








UNA CITTÀ n. 127 / 2005 MarzoIntervista a Stephen Eric Bronner
realizzata da Barbara Bertoncin
LA SINISTRA PATRIOTTICA
Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: “God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.
Stephen Eric Bronner è senior editor di Logos, giornale online (www.logosjournal.com). Recentemente ha pubblicato A Rumor about the Jews: Anti-Semitism, Conspiracy, and the Protocols of Zion, Oxford University Press, e Reclaiming the Enlightenment: Toward a Politics of Radical Engagement, Columbia University Press. Insegna Scienze Politiche alla Rutgers University.
In uno dei tuoi ultimi interventi hai polemizzato con quella che hai definito un’improbabile “conversione di Damasco” di certa sinistra al patriottismo, avvenuta all’indomani dell’attacco contro le Due Torri. Puoi spiegare?
L’11 settembre è stato un momento di grande lutto e shock; di lutto per chi non c’era più e shock per quanto accaduto negli Stati Uniti. L’America non aveva mai vissuto l’esperienza di un attacco straniero a casa propria, dalla guerra del 1812.
E’ quindi comprensibile che le reazioni siano state piuttosto estreme: l’esplosione di un nuovo patriottismo, pervaso di xenofobia, ha invaso il paese; meno qui a New York che fuori, e già questo è un primo dato di interesse: più ti allontani da New York e più la gente è preoccupata per la questione della sicurezza e del terrorismo.
L’attacco ha subito posto una domanda: come rispondere a Osama Bin Laden e in generale all’aggressione? La sinistra ha dato risposte diverse. Direi che in generale la scelta è stata quella dell’attesa, della passività.
Nella maggior parte della popolazione si era però già insinuato questo sentimento comune per cui una risposta era necessaria.
Il dilemma era allora se trattare questi come criminali (come parte della sinistra, me incluso, ha creduto) circoscrivendo l’azione a una questione di giustizia, o se si dovesse reagire a questo singolo atto con una guerra globale al terrorismo, che è stata poi la strada intrapresa e che ha dato a Bush carta bianca per intervenire in Iraq, la mossa subito successiva.
Ora, ci sono stati alcuni a sinistra, persone tra l’altro piuttosto famose negli Stati Uniti, intellettuali come Michael Walzer, Todd Gitlin, Paul Berman, che fondamentalmente hanno creduto che passare al piano di una guerra al terrorismo fosse legittimo, dato che non si trattava di un episodio isolato e locale. Per cui sostanzialmente hanno appoggiato il presidente. Mossa peraltro non difficile dato che già la maggioranza dei democratici, se non tutti, avevano sostenuto la Casa Bianca.
In quello stesso articolo parlavo anche della scomparsa dei “fellow travelers”, quegli intellettuali, esterni al partito comunista, che a partire dagli anni ’20 e ’30, avevano costituito un po’ la coscienza critica della sinistra. Oggi infatti ciò che risulta più desolante è l’assenza di radicalismo e, al contrario, l’appiattimento su un fantomatico realismo e su slogan semplicistici, come appunto il “tutti per uno, uno per tutti”.
In sostanza, dopo l’11 settembre, ma anche alla vigilia della guerra in Iraq, non c’è stata quasi opposizione sul piano del dibattito pubblico. Un vero cortocircuito.
E ciò che è curioso è che invece, soprattutto in internet, l’opposizione era enorme. A New York, Chicago o San Francisco la gente parlava liberamente di quanto stava accadendo, era seriamente preoccupata dello scoppio di una guerra imperialista.
Attraverso la rete si è creato una sorta di coordinamento di gruppi come Answer, Move On, ecc. La campagna contro la guerra, assente dove la si sarebbe auspicata, ha così preso forma nelle strade. Ci sono state manifestazioni di massa un po’ dappertutto, anche in Italia.
