Francesco Palazzo (francipalazzo@tiscali.it), tra i fondatori dell’Associazione Scuola di Formazione etico-politica Giovanni Falcone, della quale è attualmente Presidente, collaboratore de La Repubblica edizione di Palermo, vive a Palermo.

In che cosa consiste il vostro progetto?
Subito dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, dove persero la vita Falcone e Borsellino, abbiamo sentito l’esigenza di andare oltre il momento di comprensibile emotività, per cercare di costruire qualcosa capace di durare nel tempo. Purtroppo, in Italia, la lotta alla mafia è sempre stata contraddistinta -e ancora oggi lo è- dall’emergenzialismo: c’è una strage, un evento eclatante che colpisce l’opinione pubblica, allora lo Stato e la società civile reagiscono. Invece la mafia è un fenomeno storico di lunga durata e va affrontato con strumenti adeguati, che non possono essere improvvisati sull’onda dell’indignazione di un momento. Non è un caso che le leggi più efficaci, più dure, siano state votate dal Parlamento proprio all’indomani di ogni strage di mafia o di omicidi particolarmente eclatanti. Se si va a guardare, la corrispondenza è straordinaria. Perciò all’interno della Scuola abbiamo fatto la scelta di privilegiare il momento dell’approfondimento culturale del fenomeno ma non solo di esso, usando chiavi di lettura e approcci di volta in volta diversi, economico, politico, storico, etico, anche religioso talvolta. Siamo partiti dal presupposto che per un intervento capace non solo di combattere la mafia ma anche di migliorare la politica, per vivere da cittadini consapevoli, è necessario andare a fondo, non limitarsi al tipo d’approfondimento necessariamente superficiale, ma a volte colpevolmente tale, fornito dai giornali o dalla tv. Concretamente, dal 1992, anno di fondazione della Scuola, annualmente organizziamo quattro o cinque seminari residenziali a Palermo, ai quali invitiamo studiosi ed esperti a parlare di argomenti specifici. Sono seminari della durata di quattro-cinque incontri, strutturati in modo da avere, nella prima ora, l’introduzione del relatore, a cui segue una discussione di tutti partecipanti. L’idea di fondo è che tutti possiamo diventare padroni di materie che in genere vengono lasciate agli addetti ai lavori e che, perciò, sono oggetto di deleghe in bianco nei confronti delle istituzioni. I seminari, e le altre attività, si svolgono ogni giovedì dalle 17.30 alle 19.30. Da otto anni, poi, oltre ai seminari invernali, organizziamo anche un seminario estivo residenziale, negli ultimi anni l’abbiamo fatto sulle Madonie, delle montagne molto belle vicino Palermo, quest’anno siamo stati ad Erice. L’esperienza è incentrata sul tentativo di coniugare spiritualità laica e politica, per vedere se questi due termini, apparentemente così distanti e incomunicabili tra loro, possono invece essere conciliati. Un esempio: due anni fa ci siamo occupati di profezia e politica.
Inoltre, da cinque anni, il 22 maggio assegniamo la “Targa Falcone”, un riconoscimento che diamo a percorsi e progetti, personali, ma anche collettivi, che hanno la caratteristica di lavorare nella quotidianità, con continuità e costanza, evitando cioè clamori ed estemporaneità.
L’ultima, il 22 maggio 2005, l’abbiamo consegnata a Francesco Renda, insigne storico palermitano, professore emerito di storia moderna dell’Università di Palermo, di cui di recente è stata pubblicata una storia della Sicilia che va dalle origini ai giorni nostri.
Sottolineate molto l’esigenza della continuità, della quotidianità nel lavoro associativo.
Sì, è fondamentale, ma sarebbe ancora più importante il collegamento tra i vari attori sociali in campo. Nella settimana del 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, tutte le associazioni antimafia palermitane e siciliane organizzano qualcosa, eventi, attività, appuntamenti, ma tutto slegato, senza un momento di sintesi e unificazione. Ed è un problema che probabilmente non è limitato alla Sicilia ma riguarda tutta l’Italia. Recentemente, in un editoriale pubblicato da la Repubblica, ho proposto una vecchia idea, che a Palermo gira già da tanto tempo e che in alcune città italiane è già realtà: fare una “casa comune” dell’antimafia, in modo che le varie associazioni possano dialogare o quanto meno conoscersi, e le esperienze possano circolare, senza bisogno di aspettare il 23 maggio per presentare il lavoro fatto nel resto dell’anno.
