








UNA CITTÀ n. 112 / 2003 AprileIntervista a A. Matteucci, R. Pancelli, A. Messina e M. Spada
realizzata da Barbara Bertoncin
CONCORSO DI IDEE
Il fallimento, anche finanziario, di progetti urbanistici calati dall’alto, la partecipazione dei cittadini alla discussione dei progetti è ormai prassi consolidata nel Comune di Roma. Il problema di coinvolgere, in una logica di progettazione e non di opposizione, tutti i cittadini, non solo quelli già attivi. I contratti di quartiere e le opere a scomputo. Discussione fra Anita Matteucci, Remo Pancelli, Alessandro Messina e Mario Spada.
Mario Spada, architetto, coordina il Dipartimento Politiche sviluppo e recupero periferie, presso l’Assessorato Periferie Sviluppo Locale e Lavoro del Comune di Roma, dove lavora anche Alessandro Messina. Remo Pancelli, dell’associazione Antropos, vive a Tor Sapienza; Anita Matteucci, XIII Municipio di Roma, vive a Ostia; entrambi hanno partecipato a esperienze di Contratto di quartiere col Comune di Roma.
La partecipazione dei cittadini sta entrando sempre più anche nelle pubbliche amministrazioni, in particolare nell’ambito della progettazione urbanistica. A Roma, da qualche anno si sta sperimentando il “contratto di quartiere”. E possibile fare un primo bilancio?
Mario. La mia personale esperienza appartiene più alla sfera tecnica della cosiddetta urbanistica partecipata, un tema presente in Italia, in Europa, da parecchi anni ormai; oggi esiste anche una Commissione dell’Istituto Nazionale dell’Urbanistica, che si chiama Urbanistica Partecipata e Comunicativa, perché un pezzo importante della partecipazione è la comunicazione: una buona comunicazione è già un notevole passo avanti verso la partecipazione. Fatta questa premessa, la mia esperienza è legata ad alcune attività sperimentali che nascono a Roma nel ‘94-95, con l’avvio di un ufficio che si è poi trasformato in unità organizzativa del XIX Dipartimento, Sviluppo e Recupero delle Periferie.
I Contratti di quartiere nascono nell’ambito di programmi di riqualificazione urbana; al di là del nome, che può piacere o non piacere, resta il senso che la riqualificazione urbana in qualche modo va condivisa, contrattata, articolata in un contesto che sia di relazione con i soggetti locali, prima di tutto i cittadini.
Credo sia ormai acquisito che la progettazione oggi, nella città moderna, se non è partecipata, se non coinvolge gli attori del territorio, può produrre disastri giganteschi, anche danni economici; pensiamo al Piano Urbano Parcheggi (Pup), fatto a tavolino, che pare abbia fatto perdere al Comune di Roma, tra ricorsi al Tar, ecc. miliardi di vecchie lire, e poi si sono dovuti pagare cantieri rimasti interrotti, ecc.
Allora, si deve innanzitutto puntare al coinvolgimento di tutti i cittadini, evitando qualunque esclusione sociale, soprattutto delle figure più deboli, quelli che hanno più difficoltà ad autorappresentarsi. Dopodiché, tra i cittadini, ci sono alcuni soggetti che sono più attivi, la cosiddetta cittadinanza attiva, quelli che si organizzano in associazioni di quartiere, in associazioni culturali, gruppi d’interesse.
Nei contratti di quartiere, nei limiti delle nostre risorse, finanziarie, di personale, ecc. cerchiamo di fare un’assemblea di comunicazione iniziale, in cui si dice a tutti: venite che verranno presentate le idee generali sul quartiere. Dopo le assemblee si fanno seminari, incontri, workshop, con tecniche che vengono dalla cultura aglosassone; non si tratta di assemblee, ma di attività di laboratorio, di lavoro effettivo, in cui vengono coinvolti i soggetti organizzati, la cittadinanza attiva. Con questi noi organizziamo delle proiezioni, degli scenari possibili di sviluppo locali; si fa un programma e poi si entra nel merito delle singole opere, attività, ecc. infine questo programma va comunicato all’insieme della cittadinanza.
