Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

"Il giornalismo al tempo dei supporti digitali": i file audio del convegno
Il 7 maggio scorso a Coriano si è svolto un incontro sul giornalismo (e i "giornalismi") di fronte alle nuove sfide date dalla Rete e dalla quantità di supporti e mezzi che si stanno facendo avanti, sia per coloro che si occupano di informazione, sia per coloro che ne fruiscono. Qui gli audio, il video e alcune interviste ai partecipanti.

Vent'anni
e 2000 interviste


La tre giorni di dibattiti, presentazione libri e concerti che si sono tenuti a Forlì per celebrare i vent'anni di Una città.

Qui i video, le foto e gli audio degli interventi.

La casa del bigotto
Religione come guida nella vita quotidiana, saggezza popolare, iniziativa individuale, valori della comunità e nazionalismo, astio verso il welfare e l’assistenza ai poveri, quindi ai neri, verso le grandi banche e i costumi cosmopoliti... Una realtà fuori controllo del Partito repubblicano. Intervento di Stephen Eric Bronner.
La politica americana viene generalmente vista come non ideologica e pragmatica. Qualche volta tende a sinistra, altre volte a destra, ma il pendolo sembra sempre ritornare a quello che lo storico liberale Arthur Schlesinger definiva "il centro vitale”. Eppure è innegabile che i movimenti di estrema destra siano stati una costante. Le istituzioni politiche americane possono minimizzare le prospettive di conquista del potere da parte di partiti politici connotati ideologicamente, ma i movimenti reazionari di massa hanno messo sotto pressione l’apparato elettorale e hanno avvelenato l’atmosfera culturale della nazione sin dalla sua nascita. Il bigotto si è sempre sentito a casa. Gli è stato dato il benvenuto dai "nativisti” xenofobi ("know nothings”) del 1840, dal Ku Klux Klan, dagli "America Firsters” anti-interventisti durante la seconda guerra mondiale che spesso preferivano Hitler a Franklin Delano Roosevelt, dai partigiani di Joseph McCarthy, dalla John Birch Society così come dalla maggioranza "silenziosa” degli anni 60 e dalla maggioranza "morale” degli anni 80.


Newsletter domande


"Domande" è la newsletter (quasi) quindicinale di Una città
.

Cos'è il diritto all'oblio?

Guido Scorza è avvocato e dottore di ricerca in Informatica giuridica e Diritto delle nuove tecnologie. Scrive, tra gli altri, per L’Espresso, Wired.it e Punto Informatico. Qui il suo blog.




Andrew Arato ripercorre le tappe che hanno portato l'Ungheria alla situazione attuale: dal fallimento del processo costituzionale negli anni 90, anche a causa dell'irresponsabilità dei socialisti, all'entrata in scena del partito Fidesz.

Per iscriversi a "Domande" utilizzare il menù "newsletter" sulla homepage del sito.
cosa sta succedendo

Intervista a Carlo Giunchi sul restauro della Rocca delle Caminate


  
UNA CITTÀ n. 136 / 2006 Febbraio

Intervista a Carlo Giunchi
realizzata da Gianni Saporetti

TURISMO NERO

Carlo Giunchi, operatore culturale, vive a Forlì.