Purtroppo la voce di una parte significativa della popolazione mondiale non è riuscita a tradursi in una pressione politica concreta. Era come tutto bloccato: i democratici si sono messi al seguito di Bush, incapaci di formulare una posizione autonoma. Solo Howard Dean ha tentato di portare nell’empireo della politica la voce della gente che protestava per le strade, ma senza successo.
Quale poteva essere una risposta di sinistra?
E’ una domanda difficile. Certo la sinistra, quella che potremmo chiamare la sinistra patriottica, ha completamente abdicato alla propria responsabilità. Peggio, ha ingoiato la linea politica di Bush.
Comportamento aggravato dal fatto che l’assenza di armi di distruzione di massa era notizia già nota prima delle ricognizioni delle Nazioni Unite. Io mi ero recato in Iraq qualche settimana prima, assieme a un carovana contro la guerra. Ebbene, tutti quelli che avevamo incontrato ci avevano detto: “Noi odiamo Saddam, ma se l’America dichiara guerra, ci sarà una resistenza nazionale”. Tutti. E poi a chiunque fosse andato in Iraq era chiaro che la minaccia irachena alla sicurezza nazionale americana non aveva alcun senso. In realtà la guerra è stata scatenata per il petrolio, per l’acqua (l’Iraq è un granaio, i suoi fiumi sono di importanza decisiva) e per un controllo più diretto dell’America nella regione.
Ciò che davvero sorprende è che niente di tutto questo è stato detto, nemmeno dagli intellettuali, che avrebbero dovuto essere meglio informati di noi. Oggi tutti sembrano dispiaciuti, ma a mio avviso questa non era la situazione del Kosovo, una situazione, cioè, molto complessa in cui c’erano buoni argomenti da entrambe le parti, quella interventista e quella pacifista. L’Iraq non era una questione complicata. Purtroppo è prevalso uno sbandamento, un appiattimento su quella che definirei una “febbre patriottica” che si è sviluppata e diffusa largamente come per contagio.
Credo che questa incapacità di sviluppare una posizione indipendente sulla guerra in Iraq, l’ambivalenza di Kerry costretto a essere super-patriottico e militarista, sia stata una delle ragioni della sconfitta dei democratici alle elezioni.
Quando lo sentii la prima volta, ricordo di essermi girato verso mia moglie e di averle detto: “Abbiamo appena perso le elezioni”.
Questa posizione della sinistra dell’establishment è stata all’origine di gravi rotture, anche personali, io ho perso degli amici, insomma non è stato facile.
D’altra parte, l’ala Neocon è stata straordinariamente abile nel dare espressione ai sentimenti della gente, in particolare alla paura…
Io non sono di quest’idea. A mio avviso, per valutare adeguatamente le dinamiche scatenatesi bisogna prima chiedersi: “Gli americani sapevano come sarebbe andata? E se lo avessero saputo avrebbero ugualmente appoggiato questa guerra?”. Io non credo.
Gli sforzi sostenuti dai repubblicani, sono stati, detto cinicamente, davvero straordinari e, quel che è peggio, molto efficaci. Sono stati bravi. Il fatto è che parte della ragione per cui questo è potuto accadere è che i democratici invece si sono dimostrati del tutto incapaci di fare qualcosa.
Non direi, insomma, che i Neocon abbiano captato i sentimenti genuini del paese, ma piuttosto che c’è stata una grande manipolazione, senza alcuna opposizione.
Anche la vittoria elettorale di Bush, per tre milioni di voti, non rappresenta certo un mandato assoluto con cui Bush possa fare ciò che vuole. Ho appena scritto un articolo “E’ accaduto qui” sul futuro della sinistra americana, che ho corredato con due mappe. Una è la cartina dell’America del 1860, giusto prima della guerra civile; l’altra quella delle ultime elezioni. Ebbene, sono molto simili. Credo che questa divisione sia dunque qualcosa di endemico al sistema. E bisogna allora ricordarci che c’è un terzo del Paese, perlopiù rappresentato dagli stati del Sud, rispetto al quale non possiamo fare nulla. Lì non possiamo vincere. A meno che non siamo disposti a cedere su tre questioni fondamentali, “God, Guns and Gays”, e in cima a tutto la Razza.