Credo che il dato interessante sia che, in generale, dopo i primi dieci minuti di perplessità perché si avverte qualcosa di inconsueto, risulta subito evidente che non si possono adottare tecniche rivendicative. Infatti si chiarisce subito: “Siamo qui per progettare assieme”. Insomma, non è più l’assemblea classica, dove di solito nasce la rivendicazione, l’opposizione, quell’aspetto di conflittualità che di solito è il primo approccio tra amministrazione e cittadini.
Ciò che invece resta da indagare è come si tengono in equilibrio le diverse esigenze di ordine tecnico e politico, per evitare qualsiasi esclusione.
Remo. Io partirei da una considerazione. Come diceva Mario prima, il discorso della partecipazione viene da lontano, non è un’invenzione dell’oggi. Però a mio avviso, ha finito la sua parabola iniziale. Intendo dire che secondo me è maturato un altro passaggio.
La partecipazione infatti dovrebbe uscire da quella fase importantissima di coinvolgimento della società civile organizzata e trovare gli strumenti per coinvolgere la società nel senso più ampio. E’ un lavoro complicatissimo; noi lo stiamo in parte già sperimentando, e credo sia l’unica via per non prendere abbagli, cioè per non scambiare la società organizzata con la società; sono due cose diverse e qui credo stia uno degli errori della sinistra negli ultimi decenni, quando ha dismesso un lavoro nel territorio, una presenza politica, pensando che dal centro si potesse governare il rapporto con la società…
Tu hai seguito un progetto di riqualificazione a Tor Sapienza, dove il rischio era l’emarginazione di un intero quartiere, ce ne puoi parlare?
Remo. Dentro Tor Sapienza c’è un complesso Iacp, di case popolari, mi pare siano 504 appartamenti; a fianco c’è altra edilizia popolare del Comune di Roma, altri 200 appartamenti circa; insomma in uno spicchio d’area piccolissimo ci saranno almeno 4000 persone, la popolazione delle vecchie borgate romane, oppure degli scantinati, tutti ammucchiati lì; sono dei palazzoni, “luoghi in cui non si può entrare senza correre dei rischi fisici”: stronzata colossale!
Però nell’immaginario della gente c’era proprio questo. La stessa scuola ha sempre vissuto i ragazzi che vengono da lì come quelli che creano casino e via dicendo. Parlando con Mario di cosa fare in quel contesto, in quell’area di disagio, noi suggerimmo, dopo quattro anni di lavoro svolto grazie alla 285, di puntare sulla musica, dato che si era rivelato un elemento di aggregazione dei giovani. La realizzazione del microprogetto doveva però avere anche una valenza di rottura dell’isolamento, un progetto di qualità medio-alta che obbligasse anche l’esterno ad entrare lì dentro, e quindi realizzare una sala prove, incisioni, sala letture e sala acquisto, che chiamasse anche gruppi dall’esterno.
Nacquero subito dei problemi. In un primo incontro tra il parroco di Tor Sapienza, il comitato di quartiere e l’associazione di commercianti -noi non c’eravamo- uscì infatti un’idea di senso opposto: siccome da Viale Morandi, già la biblioteca se n’era andata, come pure i servizi sociali, alcuni esercizi commerciali, la stessa farmacia, “Insomma, è inutile investire in quel luogo, sarebbero soldi buttati”.
Così venne deciso di collocare l’ubicazione della struttura da un’altra parte. Addirittura, cosa più aberrante, si propose di staccare questo pezzo di quartiere da Tor Sapienza e appiccicarlo a un altro quartiere. Infatti, trovandosi su una collinetta, ai cui piedi passa via De Chirico, una strada enorme a scorrimento veloce, e essendo quindi pericoloso attraversarla, meglio non fare le cose laggiù.
