Philip Golub, del comitato editoriale di Le Monde Diplomatique, è professore di Relazioni Internazionali presso l’Università di Parigi VIII.

Torniamo a fare il punto sulla situazione internazionale con lei, dopo l’intervista di alcuni mesi fa. Vogliamo cominciare sempre dall’Iraq?
Penso che ormai sia chiaro, se si guarda agli ultimi quattro anni e se si inquadra ciò che è successo in Iraq in un contesto più generale, che siamo stati testimoni di un percorso a tappe atto a formalizzare, consapevolmente e deliberatamente, l’Impero americano. Dal 1945, vale a dire dal momento in cui gli Stati Uniti sono diventati una potenza egemone a livello mondiale, fino al 1991 (col crollo dell’Urss), gli Usa avevano creato, all’interno del sistema capitalista, un impero informale che, seppur non globale, si estendeva su tutto il mondo. Un impero, cioè, non territoriale, nel quale l’influenza americana era esercitata o attraverso istituzioni militari come la Nato (che, però, è sempre rimasta uno strumento di cooperazione per la sicurezza, sia pur dominata dagli Stati Uniti) o attraverso istituzioni economiche (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e così via) con un ruolo degli Usa sempre predominante. La combinazione di queste due tipologie di controllo aveva permesso agli Stati Uniti di sviluppare un’influenza egemone senza dover istituire un impero formale. Ci sono state guerre dovute alla contrapposizione dei due poli, ma il loro scopo non era territoriale. Il conflitto in Iraq rappresenta in questo senso una svolta che indica chiaramente un orientamento nuovo: la territorializzazione dell’impero. La svolta s’è dimostrata fallimentare e non poteva essere altrimenti.
Ora però ci sono due domande a cui rispondere: la prima è quali siano state le specifiche combinazioni di forze strutturali e ideologiche che hanno portato a quest’avventura “imperiale”, e la seconda è quali siano le conseguenze possibili.
Le ragioni strutturali si possono identificare abbastanza facilmente: dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la disparità di forze fra gli Stati Uniti e tutti gli altri Stati ha creato uno squilibrio strategico senza precedenti nella storia, una situazione che non esisteva neanche nell’antica Roma, neanche nell’Inghilterra del XIX secolo. Di fatto gli Usa si sono trovati in una posizione di unipolarità strategica, di monopolio dell’uso della forza nel sistema internazionale. La destra americana, in particolare quella neoconservatrice, presa da una specie di euforia imperiale s’è convinta dell’idea che gli Usa dovessero sfruttare questo momento eccezionale di squilibrio strategico per espandere la sfera della sovranità americana fino a farne una sovranità globale. Negli scritti dei neoconservatori nei primi anni ’90 (basta leggere cosa scrivevano Jesse Helms o alcuni dei conservatori più tradizionali come Donald Rumsfeld) emergeva continuamente l’idea che gli Stati Uniti avessero un’opportunità strategica che dovevano cogliere, utilizzando la propria posizione di monopolio. L’idea dell’Iraq viene fuori alla fine degli anni ’90, molto prima dell’11 settembre. Abbiamo i fax, abbiamo testimonianze, abbiamo le dichiarazioni, ufficiali o semiufficiali, di gente che ha lavorato all’apparato di sicurezza nazionale (Richard Clark, l’ex Ministro delle Finanze, Paul O’Neil) che lo dimostrano. Come spiegano loro stessi, l’Iraq era un’opportunità degna di essere colta, era una scelta, non una necessità. Non c’erano armi di distruzione di massa, non c’era il terrorismo islamico, era solo un’opportunità strategica da cogliere.
Il risultato è stato il peggiore errore politico che le élite americane abbiano commesso nella loro storia. Hanno vinto la guerra e perso la pace. Se restano in Iraq è un disastro, se partono è un disastro lo stesso. Se vanno via scoppierà una guerra intercomunitaria, se restano ci sarà una guerra coloniale destinata a durare a lungo. Non ci sono alternative vincenti in questa situazione. Personalmente sono per un ritiro immediato delle forze americane, seguito dalla costituzione di una sorta di governo di unità nazionale. Ma sono perfettamente consapevole che anche così non si risolve niente: gli Stati Uniti, con la guerra in Iraq, hanno aperto un vaso di Pandora che sarà difficile chiudere. Secondo le stime dell’intelligence americana, ci sono almeno sessantamila insorti armati. Non cinquemila, sessantamila, forse addirittura centomila! Il che significa che sono appoggiati da cinquecentomila persone. Non si tratta di ...[continua]

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