L’amministrazione della Provincia di Forlì, che pure è di centrosinistra, aveva preparato un progetto per il recupero della Rocca delle Caminate, residenza estiva di Benito Mussolini, che chiamare ambiguo è poco e che, per fortuna, ora sembra bloccato dopo che una tua lettera ai giornali ha fatto scoppiare “il caso” anche a livello nazionale (hanno preso posizione, fra gli altri,Vittorio Emiliani, Nicola Tranfaglia, Pierluigi Cervellati, Desideria Pasolini Dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra). A leggere il documento preparatorio del progetto c’è da inorridire. Si legge: “Su questo spazio dimenticato dalla storia Mussolini ha costruito la sua tradizione. Se il movimento ha rimesso in cammino un ‘popol morto’ nessuna immagine meglio del palazzo merlato edificato vivis fundamentis la luce del cui faro tricolore diffonde nella notte romagnola, sembra riassumere nella sua terra la sua capacità di guida, la modernità del suo richiamo e insieme il progetto di far risorgere antiche e gloriose tradizioni nazionali”. Un progetto che non può destare il sospetto di avere come scopo, “ignobile” e quindi non dichiarabile, quello di intercettare il turismo nero che a Predappio è ormai una realtà. Ma intanto puoi farci la storia di questa Rocca?
Sì, partiamo dalla storia. La Rocca delle Caminate sorge sui resti di un antico castello medievale che venne distrutto dal terremoto del 1870.
A metà degli anni Venti venne acquistata dalla Federazione fascista di Forlì, e venne iniziato un lavoro che chiamare di restauro è improprio: la rocca venne di fatto ricostruita, e con una tipologia architettonica di basso profilo, con la soprintendenza dell’epoca, cioè del Ministero. Le spese vennero coperte da una sottoscrizione organizzata dalla federazione fascista di Forlì e, nel 1927, la rocca venne donata alla famiglia Mussolini, che la utilizzò sempre come residenza estiva, anche per incontri di livello politico e istituzionale. Fino all’8 Settembre, quando vi si insediò la prima riunione del Consiglio dei Ministri della Repubblica Sociale Italiana.
In quei mesi la rocca divenne una sede di attività dei militari della Repubblica di Salò, alle quali in più occasione parteciparono -si dice- elementi della Gestapo. Durante questo periodo la rocca fu testimone di episodi particolarmente efferati come la tortura e l’assassinio di Antonio Carini, comandante partigiano, il cui corpo fu poi gettato giù dal ponte dei Veneziani di Meldola, dove successivamente venne ritrovato, addirittura con la testa maciullata da una pietra. La rocca poi fu liberata dalle forze partigiane poco prima della Liberazione di Forlì.
A questo proposito val la pena di ricordare le parole scritte da Giorgio Spini, grande storico appena scomparso, che fece un sopralluogo alla Rocca delle Caminate assieme alle truppe inglesi, alla ricerca di documenti: “Dappertutto si camminava su uno strato alto una trentina di centimetri, parte di fotografie del duce e parte di cianfrusaglie varie, di un cattivo gusto incredibile, esaltanti anch’esse il duce e le sue imprese. Mai in vita mia avevo visto qualcosa di altrettanto platealmente cafone, squallido e beota. E anche oggi confesso di non essere riuscito a capire come facesse Mussolini a vivere circondato da fasci di proprie fotografie come un’attricetta del varietà e da quintali di robaccia grottesca di quella specie. Tra quella marea di ciarpame che inondava completamente i pavimenti, non c’era nulla, assolutamente nulla, di quello che ci si potrebbe aspettare nella villa, non dirò di uno statista, ma di una persona di appena normale istruzione e di buon gusto”.
Nel dopoguerra cosa accadde? Fu confiscata?
No, non fu confiscata, rimase proprietà della famiglia Mussolini. Decisero di venderla nel 1962, anche perché ormai si trovava in uno stato di degrado e abbandono. Venne rilevata per 45 milioni di lire dall’ex Onmi (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia), che si impegnò a farne un centro di recupero per disabili (l’anno dopo, infatti, comprò anche l’attigua caserma dei carabinieri, con la stessa finalità).