A me arrivò un verbale inquietante che provocò forti tensioni, sia col parroco che con il rappresentante delle Farmacie Comunali, e con il comitato di quartiere. Noi eravamo intenzionati a denunciare questa decisione all’opinione pubblica. Cioè, è pazzesco! Invece di operare dove c’è il disagio, cosa fai? Lo cancelli: il punto era allontanarli.
C’è stata una grossa discussione. Poi la cosa è parzialmente rientrata e si è proposto un doppio polo: uno veniva realizzato lì e l’altro rimaneva comunque fuori, perché “gli artisti non vogliono andare a lavorare a Tor Sapienza”.
Questo per segnalare un primo limite. Come dicevo, la progettazione partecipata con la cosiddetta società organizzata e civile corre costantemente il pericolo di non essere realmente interprete dei problemi del territorio. Allora, se questo approccio andava bene per riavvicinare la politica al territorio, adesso la politica dovrebbe fare un passaggio successivo, cercando di avviare un lavoro, difficilissimo, di partecipazione sulla progettazione. Non più su un progetto già definito.
Da quattro anni, in Viale Morandi, abbiamo un progetto 285 rivolto a una fascia adolescenziale, 14-18 anni, che abbiamo interpretato cercando di attuare alla lettera la filosofia di quella legge, cioè il concetto di prevenzione e non di contenimento, o di cura del disagio. Insomma, non vogliamo realizzare una parrocchia “di sinistra”. Certo, stiamo anche a fianco al giovane, ma con una logica precisa, vale a dire con un intervento sul contesto sociale e urbanistico in cui il ragazzo è inserito. Se non rimuovi le cause di quel disagio gli interventi saranno sempre soldi buttati.
Abbiamo avviato un dibattito anche su una trasformazione dell’unità di strada, che ha anch’essa ormai raggiunto un limite: si ferma al rilevamento del problema, senza dare una soluzione; fa una mappatura del territorio, i luoghi in cui i ragazzi si aggregano, i disagi che hanno e via dicendo.
Noi allora abbiamo voluto puntare a un concetto di educativa territoriale. Cioè riportare nel territorio i problemi ma anche la soluzione; questo dibattito si è sviluppato confrontandosi con altre realtà della 285 di Roma, ma anche di Torino, Napoli e Genova; l’anno successivo c’è stato un incontro a Barcellona e Marsiglia. A Marsiglia siamo così entrati in contatto con l’Università del Cittadino. Un’iniziativa per restituire innanzitutto sicurezza e tranquillità al cittadino singolo per parlare con gli altri cittadini, fornendo anche una metodologia: ascolti e parli. Questo prodotto poi avrebbe dovuto diventare l’interfaccia col municipio…
Ecco, il dipartimento si è fatto carico di costruire e sperimentare in alcuni municipi di Roma, chiedendo la partecipazione di Marsiglia, tale percorso, che è propedeutico proprio per ritrovare una partecipazione reale, in cui il cittadino ridiventi davvero protagonista.
Questo problema è fondamentale anche nell’esperienza del bilancio partecipato, che rischia di ridursi a un insieme di associazioni che fanno valere i propri interessi. Ecco, non può essere questo il bilancio partecipato; dev’essere il fatto che il Comune, l’amministrazione si mette in gioco in una partita che è grossa, che avrà i suoi tempi di attuazione e che però deve portare il cittadino a discutere di come il municipio spende i soldi, con quali priorità…
Dicevi che uno dei risultati più importanti è stata la creazione del parco Morandi…
Remo. E’ un parco nato da un bando in cui le associazioni potevano presentare delle idee; allora in realtà fu bocciato, o meglio non accettato, con una motivazione peraltro curiosa, ossia che eravamo andati oltre il mandato del bando; noi ci dovevamo limitare a una sorta di indicazione, non alla sua realizzazione. Tuttavia per noi si è rivelata una vittoria perché quel lavoro è stato comunque la base per il parco.