Ma il vostro pubblico di riferimento è composto principalmente da adulti o ci sono anche dei giovani?
Il nostro target è costituito soprattutto da insegnanti, liberi professionisti, impiegati pubblici, esponenti del volontariato e dell’associazionismo. Fino a qualche anno fa veniva anche qualche studente, soprattutto perché davamo un attestato che poi valeva come credito formativo, però, in generale, non c’è mai stata una grande partecipazione giovanile. Abbiamo fatto incontri nelle scuole, anche fuori Palermo, ma non è comunque la nostra attività principale. Più volte ci siamo posti il problema, ma finora non siamo riusciti a far decollare nessun progetto in questo senso. Qualche anno fa avevamo pensato di avviare un contatto sistematico con una scuola in particolare, scelta questa dettata dall’esigenza di non disperdere le energie, abbiamo anche stipulato una convenzione, però devo dire che la cosa non è andata oltre la firma della convenzione stessa.
Ma perché è così difficile una lotta efficace alla mafia?
La mafia è un fenomeno storico di lungo corso, venuto alla luce con l’Unità d’Italia -qualche studioso afferma che già preesisteva, su questo c’è un dibattito in corso, però certamente dopo l’Unità d’Italia è emerso con forza- e nel corso del tempo ha subito delle mutazioni, adattandosi alle varie configurazioni sociali che si sono succedute, mantenendo però nel contempo un substrato che è rimasto sempre uguale a se stesso. C’è stata una mafia agraria in un periodo in cui la società era prevalentemente contadina, successivamente c’è stato l’assalto al cemento, poi è intervenuto il traffico di droga, oggi invece stiamo assistendo all’internazionalizzazione del fenomeno: la mafia agisce sui mercati finanziari. Ma non solo, gran parte del capitale illecito accumulato dalle mafie ha ormai preso la strada di attività legali, almeno in apparenza. Questo è un grande problema, perché in tal modo la ricchezza della mafia si confonde con il resto e tutto diventa più difficile. La mafia è cambiata anche dal 1992 ad oggi: dopo la strategia stragista del biennio 92/93 c’è stata la svolta. Adesso si parla di sommersione, di una mafia meno visibile, in qualche modo più tranquillizzante. In queste condizioni chi non vuol vedere non vede. Ma il nucleo forte della mafia siciliana, l’elemento che l’accompagna come una costante dal 1860 ad oggi, è la continua ricerca del rapporto col potere istituzionale, economico, imprenditoriale, istituzionale, partitico. Se non ci fosse questo rapporto non staremmo qui a parlare di mafia, al massimo parleremmo di criminalità organizzata, affrontabile con una semplice (o complessa) azione repressiva. Invece, ancora oggi, la mafia ha rapporti forti e radicati con la politica, i partiti e le istituzioni, come si può tranquillamente leggere sui giornali. C’è gente che pur avendo -o avendo avuto- rapporti con le cosche può rimanere a ricoprire anche incarichi istituzionali di rilievo. Ciò perché si persegue la responsabilità penale e si mette da parte quella politica. Ma sino a quando la lotta alla mafia non sarà lotta politica di massa, difficilmente faremo significativi passi in avanti. La mafia cerca sempre il rapporto con i rappresentanti istituzionali del momento, sia a livello locale che nazionale. Può avere un rapporto di connivenza e collusione con le istituzioni, ma può avere, nello stesso tempo, anche una rappresentanza diretta in Parlamento o negli enti locali, come è accaduto tante volte e come continua a ripetersi. Ovvio, quindi, che è proprio lì, a quel livello, che si deve intervenire se si vuole affrontare seriamente il fenomeno. Poi, naturalmente, la mafia agisce e interviene a tanti altri livelli, ma il rapporto con le istituzioni è quello principale, il livello più difficile da aggredire.
Ma in Sicilia di mafia se n’è sempre parlato o ti sembra che la lotta si sia intensificata negli ultimi vent’anni?
