









UNA CITTÀ n. 182 / 2011 MarzoIntervista a Fateh Kimouche
realizzata da Francesca Barca
IL VICINO TRANQUILLO...
Un sito che si occupa di consumatori musulmani, ma anche di cittadinanza, religione e laicità; un mercato, quello che gira attorno all’halal, dalle cifre astronomiche e che sta salvando tante aziende francesi; i segni di integrazione che non si vogliono vedere e la troppa enfasi sul burqa. Intervista a Fateh Kimouche.
Fateh Kimouche gestisce il sito Al-Kanz.org che si occupa di consumatori musulmani.
Da qualche anno gestisce il portale Al-Kanz, rivolto ai consumatori musulmani. Com’è nata questa esperienza?
L’idea di Al-Kanz in qualche modo ce l’avevo nella testa fin dai tempi del mio dottorato in Filosofia politica, che tra l’altro non ho concluso: mi mancava solo la stesura della tesi, ma mi sono trovato con una famiglia a carico e quindi con il bisogno impellente di lavorare. A quel punto mi sono detto che i sette anni di formazione potevano bastarmi. è vero, in Francia il titolo di studio è fondamentale per trovare lavoro, però proprio non potevo, anche se sapevo bene che per mia madre sarebbe stata una grande soddisfazione avere un figlio dottore.A quel punto ho deciso di aprire un blog. Un primo blog l’avevo aperto nel 2001 quando ero in Erasmus in Svizzera: si trattava di un blog di quartiere. Questo si focalizzava invece sulla problematica dei consumatori musulmani che, tra l’altro, è un tema che in fondo si lega ai miei studi. La mia tesi (non conclusa) era infatti sulla questione dell’individuo in Platone e devo dire che le problematiche dell’epoca in fondo sono le stesse di oggi: laicizzazione, democrazia, il posto dell’individuo nella società, nella nazione... Ecco, quando parlo del consumatore musulmano faccio riferimento a questa cornice, a queste tematiche.Il "posto” dell’individuo e del consumatore musulmano nella società chiama infatti in causa molti concetti: quello dello spazio della religione, la cittadinanza, il fatto di essere "autoctoni”, cioè nati in quella terra specifica. Ad esempio, oggi si può essere un musulmano "regionale” (nel senso di tipico, territoriale, ndr).Nell’ottobre del 2006 ho dunque lanciato il portale Al-Kanz.org. Grazie a un programma di statistiche che le calcolava male (per cui gli accessi mi sembravano di più di quelli che erano effettivamente), ho pensato: "Ce la posso fare”. Mi dicevo che se avessi potuto guadagnare anche solo mille euro al mese dalla mia attività sarebbe stato perfetto.Nell’ottobre del 2008 sono stato ammesso, con mia grande sorpresa, a un percorso di formazione per diventare imprenditore. Dico con sorpresa perché quando si evoca l’Islam non è che escono gli uccellini cinguettando ed è tutto rosa. Al contrario, la prima associazione di idee con "Islam” è "attentato”. Comunque ci ho provato, anche se con un certo stress. Dopo un anno ho lanciato la società e di lì a poco ho iniziato a viverci. Oggi posso dire di essere un blogger professionista.
Come funziona Al Kanz.org?
