Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

d'usi e costumi

UNA CITTÀ n. 192 / 2012 Marzo

Intervista a Guglielmo Weber
realizzata da Barbara Bertoncin

OGNI ANNO TRE MESI IN PIU'
L’innalzamento dell’aspettativa di vita e la riduzione della fecondità sono all’origine di una nuova rivoluzione demografica; perché lasciare il lavoro presto nuoce alla salute e al portafoglio, il mito del vecchio che lascia un posto al giovane e quello del mattone come investimento sicuro. Intervista a Guglielmo Weber.

Guglielmo Weber è professore di Econometria e direttore della Scuola di dottorato in Economia e management presso l’Università di Padova. Si occupa delle scelte di consumo, risparmio e investimento delle famiglie e di economia dell’invecchiamento. Dirige il gruppo italiano della ricerca Share (Survey on Health, Ageing and Retirement in Europe) , che cura la raccolta di dati sugli ultracinquantenni in vari paesi europei. Ha scritto, assieme a Gianpiero Dalla Zuanna, Cose da non credere. Il senso comune alla prova dei numeri, Laterza 2011. Negli ultimi decenni in Italia, in Europa e in buona parte nel mondo sviluppato i cambiamenti demografici hanno modificato profondamente il modo di vivere delle persone…
I demografi parlano di "New Vital Revolution”, ossia di una nuova rivoluzione demografica segnata innanzitutto da un duplice invecchiamento della popolazione europea -italiana in particolare, ma anche giapponese, americana e di tutti i paesi sviluppati. Duplice perché si invecchia "dall’alto”, nel senso che si è di molto alzata l’aspettativa di vita: negli ultimi quarant’anni la vita attesa si è allungata ogni anno di tre mesi. È come se per ogni anno che viviamo ne consumassimo solo nove mesi; gli altri tre in qualche modo ce li abbuonano. Una situazione incredibile se si pensa che questo è successo in maniera sistematica per oltre quarant’anni. D’altra parte c’è stata anche una riduzione della fecondità, il cosiddetto invecchiamento "dal basso”. Di fatto si è passati dalla situazione dei nostri nonni e bisnonni con tre, quattro, cinque figli per donna a quella odierna di 1, 4 figli per donna. Quindi la popolazione invecchia perché aumenta il numero di anziani e perché, al tempo stesso, si riduce il numero dei nuovi nati. Questo cambiamento, progressivo, lento e inesorabile, negli ultimi decenni ha modificato in maniera importantissima la vita delle persone e tuttavia le istituzioni e la mentalità fanno fatica ad adeguarsi, a stare al passo. Per esempio, nel corso degli anni Settanta e Ottanta sono state rese particolarmente facili le pensioni in età di fatto giovanile. Una decisione completamente in controtendenza rispetto a un cambiamento epocale che andava nella direzione opposta. Ma non sono soltanto le pensioni, è tutta la fabbrica della società che non ha tenuto conto in maniera adeguata di questa rivoluzione. Solo ora si sta affermando l’idea che la terza età è un’età attiva, cioè che finché hai la salute devi essere attivo. Io sono responsabile nazionale per un’indagine sulla salute, l’invecchiamento e il pensionamento degli ultracinquantenni in Europa. Ecco, questa ricerca, che si chiama Share (Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe) evidenzia per esempio che un numero elevato di "giovani anziani” in buona salute, cioè di persone tra i 60 e 70 anni, non svolge alcuna attività né di lavoro, né di volontariato, né di cura di vecchi o nipoti. Questo è più frequente tra gli uomini, ma anche tra le donne c’è una percentuale importante di persone che non fanno niente. Si occuperanno un po’ delle cose di casa, ma sono inattive e questo ha un effetto negativo sulle prospettive delle loro stesse vite. Perché quello che la ricerca medica ha messo in risalto è l’importanza di tenersi attivi, sia sul piano fisico -e questo lo sappiamo- ma anche sul piano intellettivo. Così come i muscoli hanno bisogno di essere tenuti in attività, anche il cervello ne ha bisogno perché in questo modo si creano nuove sinapsi, nuovi collegamenti tra i neuroni. Quindi una persona che si tiene mentalmente attiva invecchia più lentamente e può addirittura migliorare le proprie capacità intellettive. È il tema della ricerca che ha valso il premio Nobel della Medicina a Rita Levi Montalcini. Mi fa piacere ricordarla anche perché scrisse una lettera a favore della nostra indagine Share. D’altra parte, lei stessa è un esempio... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!



archivio
Competenza della cura
L’idea di una superiorità morale femminile rischia di essere una trappola per le donne. L’importanza di assumere la cura come nodo centrale del nostro presente, ma anche del modello di società futura che desideriamo costruire. La sfida di tenere assieme autonomia e stato di bisogno e il concetto di pluralità nella concezione della "buona cura”. Le donne in politica "fanno la differenza”?
Intervista a Joan Tronto.

Libertà nel legame
Il rischio di considerare la cosiddetta "dipendenza affettiva” alla stregua delle altre dipendenze da sostanze. L’idea falsa di una liberazione dai legami, dalle relazioni, senza le quali non potremmo vivere. Gruppi di autoaiuto in cui la relazione con altre donne può far cambiare un legame sbagliato. I modelli maschili. La pratica di partire dalla "base sicura” della propria storia ed educazione.
Intervista a Maria Castiglioni.

Il capitale di ogni uomo
La diffusione dell’idea che la procreazione è scelta individuale, così come lo è quella del partner, è la causa del rallentamento della crescita demografica nel mondo. La stessa coercizione cinese si è inserita in un cambiamento di costume in atto. Le disparità che aumentano e i limiti nella disponibilità dei common goods. La vita che si allunga, grazie anche a costosi farmaci hi-tech, ma a quali condizioni?
Intervista a Massimo Livi Bacci.

Le lente novità
Mentre famiglie di fatto, separazioni per abbandono, persone che restavano sole c’erano anche nei secoli passati , le novità riguardano il costume ormai prevalente della separazione dei beni, voluta soprattutto dalle donne, la più lunga permanenza in casa del figlio, il progressivo venir meno di una solidarietà intergenerazionale, la diminuzione delle violenze dentro la famiglia. Intervista a Marzio Barbagli.

Il diritto alla famiglia
Perché due omosessuali non devono potersi sposare vedendo così riconosciuta l’utilità sociale della loro unione? Un problema che neanche il Pacs, la cui necessità peraltro è fuori discussione, può risolvere. L’arretratezza spaventosa dell’Italia, dove neanche i single possono adottare un bimbo.
Intervista a Tommaso Giartosio



chiudi