Carlo A. Defanti è direttore dell’Unità operativa di Neurologia dell’Ospedale Niguarda di Milano, membro del comitato editoriale della Rivista di Neurobiologia, ha pubblicato, tra l’altro Vivo o morto. La storia della morte nella medicina moderna, Zadig, 1999.

Lei si è interessato, come medico e neurologo, di storia della morte, e in particolare delle tematiche relative al suo accertamento. Cosa l’ha spinta?
L’accertamento della morte è una questione che si pone a partire dalla nascita della medicina scientifica moderna, che si fa risalire alla seconda metà del 1500. A studiarla mi ha spinto il mio incontro, in qualità di neurologo, con la cosiddetta morte cerebrale. In base alla legge italiana la morte cerebrale viene accertata da una commissione composta da tre medici, un neurologo, un rianimatore e un medico legale. Di fatto, però, il suo riconoscimento spetta al neurologo, sia in base all’esame clinico che all’elettroencefalogramma, il cosiddetto elettroencefalogramma “piatto” - espressione che ormai è entrata nel linguaggio comune, e che invece in medicina non si usa, preferendo utilizzare “elettroencefalogramma isoelettrico”.
Questo evento, di per sé non particolarmente difficile né complicato da riconoscere, mi ha fatto nascere una serie di interrogativi: perché definirla morte, se è così diversa dalla morte a cui eravamo abituati in passato? E’ infatti in qualche modo una morte “dissociata”, perché ciò che è morto è soltanto il sistema nervoso, il cervello, mentre il sangue continua a circolare ed è presente la respirazione, non spontanea, ma assistita.
Allora ho cominciato a riflettere e mi sono reso conto che la decisione di chiamare “morte” quello stato particolare in cui versano le persone colpite da una gravissima lesione cerebrale (quando non c’è più nessuna attività cerebrale ma si viene ugualmente tenuti in vita biologica in un reparto di terapia assistita) non è dovuta a una scoperta o a un avanzamento della medicina. E’ una decisione, in ultima analisi, di ordine morale.
I primi interrogativi hanno cominciato a porsi già intorno alla metà degli anni ’50, contemporaneamente allo sviluppo delle tecniche di rianimazione: quando i rianimatori cercavano di far rivivere le persone con gravi lesioni al cervello, ogni tanto, fortunatamente, ci riuscivano, a volte invece andavano incontro a un fallimento “parziale”, per così dire, riuscendo a mantenere in vita biologica l’organismo ma non il cervello. Da lì, inevitabile, la domanda che hanno cominciato a porsi i rianimatori: che senso aveva continuare a mantenere le funzioni vitali in organismi che non avrebbero mai più ripreso coscienza né alcuna attività cerebrale?
Comunque tra la nascita storica di questi primi dubbi, di queste prime domande, e la decisione di chiamare morte questo stato sono passati più di dieci anni. La sua prima descrizione, nella letteratura medica internazionale, risale al ’59 ed è opera di autori francesi. Mentre la prima proposta -sempre tratta dalla letteratura medica internazionale- di definirla “morte” è del 1968, cioè nove anni dopo, ed è un articolo di autori americani. Nel frattempo è intercorsa una decina d’anni di convegni, seminari, discussioni, in cui le domande ricorrenti erano: “Cosa ne facciamo di questi soggetti? Cosa sono? Come chiamare questo stato?”. I primi autori francesi, infatti, non l’avevano definito morte ma “comà dépassè”, cioè coma oltrepassato, ovvero uno stato che andava al di là del coma. La morte, fino a quel momento, era stata un’altra cosa, era la morte del corpo vera e propria, al centro della cui diagnosi c’era l’arresto cardiocircolatorio, mentre l’arresto dell’attività cerebrale veniva di conseguenza.
Quindi con la rianimazione noi abbiamo creato una condizione nuova, siamo stati in grado di sostituire la funzione cardiorespiratoria ma non quella cerebrale.
Proprio così. E a quel punto ci si è dovuti chiedere cosa fare. Perché fino a quel momento, fintanto che una persona era viva, c’era il dovere di continuare ad assisterla, ma a quel punto ci si è cominciati a chiedere che senso avesse. E si sono presentate due possibili opzioni. La prima consisteva nel considerare quelle persone ancora vive, prendendo atto, però, nel contempo, della gravità e della irreversibilità della lesione cerebrale, e quindi decidendo che non aveva più senso continuare ad assisterle. Perciò, pur senza definirli morti, lasciarli morire sospendendo l’assistenza.
La medicina, però, non se l’è sentita di fare questo passo p ...[continua]

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