticoso naturalmente gestire la doppia sede, però ha anche grandi vantaggi, perché Roma è una sede di relazioni, qui c’è un bacino di autori, ma è anche un luogo di passaggio. Bari, invece, come dicevo rappresenta un fortissimo elemento di identità e di radicamento, in fondo Laterza è una casa editrice, non solo indipendente, ma anche una casa editrice del Sud.
Qualche anno fa, sempre in Puglia, con alcuni colleghi e amici abbiamo avviato l’esperienza dei “Presidi del libro”, gruppi di lettori, che si organizzano, invitano gli autori, fanno discussioni; noi li aiutiamo anche ad avere un po’ di aiuti dalla Regione. In Puglia ce ne sono già cinquanta. C’è anche da dire che il nome Laterza in Puglia risuona in maniera diversa, c’è un attaccamento, un senso di appartenenza, con quella che viene vissuta come la “nostra” casa editrice, che è anche una cosa bella. Io penso che si possano tenere insieme tutti i livelli. Si può tenere insieme il livello in cui fai la collana europea, e il livello in cui invece valorizzi e promuovi il locale. Io sono nato a Bari e mi sono trasferito a Roma che avevo sette anni, invece mio cugino Alessandro è nato a Bari ed è sempre vissuto lì.
Una casa editrice è anche un’impresa, un’azienda. La crisi la sentite? Pare che per il momento l’editoria sia stata risparmiata…
E’ così, almeno fino adesso. Poi l’elemento di preoccupazione c’è perché in America invece parrebbe che la crisi, anche se in un momento successivo, abbia colpito anche i libri. In Italia, finora no. I dati di dicembre e gennaio sono stati abbastanza buoni. L’editoria libraria, negli ultimi 10 anni, è stata sostanzialmente stagnante, ha tenuto le posizioni, il che secondo me è già un dato molto positivo. Per il momento siamo in linea con gli anni precedenti, non c’è un calo significativo, poi vedremo, incrociamo le dita.
La crisi si incrocia con fenomeni già in atto, in particolare internet, la tv, ecc. Sicuramente nei prossimi decenni l’editoria cambierà. Come non si sa. Dieci anni fa si diceva: “Ah, i cd-rom soppianteranno i libri...”. Alcuni editori hanno fatto grandi investimenti, ma in realtà il mercato del cd-rom non è decollato, zero. L’e-book non è decollato. Adesso c’è il kindle, che vanta una migliore leggibilità, trasportabilità, sostanzialmente è uno schermo che tu sfogli con il dito, e che ha una grande capacità di caricamento. Poi c’è chi dice che internet soppianterà i libri. Io sono dell’idea che, come è successo al teatro col cinema, ogni nuovo mezzo, se trova contenuti adatti, sostituisce i vecchi, ma in parte. Quindi tutto il problema si gioca su “quanto” un mezzo sostituisce il precedente: quanto il cinema ha sostituito il teatro, quanto la televisione ha sostituito il cinema, eccetera.
Questo però dipende molto anche da noi, cioè il punto fondamentale è se gli editori continueranno a fare libri interessanti, come libri. Io credo che uno dei motivi della crisi dei giornali sia che hanno rincorso troppo la televisione, e questo ha determinato nei lettori una disaffezione, un senso di scarsa rilevanza.
La sfida dei libri allora si gioca proprio attorno a questo interrogativo: cos’è dei libri che io non posso replicare, che non posso sostituire con altri mezzi? Onestamente, le barzellette di Totti forse possono andare anche in televisione, insomma, non cambia moltissimo, ecco, però invece ci sono altri testi, sia di narrativa che di saggistica, che hanno un grado di elaborazione, di complessità, che secondo me non è restituibile con altri mezzi.
Internet, per sua natura, esige un tipo di fruizione che è diversa dal libro, a meno che non te lo stampi, ma allora diventa un libro, per di più brutto.