L’Onmi però non riuscì a realizzare il centro per il quale si era impegnata e aprì la pratica per restituire la rocca alla famiglia Mussolini alla stessa cifra che aveva speso. A sua volta anche il ministero chiese la restituzione della vecchia caserma dei carabinieri, proprio a causa del disimpegno dell’ente. Le cose andarono per le lunghe, fino a quando, nel 1971, si fece avanti la Provincia di Forlì, proprio per evitare che tornando alla famiglia Mussolini, l’edificio diventasse, per la destra, oggetto di una manovra speculativa a fini propagandistici. Infatti già allora c’era il fenomeno dei pellegrinaggi alla tomba di Predappio con fermata al ristorante vicino alla rocca di cui donna Rachele Mussolini era proprietaria. Il 1971 tra l’altro, è l’anno della grande mobilitazione popolare proprio contro i pellegrinaggi fascisti.
La Provincia, a sua volta, decise che l’edificio avrebbe dovuto essere destinato, testuali parole, “a finalità di interesse sociale che saranno poi realizzate nel quadro delle attività del settore assistenziale della provincia e per pubblica utilità”. Quindi la Provincia motivò questo suo acquisto invocando una sorta di prelazione non formale con una finalità di carattere sociale. L’operazione venne effettuata e approvata anche dal Ministero della Sanità (sotto la cui giurisdizione cadeva l’Onmi, il precedente proprietario), che tra l’altro non aveva approvato la delibera di restituzione della rocca alla famiglia Mussolini.
Lì poi cosa successe?
Dopo l’acquisto, la Provincia cominciò a pensare a cosa farne, prestando particolare attenzione al rischio che la destinazione potesse prestarsi a strumentalizzazioni da parte dell’estrema destra, dei fascisti o dei nostalgici. Teniamo presente che la Provincia ha sempre avuto a cuore le tematiche dell’antifascismo, è stata, tra gli altri, uno dei promotori dell’Istituto Storico della Resistenza, ha fatto sempre molte iniziative sulla memoria, sull’eccidio di Tavolicci, su Ca’ Cornio, la località dove venne catturato Corbari con la sua banda, ha prodotto un’infinità di pubblicazioni.
Però l’edificio rimase a lungo in disuso. In diverse occasioni la Provincia portò avanti il progetto di un centro che avesse a che fare con le tematiche ambientali e la storia naturale e paesaggistica del territorio romagnolo, questo anche in virtù della interessante collocazione paesaggistica della rocca, ma il progetto rimase sulla carta.
Contemporaneamente, sempre con lo stesso spirito, l’area esterna della rocca e l’adiacente caserma furono, e sono tutt’ora, date in gestione agli Scout dell’Agesci che hanno creato un centro di educazione ambientale e hanno allestito una sorta di foresteria, nel rispetto dell’ambiente naturale circostante.
Nel 2003-2004 il tema della valorizzazione dell’area viene ulteriormente ripreso, nell’ambito di un protocollo tra la Provincia di Forlì, l’Istituto dei Beni Culturali della Regione e il museo di storia naturale di Verona, dove è ora collocato il museo Zangheri di Forlì -un patrimonio eccezionale, depositato appunto fuori regione- che ipotizza un graduale ritorno di tale patrimonio a Forlì, e la sua possibile collocazione dentro la rocca.
Va detto che fino ad oggi, tutti questi tentativi progettuali hanno sempre seguito prassi e criteri assolutamente istituzionali, con tanto di nomina di commissioni di esperti, approvazione di linee di indirizzo, ecc.
Fino ad ora…
Esatto. Fino al 2005, quando improvvisamente si scopre che un gruppo ristretto di persone, sotto la spinta fortissima del Comune di Predappio, è interessato a costruire un’enoteca all’interno della rocca. Si badi bene che amministrativamente la rocca è dentro i confini del comune di Meldola ed è di proprietà della Provincia, quindi l’unico legame col comune di Predappio è di natura puramente ideologica. Tanto che, per fare un esempio, in caso di vendita, secondo il decreto legislativo che riporta il “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, la prelazione verrebbe esercitata in primis dallo Stato e, in caso di rinuncia, dalla Regione, dalla Provincia e infine dal Comune di Meldola, ma in nessun caso il Comune di Predappio verrebbe coinvolto.
Ciononostante, la nuova amministrazione comunale di Predappio ha avviato una grande opera di insistenza incentrata sull’idea di un’enoteca e di un centro di promozione di prodotti tipici, in collaborazione coi produttori locali di vino, salami e prosciutti. Il gruppo che ha elaborato il progetto è composto in parte dagli amministratori di Predappio e in parte dagli amministratori della Provincia, ma, si badi bene, non tanto, oppure molto marginalmente, da chi si occupa di progettazione culturale, quanto soprattutto da chi si occupa di agricoltura e affini. C’è da dire che forse la “finalità di interesse sociale” alla base dell’acquisto dell’edificio era vissuta come limitante e anche contraddittoria, altre volte ad esempio si sono fatte rientrare in tali finalità destinazioni d’uso di carattere culturale, ma mai ci si era spinti su un versante così commerciale. Allora, forse, consapevoli della limitatezza del progetto dei prodotti tipici della Romagna, gli amministratori hanno voluto creare, per la rocca, un “contenitore culturale”. E qui però nasce il disastro.