Se i democratici arrivassero a dei compromessi su questo, allora forse… Ma non vedo come sia possibile. Certamente non è auspicabile.
Resta il fatto che i democratici non sono riusciti a parlare con l’altra America…
Se guardiamo indietro, ci sono stati solo due democratici alla presidenza, uno della Georgia, il governatore conservatore Jimmy Carter, che oggi è più radicale di quanto mai lo sia stato alla Casa Bianca, e poi Bill Clinton, dell’Arkansas, il cui più grande successo è stato probabilmente salvare il Paese dall’estrema destra. Ma per ottenere questo in qualche modo è stato costretto a vendere l’anima del partito democratico.
Il problema è che il partito democratico, che non è la sinistra, durante la campagna elettorale, si è spostato al centro. I repubblicani hanno seguito la loro linea tradizionale, “mobilitare la base” e hanno avviato una campagna totalmente ideologica. Se guardi alla prima vittoria di Bush, anche in quel caso si era trattato di una campagna ideologica. Se guardi a suo padre, a quando perdette, la campagna non era stata ideologica. Se vai ancora più indietro, a Reagan, di nuovo, l’ideologia.
I democratici non hanno assolutamente voluto fare una campagna ideologica. E’ come se ci fosse una vera paura della sinistra, di prendere una posizione, di tenere su idee forti…
Sono invece usciti allo scoperto i neri, i giovani. E’ straordinario come si siano mobilitati, dato anche quanto poco veniva loro offerto.
Nel frattempo i repubblicani hanno allargato la propria base, ma perché, oltre ad avere una maggiore capacità, hanno offerto loro di più.
Qui però la questione è più delicata e intricata e riguarda il problema, strutturale, di un partito delle riforme che essenzialmente rappresenta l’establishment di un Impero. Voglio dire, i repubblicani non hanno scrupoli a dire da che parte stanno. Che poi, a ben guardare, il loro partito è una combinazione di fanatici del libero mercato e del vecchio movimento populista del “know nothing”. L’abilità di tenere questa coalizione è stato il grande guadagno di Reagan. Questo bisogna averlo presente: quasi tutti i neoconservatori hanno fatto il loro apprendistato nell’amministrazione Reagan. E nella prima elezione di Bush, contestata in Florida, se guardi a chi ha condotto la campagna, c’erano James Baker e George Schultz…
Ad ogni modo, direi che il partito democratico ha scontato in parte l’assenza di volontà e in parte la paura. Non sono nemmeno stati in grado di affrontare l’aumento dei disoccupati, il problema delle carceri, lo stato sociale... Insomma c’è la sensazione che non sia più un partito di protesta, un partito interlocutore per chi protesta. Non hanno fatto niente.
Israele è diventato un modello di riferimento, specie sulla questione libertà-sicurezza. Nell’approccio al terrorismo è ormai passata quest’immagine di un’America assediata…
Onestamente, io non sono sionista e da tempo sono critico rispetto all’opinione pubblica israeliana. Ho sempre sostenuto la soluzione dei due stati e comunque le mie credenziali sono chiare. E tuttavia quest’idea per cui l’America assume il modello di Israele, un piccolo paese dove c’è effettivamente il problema del terrorismo. Insomma negli Stati Uniti abbiamo avuto un unico vero attacco… a me sembra una follia, una terribile manipolazione.