Lì infatti c’è un conflitto generazionale, legato alla particolarità di quell’assetto urbanistico, molto stretto, per cui i ragazzi, non avendo un luogo, non avendo spazi, si raggruppano lì e inevitabilmente fanno casino.
Allora gli adulti, che poi non era gente venuta da fuori, casomai erano i loro stessi genitori, ebbene gli rompevano le panchine, gli mettevano l’olio bruciato, la colla per topi; tant’è che a un certo punto c’erano questi ragazzini che ci arrivavano con gli uccellini rimasti appiccicati sulle panchine…
E tuttavia non era solo cattiveria fine a se stessa; lì ci sono degli androni, i ragazzi si raccolgono in dieci per panchina e quelli che vivono ai piani di sopra non campano più…
La cosa bella comunque sai qual è stata? Che quando gli abbiamo spiegato che c’era questa opportunità, i ragazzi hanno studiato il problema e hanno proposto la soluzione per se stessi, ma anche per i bambini più piccoli, dato che non c’era nulla neanche per loro, come pure per gli anziani. Quindi non si sono limitati egoisticamente a risolvere esclusivamente il proprio problema. Grazie all’Ufficio Giardini abbiamo così installato intanto un modulo di giochi in legno…
C’era poi il problema dell’isolamento, che non è solo urbanistico ma anche fisico, sociale. Dall’altra parte dello stradone c’era un altro pezzo di verde, ma era appunto separato. Allora noi abbiamo fatto un progetto che prevedeva un ponte di collegamento tra queste due aree.
Sembrava un sogno, non ci credeva nessuno, invece ora si sta realizzando. Tutto questo ha messo in moto un processo di crescente partecipazione attorno a questo parco e a questo ponte.
La gente ha ritrovato davvero il gusto di occuparsi, di prendersi cura del proprio territorio: sono diventati tutti assistenti, tutti tecnici, tutti ingegneri; davvero, intorno a questi quattro operai c’era sempre un nugolo di anziani… Ebbene proprio questa inattesa partecipazione ha trasformato il progetto con continui aggiustamenti. Ecco, per me, la partecipazione, non tanto al progetto, ma alla progettazione, è proprio questo: il fatto che ognuno di noi, associazioni, istituzioni, faccia un passo indietro per poter accogliere anche la partecipazione sociale.
Lo spirito della 285 era proprio quello di promuovere una cittadinanza competente…
Remo. Esattamente. Oggi, però, per me c’è una sfida ulteriore: qui si tratta di trasformare l’esercizio della cittadinanza in un piacere, non più solo in un dovere. Questa per la politica è una cosa forte.
Mario. Vorrei tornare su un aspetto sollevato da Remo, in particolare sulla necessità di sollecitare tutti i cittadini a partecipare, casomai andandoli a scovare laddove non si partecipa, facendo sì che si costituiscano dei gruppi di identità sociale. Qui c’è un nodo cruciale. E’ chiaro che non bisogna confondere la parte con il tutto: chiamando dei rappresentanti dobbiamo essere sempre consapevoli che è una parte della società, infatti non ci sono i rappresentanti di tutte le realtà, e comunque, se anche ci fossero tutti, non sono sullo stesso piano, perché il comitato di quartiere del complesso di case popolari di Tor Sapienza, dove abitano 4000-5000 persone, non può essere equiparato, in termini di peso sociale e culturale, al rappresentante di un’associazione che fa animazione di strada, per dire; allora, già qui nasce una prima complicazione. C’è poi il problema di chi denuncia di non essere stato invitato. Ma qui davvero il più delle volte semplicemente non sapevamo che quella realtà esistesse! Tant’è che di solito il primo workshop si conclude con una domanda generale: “Ci siamo dimenticati di qualcuno?”. Perché sappiamo che si tratta sempre di un’approssimazione, non è la realtà locale.
