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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 16 / 1992 Ottobre

Intervista a Carlo Ginzburg
realizzata da Liana Gavelli, Massimo Tesei

CHE FARE?
Intervista a Carlo Ginzburg sul problema del revisionismo storico

David Irving, “storico” revisionista, di quelli che negando che l’olocausto sia avvenuto, non ha potuto partecipare ad un convegno organizzato a Roma da un gruppo filonazista perché bloccato al confine dalle autorità italiane. Ma in un caso simile è giusto mettere in discus­sione il principio della libertà d’opinione e di espressione? Prendo la cosa un po’ da lontano e, innanzitutto, premetto che non uso la parola “olocausto” perché è un termine re­ligioso, che dà una sorta di cornice provvidenzialistica: è un po’ come se il brutale sterminio diventasse qualcos’altro nel momento in cui entra in una prospettiva in qualche modo religiosa. Preferisco parlare di sterminio. Dicevo che prendo la cosa da lontano, perché mi sono trovato in una situazione minima, che però tocca il tema di cui stiamo parlando, qualche anno fa al Salone del libro a Torino. Ad un certo punto sono venuti a dirmi che c’erano i li­bri di una piccolissima casa editrice che pubblicava i testi dei cosiddetti storici revisionisti -quando si parla di revisio­nismo, bisognerebbe precisare: una cosa è Nolte e un’altra sono i negatori puri e semplici dello sterminio come Faurisson e Irving- e mi hanno chiesto una firma per un appello agli organizzatori per espellere questi espositori. Firma che io ho dato. Penso che se me la richiedessero forse la ridarei, ma è un tema su cui ho delle incertezze. Penso che sia un problema di modi e di tempi per evitare la provocazione, perché non c’è dubbio che questa gente cerchi la provocazione. Ora, all’estremo opposto, abbiamo la posizione di un ebreo come Chomsky, per il quale un Faurisson ha diritto di esporre in qualunque momento le sue tesi. Scrivendo la prefazione ad un libro di quest’ultimo, in cui fra l’altro dichiara di non averlo neanche letto, Chomsky afferma che, per principio, Faurisson può esprimere qualunque idea. Io trovo questa posizione di Chomsky sbagliata e leggera; se non altro avrebbe dovuto leggere il libro. Battersi per il principio secondo cui chiunque, e dovunque, possa esprimere qualunque tesi non mi pare responsabile. Per citare un altro caso che tocca la libertà di stampa, io non sono per l’esposizione della pornografia dovunque e comunque a chiunque. Per esempio, non credo giusto esporre ai bambini immagini pornografiche di carattere sadico. Non sono per una libertà di stampa indiscriminata. Credo giusto che ci siano dei limiti, limiti che possono e debbono essere posti sulla base del contenuto di cui si tratta. Una menzogna può contenere un elemento intollerabile per molte persone, che possono essere state toccate nei loro rapporti familiari dallo sterminio o che, pur non avendo legami di parentela con persone uccise, possono trovare tutto questo insopportabile. Certo, questo pone problemi difficili e delicati. Chi deve decidere? Tuttavia il fatto che il problema sia difficile non toglie che la tesi della libertà di stampa indiscriminata non sia, a mio parere, giusta. C’è poi un problema non già di principio, ma di opportunità politica: come rispondere alla provocazione cercata da queste persone. Ho letto un’intervista di Miriam Mafai a Irving, un’intervista inquietante perché Mafai viene indicata come mezza ebrea e poi trova, tornando a casa, stampa neonazista nella buca delle lettere. Insomma, come dicevo, si cerca la provocazione. Allora, che cosa è meglio: farli parlare o non farli parlare? C’è infine un terzo problema, più circoscritto, ma delicato: quanto rilievo bisogna dare a queste figure, come rispon­dere a questo tipo di tesi? Credo che sia giusto dare loro un certo rilievo, perché queste tesi, nella situazione che s’è creata in Europa negli ul­timi anni, non sono patrimonio di alcuni pazzi squinternati, ma hanno un potenziale esplosivo di cui bisogna rendersi conto. Dopo l’89, cioè dopo la caduta del comunismo nei paesi dell’Est, ... [ continua ]

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archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
Intervista a Anna Sabatini Scalmati.

Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







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