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UNA CITTÀ n. 127 / 2005 Marzo

Intervista a Stephen Eric Bronner
realizzata da Barbara Bertoncin

LA SINISTRA PATRIOTTICA
Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: “God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.

Stephen Eric Bronner è senior editor di Logos, giornale online (www. logosjournal. com) . Recentemente ha pubblicato A Rumor about the Jews: Anti-Semitism, Conspiracy, and the Protocols of Zion, Oxford University Press, e Reclaiming the Enlightenment: Toward a Politics of Radical Engagement, Columbia University Press. Insegna Scienze Politiche alla Rutgers University. In uno dei tuoi ultimi interventi hai polemizzato con quella che hai definito un’improbabile “conversione di Damasco” di certa sinistra al patriottismo, avvenuta all’indomani dell’attacco contro le Due Torri. Puoi spiegare? L’11 settembre è stato un momento di grande lutto e shock; di lutto per chi non c’era più e shock per quanto accaduto negli Stati Uniti. L’America non aveva mai vissuto l’esperienza di un attacco straniero a casa propria, dalla guerra del 1812. E’ quindi comprensibile che le reazioni siano state piuttosto estreme: l’esplosione di un nuovo patriottismo, pervaso di xenofobia, ha invaso il paese; meno qui a New York che fuori, e già questo è un primo dato di interesse: più ti allontani da New York e più la gente è preoccupata per la questione della sicurezza e del terrorismo. L’attacco ha subito posto una domanda: come rispondere a Osama Bin Laden e in generale all’aggressione? La sinistra ha dato risposte diverse. Direi che in generale la scelta è stata quella dell’attesa, della passività. Nella maggior parte della popolazione si era però già insinuato questo sentimento comune per cui una risposta era necessaria. Il dilemma era allora se trattare questi come criminali (come parte della sinistra, me incluso, ha creduto) circoscrivendo l’azione a una questione di giustizia, o se si dovesse reagire a questo singolo atto con una guerra globale al terrorismo, che è stata poi la strada intrapresa e che ha dato a Bush carta bianca per intervenire in Iraq, la mossa subito successiva. Ora, ci sono stati alcuni a sinistra, persone tra l’altro piuttosto famose negli Stati Uniti, intellettuali come Michael Walzer, Todd Gitlin, Paul Berman, che fondamentalmente hanno creduto che passare al piano di una guerra al terrorismo fosse legittimo, dato che non si trattava di un episodio isolato e locale. Per cui sostanzialmente hanno appoggiato il presidente. Mossa peraltro non difficile dato che già la maggioranza dei democratici, se non tutti, avevano sostenuto la Casa Bianca. In quello stesso articolo parlavo anche della scomparsa dei “fellow travelers”, quegli intellettuali, esterni al partito comunista, che a partire dagli anni ’20 e ’30, avevano costituito un po’ la coscienza critica della sinistra. Oggi infatti ciò che risulta più desolante è l’assenza di radicalismo e, al contrario, l’appiattimento su un fantomatico realismo e su slogan semplicistici, come appunto il “tutti per uno, uno per tutti”. In sostanza, dopo l’11 settembre, ma anche alla vigilia della guerra in Iraq, non c’è stata quasi opposizione sul piano del dibattito pubblico. Un vero cortocircuito. E ciò che è curioso è che invece, soprattutto in internet, l’opposizione era enorme. A New York, Chicago o San Francisco la gente parlava liberamente di quanto stava accadendo, era seriamente preoccupata dello scoppio di una guerra imperialista. Attraverso la rete si è creato una sorta di coordinamento di gruppi come Answer, Move On, ecc. La campagna contro la guerra, assente dove la si sarebbe auspicata, ha così preso forma nelle strade. Ci sono state manifestazioni di massa un po’ dappertutto, anche in Italia. Purtroppo la voce di una parte significativa della popolazione mondiale non è riuscita a tradursi in una pressione politica concreta. Era come tutto bloccato: i democratici si sono messi al seguito di Bush, incapaci di formulare una posizione autonoma. Solo Howard Dean ha tentato di portare nell’empireo della politica la voce della gente che protestava per le strade, ma senza... [ continua ]

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