Fermo restando che mai bisogna confondere la parte con il tutto, che ogni volta che organizziamo un workshop o un seminario è un’approssimazione, un metodo di lavoro, a mio avviso, se poi si scatena un conflitto resta una cosa positiva. Ad esempio, è bene che in quel caso si siano scatenate delle tensioni sul fatto che il prete e l’associazione commercianti avessero fatto una specie di complotto. In questo modo si è capito che a Tor Sapienza esistono due realtà: quelli che abitano attorno a via di Tor Sapienza, una comunità abbastanza integrata, con una composizione sociale diciamo di ceto medio, che pensa di riqualificare la propria zona e annessi; invece dall’altra parte ci sono un po’ i “dannati della terra”, secondo l’immaginario. Allora, ben venga il fatto che a Tor Sapienza ci siano queste due realtà che sono entrate in conflitto, è un fatto estremamente positivo. Qual è il limite? Che l’amministrazione nel momento in cui ha avviato questo processo avrebbe anche dovuto avere le forze, umane e tecniche, per dire: “Questo è il conflitto, benissimo, facciamo diecimila assemblee, approfondiamo, fino a far emergere un interesse generale prevalente”.
Perché alla fine è l’amministrazione, sulla base del proprio orientamento politico, a scegliere. Se anche ci fosse stata una grossa mobilitazione contro le case popolari, l’amministrazione avrebbe potuto rimanerne sorpresa ma poi avrebbe detto: “Ciò non toglie che i servizi sociali vanno portati dove servono e quindi la mia iniziativa resta immutata”.
Questo per dire che partecipazione non vuol dire ricerca del consenso a tutti i costi; vuol dire intanto conoscenza dei conflitti, ricerca delle possibilità di trovare insieme soluzioni, capacità di disegnare insieme scenari di sviluppo locale.
Il paradosso poi qual è? Che sul tema della partecipazione le critiche le fanno a me, che faticosamente cerco di promuoverla; nel 99% degli uffici che fanno pianificazione, non gliene importa niente della partecipazione, anzi ne sono spaventati, perché casomai ci sono gli accordi con gli imprenditori.
In questo senso l’amministrazione deve fare un passo avanti, non un passo indietro, cioè deve attivare maggiormente questi esperimenti, ma con risorse adeguate.
Remo. La mia non voleva essere una critica a quell’esperienza perché credo che l’ufficio di Mario sia stato comunque tra i primi a Roma; e infatti la fantasia, la cultura si sono risvegliate dove c’era una sensibilità…
La critica riguardava il fatto di capire che questa esperienza è arrivata a maturazione e c’è bisogno di un passaggio ulteriore. Che è poi quello che dici tu. Io ho parlato di “fare un passo indietro” nel senso di allargare le opportunità, che per l’amministrazione in effetti significa andare avanti e mettere più risorse economiche e umane, anche perché altrimenti si rischia l’effetto boomerang.
C’è anche un problema di tempi, strettamente legato alla credibilità di queste iniziative...
Mario. Il contratto di quartiere è sempre legato a delle scadenze e se non si presentano i progetti entro un termine preciso, vengono esclusi.
Allora io ho un ufficio piccolo, soldi pochi, insomma non posso mettere in moto chissà che… per ognuno dei contratti di quartiere ho fatto tre workshop; di più non ce la faccio, perché bisogna poi trovare il tempo di avviare i progetti, realizzarli…
Invece spesso questi scenari locali condivisi avrebbero bisogno di almeno un anno di lavoro, con alcune persone impegnate a tempo pieno. Perché, tra l’altro, far emergere e superare i conflitti facendo prevalere un interesse generale vuol dire costruire comunità.
Rispetto ai tempi, è verissimo: c’è un problema, perché qui si disegna uno scenario, si individuano dei progetti, e a quel punto uno giustamente dice: “Bene, a questo punto vediamoli”. I tempi invece sono lunghi, perché solo per una variante urbanistica ci vogliono otto mesi se va bene!