Il sito esiste dalla fine del 2004. In quel momento era una piattaforma di "dono” e "scambio” di oggetti. Dietro c’era un principio diciamo "ecologico”, volto a evitare gli sprechi e a rispettare il pianeta. Questi sono tra l’altro valori che traggo dalla mia religione: come uomo e come musulmano ho dei principi. Il primo è che la terra non mi appartiene e anzi "ha un diritto su di me”. Questa formula è piuttosto ricorrente nell’Islam. Si dice, ad esempio, che la strada "ha un diritto su di me”.Ricorda la polemica sorta attorno al fatto che i musulmani pregavano per strada? C’era la destra che diceva: "è inammissibile!” e la sinistra che ribatteva: "Non è un problema... quei poverini non hanno moschee”. Beh -per rispondere alla destra- in realtà il comune aveva dato un’autorizzazione. (E comunque in Francia tutti i fine settimana i mercatini di antiquariato bloccano le strade). Ma non è questo il punto perché in realtà noi, come musulmani, non abbiamo il diritto di pregare per strada, perché non abbiamo il diritto di disturbare la gente. Questo per lo stesso principio secondo il quale il tuo vicino "ha un diritto su di te”.C’è un hadith del Profeta che sentenzia: "Non è credente colui il cui vicino non è tranquillo”. L’obiettivo di quest’affermazione non è evidentemente quello di scomunicare qualcuno: si vuole spiegare, invece, qual è il buon comportamento, il comportamento di un buon musulmano. Detto altrimenti: se non rispetto il mio vicino è grave. E -attenzione- il Profeta ha detto "il mio vicino”, non "il mio vicino musulmano”. Ecco, l’idea alla base di tutto per me è far riflettere su tutte queste cose.
Qual è il modello economico del sito, come si sostiene?
Con la pubblicità. La pubblicità va in base alle visite: il mese scorso ho avuto circa diecimila lettori al giorno. In media siamo sui trecento-quattrocentomila al mese. La cosa positiva è che si tratta di lettori mirati, che vengono su Al-Kanz sapendo esattamente cosa trovano. È il target perfetto.
Uno dei temi che seguite maggiormente è quello del mercato della carne halal, che tra l’altro lei sostiene rappresentare una fortuna per la Francia.
Assolutamente. E non sono solo io a dirlo. Già nel 2005 in un articolo pubblicato su Les Echos si diceva che Socopa, Charal, Doux, le grandi società francesi di produzione e distribuzione di carne, erano state salvate -credo fosse l’epoca della crisi dell’influenza aviaria- grazie alle esportazioni nei Paesi musulmani, dove si mangia molto pollame.Doux, per esempio, nel 2006, in un momento in cui tutti i settori erano in crisi, grazie all’halal ha fatto un più 4%.Ma gli esempi possibili sono tanti. In Francia, vicino a Nimes, c’è un villaggio, Saint-Bauzilé, dove c’era uno stabilimento di Doux che doveva chiudere. Tutti i lavoratori del villaggio impiegati in quella ditta stavano per essere licenziati e lei capisce che perdere il lavoro in un villaggio sperduto in Francia è più problematico che in una grande città. Tanto più che si trattava di persone "incollocabili”, pressoché tutte destinate a un futuro di disoccupazione perché troppo vecchie, residenti in un villaggio, senza mezzi di trasporto. Cos’ha fatto Doux? Ha deciso di passare ad una produzione completamente halal. E così ha salvato 145 posti di lavoro!Ancora, lo scorso anno Zaphire Isla Delice ha aperto una fabbrica a Neulise, nei Paesi della Loira, e ha creato trenta posti di lavoro. Ora prevedono di assumere altre dieci persone. Neulise è un piccolissimo villaggio, credo di poco più di 1400 abitanti, insomma, quaranta posti di lavoro in una realtà del genere hanno un peso. Questo per dire che ancora una volta l’halal ha creato della ricchezza.In fondo la questione è semplice: in Francia il mercato delle carni rosse è in crisi, quindi oggi l’halal rappresenta una possibilità di salvezza molto concreta perché crea dei posti di lavoro e genera delle cifre d’affari consistenti.Altro esempio: nella grande distribuzione in Francia c’è un buco tra il 15 luglio e il 15 agosto. Le persone sono in vacanza e la pubblicità postale si blocca. Da circa sei anni, e soprattutto negli ultimi due, è successo che il Ramadan attraversi l’estate: l’anno scorso è iniziato il 10 agosto, quest’anno comincerà il primo. Questa è una benedizione per la grande distribuzione perché permette di generare 25 milioni di euro -è una cifra che mi è stata passata da un quadro del settore- in dieci giorni. È una cosa enorme.Un altro esempio: i fogli di pasta brick. In periodi normali in un supermercato ne vendono duemila al giorno (sono le cifre di un supermercato della periferia parigina). Il capo reparto mi ha detto che durante il Ramadan ne vendono ventimila al giorno. I musulmani sono la gallina dalle uova d’oro. E le sto parlando solo del settore alimentare. Presto ci saranno altre possibilità.