Internet certamente può sostituire alcune cose. Per dire, è chiaro che wikipedia mette in crisi l’enciclopedia tradizionale. Anche se è da notare con qualche interesse che quando Repubblica e il Corriere della Sera propongono in edicola le due grandi enciclopedie, la Larousse e la Utet, vendono 3-400.000 copie. Sarà pure economico, sarà pure a cinque euro, sta di fatto che in piena epoca internet, dove tutti sanno che possono andare a cercarsi quelle cose, comprano l’enciclopedia. E le comprano -questo è molto interessante- non prevalentemente persone incolte, bensì (come tutti i collezionabili) nell’80% dei casi lettori forti. Io conosco un caso: Pierluigi Ciocca, uomo di grande cultura, adesso è in pensione, è stato vice direttore generale della Banca d’Italia, s’è comprato tutte e due le enciclopedie.
Perché? Perché attorno a wikipedia ruota la questione fondamentale per internet, che è il grado di autorevolezza, di affidabilità. Per ammissione stessa di wikipedia, le informazioni che vi compaiono devono essere controllabili, cioè ci deve essere un’altra fonte, ma quell’altra fonte può essere anche, come dire, un ragazzetto che ha scritto una cosa sul suo sito. Ecco, da questo punto di vista il libro rimane un prodotto in cui conta l’autore, conta l’editore, il margine di affidabilità è molto diverso.
Chi lavora in una casa editrice ha ancora una sorta di orgoglio o profilo aziendale, specifico, cioè lavorare alla Laterza è diverso dal lavorare in altri posti?
Beh, penso di sì, a giudicare dallo scarto che esiste tra la motivazione dei miei collaboratori e quanto ricevono di stipendio. Cioè non rimarrebbero qui fino alle dieci di sera.
Ovviamente non rimangono tutti, però il capo ufficio, il caporedattore, eccetera, insomma, buona parte di loro rimane qui fino alle otto, alle nove; io li chiamo in qualunque momento, sono tartassati, sabato, domenica.
Ma questo vale per tutti, a partire da me, nel senso che il mio stipendio è assolutamente incomparabile con quello di un medio manager di Unicredit. Cioè tutta l’editoria funziona così, l’editoria libraria. E però la gran parte di persone che entra in Laterza lavora qui fino alla pensione. Questo è già un dato anomalo, nella società in cui viviamo, in cui c’è un’altissima rotazione.
Credo che alla base ci sia la motivazione, il fatto di pensare, di ritenere che il lavoro che fai dà un contributo generale alla formazione della classe dirigente. Certo, nei tempi in cui viviamo questo rischia di risultare una pia illusione, perché il tasso di lettura dei nostri dirigenti, che siano manager o politici, è sconfortante. In Italia, come si sa, l’indice generale di lettura è tra i più bassi in Europa, con la Grecia e il Portogallo, ma particolarmente basso, cosa che si dice poco, è il tasso della lettura di formazione professionale e strumentale. Cioè i nostri manager sono delle capre, ed è per questo che vanno avanti usando termini come mission, target, è una cosa impressionante.
Comunque, come dicevo, tra chi lavora qui c’è un senso di attaccamento che nasce anche dalla sigla, cioè dall’orgoglio dell’identificazione con Laterza, piuttosto che Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, perché in qualche modo si identifica la casa editrice con alcune qualità, che nel nostro caso sono la serietà, l’affidabilità, l’anticonformismo, il fatto che questa casa editrice non ha padroni, se non noi stessi. Conta anche il tipo particolare di rapporto che c’è sempre stato in questa casa editrice tra chi ci lavora e chi la dirige.
In Laterza l’editore ha sempre avuto un ruolo molto forte, a partire da Giovanni Laterza (che poi erano Giovanni e Croce) a mio padre, e forse oggi ad Alessandro e me; però questo è sempre andato insieme con un fortissimo senso del lavoro di squadra, di équipe. Le due cose non si escludono, perché, per esempio, per quanto mi riguarda, su quasi tutte le cose su cui io devo decidere consulto le persone qui dentro, tanto più che siamo quattro gatti, quindi per una copertina, per un titolo... Io poi chiedo sempre a tutti di dire tutto agli altri affinché ognuno si senta parte di una impresa unica, non a compartimenti...
Poche case editrici vantano una continuità familiare come quella di Laterza. Puoi raccontare?