Invece, soprattutto nella progettazione partecipata, la cittadinanza è subito entusiasta: “Benissimo! Finalmente abbiamo un progetto nostro!”. Solo che proprio perché questa volta è un progetto nostro, lo vogliamo vedere subito. E invece subito non lo vedi perché l’amministrazione ha i suoi tempi, è molto lenta.
Insomma c’è l’altra faccia della medaglia: quando fai progettazione partecipata metti in moto aspettative che invece poi si scontrano con una procedura che rimane quella di sempre.
Remo. Credo sia stato un po’ messo il dito nella piaga. Io infatti ho l’impressione che questo sia un paese che ricorre in questo errore: si fanno delle riforme bellissime, che poi però naufragano perché sono talmente avanzate e talmente scollegate dalla comprensione del quotidiano, da non avere poi le gambe per marciare.
Guardiamo alla legge 180, per la chiusura dei manicomi, ma anche alla 285, importantissima e bellissima, perché per la prima volta si impegnavano risorse economiche, culturali e amministrative per la prevenzione…
Allora, quest’amministrazione comunale secondo me ha promosso un’esperienza bella, quella del “concorso delle idee”. La progettazione infatti non può essere fatta intorno a un progetto già definito; quello diventa il “come far digerire” alla comunità locale quel progetto. Altra cosa è dire: “Io come amministrazione ho identificato a Ostia o a Centocelle la necessità di riqualificare alcune zone, i cittadini producano un progetto, delle idee; io poi nelle pieghe dell’economia vedo quale progetto risponde trasversalmente alle esigenze di quella comunità e lo realizzo”. Così si rimette in moto anche un interesse locale vero, non solo per addetti ai lavori. Anche perché io sono convinto che nei municipi ci sono competenze, capacità, che in questo gioco di trasferimento di poteri dal centro alla periferia non vengono utilizzate.
In quali altri ambiti vi state muovendo come assessorato?
Alessandro. Stiamo promuovendo un’idea di partecipazione anche sul piano di uno sviluppo economico diverso, che vuol dire ecocompatibile, attento all’equità della distribuzione, al rapporto nord-sud ecc. E’ nato così il Tavolo dell’altra economia, un luogo virtuale e fisico d’incontro, in cui quest’assessorato incontra tutti i soggetti che a Roma si occupano di commercio equo e solidale, agricoltura biologica, consumo critico, finanza etica ecc.
Cerchiamo di aiutare questo mondo con politiche concrete, sia di sensibilizzazione nei confronti del cittadino, sia proprio di sostegno alle imprese dell’altra economia che nascono o vogliono crescere. C’è anche un tentaivo di integrare i vari ambiti. Nei contratti di quartiere, nelle forme di autorecupero, nelle opere a scomputo, c’è proprio questo tentativo di integrare intervento sociale, economico e territoriale. Sono tutte iniziative in cui l’amministrazione comunale mette risorse, strumenti, anche indirizzi, ma nella cui gestione entrano fortemente i soggetti del territorio in senso stretto.
Va detto che non è affatto facile; ci scontriamo con un’amministrazione che, a parte l’ufficio di Mario, non è per niente abituata a immaginarsi percorsi partecipativi, men che meno a realizzarli. La politica ancora non ha metabolizzato questa novità; soprattutto non ha capito che questo è un investimento.
Insomma, i problemi sono enormi e nel caso particolare del nostro assessorato il principale è forse l’isolamento. E’ vero, ci lasciano la nostra nicchia di lavoro, ma la partecipazione non ammette risposte del tipo: “Non è di mia competenza”. Per essere efficace, la partecipazione dovrebbe essere qualcosa di trasversale, un patrimonio comune anche delle istituzioni. In una giunta che condivide i principi della partecipazione, per dire, ogni volta che si decide di fare un lavoro, una percentuale, anche piccola, del budget dovrebbe essere destinata alle attività di comunicazione, coordinamento, partecipazione, organizzazione di assemblee, produzione di materiali informativi. Sarebbe un grande risultato: la partecipazione come modalità trasversale, momento centrale e però, a quel punto, “normale”, della vita di un’amministrazione…
Anche nelle borgate abusive, le iniziative volte a promuovere la partecipazione hanno prodotto risultati inediti. Ce ne puoi parlare?