Questa è pura ideologia, che però è risultata tragicamente efficace. Voglio fare un esempio sulla sicurezza. Alla tv, dopo l’11 settembre fino alla “vittoria” in Iraq (ora sta un po’ scemando) c’era sempre questo allarme terrorismo che sul video assumeva varie sfumature, giallo, arancione, rosso, dal giallo intenso all’arancione debole, dall’arancione smorto al rosso, col pericolo che aumentava e poi diminuiva. E’ stato un messaggio costante, il tutto senza che mai ci fossero prove effettive. Se non è manipolazione questa…
E’ anche interessante ciò che sta accadendo oggi con l’Iran e la Siria. L’amministrazione Bush sta mettendo in atto lo stesso tipo di propaganda avviata alla vigilia della guerra in Iraq. E di nuovo il partito Democratico non sta rispettando le aspettative. Con alcune eccezioni: Howard Dean, che sta lavorando bene, ha il sostegno dei giovani, anche perché è veramente un uomo nuovo e c’è un movimento in atto, stanno emergendo nuove figure…
Resta il fatto che in politica estera i democratici osano meno dei repubblicani, per usare un eufemismo. Certo non si distinguono. C’è stato un momento in cui Howard Dean si è azzardato a dire che occorreva essere più equilibrati, l’ha detto in modo molto timido, sostenendo un maggiore impegno degli Usa nei confronti di israeliani e palestinesi; il giorno dopo, Nancy Polosi, rappresentante democratica al Congresso, ha subito rettificato e neutralizzato tali dichiarazioni. Insomma i democratici hanno ormai sposato una posizione centrista, per cui è molto difficile fare qualcosa in queste condizioni.
Rispetto al problema delle due Americhe e al “che fare”, durante la campagna anche John Edwards ne ha parlato. Non è un tema nuovo evidentemente. Ciò che invece è nuovo e preoccupante è la divisione ideologica che si sta profilando tra città e aree rurali, tra costa e interno, che tutti conoscono e che sta diventando sempre più profonda. Inoltre tra i poveri c’è molta gente che vota repubblicano, come Thomas Frank ha ben raccontato in “What’s the Matter with Kansas?”.
E’ un fenomeno ormai diffuso globalmente, in Francia le banlieue votano Le Pen, e però resta sorprendente questo spostamento di voto dei più poveri e disagiati a favore dei gruppi più reazionari, con questo revival di valori religiosi e comunque fuori tempo, i cosiddetti small-town values. Parliamo di una sorta di gruppo anacronistico con valori anacronistici.
Questo per dire che le due Americhe oggi sono separate soprattutto da una divisione ideologica. E’ quindi molto difficile pensare di “andare al Sud”, di vincere il Sud arrivando a compromessi sulle questioni che dicevo, “God, Guns and Gays”.
E quindi?
Credo che ciò che dovrebbero fare i democratici, e anche noi che siamo fuori, sia di collaborare, cercando appunto di mobilitare la base. Credo sia questa la strada giusta. Se poi funziona non lo so, ma è l’unica via per far riemergere i nostri principi. Dobbiamo anche chiarirci su chi sia la “nostra” gente.
Io penso che la “nostra” gente siano i lavoratori e i sindacati, la gente di colore, per cui i democratici progressisti devono approntare politiche che unifichino gli interessi di neri e latini; penso infine si debba fare molto di più per le donne.
La religione penso invece non rappresenti una questione. E’ stata certo ipervalutata. I neri sono sempre stati la comunità più religiosa in America, eppure non li abbiamo mai sentiti delirare…
A destra invece la religione è diventata una sorta di visione del mondo, ma come recuperare questa parte dell’America? Voglio dire, se prendi quella strada finisci col perderti. E’ un prezzo troppo alto da pagare.
Credo poi che il partito democratico e chi si impegna su questi fronti debba cominciare a vedersi di nuovo come un partito di protesta, più che un partito di pragmatici. Perché il fatto è che oggi i pragmatici si sono rivelati non pragmatici e i realisti irrealistici. E questo è un trend da contrastare nel modo più assoluto.
Si deve poi rimotivare la base, con programmi che incoraggino e ispirino i lavoratori e la gente di colore e in generale le persone discriminate, le donne… In secondo luogo abbiamo bisogno di un approccio più ideologico, con maggiore coraggio sulla politica estera, che affronti e si confronti anche con l’isteria, l’ossessione sulla sicurezza, le folli fantasie imperialiste della destra. Dobbiamo trovare le parole.