Credo che il merito di questa continuità sia in gran parte da attribuire a mio padre. Innanzitutto la regola è che alla Laterza si fa la cosiddetta gavetta, quindi mio cugino Alessandro ed io siamo entrati più o meno allo stesso momento, nel 1980, finita l’università e laureati, e abbiamo cominciato a fare i redattori. Io ho fatto il redattore per cinque anni, e non dipendevo da mio padre, lavoravo col direttore editoriale che era uno molto tosto. Abbiamo fatto cinque anni di redazione, poi ho lavorato per tre anni all’ufficio stampa. A un certo punto sono andato a Bari e ho lavorato in amministrazione perché mio padre voleva che io capissi che cosa vuol dire anche fare un bilancio.
Da un certo momento in poi, non subito, ma abbastanza presto, dopo sette-otto anni, quando capitava di discutere con mio padre, lui alla fine diceva: “Va bene, allora decidi tu, perché in futuro poi sarai tu a gestire questa roba qua, allora se tu sei veramente convinto, se tu ci credi veramente a quello che dici, facciamo come dici tu”. Questa è stata una scuola fantastica, perché mi costringeva ad assumermi la responsabilità di decidere. E c’erano delle volte in cui dicevo: “No, papà, facciamo come dici tu...” e altre volte in cui quella responsabilità me la prendevo...
Fino a che un giorno, d’accordo con suo fratello, che era presidente, ha detto: “Io esco dal consiglio di amministrazione. Nel momento in cui entrano Alessandro e Pepe, noi usciamo, non si può fare la co-gestione, non ci possono essere due generazioni che stanno nel consiglio di amministrazione. Ora devono essere loro a decidere”.
Aggiungo che quando sono entrato in consiglio di amministrazione avevo già quindici anni di lavoro alle spalle, cioè se oggi posso sentirmi relativamente tranquillo ad avere la responsabilità della casa editrice, è perché sono cresciuto insieme ai miei colleghi, il che vuol dire che loro sanno che io conosco il loro lavoro, l’ho fatto per anni, l’abbiamo fatto insieme, abbiamo ricordi comuni.
Molto spesso i genitori fanno due errori: o tenere i figli schiacciati, non dargli responsabilità o, al contrario, dargliela subito, fare un gesto che apparentemente è di grandissima apertura, “comanda tu”, ma che in realtà fa sì che questi poveracci si trovino, come dire, buttati a nuotare.
Altra cosa che ha fatto mio padre, non ovvia, è stato di insistere con mio cugino Alessandro perché entrasse in casa editrice. Mio cugino era un bravissimo antichista, si era laureato a Firenze, e per sua formazione voleva fare lo studioso. Mio padre, al contrario di quello che ha fatto con me: “Attenzione, sei sicuro? Questo è un lavoro in cui si guadagna poco, si fatica molto, un sacco di rogne...”, ha molto incoraggiato Alessandro. Devo dire che all’inizio io non capivo molto: “Se poi veniamo su in due, a un certo punto ci sarà un problema, ci sarà un dualismo, un conflitto”. L’ho capito solo col tempo e oggi mi considero fortunato, perché io ho una cosa che lui non ha mai avuto, cioè ho dentro l’azienda una persona con cui posso condividere quei momenti d’ansia che non possono essere scaricati su dipendenti e collaboratori. In questo mio padre è stato molto lungimirante, si è anche assunto un rischio, poteva anche andar male, poteva esserci un’incompatibilità, però l’ha gestita lui questa fase, cioè noi siamo entrati a lavorare nell’80 e siamo entrati in consiglio a metà anni ’90, quindi per 15 anni ci ha fatto crescere insieme, con lui.
In questi ultimi anni avete promosso anche un festival e una serie di lezioni di storia a Roma che hanno avuto un seguito incredibile...
Nel 2006, dopo aver frequentato con molto interesse e curiosità sia il Festival della letteratura di Mantova, che quello della filosofia a Modena, mi dissi: ma perché non organizzare qualcosa sull’economia? All’epoca avevamo in consiglio di amministrazione Enzo Cipolletta, che era presidente del Sole 24 Ore e presidente dell’Università di Trento. Propose la cosa a Lorenzo Dellai, il presidente della Provincia di Trento, una provincia ricca e anche molto efficiente, che accettò.