Perché?
Io credo che se si fosse fatta una corretta operazione di carattere storico, con le dovute discriminanti -proposta di cui si era parlato in passato- ad esempio per la casa natale di Mussolini e per molti altri edifici di Predappio (perché esiste il problema del legame tra queste strutture architettoniche e le vicende del fascismo) l’operazione si sarebbe inevitabilmente contrapposta al pubblico dei nostalgici. Sarebbe stato come dirgli: “Venite a vedere un museo sulla storia della guerra di liberazione”.
Allora la trovata qual è stata? Un’iniziativa di carattere culturale così annacquata, così priva di un dorso culturale, che si potesse prestare a mille ambiguità. E l’idea è stata quella di un museo sull’idea di Romagna, incentrata fondamentalmente sulla valorizzazione dei personaggi romagnoli famosi, una sorta di rilettura della Romagna non attraverso le sue vicende storiche o le caratteristiche ambientali, ma tramite i suoi personaggi. E chiarendo fin dall’inizio sulla stampa che per personaggi si intendevano i letterati, gli scienziati, i politici, ecc., quindi Giovanni Pascoli accanto a Benito Mussolini (inteso quindi come grande personaggio della Romagna), Fellini e Secondo Casadei (quello del liscio).
Un’accozzaglia incredibile. Teniamo presente, fra l’altro, che alcuni di questi personaggi famosi hanno già delle rispettabilissime fondazioni che li valorizzano. Tanto per fare nomi, la Fondazione Fellini, la Fondazione Artusi (in via di costituzione), quella di Pascoli, ecc. E a che scopo fare una tale accozzaglia se non per trovare un’idea indistinta, in grado di non urtare i nostalgici che frequentano Predappio e individuano in quel territorio e in quell’edificio un loro mito? Sono girate anche le voci più strane, si è sentito dire, ad esempio, che la camera di Mussolini sarebbe stata allestita in modo tale da dare, a chi lo desideri, la possibilità di alloggiarvi, dietro pagamento, ovviamente, di cifre astronomiche. Si è parlato di mille euro a notte. Perché lì ovviamente il pellegrinaggio non è mai cessato. Un consigliere comunale, parente del custode, poco tempo fa mi ha raccontato dell’arrivo di macchinoni, addirittura con autista, di gente che voleva entrare per poter dare un’occhiata. Gli scout stessi hanno segnalato più volte nella zona la presenza di pullman.
Dunque, di fronte a questa crescita del pellegrinaggio fascista, le soluzioni sono due: o si fa un progetto culturale forte oppure ci si espone a qualunque strumentalizzazione.
Certo, non dobbiamo per forza fare alla Rocca delle Caminate un museo sulla lotta di Liberazione, però almeno un progetto che con quel tipo di utenza sappia fissare delle discriminanti. La sensazione che si è avuta, invece, è che questo tipo di progetto fosse proprio finalizzato, anche se non dichiarato ufficialmente, ad intercettare quel tipo di utenza, che costituisce una risorsa economica rilevante. L’insistenza del Comune di Predappio e la genericità dell’iniziativa si prestano al sospetto.
Fra l’altro il progetto, se da una parte carica di valore simbolico la rocca come palazzo di Mussolini, dall’altra non dice niente sulla tortura che è stata praticata lì dentro.
Infatti, questo è il sintomo più grave della patologia del progetto. E’ assurdo che uno voglia tener presente il valore simbolico di una struttura, e poi, però, lo faccia parzialmente. Devi quantomeno tener presente “tutto” il suo valore simbolico.
