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UNA CITTÀ n. 163 / 2009 Marzo

Intervista a Luca Rastello
realizzata da Enzo Ferrara

COOPERAZIONE SOSTENIBILE
Una cooperazione troppo spesso pensata e decisa lontano dai paesi interessati; l’esperienza dell’Osservatorio dei Balcani, per un’informazione che contribuisse alla formazione dei cooperanti; il grande cambiamento introdotto dalla “dottrina” Clinton, volto a egemonizzare le future vie dell’energia. Intervista a Luca Rastello.

Luca Rastello è direttore responsabile della testata giornalistica Osservatorio sui Balcani (www. osservatoriobalcani. org) , un progetto promosso nel 2000 dalla fondazione Campana dei caduti e dal Forum trentino per la pace e i diritti umani, per rispondere alla domanda di conoscenza e approfondimento di persone, associazioni e istituzioni che operano per la pace e la convivenza nei Balcani. Oggi Osservatorio è un laboratorio culturale sull’Europa di mezzo che offre uno sguardo anche su Turchia e Caucaso. Interlocutori e utenti sono volontari e professionisti della cooperazione internazionale, ricercatori, giornalisti, funzionari, operatori economici, cittadini del Sud-est europeo e del Caucaso, oppure semplici viaggiatori. Luca Rastello ha pubblicato La guerra in casa (Einaudi, 1998) e Piove all’insù (Bollati Boringhieri, 2006) . Come nasce l’esperienza dell’Osservatorio? La mia amicizia con gli operatori di Osservatorio è nata prima del progetto, che invece ha origine dall’esperienza comune in Jugoslavia negli anni Novanta, in particolare dall’incontro con alcune persone e realtà che allora facevano riferimento, per esempio, all’Istituto per la cooperazione e lo sviluppo. Giulio Marcon, Michele Nardelli, Mauro Cereghini, Nicole Corridore e Andrea Rossini sono figure di riferimento per quell’esperienza. Si tratta di persone legate ai progetti di cooperazione che in qualche modo si sono sentite legate da un idem sentire, un’affinità critica. Non so se sia andata precisamente così, ma a posteriori posso dire che tutti vedevamo le cose allo stesso modo: facendo interventi, che allora si chiamavano umanitari (il lessico è diventato impraticabile per questi argomenti) ci siamo accorti in tanti delle contraddizioni che si aprivano, molte di più e forse anche più gravi di quelle che si chiudevano con l’intervento emergenziale sulle popolazioni travolte dalla guerra. Io ho avuto il privilegio di dare voce presto a queste perplessità, con il libro La guerra in casa, che tra noi era diventato uno strumento di comunicazione: gli altri mi cercavano perché ci leggevano delle provocazioni, io dovevo sentirli per le mie inchieste. Allora non lo definivamo così ma cominciavamo a intravedere un problema che oggi si potrebbe definire in termini di “cooperazione sostenibile”, ossia la preoccupazione che l’intervento animato da cooperanti e aiutanti umanitari non crei più contraddizioni di quante ne possa risolvere. E poi non va scordato che ci eravamo conosciuti sul campo, si era creata una rete di riflessione e di ragionamento che, tra l’altro, mette capo proprio in questi giorni nel libro Darsi il tempo (Emi 2008) di Michele Nardelli e Mauro Cereghini, due dei fondatori di Osservatorio, sul concetto di sostenibilità nella cooperazione. Puoi spiegare meglio qual era questo sentire comune? Il caso del Kosovo è stato il momento della presa di coscienza: si è visto come l’intervento umanitario in larghissima parte si fosse risolto in un condizionamento dell’economia in grado di dominare e controllare lo sviluppo, anzi il mancato sviluppo, del paese per assoggettarlo a scelte fatte all’estero. Paradossalmente, gli obiettivi che non erano stati raggiunti dai militari, ovvero fare del Kosovo una sorta di protettorato europeo e occidentale, sono stati realizzati dalla cooperazione. Allora si pongono dei problemi gravi. Lo stesso accade in Afghanistan. In Iraq, ci si è posti il problema di ritirare l’intervento per non essere identificabili con quella che oggi gli strateghi chiamano “proiezione di potenza”. Intendo dire che il modo di fare la guerra è cambiato radicalmente. La guerra non ha più i suoi due obiettivi tradizionali, che sono la conquista del territorio e l’amministrazione della società conquistata. Non si fa più né l’una né l’altra. La guerra oggi si risolve in una proiezione di potenza che arriva molto lontano dal suo luogo di... [ continua ]

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