Anita. Dopo essere vissuta a Roma, anni fa mi sono trasferita nell’entroterra di Ostia in un quartiere abusivo, ovvero spontaneamente sorto. Premetto che il mio passato di insegnante forse mi ha un po’ aiutato nel capire i meccanismi, e nello stimolare, anche se questa volta si trattava di un “popolo adulto”. Col tempo, ormai sono passati 20 anni, ho infatti scoperto che per questo “popolo del fai-da-te”, l’arrangiarsi, che è stato inizialmente un’esigenza, si è poi trasformato in una pratica che ha permesso di sopperire all’assenza dell’amministrazione.
Parliamo di una realtà che è una sorta di carta assorbente: basta che tu dia il là, e questi sono abituati a far da soli, in tutto e per tutto; l’hanno dovuto fare per anni: si sono fatti la casa da soli, la strada da soli.
Allora, la sfida vera per me è stata proprio sollecitare questa competenza, questa “qualità” -io infatti la considero tale, anche se parliamo di realtà abusive- e trasformarla anche in una qualità sociale, ossia col rispetto delle regole, degli altri; quando sono arrivati per loro esisteva la propria casa e basta.
Nelle borgate abusive c’è anche un problema di frammentazione, in origine infatti sono state occupate da cittadini che provenivano anche da regioni diverse, quindi non c’è una vera comunità…
Anita. Infatti non è stato facile, ma nell’arco di 15-20 anni, credo siamo riusciti, tutti assieme, a trasformare un aspetto negativo, di illegalità e autoesclusione, in una risorsa per la crescita sociale del quartiere e della comunità.
E’ vero, le borgate abusive sono comunità internamente piuttosto diversificate, con provenienze territoriali da varie regioni, quindi senza identità, molto disgregate.
Ecco, come cercare di creare un’identità sociale casomai partendo dalle esigenze quotidiane, l’acqua, la luce, le strade, gli allagamenti? Perché siamo partiti da questo: una famiglia litigava con l’altra perché di notte ci si attaccava al tubo dell’acqua del Consorzio di bonifica; io che venivo da Roma, dalla città, all’inizio sono rimasta decisamente disorientata, mi dicevo: “Non è possibile!”.
Però, piano piano, nell’arco di 20 anni abbiamo creato una piccola comunità che conosce molto bene regole, sa che le deve rispettare e quando è chiamata a raccolta, su qualsiasi tema, dalla festa alla manifestazione, risponde, cosa non scontata di questi tempi.
Ora si sta per realizzare un sogno: la Casa di questa comunità, che diventerà il centro polifunzionale Stagni di Ostia, una delle tre opere pubbliche previste dal contratto di quartiere, dal Borgo di Ostia Antica al Borghetto dei Pescatori; una casa piuttosto grande, di 800-900 mq, cui anche nella fase di progettazione, i cittadini del quartiere -credendo di sognare- hanno partecipato, indicando gli obiettivi e gli ambiti, sociale, sportivo e culturale.
I cittadini come hanno reagito? Dicevi che uno degli elementi decisivi è stata la promozione delle “opere a scomputo”…
Anita. I cittadini sono cambiati. La comunità è proprio cambiata. Io ricordo i primi mesi in cui sono arrivata: ero proprio allucinata. Venendo dalla città, non mi rendevo conto che potessero esistere situazioni di questo tipo.
Oggi la comunità ha dimostrato di aver capito l’importanza dell’autorganizzazione; dal punto di vista urbano le borgate abusive sono una fascia debolissima, dove si vede qualcuno solo in campagna elettorale; un quartiere che anche politicamente…
Allora il Msi era il primo partito; adesso non è più così, però una fatica!