Racconto un episodio: nel 2003 la precedente amministrazione provinciale decise di porre una lapide sulla rocca proprio per ricordare i partigiani torturati, lapide che recitava: “Dietro le mura di questa rocca, durate i venti mesi di terrore nazifascista, spiriti nobili resistettero con coraggio a torturatori e carnefici, offrendo la loro vita per un’Italia libera”. La lapide venne preparata ma rimase inutilizzata nei magazzini perché la Soprintendenza tardava a dare il nulla osta per l’affissione. Al che naturalmente si scatenò Alleanza Nazionale, a colpi di “soldi pubblici spesi inutilmente, soldi sprecati per le lapidi”, ecc. Ebbene, subito dopo le polemiche, la Provincia l’ha fatta installare in fretta e furia. Val la pena di citare cosa scrivono i giudici della Cassazione a proposito delle torture alla Rocca: “…il partigiano comandante politico, Antonio Carini chiamato Orso, venne arrestato... e tradotto alla Rocca delle Caminate, ed ivi martoriato per cinque giorni per strappargli indicazioni sul conto di una brigata partigiana che in quei giorni aveva concorso all’eccidio commesso a Galeata nelle persone di otto militi e di due carabinieri. L’indomani, il 10 marzo, a Cusercoli, il sergente Livio Giunchi trasse in arresto Secondo Tartagni (...). Anche Tartagni fu tradotto alla Rocca delle Caminate e posto subito davanti ad un plotone di esecuzione. Ma intervenne il Magnati e disse che egli ‘doveva cantare’. Ordinò poi di andare a prendere il ‘cadavere vivente’. Fu introdotto, sostenuto per le spalle, un uomo rantolante col capo chino sul petto, un occhio tumefatto, le labbra spaccate, senza scarpe. (...) Tartagni ebbe così l’occasione di vedere l’Orso che gli passava vicino quando lo trasportavano alla latrina: era in condizioni fisiche allarmanti, non aveva più denti, esalava fetore di putrefazione... Nella notte del 14 marzo Orso fu fatto scomparire. Dichiara Magnati di aver dato ordine al sergente Livio Giunchi di consegnarlo al presidio germanico di Galeata per la fucilazione. L’autocarro partì recando a bordo con Carini, Giunchi, Albonetti, Zanotti ed altri due. L’autocarro si fermò nei pressi del ponte ed il teste Domenico Fabbri, nascosto sotto il ponte, udì dei lamenti e delle percosse. Furono poi rilevate macchie di sangue sulla strada e sul ponte. Il cadavere venne gettato dal ponte. Trascinato dalle acque per 600 metri…”.
Tornando un attimo indietro, tu sottolineavi anche l’ambiguità del documento laddove si parla a sproposito di popolo romagnolo che avrebbe donato la Rocca a Mussolini…
Sì, in realtà a pagare i lavori fu una sottoscrizione promossa dalla Federazione fascista, all’epoca proprietaria dell’immobile. Dopodiché la Federazione donò la rocca restaurata a Mussolini. Non fu quindi il popolo a donare la rocca; al limite potremmo dire che donò i lavoro di restauro, di un bene comunque già esistente.
Ma sono altri i punti in cui il documento lega territorio e fascismo in un modo perlomeno ambiguo. In un altro punto vi si legge: “In posizione strategica, a 300 metri sul livello del mare, pare destinata a riassumere il destino fascista dell’intera area forlivese. Come dimostrano peraltro da un lato l’inaugurazione, il 30 ottobre del 1927, di un faro elettrico ‘della intensità di 8.000 candele che proietta i fari luminosi ad una distanza di 62 Km’ -quando Mussolini arrivava qui accendeva questo faro tricolore e lo vedevano dappertutto- dall’altro, la raccolta, all’interno del maniero, dei ‘ricchi doni personali e cimeli del Fascismo che ne farebbero -osservava una guida dei tardi anni Venti- il più interessante Museo di questo nostro periodo nazionale’. Né predappiese, né meldolese, né forlivese, la rocca acquisisce il valore di spazio prettamente simbolico totalmente ed esclusivamente fascista. Non ci sono memorie personali, né storie recenti che si intreccino col genius loci rivisitato dall’architetto Corsini; né sopravvivono vestigia riconoscibili di quella che negli anni Venti appare un’età tramontata. Su questo spazio, dimenticato dalla storia, Mussolini ha costruito la sua tradizione”.
E’, come dire, una lettura deduttiva: siccome lì c’è stato Mussolini, e Mussolini voleva dare quel valore alla rocca, automaticamente la rocca viene ad incarnarlo. E noi cosa facciamo? Su quello che voleva fare Mussolini, costruiamo un museo, riconoscendo così il valore di quell’operazione.
Quando invece si scopre che storicamente la metà delle architetture di Predappio vennero realizzata tra grandi polemiche perché da un urbanista all’altro ci si scontrava su cosa fosse più emblematico per Mussolini, ed erano tutte operazioni, tra l’altro, interamente contro Predappio. Era come mettere sopra Predappio un cappello che ai predappiesi, di forte tradizione socialista, non è mai piaciuto.