A cosa si riferisce?
Alla finanza islamica per esempio. Si sta attendendo la pubblicazione di un decreto legge, si parla del 2011. Ad oggi le leggi fiscali francesi vietano alcune forme finanziarie. La Francia ora vuole recuperare il ritardo che ha accumulato su Londra e sta facendo saltare dei "blocchi” così da permettere alla finanza islamica di operare. Quando i musulmani potranno fare dei prestiti, definiamoli "halal”, ci sarà un boom nell’immobiliare. Nell’Islam è vietato ricorrere all’interesse -noi lo chiamiamo "Riba”. Per noi l’interesse è usura tout court. Questo è il motivo per cui molti musulmani non chiedono soldi in prestito. Io stesso non comprerei mai una casa, a meno che non sia così ricco da poterla pagare in contanti. Non ho mai fatto un mutuo, neanche per la macchina. Un amico mi diceva di avere centottantamila euro in contanti nell’attesa di mettere insieme la cifra necessaria a comprarsi una casa. Ci sono molte persone che vorrebbero comprare casa. Ripeto: non appena arriverà la possibilità, assisteremo a un boom nella vendita delle case, delle macchine...
Se non è possibile applicare un tasso d’interesse, come funziona il prestito di denaro nella finanza musulmana?
La finanza islamica si basa su cose concrete: non si vende il denaro. C’è un versetto coranico che dice: "Il commercio a interesse è illecito”. è per questo che per i musulmani i subprime sono una cosa orribile, anzi impensabile. Esistono varie formule per avere del denaro: uno in particolare si chiama "murabah”.La banca in questo caso compra il bene in questione e poi lo rivende ad un prezzo maggiorato. La differenza rispetto al prestito a interesse è il mezzo: accedi ad un bene senza passare attraverso qualcosa che è vietato. Può darsi che alla fine paghi lo stesso prezzo di chi paga un interesse addirittura di più. Ovvio che mi si può rispondere: "Ma alla fine è la stessa cosa!”. E no... uno è lecito e l’altro è illecito. Il modo in cui acquisisci un bene è importante.
Il giro d’affari dell’halal in Francia è intorno ai cinque miliardi di euro.
Sì, e questa cifra riguarda solo il comparto alimentare. Bisognerebbe aggiungere la finanza, il mercato immobiliare, le assicurazioni, la cosmetica... Ora si sta diffondendo anche il cosiddetto viaggio "halal”, per chi ha voglia di viaggiare ma non vuole trovarsi, ad esempio, in una piscina con delle persone svestite o in un posto dove si beve alcool.Diciamo che è un tipo di viaggio molto "famigliare”. È molto sviluppato all’estero, ma sta arrivando anche qui. Una signora francese che possiede diverse casette indipendenti in Bretagna ha fiutato l’affare: dopo aver dotato le abitazioni di tutti i confort (biliardi, calcetto, piscina) ora le affitta solo a dei barbuti” a 750 euro la settimana. Non è musulmana, è una bretone, semplicemente ha visto il business. Va talmente bene che è sempre piena, tanto che seleziona le candidature. I suoi clienti sono quelli che qui chiameremmo "integralisti”. Ma in realtà questi "barbuti”, che girano con la tunica e hanno la moglie velata, vivono "alla francese”: vogliono farsi il fine settimana in campagna vicino al Mont Saint Michel. Alla fine non sono che dei "buoni francesi”, con la differenza che hanno una barba.
Si ipotizza -perché le statistiche etniche sono vietate- che in Francia vivano circa cinque milioni di musulmani...