Al di là delle considerazioni politiche comunque il valore più grosso riguarda il risultato sociale, che si è consolidato proprio grazie allo strumento delle opere a scomputo.
Tutto è cominciato con una delibera del Comune di Roma, che invitava le varie borgate periferiche a riunirsi in consorzi di autorecupero, per realizzare le opere pubbliche all’interno del loro quartiere “a scomputo” degli oneri di urbanizzazione, delle concessioni edilizie in sanatoria. Credo che Stagni di Ostia sia l’esperienza più grossa; dovrà raccogliere intorno ai 4 miliardi e mezzo; circa 2 miliardi sono stati già spesi per l’illuminazione di tutte le strade, che non è una cosa da poco. Infatti a breve deve venire il sindaco a inaugurare il quartiere “illuminato”.
Parlo di quartiere, perché queste realtà abusive si possono considerare un condominio “sdraiato”, sono tutte villette, case…
C’è una differenza tra l’Infernetto, che è un quartiere residenziale, nato abusivamente, ma con un livello sociale e economico diverso da Stagni di Ostia o altre borgate abusive. Qui invece parliamo di una borgata abusiva dove ci sono soprattutto operai.
Allora, in seguito all’ultimo condono Berlusconi c’è stata la possibilità di ritirare la concessione edilizia in sanatoria per coloro che hanno costruito abusivamente entro i termini stabiliti dalla legge; arrivava poi il conguaglio e si dovevano pagare gli oneri di urbanizzazione.
La differenza tra la concessione edilizia normale e quella in sanatoria è che, per la seconda, prima ti costruisci la casa e poi paghi gli oneri.
Il grosso vantaggio è stato quello di mettere queste realtà abusive in condizione di regolarizzarsi pagando il dovuto, non solo in forme agevolate, ma con un grosso incentivo a farlo. Diversamente avremmo rischiato di perdere per sempre l’intera periferia romana dal punto di vista sociale e civile. La proposta invece è stata molto interessante: “Io amministrazione ti do l’opportunità di metterti in regola. Non solo: potrai anche vedere i soldi che hai tirato fuori reinvestiti nel tuo quartiere”.
Questo è stato il grosso incentivo, perché altrimenti, a mio modestissimo avviso, due terzi della gente che aveva costruito abusivamente non avrebbe mai pagato gli oneri; avrebbe continuato a vivere così perché tutto sommato era conveniente. Ecco il grande valore delle opere a scomputo; un valore proprio sociale, civile addirittura vorrei dire.
Insomma, c’è stata da parte dell’amministrazione di centro sinistra una decisione davvero rivoluzionaria; quale parte politica direbbe: “Io devo introitare quei soldi, invece li raccolgo e li faccio gestire a te”? Ho visto un alto valore educativo, di crescita, in tutto questo. Una di quelle cose che si dicono “di sinistra”! Tra l’altro in questo processo di regolarizzazione, c’è stato anche il recupero di un’identità di famiglia che vive in una città, sennò ti senti abbandonato in una periferia e quindi ti puoi permettere di fare quello che ti pare, tanto nessuno sa, non esisti. Invece no: ci sono, esisto e quindi devo seguire le regole; partecipo, ma in cambio ho dei risultati. E i risultati si sono visti.
Questo centro polifunzionale è un po’ la chicca, il sogno che si avvera; per chi fino a dieci anni fa non aveva l’acqua potabile… se allora gli avessimo parlato di un centro funzionale ci avrebbero linciato!
Quindi, secondo me, è un’esperienza sociale validissima che andrebbe proprio raccontata e fatta conoscere.
Un altro vantaggio delle opere a scomputo, dell’adesione a questi consorzi di autorecupero, è stato quello di negoziare dei forti risparmi sugli interessi.
Qui si vede anche l’importanza del momento aggregativo e dell’essere rappresentati, che è l’esatto contrario di ciò che ha spinto quelle prime famiglie ad abitare in quei quartieri. Si è proprio voltato pagina.
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