Emiliani, nel suo articolo, fa riferimento anche all’ultimo sindaco socialista prefascista di Predappio, Ciro Farneti, morto nel ’25 a causa delle percosse squadriste, il cui ottantesimo anniversario non è stato nemmeno commemorato. Quindi qui passa proprio una linea culturale che utilizza le tematiche comunicative del fascismo, facendole proprie e mettendole assieme a tante altre cose che c’entrano poco. E non legandole per nulla, invece, alle tematiche comunicative della Resistenza, che, al contrario, in questo documento viene totalmente cancellata. D’altra parte, dire che alla Rocca è stata torturata e ammazzata della gente, toglierebbe quel taglio festoso al progetto, fatto di sangiovese, piadina e personaggi famosi.
Ma secondo il progetto dentro la rocca avrebbero trovato posto anche cimeli del fascismo?
No, i cimeli non ci sono più, li ha mantenuti la famiglia e l’edificio è vuoto. Ci mancherebbe che ci portassero anche i cimeli! Sarebbe un museo fascista. No, questa è un’operazione tutta a base di filmati e pannelli illustrativi, dove ci sarà Giovanni Pascoli con qualche cenno biografico e qualche filmato dell’epoca, e magari qualcosa di visivo su Mussolini.
Proviamo a immaginare un museo fatto così: i nostalgici che arrivano, il museo dell’idea di Romagna, se lo guardano, e in più hanno l’enoteca, il vino la piadina, fanno bisboccia, fanno baracca… Che dietro ci sia solo un’operazione economica volta a intercettare il turismo fascista, è un sospetto campato per aria? Chi altri potrebbe andare in un posto del genere? Qualcuno pensa che noi da Forlì ci muoveremo per visitare un museo sull’idea di Romagna fatto con quattro poster? Quando magari non abbiamo mai nemmeno visto tutti i musei di Forlì? No, ci andranno i nostalgici. E cosa vorranno vedere? Dov’era la stanza di Mussolini, dov’era il salone degli statisti di Salò, cose del genere che infatti rimarranno intatte.
In fondo, di intercettare questo tipo di “turismo”, a Predappio se ne parla da anni.
E ci sono riusciti, con i megastore dove si vendono i bicchieri con i simboli di Alleanza Nazionale insieme ai busti di Mussolini e Hitler, ai Protocolli dei Savi di Sion, il tutto alla faccia dei pellegrinaggi in Israele di Fini, che d’altra parte, prima di essere folgorato sulla via del governo, veniva a rendere omaggio al “più grande uomo politico del 900”…
Sì, il turismo nero a Predappio è diventato una cosa importante, girano soldi grossi. Ci sono svariati negozi di gadget e cimeli, due megastore, più tutto l’indotto che ci vive intorno, i ristoranti, i bar, ecc. E’ ovvio che quanto prefigurato da questo progetto è il massimo: andiamo a mangiare dentro il castello di Mussolini.
Se pensiamo alla ragione per cui la Provincia comprò la rocca, per impedire strumentalizzazioni fasciste! Esattamente l’opposto di quanto sta avvenendo ora. Oggi la restauriamo proprio per facilitarle.
Ora questa nuova generazione di amministratori ha dato un colpo di spugna a tutto quello che è stato fatto in passato, come ente ha perso qualunque interesse verso la tradizione antifascista.
Anche il caso di Riccione è significativo: la villa di Mussolini viene restaurata non certo, in quel caso, per richiamare del turismo nero, ma perché “va così”, si invita Romano Mussolini, si mettono in mostra foto della Riccione di allora, ma non si dice una parola su un’altra villa, a fianco di quella Mussolini, la villa dei Matatia. La “pressione” su di loro fu talmente forte che furono costretti a vendere per quattro soldi, poiché Mussolini non poteva accettare di avere, di fianco alla sua, una villa di ebrei. La maggior parte dei componenti la famiglia Matatia morì ad Auschwitz. D’altra parte l’antifascismo sembra morto, si tenta di dar riconoscimenti a chi fucilò donne ebree come all’aeroporto di Forlì, i fascisti xenofobi di Forza Nuova sono in lista con la Casa della libertà…
Emiliani, nel suo articolo sul progetto di Rocca delle Caminate apparso recentemente sull’Unità, cita anche la recente trasmissione di Rete 4 dedicata ai grandi personaggi storici. Cinque puntate, cinque personaggi storici: la Madonna, Gesù, Madre Teresa di Calcutta, Gianni Agnelli e Benito Mussolini. Tutto il senso politico, più che culturale dell’episodio è proprio questo qui.
Visto che abbiamo citato Giorgio Spini, l’articolo che lo commemorava sul Manifesto citava altre sue parole riguardo al clima culturale di oggi: “Sembra quasi che la seconda guerra mondiale sia stata una rissa tra italiani, al termine della quale si possa dire che è venuto il momento di riconciliarsi e di stringersi la mano. La verità storica, invece, è che ... fu un’aggressione a dimensione planetaria, lanciata con fredda crudeltà...”.

