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Dopo dieci anni di assistenza domiciliare a pazienti oncologici, la decisione, difficile ma obbligata, di aprire un hospice che fosse innanzitutto un posto bello, e senza dolore. L’importanza di un accompagnamento che può essere anche silenzioso. Intervista a Anna Mancini Rizzotti, Erika Da Frè, Luz Osorio, Francesca Piasere.
 

Testamento
di vita

Un tema, quello dell’eutanasia, che continua a essere approcciato impropriamente. Welby poteva chiedere il distacco della spina, ma non la sedazione. Le speranze riposte nella nuova legislatura. ll caso, anomalo, della Svizzera, che considera reato l’eutanasia, ma ammette il suicidio assistito. L’ipocrisia di non voler vedere come tante decisioni vengono già prese quotidianamente nei reparti. Intervista a Paolo Vegetti.
di vita e di morte

UNA CITTÀ n. 144 / 2007 Dicembre-Gennaio

Intervista a Paolo Vegetti
realizzata da Paola Sabbatani

TESTAMENTO DI VITA
Un tema, quello dell’eutanasia, che continua a essere approcciato impropriamente. Welby poteva chiedere il distacco della spina, ma non la sedazione. Le speranze riposte nella nuova legislatura. ll caso, anomalo, della Svizzera, che considera reato l’eutanasia, ma ammette il suicidio assistito. L’ipocrisia di non voler vedere come tante decisioni vengono già prese quotidianamente nei reparti. Intervista a Paolo Vegetti.

Paolo Vegetti è membro di Libera Uscita (www. liberauscita. it) , un’associazione laica che si propone di promuovere il dibattito sulla dignità della vita e della morte e sulla possibilità dell’individuo di scegliere in piena responsabilità, in presenza di certe condizioni -come ad esempio una malattia insostenibile- se intende o no continuare a vivere. L’obiettivo è poter arrivare anche in Italia, come già accaduto in altri paesi europei ed extraeuropei, all’approvazione di una legge che depenalizzi il ricorso all’eutanasia. A questi fini è stata promossa la presentazione, da parte di parlamentari sensibili a questi temi, di due proposte di legge, una riguardante appunto la depenalizzazione dell’eutanasia, l’altra la legalizzazione del testamento biologico. Il tema dell’eutanasia, anche alla luce degli ultimi casi di cronaca, è tornato di grande attualità. Potrebbe darci un quadro generale della situazione? In effetti in questi ultimi tempi il dibattito sull’eutanasia è divenuto di grande attualità in tutto il mondo occidentale ed anche in Italia. Il dramma di Piergiorgio Welby ha dimostrato a tutti, penso proprio al di là delle proprie idee, che nel nostro sistema c’ è qualcosa che non funziona. Posso testimoniare di persona che questo tema, fino a 10-15 anni fa relegato a discussioni tra piccole minoranze, ora è un argomento di ampio dibattito. Basti pensare che un notissimo giornalista, Corrado Augias, socio onorario dell’associazione Libera Uscita, tiene quasi una rubrica sull’argomento su uno dei più diffusi quotidiani italiani. I sondaggi rivelano che la maggioranza degli italiani è sostanzialmente favorevole: non ultima un’indagine Eurisko, commissionata dalla Chiesa Valdese, la più aperta a queste problematiche, che dà una percentuale del 67% degli intervistati favorevole a qualche forma di eutanasia. Perché questo? Per due motivi. Il primo sta nella consapevolezza che la fine della vita può diventare -con molte più probabilità rispetto ai tempi passati- un lungo, doloroso e tragico percorso verso la morte. Quella che la Chiesa si ostina a chiamare “fine naturale” sta diventando, anche proprio per effetto di alcuni aspetti collaterali dei continui progressi della medicina, sempre meno naturale, compromettendo in modo decisivo la qualità della vita stessa. Il secondo motivo è da ricercarsi in una convinzione che va sempre più radicandosi nella cultura del nostro tempo: quella del valore della qualità della vita e non della vita in sé; chi è convinto di questo dà più valore alla cosiddetta vita “biografica” più che a quella biologica, fino a riconoscere che oltre un certo grado di dolore, di mancanza di prospettive future, di impossibilità ad adempiere alle attività e funzioni minime o anche di perdita delle facoltà mentali (si pensi all’Alzheimer o alla demenza senile) , la vita non vale più la pena di essere vissuta. Il tutto in un quadro di principi che vede nell’individuo il soggetto unico dei diritti sulla propria vita. Questa è, molto in sintesi, l’eutanasia così come oggi la vedono coloro che la sostengono, il frutto, quindi, di una cultura e di una situazione storica. Questo il quadro sociale e culturale. Volendo affrontare anche il quadro politico, devo dire che non è molto incoraggiante, purtroppo. Le posizioni irrigidite su principi astratti della Chiesa rendono i progressi molto problematici, soprattutto in un paese come l’Italia. E’ inoltre mia impressione che, sui temi dell’eutanasia, del suicidio assistito, del testamento biologico, ed anche dell’accanimento terapeutico, si parli molto spesso in modo improprio, anche da parte di coloro che sono deputati a emanare leggi in materia. Oggi si parla molto di testamento biologico e se ne parla sempre mettendolo in contrapposizione con l’eutanasia. In più occasioni il nostro Ministro della Salute ha fatto dichiarazioni di questo tipo: ... [ continua ]

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La signora schiavo

Perché può essere accanimento terapeutico anche l’alimentazione forzata. L’inequivocabile morte corticale. Il principio di autonomia che non contraddice quello di beneficenza, anzi. L’impreparazione dei medici a parlare di diagnosi infauste. Il diritto inalienabile a decidere di sé. L’eutanasia non pone affatto fine alla vita, ma a un’agonia che ormai non ha più nulla di naturale. Intervista a Valerio Pocar.

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La mortalità infantile dipende, paradossalmente, dalle nuove possibilità di sopravvivenza dei nati molto prematuri e sotto peso. Il gravissimo problema etico del fatto che la soglia di sopravvivenza del bambino supera ormai di una settimana il periodo massimo indicato dalla legge per definire l’aborto. L’assurdità di una terapia intensiva, sempre e comunque aggressiva. Le prime incubatrici, fenomeno da baraccone. Intervista a Marcello Orzalesi.
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I risvolti psicologici dei trapianti. Il senso di onnipotenza del primo periodo e la disillusione per la perdurante dipendenza sanitaria. Il trapiantato considerato invalido sul lavoro. Un organo che può diventare persecutorio. Il senso di colpa verso il donatore morto. L’angoscia del rianimatore che deve avanzare la richiesta ai familiari. Intervista a Giampietro Rupolo.




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