Il festival ebbe un successo clamoroso, al di là di ogni aspettativa, tanto più che il tema a molti può suonare noioso, o comunque arido. Visti i risultati, abbiamo deciso di andare avanti. Ogni anno c’è un tema; il primo anno è stato “ricchezza e povertà”, il secondo “capitale umano e capitale sociale”, l’anno scorso è stato “mercato e democrazia”, quest’anno il tema è “identità e crisi globale”. Ora poi si sono aggiunti anche il Festival “Città e territorio” a Ferrara, e il Festival del diritto a Piacenza.
L’altro filone su cui abbiamo lavorato, è quello delle lezioni di storia, un progetto iniziato all’epoca della giunta di Veltroni, una serie di lezioni dedicate alla storia di Roma; ecco, anche queste hanno avuto un successo straordinario, molto al di là del previsto: la sala Sinopoli contiene 1200 posti, bene, si sono presentati in 3000 la prima volta! L’appuntamento era la domenica mattina alle undici, ma la gente si metteva in fila già dalle sette per trovare posto. Una cosa commovente, veramente. Io abito qua vicino, per cui all’Auditorium arrivavo presto e vedere queste persone è stata una cosa… poi, per uno che fa i libri e che quindi non ha un rapporto diretto col pubblico, ma sempre mediato, è stata davvero un’emozione.
Come te lo spieghi?
Secondo me viviamo in un’epoca in cui il bisogno di un sapere critico non è soddisfatto dalle “agenzie”, chiamiamole così, tradizionali, cioè l’università, la scuola, e neanche la televisione. Ci sono i giornali, che però sono sempre più schiacciati sull’attualità, mi sembra, e il commento è sempre strumentale. Allora il primo punto di forza è quello di avere un sapere divulgativo accessibile e critico. Il secondo credo che sia l’incontro con la persona, che è fondamentale. E, terzo, l’incontro con una persona insieme ad altri. Quest’ultimo mi sembra un tema importante. Voglio raccontare un aneddoto.
Una volta andai al Festival di Modena a un incontro, devo dire, esilarante, sulla morte, tra De Crescenzo e Bodei. I due fecero proprio uno spettacolo (sarebbe stato da registrare) perché De Crescenzo è un battutista formidabile e però Bodei teneva botta.
A un certo punto, aspettando l’inizio dell’incontro, a Carpi (ci saranno state mille persone, una cosa pazzesca), alle tre del pomeriggio, con il sole a picco, un signore comincia a farsi il cappelletto col giornale, e il signore vicino dice: “Scusi, le dispiace farlo anche a me?”. Dopo cinque minuti, questo signore stava facendo il cappelletto per tutti i mille!
Per me è stata una rivelazione. Una dinamica del genere, secondo me, era stata resa possibile dal fatto che se tu alle tre di un pomeriggio caldo e assolato, sei a Carpi, al Festival di filosofia, pensi di avere molto in comune col tuo vicino, anche se non lo conosci, anche se tu casomai sei di Palermo e lui di Trento, cioè c’è un lato comunitario in questa impresa che è fondamentale, è un po’ un riconoscersi.
Chi segue l’attività dei festival?
Hai presente, nella trasmissione di Arbore, la coppia che suonava tutti gli strumenti?
Otto e Barnelli.
Praticamente questa è la migliore descrizione della casa editrice.
L’attività dei festival la seguiamo noi. C’è qualche collaborazione esterna, però, cosa vuoi, per fare un festival, per convincere il sindaco, per convincere lo sponsor, per convincere l’autore, tu devi mettere in gioco la tua credibilità, quindi è delegabile fino a un certo punto. Può essere che tra qualche anno le cose cambino, per ora è così. Noi abbiamo creato una società, che si chiama Laterza Agorà, per la gestione degli eventi, soprattutto perché io volevo avere chiari i conti. Con Alessandro, l’idea era di scorporare, dal punto di vista economico, questa attività e vedere i rendimenti; se avessimo tenuto tutto insieme sarebbe stato più difficile capire da dove veniva un provento, eccetera.
E i bilanci, come sono?
Sono molto buoni. Qualche tempo fa c’è stata una polemica sui finanziamenti pubblici alla cultura seguita a un articolo di Baricco, su cui anch’io sono intervenuto sul Sole 24 ore.