Il lavoro intellettuale che la sinistra deve riavviare è grande. La destra l’ha già fatto.
Un altro dei problemi della sinistra è l’atteggiamento ambiguo verso gli intellettuali. Talvolta si tratta di un vero e proprio imbarazzo. Eppure i repubblicani, i neoconservatori hanno i loro intellettuali. Insomma, non dobbiamo aver paura di usare i nostri. In che modo? Per me moltissimo si può fare attraverso la rete, lavorando sul web e con organizzazioni esterne.
Ricostruire il partito comporta poi ricostruire le organizzazioni di comunità, veri sensori dell’umore e dei bisogni della gente, che a loro volta facciano pressione sul partito.
I democratici però, secondo alcuni, hanno perso anche perché sono una “coalizione di minoranze” che casomai hanno istanze e interessi divergenti…
Credo che l’argomento secondo cui donne, neri, gay avrebbero interessi diversi… Non so, io non la vedo così. L’idea di classe implica che si pensi in modo problematico e articolato a politiche che portino beneficio ai lavoratori di tutti i movimenti sociali, senza privilegiarne alcuno. Per esempio, sul matrimonio gay, la questione principale non è evidentemente il matrimonio o l’unione sociale, ma l’assistenza socio-sanitaria al partner, ecc. Se veniamo alle donne, possiamo vedere gli effetti delle azioni positive…
Il fatto è che l’amministrazione Bush ha già tagliato qualcosa come 154 programmi. Ad esempio ha tagliato un programma (credo fossero 450.000 dollari) per educare o fare tutoraggio a bambini con genitori detenuti. Una grossa parte della popolazione oggi ha avuto a che fare con il carcere, spesso peraltro per reati idioti. Anche questo rimanda alla questione del lavoro e dei lavoratori. Certo non riguarda i ricchi.
Insomma ci sono così tante cose da fare in ambiti in cui gli interessi dei lavoratori, siano donne, gay, neri, latini, coincidono.
Dobbiamo enfatizzare questi temi e impegnarci e non occorre essere Einstein per farlo. Quello che occorre è la volontà, perché devi essere consapevole che questo equivale a lanciare una sfida anche all’élite dominante. Non solo dei repubblicani, ma anche dei democratici. Insomma bisogna essere disposti anche a questo, a far pagare le élite…
Hai parlato del potenziale potere della rete. Puoi raccontarci un po’ di Logos?
Devo dire di essere stato fortunato a guadagnarmi il titolo di senior editor di Logos, un giornale internet completamente gratuito, che ritengo di buona qualità intellettuale. Abbiamo scrittori e poi abbiamo fatto interviste a Cornel West, Peter Singer, Mustafa Barghouti, Judith Butler, per citarne solo alcuni…
Un giorno un mio ex studente, Michael Thompson, mi chiamò e mi disse: “Ho un’idea per un giornale internet”, al che io ho risposto: “Bene, è proprio ciò di cui il mondo ha bisogno”. E’ cominciata così, senza un soldo, e in tre anni abbiamo avuto più di tre milioni di contatti. Abbiamo fatto numeri monografici sull’Iraq, sulla Palestina… E credo che nel nostro piccolo, per dire, siamo riusciti a far arrivare a un pubblico più vasto il punto di vista palestinese. Poi abbiamo fatto un numero sulle elezioni, che da solo ha ricevuto 950.000 visite. E’ stato il penultimo.
C’è stato anche un numero su India e Pakistan.
Crediamo fermamente nel cosmopolitismo, che per noi significa mescolare le questioni, tenere assieme la politica estera americana con quanto accade in altre regioni del mondo. Dopo il Medio Oriente vorremmo fare numeri anche sull’America Latina, sull’Africa e sulla Cina. Soprattutto vorremmo riuscire a tornare periodicamente su tutte queste questioni.
Devo dire che sono molto orgoglioso di quest’impresa.