Di mafia si è sempre parlato, fin dall’Unità d’Italia, ed è stata spesso oggetto di scontro politico, specie nei primi venti-trent’anni dall’Unità. In particolare, il delitto Notarbartolo, avvenuto nel 1893, innescò un forte scontro politico e sociale a Palermo e nell’Italia intera. Ciò perché i processi che seguirono al delitto si svolsero in giro per l’Italia. Durante il fascismo, col prefetto Mori, la lotta alla mafia assunse un significato politico. In seguito, nel periodo repubblicano la mafia è riuscita ad infiltrarsi nelle istituzioni democratiche. Quindi l’adesione alla cultura mafiosa è sempre stato un dato molto forte nella società siciliana. Oggi sicuramente la sensibilizzazione è maggiore, la cultura antimafiosa ha raggiunto strati maggiori e diversi della popolazione, se ne parla nelle scuole. Però il consenso è ancora molto forte, e non solo nei quartieri e nelle zone “a rischio”, c’è un forte ascendente anche nei quartieri più ricchi e borghesi; e poi è noto, ci sono vasti strati di professionisti che aiutano Cosa Nostra, le indagini giudiziarie sono lì a dimostrarlo. La mafia non sopravviverebbe senza il legame con pezzi del mondo delle professioni e dell’imprenditoria. Questa situazione tende ad isolare quanti vogliono reagire.
Libero Grassi non è morto soltanto perché si era ribellato al pizzo, la sua condanna fu determinata dal fatto di essere stato lasciato da solo. La lotta al racket è una delle frontiere discriminanti nella lotta alla mafia. Nel giugno del 2004 il centro di Palermo si è riempito d’adesivi messi da un gruppo di ragazzi palermitani, con la scritta “un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Ora la cosa si è ulteriormente allargata ed è nato un sito che ha lanciato una campagna, a cui hanno aderito ormai alcune migliaia di cittadini, i quali sottoscrivono una specie di dichiarazione d’intenti con la quale dichiarano di acquistare merce solo da negozi che non pagano il pizzo. Il taglieggiamento delle attività imprenditoriali e commerciali, infatti, è un peso forte per le aziende, ma soprattutto significa il controllo del territorio da parte della mafia. Si parla di percentuali che si aggirano intorno all’80%. Pare che ultimamente la modalità del pagamento del pizzo abbia subito un mutamento: si fa pagare meno per far pagare tutti, nel senso che la rata mensile è diventata meno onerosa in modo che il commerciante o l’imprenditore la vivano in maniera più tranquilla. Insomma, alla fine diventa un costo tra gli altri…
E’ come darli al fisco…
Esatto, anche se evidentemente la modalità di esazione è più efficace, viste le intimidazioni e le percentuali così alte di quanti pagano senza denunziare. Negli anni questo ha provocato diverse reazioni; a Capo D’Orlando, per esempio, si sono costituite associazioni antiracket guidate da Tano Grasso, che è stato anche Commissario governativo per il coordinamento delle iniziative Antiracket ed antiusura, e i taglieggiatori sono stati denunciati e condannati. C’è da dire che venivano dall’esterno, non erano radicati nel territorio, e questo ha facilitato la reazione. A Palermo una lotta di questo tipo è molto più difficile perché la mafia è assai più radicata nel territorio. Adesso la situazione è un po’ cambiata in meglio, speriamo non solo nella forma ma anche nella sostanza. Proprio recentemente c’è stato qui a Palermo, un incontro tra imprenditori, indetto da un’associazione industriali, ma la sala era praticamente deserta; la cosa è finita anche sui giornali nazionali.
L’unico modo per poter affrontare il racket è far diventare la mobilitazione contro di esso un fatto collettivo. Speriamo che questa raccolta di firme si estenda, soprattutto è necessario avere come interlocutori non solo i singoli commercianti ma le loro associazioni di categoria. In questo modo sarebbe un po’ più complicato, per la mafia, reagire.
Quindi tu cosa suggerisci?