  

archivio
Nella nube di Magellano

Gli esperimenti che si svolgono nei sotterranei del Gran Sasso, un ambiente ideale per i suoi mille metri di roccia a far da schermo e, anche, per la possibilità di arrivarci coi tir; i neutrini e l’ormai famosa differenza di 60 nanosecondi rispetto alla velocità della luce; l’attesa dell’esplosione di una supernova. Intervista a Marco Selvi.

Un male incurabile?

Altri 13.000 posti persi in Veneto, dopo i 53.000 del 2009; disoccupazione, male incurabile? Indurre l’obbligo a darsi da fare insieme all’introduzione del reddito di ultima istanza; l’importanza della settimana di vendemmia per tutti i giovani; il lusso, che non potrà durare, di una badante a testa. Intervista a Bruno Anastasia.

Tunisia: crisi, migrazioni e buon vicinato


A manifestare, in toga...

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Diciannove scompaiono

Una generazione che, nonostante sia meno numerosa, più istruita e flessibile e meno sindacalizzata, stenta a entrare nel mercato del lavoro; l’idea, sbagliata, che per fare spazio ai giovani ci si debba liberare dei vecchi; il problema del mismatch e di un’economia fondata sul basso costo del lavoro. Intervista a Bruno Contini.

La cultura del dato

Al 2007 gli operai erano cresciuti non calati; così come erano cresciute le piccole fabbriche a scapito delle grandi; la grave incomprensione a sinistra del cambiamento; la mancanza cronica di dati che affligge il nostro paese e vanifica ogni riforma; l’isolamento tragico di Marco Biagi. Intervista ad Aris Accornero.

Falso allarme?

Il problema della scelta di lanciare l’allarme in una situazione di incertezza insuperabile; l’influenza, malattia innocua a livello individuale, niente affatto statisticamente; il vaccino, rimedio necessariamente comunitario, oggi sotto attacco dei naturopati; il rischio della seconda ondata. Intervista a Fabrizio Pregliasco.

Il profilo personale

Il fallimento del passaggio dal vecchio collocamento meccanico a politiche del lavoro attive, attente alla necessaria personalizzazione dei percorsi; la mancata informatizzazione, una formazione del personale tradizionale, l’isolamento territoriale, le risorse date solo agli ammortizzatori passivi... Intervista a Concetto Maugeri.

Il calendario che non c'è

La consunzione di un calendario civico nazionale e di quello scolastico in un paese che non ha fatto i conti col passato; il giorno della memoria e la domanda decisiva, sempre elusa, su "come è potuto succedere”; il bisogno di memoria sintomo di solitudine, smarrimento; l’ideologia dell’autentico, comune a destra e sinistra. Intervista a David Bidussa.

Dillo alla Lega

In giro per le regioni rosse passate alla Lega, incontrando i vecchi ex Pci che vedono nel partito di Bossi l’ultimo di sinistra, ma anche i tanti giovani antisindacato e anticomunisti; il ruolo delle donne e l’incredibile capacità della Lega di mettere assieme giovani e vecchi in una sorta di 68 alla rovescia; intervista a Paolo Stefanini.

Partecipazione e innovazione

Il sistema adottato a Pomigliano, il Wcm, è solo un’evoluzione del toyotismo, e anche l’Ergo Uas ha più uno scopo ergonomico che di controllo; l’errore dei sindacati di non aver chiesto, in cambio di innegabili sacrifici, una maggiore partecipazione degli operai alla progettazione; i contratti "a menù”. Intervista a Luciano Pero.

No Tav o no Tir?

L’esempio di Francia e Svizzera che hanno risolto le stesse questioni in modo partecipato, efficace e soddisfacente per tutti; l’equivoco nominalistico della Tav, che non sarà alta velocità; il trasporto merci che oggi deve andare "in pianura”; una parte di ambientalismo sempre contrario a priori, comunque. Intervista a Mario Virano.

Quando l'indagato

Il disagio per un magistrato di dover indagare e accusare un appartenente alle forze dell’ordine; un codice Rocco, tuttora in vigore, che condannava la devastazione molto più aspramente delle lesioni volontarie; un lavoro fatto in solitudine, per far luce su cosa successe alla Diaz. Intervista a Francesco Cardona Albini.