Come vi finanziate?
Ottima domanda. E’ un miracolo. La decisione iniziale è stata di avere gente impegnata, molti giovani, tra cui alcuni miei studenti, qualcuno che sapesse lavorare sul web, su cui io capisco poco. Michael ha messo assieme un gruppo di persone che mettono a disposizione parte del proprio tempo, alcuni anche piuttosto famosi, che scrivono gratuitamente -noi non paghiamo gli autori. Del resto credo che ormai chi interviene abbia anche la soddisfazione di partecipare a un dibattito, di essere letto da un’audience ampia. Così abbiamo avuto Lawrence Davidson, che io considero un maestro assoluto, che è intervenuto sulla politica in Medio Oriente e sul sionismo cristiano. Davvero tutti intellettuali di prima classe.
Alcuni articoli sono anche stati pubblicati su carta, in Irlanda per dire hanno fatto un pamphlet dei pezzi sulla Palestina…
Tutti i nostri articoli più importanti sono stati tradotti in altri paesi, anche in giornali. Insomma è una bella cosa.
Mi piace pensare che stiamo ricostruendo una sorta di Repubblica delle Lettere del XX secolo.
Ho appena scritto un libro sull’Illuminismo e l’immagine di questa gente che si scriveva costantemente da vari posti del mondo, costituendo appunto una Repubblica, mi piace molto.
Cosmopolitismo, internazionalismo sono stati i tratti distintivi della sinistra…
Infatti, prima della deriva nazionalista, i nostri antenati avevano queste come linee-guida, perciò credo sia importante iniziare a elaborare qualcosa di nuovo.
Io auspico la nascita di una nuova sensibilità cosmopolita. Devo dire che sono piuttosto ottimista.
In America parliamo sempre del “trauma del Vietnam”. Tuttavia per me il vero trauma è stato il riconoscere, da parte delle élite, per la prima volta, che la gente che scende a manifestare per le strade può cambiare le cose. Il Vietnam ha fatto nascere il movimento contro la guerra. E oggi, anche rispetto alla guerra in Iraq, c’è stato un movimento, nato spontaneamente dal basso, che ha chiesto conto delle responsabilità.
Le élite non possono più fare ciò che vogliono, senza prendere in considerazione la perdita di consenso fuori dai tradizionali luoghi di potere.
Questa è una novità. Di fatto costituisce una democratizzazione della politica estera, in netta controtendenza rispetto a secoli di politiche fatte nella segretezza della diplomazia. E’ una buona notizia.
Certo, il numero dei soldati morti in Iraq sul New York Times è oramai ridotto a un riquadrino, e però le proteste continuano. Credo si debba anche essere coscienti dei limiti delle proprie azioni, specie per chi sta fuori dal coro o per chi non ha potere.
Puoi scendere in strada, provare a fare delle pressioni sui partiti, questo puoi farlo. Non puoi pensare di forzare il New York Times a scrivere resoconti adeguati su quanto sta accadendo.
Questo può essere portato come argomento a favore della futilità dell’attivismo e delle azioni di protesta. Tuttavia io resto dell’idea che l’attivismo muove delle cose, il cui peso non si misura sui successi di breve periodo.
L’attivismo è anche non adeguarsi, non stare al gioco, mostrare in qualche modo che non sei disposto a essere manipolato.
Forse occorre anche imparare a essere modesti rispetto alle nostre reali possibilità. Se hai un’organizzazione alle spalle, puoi essere grandioso, ma se non hai un partito, un peso internazionale, ci sono dei limiti oggettivi a quello che puoi fare. E tuttavia, all’interno di questi limiti, devi fare il possibile. E’ una questione morale.
L’Europa può fare qualcosa?
Noi abbiamo bisogno di maggiore aiuto. Forse anche voi in effetti…
Noi siamo stati molto colpiti dalle manifestazioni in Italia. Certo, la guerra è cominciata lo stesso, però è stato comunque un grande tentativo. E non voglio suonare romantico, ma c’è stata una sollevazione internazionale. Ha avuto successo? No. Ma è stata una grande occasione.