Suggerisco una lotta su tutti i versanti della questione mafiosa, la magistratura, le istituzioni, i partiti, la società civile, la cultura, la scuola, le chiese. Ognuna di queste realtà deve fare la propria parte. Negli ultimi decenni si è cercato di scaricare tutto il peso della lotta esclusivamente sulle spalle della magistratura, ma ora sono gli stessi magistrati che chiedono di essere liberati da questa delega. Ed è giusto, perché la lotta alla mafia non può essere solo repressione e condanne. Anche perché repressione e condanne intervengono soltanto quando il reato è stato commesso, si persegue qualcosa che è già avvenuto, mentre si dovrebbe agire a livello preventivo, e sicuramente più integrato. Ogni tanto ci sono anche delle novità interessanti a livello culturale. Ricordo, ad esempio, un recente convegno in cui si è discusso di mafia e nonviolenza. E’ un tentativo di affrontare la questione non nella prospettiva del mafioso visto come nemico, come avversario da annientare, ma facendosi carico del contesto, che ci vede tutti coinvolti e di cui siamo in qualche modo responsabili. L’approccio “nonviolento” vede anche nel mafioso un tratto di umanità, che però non mette in secondo piano le differenze e le diverse scelte di campo. Questo per dire quale sia a Palermo il livello del dibattito.
Pizzo a parte, quali sono gli altri punti sensibili?
Ci sono i proventi degli appalti pubblici. Questo è un settore delicato, dove bisogna vigilare molto. Perché qui, ovviamente, le istituzioni entrano in campo direttamente: tanto più un’amministrazione pubblica è impermeabile alla mafia, tanto più è in grado di bandire delle gare d’appalto vere, e non delle finzioni. In Sicilia poi, la mafia punta molto sulla sanità, questo comparto infatti rappresenta una bella fetta del bilancio regionale. Poi sicuramente c’è ancora il traffico di droga e tutte le altre forme d’illegalità, anche quelle spicciole, come la gestione dei video poker. Ci sono gli interventi mafiosi meno visibili, ad esempio le attività sui mercati finanziari internazionali, ovvero la nuova frontiera di Cosa Nostra. Parliamo di un sistema di potere molto complesso, che quindi va affrontato su diversi versanti, e soprattutto cercando di essere il più concreti possibile, colpendo realmente degli interessi della criminalità. Ad esempio in questi ultimi anni l’associazione “Libera” di Don Ciotti si è molto impegnata nel riutilizzo dei beni confiscati, perché, insomma, il mafioso è lì che lo colpisci, confiscandogli i beni, i soldi, la roba.
Purtroppo, questo riutilizzo è una faccenda molto complicata, perché i beni sono affidati ai Comuni, i quali non sempre riescono a riutilizzarli al meglio. E’ ovvio che anche in questo caso parliamo di interventi che avvengono quando già la frittata è fatta. Vanno anche percorsi i progetti che battano il primo colpo e non si limitino a sferrare il secondo, dopo che la mafia ha colpito.
Hai parlato di collusione con lo Stato. Ma la mafia che rapporto ha con lo Stato?
La mafia non sta né accanto né contro lo Stato, non è “l’antistato”, “la piovra”. E’ un sistema di potere che con lo Stato e con la società ha sempre cercato di integrarsi. Riuscendoci bene se è riuscita a cavalcare la modernità aumentando influenze e ricchezze. La mafia ha sempre cercato d’infilarcisi dentro, con risultati che dipendono anche dalla risposta più o meno favorevole degli uomini delle istituzioni e della società nel suo complesso. Andando tra l’altro, molto alla radice. Per dire, proprio qualche mese fa, al quartiere Zen di Palermo c’è stata un’operazione di polizia ed è venuto fuori che c’erano interi caseggiati che non erano forniti delle utenze normali (luce e acqua), era la mafia che gliele forniva, e loro gliele pagavano. Quindi, come vedi, c’è una capacità della mafia di penetrare in profondità nelle articolazioni sociali, sfruttando i bisogni elementari e compensando la colpevole assenza delle istituzioni, locali e nazionali.
La Scuola da chi è stata fondata? Eravate un gruppo d’amici?
Sì, eravamo io, Augusto Cavadi, Rosario Giuè, Pino Toro, Nino Alongi, Mario Mercanti e altri. Nel corso degli anni si sono aggiunte altre persone. Ognuna proveniente da cammini e storie diverse, da percorsi personali che alla fine sono confluiti. Io ad esempio sono nato in un quartiere periferico di Palermo, dove la mafia è molto forte, è il quartiere in cui è stato ucciso padre Puglisi. Si è partiti da luoghi geografici e anche culturali diversi.