A manifestare, in toga...

Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

Milano, Reggio Calabria

I fatti di Rosarno non si spiegano senza la ’ndrangheta e alcune direttive europee dagli effetti perversi; le infiltrazioni al Nord, in particolare a Milano, dove siamo ormai alla terza generazione di ‘ndranghetisti; il rapporto con la Chiesa, le ambigue iniziative del governo e la speranza nei giovani; intervista a Enzo Ciconte.


In casi estremi

Uno scenario aperto, dagli esiti ancora incerti, da cui potrebbero emergere anche paesi totalmente riconfigurati; i dubbi sul cosiddetto modello turco che, se per l’Egitto potrebbe rappresentare un miglioramento, in Turchia è invece in discussione; le probabili ricadute sul conflitto israelo-palestinese. Intervista a Andrew Arato.
Due centesimi di dollaro

L’esperienza in Tanzania e in Vietnam e la passione per i paesi in via di sviluppo, dove tanto si impara, proprio professionalmente; le malattie parassitarie, che basterebbe così poco per debellare, e l’indegno comportamento delle aziende farmaceutiche; un ricordo dell’amico Carlo Urbani. Intervista a Antonio Montresor.

La Francia e i Rom

La decisione del governo francese di espellere dal paese famiglie Rom e Sinti provenienti da Bulgaria, Ungheria e Romania e quindi cittadini a pieno titolo dell’Ue ha suscitato, oltre che la perplessità dei giuristi, una diffusa reazione di disapprovazione, se non addirittura di sdegno, da parte di una nutrita schiera di esponenti, laici e religiosi, della società civile europea. Intervento di Giulio Cavalli.


Un pomeriggio a Jaffa

In una giornata piovosa, l’incontro casuale, in un bar di Jaffa, con "il più grande calciatore palestinese della storia di tutti i tempi”, Rifaat Tourq, oggi impegnato con i bambini del quartiere Ajami, di Tel Aviv, dove da tempo è in corso un tentativo di espulsione dei palestinesi. Di Mariangela Gasparotto.
Rosa al Cairo

Dove potremmo trovare i giusti strumenti analitici? Forse un buon punto di partenza ci proviene da Rosa Luxemburg (1871-1919). Agli inizi della mia carriera avevo tradotto e curato la pubblicazione delle sue "Lettere” e una sua breve biografia, intitolata Rosa Luxemburg: A revolutionary of Our Times. Non posso fare a meno di pensare a Rosa, in questo momento: certo sarebbe rimasta intrigata da quanto sta accadendo in Medio Oriente.


Lo specchio del Paese

Imposta nata in Francia negli anni 50 e oggi diffusa in 140 Stati, l’Iva, nel nostro paese resta un elemento di debolezza anziché di forza; i crediti Iva illegittimi e il paradosso di uno scontrino che non è affatto fiscale; il videogames dei commercialisti sugli studi di settore chiamato "Gerico”. Intervista a Roberto Convenevole.

Meglio il perito

Cosa è servito prender la laurea? A trent’anni se resti senza lavoro per la crisi vedi che cercano periti, operai specializzati, neolaureati under 29, gente che sa usare il 3D... Intervista a Giaele Placuzzi.

Il riparatore

Il ricorso al nuovo potrebbe essere solo una parentesi nella storia dell’umanità; le nostre vite, anche se non ce ne rendiamo conto, sono piene di "riuso”, a partire dalla nostra casa; invertire una cultura che stigmatizza chi ricorre all’usato, riabilitando il valore, anche economico, della manutenzione; intervista a Guido Viale.

Se un fiume si chiama dragone

La gestione del rischio significa innanzitutto fare in modo che, quando si verifica il disastro, si debbano prendere il minimo delle decisioni; il dibattito sulla prevedibilità e l’importanza di creare una "protezione civile dal basso” perché l’improvvisazione è sempre deleteria; il caso de L’Aquila; intervista a Giuseppina Melchiorre.

Se non ci fossero state le badanti

Il disorientamento di tante famiglie costrette a diventare "datori di lavoro” di una badante. L’inquietante aumento delle vertenze, ma anche le tante storie di grande dedizione. L’assurdità di enfatizzare la domiciliarità mentre si lascia tutta l’assistenza a carico delle famiglie. Intervista a Alberto Bordignon e Cristina Ghiotto.




chiudi