Alla prima dimostrazione avvenuta a New York era un freddo polare eppure la gente è scesa in strada. Io spero che la situazione si muova in questa direzione, che attraverso il web e la tecnologia dell’informazione la gente ricominci a mobilitarsi. Che si possa cominciare a muoversi in modo concertato. Certo occorre maggiore coordinazione tra Europa e America…
Se non temessi di suonare megalomane, parlerei di una società civile internazionale. Del resto l’idea di un movimento di protesta appartiene anche alla storia europea. Sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono.
Dobbiamo anche imparare ad ascoltare di più la gente e a muoverci conseguentemente, e questo chiama di nuovo in causa i limiti di una sinistra settaria.
In Logos parliamo di “radicalismo razionale”. Ecco, ci vuole maggiore razionalità e maggiore radicalismo, anche perché andare a votare non è questione di principio, lo è scendere in strada.
All’inizio hai denunciato la grande manipolazione sulla questione della sicurezza. Ma quale può essere un approccio di sinistra rispetto a quello che viene comunque avvertito come un problema reale?
L’idea che si debba avere un nemico, invalsa anche a sinistra, a me non è mai sembrata una posizione molto sensata. Credo che si debba anche cominciare a discutere seriamente su quali forme di resistenza siano accettabili e quali no. Perché alla fine quando si arriva ai fini che giustificano i mezzi, bisogna anche chiedersi cosa giustifica i fini. E c’è un’unica risposta a questa domanda: sono appunto i mezzi che hai usato per ottenere quei fini. Se ci sediamo e cerchiamo di individuare dei veri leader ci verranno in mente Mandela, Luther King, Gandhi, che appunto hanno mantenuto un legame tra mezzi e fini.
La parola “terrore” purtroppo già da sé nega una discussione sulla relazione tra mezzi e fini, il terrore è sempre totalitario in qualche modo, interrompe qualsiasi discorso, è il divorzio tra il male che fai oggi e il bene che puoi ottenere domani. Ironicamente, il terrorismo forse permetterà alla sinistra di iniziare a interrogarsi su cosa è accettabile e cosa no. Che è una cosa buona di questi tempi.
Rispetto al fondamentalismo, c’è chi ama parlare di scontro di civiltà. A me sembra che in ogni cultura oggi, per ragioni sociologiche peraltro affini, ma complesse, siamo di fronte al confronto tra diversi fondamentalismi. Questo è vero negli Stati Uniti come in Arabia Saudita. E se vogliamo impegnarci in un progetto alternativo credo che l’unica possibilità sia quella di costruire legami tra le persone di buona volontà.
I fondamentalisti sono per definizione dogmatici. Ho letto una definizione interessante degli antisemiti, che sarebbero come pietre, perché non si lasciano cambiare né coinvolgere in alcun discorso razionale, hanno troppo paura. E’ esattamente questo che accade ai fondamentalisti. E questo vale per tutti, cristiani, ebrei e musulmani. Infatti gli zeloti ortodossi dell’estrema destra israeliana sono più simili ai fondamentalisti islamici che agli ebrei come me.
Dobbiamo allora approntare un approccio politico, con dei principi saldi in cui recuperare le nostre vere tradizioni. E’ da lì che dobbiamo ricominciare. Bisogna ritrovare il coraggio di combattere per i nostri ideali.
Abbiamo già perso un’occasione straordinaria.
Dopo l’11 settembre, c’era la possibilità di avviare una riflessione su ciò che era accaduto, ma ce la siamo lasciata sfuggire; è stato un momento epocale, che ha aperto grandi spazi, ma purtroppo è finito.
Gli Stati Uniti in quell’occasione avevano guadagnato un enorme capitale, un credito davanti al mondo, una sincera simpatia…
In un anno abbiamo gettato tutto. E’ qualcosa di davvero incredibile.
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