Partiamo da dei dati. L’Università di Trento ha condotto una ricerca sul Festival dell’economia in cui è stato calcolato quanto spendono i visitatori non trentini, cioè quelli che vengono da fuori, nei giorni del festival. Ebbene, hanno scoperto che quello che spendono in alberghi, ristoranti, bar, negozi, eccetera, moltiplica per più di due l’investimento pubblico. Cioè per il milione di euro che ci mette la provincia di Trento e il Comune, ne ritornano indietro due milioni e tre. Insomma, la cultura può essere anche un investimento. Quest’idea che la cultura sia una cosa da mecenati, per i begli spiriti, e che la vita reale, l’economia reale, le esigenze reali stiano da un’altra parte non mi convince. Cioè vorrei sapere quante e quali altre attività danno ritorni di questo genere, moltiplicati per due, per tre.
Io poi separerei il ragionamento anche dalla vendita dei libri. In fondo se uno ha un bell’incontro con uno scrittore o un filosofo è di per sé positivo, non è che perché non si compra il libro allora c’è un problema.
C’è quest’idea che leggere i libri in quanto libri sia nobile…
Io devo dire che finalmente, dopo anni, sono riuscito a superare un tabù: adesso li mollo, i libri, non mi sento più obbligato a finirli. Non tutti i libri sono per te.
Certo questo è un lavoro diverso, rispetto a quello tradizionale delle case editrici, però è un’attività che, secondo me, ha una sua linea di continuità, perché alla fine, quello che interessa, è sempre di essere i mediatori di un sapere critico. Cioè io son contento se al Festival dell’economia sento delle cose interessanti, che mi spiazzano, dette in maniera non tecnica, da persone rigorose ma che si fanno capire. L’anno scorso è venuto al Festival dell’economia Paul Collier, un grandissimo studioso dell’Africa, che ha fatto una bellissima relazione sul rapporto tra sviluppo economico e democrazia. In sostanza ha detto: “Noi abbiamo fatto un’indagine su 40 paesi africani, per vedere le correlazioni, e non tornava, cioè non sembrava che ci fosse una correlazione tra democrazia e sviluppo economico. In realtà avevamo sbagliato il parametro, perché avevamo preso per democrazia le elezioni”. Infatti cosa succede nei paesi africani, tipicamente? Che chi vince le elezioni, si prende tutto e il paese non decolla. Se tu però assumi un altro criterio, non le elezioni, ma il cosiddetto checks and balances, cioè la distribuzione del potere, allora la correlazione funziona.
Ecco, una riflessione di questo tipo, che, detto tra parentesi, vale pure per l’Italia, a me sembra interessante, perché fa riflettere. Il punto è far discutere, far ragionare le persone, spiazzarle, far cultura seria, basata su dati, non su provocazioni estemporanee. Non è molto diverso da quello che facevano secondo me Croce o altri.
Voi organizzate anche dei seminari interni con scrittori e pensatori…
Da vari anni, insieme ad Anna Gialluca, che è la responsabile del programma editoriale, organizziamo periodicamente degli incontri di tipo seminariale, che possono essere su libri, ma anche no. Sono incontri straordinariamente intensi, perché si riuniscono qui 60-70 persone, tutte motivate, e poi su una provocazione iniziale si fa una discussione molto libera che non ha nessuna ricaduta immediata.
Alcuni editori milanesi lo considererebbero un dispendio di tempo, perché tutta questa preparazione -bisogna organizzare, chiamare le persone, sollecitare- non ha alcun ritorno economico, non serve a niente.
Ovviamente io invece credo che la ricaduta sia molto importante perché ha a che fare con l’identità della casa editrice, col fatto che Laterza continua a essere identificata come un centro di produzione della cultura, o di discussione, o di diffusione della cultura, cioè in cui la valenza economica, che è molto importante, perché comunque siamo un’impresa a tutti gli effetti, è sempre in tensione con il valore simbolico, culturale, dell’impresa.