Falcone e Borsellino hanno rappresentato un punto di svolta?
Sì, in qualche modo lo sono stati. Le stragi di Capaci e di Via D’Amelio sono stati sicuramente dei momenti molto forti che hanno colpito tantissima gente. Nei mesi e nei primi anni successivi al 1992 potevi vedere manifestazioni con cento, centocinquantamila persone. L’impatto sull’opinione pubblica è stato molto forte, e forse ha costituito una sorta di punto di non ritorno. Anche se poi, come si diceva all’inizio, il limite di queste mobilitazioni è che erano basate sulla reazione emotiva a caldo. Ma questo è anche normale, non si può pretendere che l’emotività si mantenga sempre alta, è per questo che la lotta alla mafia deve essere fondata sul lavoro quotidiano.
Nel tuo ambiente hai ricevuto appoggi?
Io sono cresciuto in un ambiente periferico e devo dire che non ho avuto grosse difficoltà, ma nemmeno grossi aiuti.
E’ una cosa che mi sono dovuto conquistare da solo, cercando altri collegamenti, con altre parti della città, con altre persone. Non è un percorso semplice, anche a livello di comprensione, di consapevolezza, devi leggere, informarti, studiare. E non dare mai niente per scontato, per acquisito, perché la mafia è un potere che subisce delle mutazioni nel tempo e quindi ha bisogno, come tutti i fenomeni storici, di essere continuamente rianalizzata e ridiscussa. Se intervengono profonde trasformazioni sociali, la mafia si adatta ad esse, perché non è un’escrescenza cresciuta in un luogo e lì fermatasi.
La mafia è un prodotto della Sicilia, non l’unico chiaramente, nella nostra terra c’è tanto di positivo e bello. Padre Puglisi, Peppino Impastato, Borsellino, Falcone, Mattarella, Pio La Torre e i tanti altri che conosciamo erano siciliani. Anche oggi c’è tanta gente che lavora in silenzio, serietà e impegno. Però lo snodo mafia/politica/società è cruciale ed è lì sempre granitico, anche se scalfito in qualche sua parte. Affrontarlo e disintegrarlo è necessario per liberare energie pulite. Non solo per la Sicilia, ma per tutto il paese.
Ci sono dei provvedimenti che hanno contribuito a dare una svolta?
Quello che diede la svolta decisiva è il famoso 416bis del 1982, che per la prima volta fece entrare nell’ordinamento legislativo italiano la certezza che la mafia è un reato. Fu una legge presentata da Pio La Torre, che però fu subito accantonata, questo per dire che la reazione dello Stato è stata sempre consequenziale alle azioni della mafia. Venne poi ripresa e ripresentata da Rognoni quando furono assassinati Dalla Chiesa e lo stesso Pio La Torre, adesso infatti è conosciuta come “legge Rognoni-La Torre”. E’ sicuramente una legge importante, intanto perché sancisce che essere mafiosi è un reato e poi perché prevede dei meccanismi che vanno ad intaccare il patrimonio dei mafiosi. Successivamente sono state emanate altre leggi importanti, quella della confisca dei beni per esempio, che è del 1996, o quella sui collaboratori e sui testimoni di giustizia. Però il sistema legislativo contro Cosa Nostra va sempre aggiornato, proprio in relazione a come la mafia si evolve, si trasforma insieme alla società e alla storia.
Come sono tutelati adesso i collaboratori di giustizia e i testimoni?
Di collaboratori di giustizia ce ne sono sicuramente meno, non è solo questione di numeri, ma anche di qualità delle rivelazioni. Della mafia di oggi si sa molto poco. L’unica cosa certa è che negli anni 90 ha quintuplicato il suo giro d’affari.
Nel 2001, poi, sono intervenute delle restrizioni alla legislazione che regolamenta la materia dei collaboratori. In particolare è stata introdotta una norma che stabilisce che il collaboratore debba confessare tutto entro i primi sei mesi dall’inizio della collaborazione. Ciò, ci dicono i magistrati, incide in maniera molto negativa, perché uno che ha fatto parte di Cosa Nostra per quaranta o cinquant’anni, magari essendo anche un capomafia, ha una memoria abbastanza selettiva, per cui è facile che nei primi sei mesi non riesca a ricordare tutto. Per i testimoni, invece, c’è una legge che li tutela o almeno dovrebbe farlo. Io ho una testimonianza diretta di una persona che conosco, la quale non è stata trattata troppo bene, è stata costretta ad allontanarsi dalla Sicilia e ha vissuto periodi difficilissimi. Non ha più potuto studiare, non ha un lavoro, e gli hanno dato una miseria, una specie di “una tantum” per concludere il rapporto -così mi hanno riferito- perciò ora versa in una situazione molto precaria.
Non so se questo è un caso isolato, sicuramente non è un incoraggiamento a testimoniare, ad impegnarsi. Perché, ricordiamocelo, il testimone non è come il collaboratore, che ha fatto parte di Cosa Nostra per una vita e che ad un certo punto, per vari motivi, spesso strumentali, decide di collaborare. Il testimone è una persona che spesso si ritrova ad assistere a determinati avvenimenti per puro caso, dopodiché vede la sua vita rimanere assolutamente sconvolta. La persona che assistette all’omicidio del giudice Livatino era un rappresentante, un uomo del nord, capitato in quel luogo a quell’ora per puro caso; adesso non so quale sia stata la sua sorte, ma di sicuro non ha avuto una vita facile.
Alla fine la testimonianza è un atto che non premia, e questo non incoraggia certo altri cittadini a fare altrettanto. D’altronde l’abbiamo già sottolineato, la lotta alla mafia passa dal modo in cui si è cittadini. Non possiamo aspettarci miracoli dalla magistratura, e forse nemmeno dalle istituzioni; in fondo i rappresentanti delle istituzioni sono un riflesso della società civile, esprimono in qualche modo il “bagaglio etico” di chi ha espresso loro il consenso.
Quindi la lotta alla mafia deve diventare una lotta di popolo, una lotta di cittadini. E, si badi bene, non di una sola parte di loro, perché il rischio concreto è che il movimento antimafia rimanga un movimento “d’élite”, formato dai cittadini più consapevoli, quelli che hanno studiato, che leggono, che acquistano due quotidiani al giorno. Quando riusciremo a capire il motivo per cui la mafia ha un così grande consenso tra i ceti popolari, nelle periferie, e ad invertire questa tendenza, sicuramente riusciremo a porre dei rimedi molto più efficaci e decisivi.
Ci sono esempi di buone pratiche, di cittadini che si sono messi insieme?
Tutti i tentativi messi in atto dai vari movimenti e associazioni hanno creato un “sapere” che va aumentando nel corso del tempo. Il limite è costituito dal fatto, come si diceva all’inizio, che finora non c’è stata, tranne rari casi, la capacità di agire insieme. Le buone pratiche esistono ma non riescono a fare sintesi. La magistratura c’è riuscita, almeno per un periodo. Rocco Chinnici, che poi fu fatto saltare in aria con un’autobomba all’inizio degli anni Ottanta, fu quello che introdusse all’interno della Procura di Palermo la possibilità di lavorare in pool: i magistrati che si occupavano di mafia lavoravano sempre in stretto contatto, passandosi informazioni e notizie, in modo che i passi in avanti diventassero subito bagaglio comune. Poi Caponnetto perfezionò tale metodo di lavoro e i risultati non tardarono a giungere.
Ora, questo lavorare in pool, che si è dimostrato molto efficace dal punto di vista delle indagini da parte della magistratura, dovrebbe essere una buona pratica da trasformare in quotidianità anche da parte della società civile.
Questo finora, ripeto, è avvenuto nei momenti di maggiore tensione, però in maniera sistematica non è mai stato fatto. Addirittura, spesso, le attività delle varie associazioni che si occupano di tematiche simili non entrano neppure in contatto l’una con l’altra, ciascuna si muove per i fatti suoi, così i saperi accumulati non vengono trasmessi e non vanno a formare un patrimonio comune. Se invece so che tu esisti, conosco il lavoro che hai fatto, la tua esperienza per me può costituire un punto di partenza fondamentale. Ecco, forse cominciare da qui, darsi questo come obiettivo prioritario, potrebbe costituire la buona pratica fondamentale in grado di strappare generazioni alla mafia, al clientelismo e alla mala politica.
Il futuro è, in gran parte, nelle nostre mani.