Laterza ha come finalità primaria quella culturale, dopodiché però sappiamo anche che, per realizzare quella finalità, dobbiamo essere in attivo. C’è una bellissima frase di Jason Epstein, un grande editore americano che recita più o meno così: “Per un editore fare profitti non è più importante di quanto non sia per un uomo respirare”. Secondo me è mirabilmente detto, cioè respirare è condizione per vivere, però nessuno si sveglia la mattina dicendo: “Qual è il mio obiettivo oggi? Respirare”. E’ una “condizione per”. Per esempio, se qualcuno mi dice: “Hai fatto un brutto libro”, io non posso rispondere che ha venduto bene. Io non devo fare brutti libri, punto. Quello che posso fare, invece, e che spesso facciamo, purtroppo, è rinunciare a un buon libro perché non ha un mercato. Questo tristemente lo dobbiamo fare, non possiamo pubblicare tutti i libri che vorremmo, magari anche belli, perché alla fine dell’anno, se facciamo troppi libri che non hanno un mercato, non funziona.
Oltre all’ambizione culturale, c’è anche una sorta di impegno politico...
Assolutamente sì, purché ci intendiamo su che cosa significa “fare politica”.
Laterza non è agganciato a nessun partito, pubblica libri che danno fastidio, per fortuna, sia alla sinistra che alla destra, però se siamo d’accordo con Amartya Sen che la democrazia è essenzialmente dibattito in pubblico, allora Laterza fa politica, nel senso che è una casa editrice che ha l’ambizione, non so quanto ci riesca, di dare un contributo al dibattito pubblico. E quindi sulle questioni che sono al centro della vita politica, della discussione politica.
Per dire, il tema della laicità dello Stato per noi è sempre stato importante, ma oggi lo è particolarmente. Qualche mese fa abbiamo pubblicato un volume a cui io tengo moltissimo, Biblioteca laica, un libro che antologizza da Marsilio da Padova fino a Cavour, i grandi testi della laicità italiana, Leopardi, Manzoni, Guicciardini, Machiavelli, grandi pagine su cos’è la laicità, che poi nel libro non è la laicità nel senso necessariamente o solo della distinzione o dell’antitesi, della critica alla Chiesa. La laicità qui è intesa come il radicale umanesimo di chi pensa senza padroni, di chi pensa senza ipoteche pregiudiziali, di chi pensa il mondo… e infatti sono spesso testi terribili, di un pessimismo cosmico, perché l’uomo è solo di fronte al mondo, e quindi avverte anche la sua radicale impotenza... Poi c’è Perché laico di Stefano Rodotà, che sta andando molto bene in libreria, ma anche Da Aborto a Zapatero. Un vocabolario laico, di Vladimiro Polchi. Ecco, la laicità è uno dei temi su cui noi facciamo politica.
Voglio però aggiungere qualcosa. Il fatto di avere una linea editoriale, un tono di fondo, non significa non poter pubblicare anche posizioni radicalmente diverse. Cioè noi abbiamo pubblicato nello stesso anno un libro di Vittorio Agnoletto e uno di Marcello Veneziani. Il fatto che nella casa editrice si riconoscano persone di posizione, diciamo così, liberal progressista, non è incompatibile col fatto di pubblicare un libro di un signore di destra radicale o di un no global. Insomma uno può avere una linea editoriale e al tempo stesso aprirsi a contributi che vengono da diverse parti purché affrontino temi cruciali, che interrogano tutti noi, e non ci siano contenuti offensivi o lesivi.
Io penso che i nostri lettori si riconoscano in questo approccio. Qualcuno rimarrà sconcertato, ma questo fa parte del nostro lavoro: dare ai propri lettori delle cose che loro non si aspettano, credo che sia una cosa importante. Pubblicare anche delle cose che uno dice: “Mah, strano che Laterza...” perché poi la casa editrice ha una sua identità, tant’è che quando abbiamo pubblicato Sartori con quella copertina che sembra uno specchio rifrangente, alcuni ci hanno scritto lettere indignate “Cos’è quella copertina!? Non è da Laterza!".
Haïm Vidal Séphiha
Papa Chissokho
Louisette Ighilahriz
Maria Josè Gonzales
Ester Fano
Giuliana Ciani
Lucia Calzari
Adriana Musella
Elisabeth Seebacher
Dorina Palmieri
Françoise Rudetzki
Mariella Gramaglia
Nelly Norton
Giuseppe Laterza
Mordechai Morale Bar-on
Ali Abu Awad
Silvia degli Alberti Marsoni
Stefano Majnoni


