Cinque, sei, sette milioni... Da quanti anni si dice questa cosa? Dieci? Non fanno figli i musulmani? Siamo cinque milioni da dieci anni! Quando abbiamo un tasso di fecondità, si sa, più alto di altri "gruppi”.Comunque il punto è che in Francia è molto delicato parlare di questa questione. I francesi hanno un problema con l’integrazione. Un bel libro per avvicinarsi a questa problematica è La Memoria e l’Oblio di Benjamin Stora. Stora parla della Guerra d’Algeria e del Front National spiegando come la Francia non abbia risolto i suoi problemi con le ex-colonie. Il risultato è che è vietato dire che ci sono, che ne so, tre milioni di neri o quattro milioni di "qualcos’altro”.Ma perché non vivere tutto questo in maniera positiva? Non è una tara, non è un male... Vede, la Francia è un po’ come una vecchia signora che sta invecchiando e che vede che le cose cambiano e si lamenta: "Ah, si stava meglio prima” o "Prima era tutto più bianco”. La Francia è una vecchia signora in piena crisi adolescenziale.
In Francia c’è stata una grossa campagna contro la macellazione rituale in nome dei diritti degli animali (vedi gli Appunti del n. 181). Qualcuno, più che la tutela dei diritti degli animali, vi ha visto un attacco velato all’Islam. Lei cosa ne pensa?
Penso siano vere entrambe le cose. Nel 2008 ho scritto un articolo che si intitolava "Bisogna dialogare con la Fondazione Brigitte Bardot?”. L’ultima campagna contro la macellazione rituale, partita a gennaio, è stata promossa da un gruppo di associazioni, tra cui la Bardot, perché, dicono, non c’è stordimento preventivo dell’animale. Io l’ho trovata un’operazione piuttosto maldestra.Ne ho discusso con il direttore dell’Oaba (Opera di assistenza bestie da macello), un ente che va nei macelli per verificare come avviene la macellazione. Ecco, mi sono sembrati molto più pragmatici e meno ideologici di Brigitte Bardot: sanno che i macelli esistono (perché la gente consuma carne) e vogliono fare in modo che il processo avvenga in maniera degna. Sull’essere vegetariani, ognuno fa la sua scelta: ma erigere questa cosa a scelta universale penso che sia stupido nei confronti dell’ecosistema. L’Oaba l’ha capito e non penso affatto che siano islamofobi.Brigitte Bardot è sposata con un membro del Front National ed è stata condannata, mi pare cinque volte, per incitazione all’odio razziale. Diciamo che Bardot ha fatto, nel tempo, delle affermazioni un po’ alla stregua di Oriana Fallaci. Francamente trovo difficile non definirla islamofoba.
Il sito Al-Kanz come ha dato voce a queste vicende?
Diciamo che abbiamo cercato innanzitutto di dare battaglia sulla coerenza. La macellazione rituale è sia l’halal che il kasher. La campagna chiede che la carne sia etichettata con frasi del tipo "questo animale è stato macellato secondo il rito islamico o ebraico”. Io trovo che sia orribile: perché non mettere una stella gialla sulla carne allora? Intendiamoci, io sono favorevole a un etichettatura della carne, purché non ci siano strumentalizzazioni. La campagna, ad esempio, fa credere che la macellazione rituale è crudele, mentre quella industriale "insomma”...Ma le bistecche non halal non nascono sotto i cavoli! Tra l’altro, Joe Regenstein, un professore americano esperto di scienze dell’alimentazione, specialista del kasher e del’halal, sostiene, ad esempio, che la macellazione rituale non sarebbe più crudele di quella non rituale. E va anche più lontano: dice che in futuro la macellazione rituale sarà generalizzata, e questo per una ragione molto semplice: l’animale soffre di meno. Ha presente che quando ci si taglia cucinando spesso non si sente dolore? Ecco, questo fenomeno si spiega con il fatto che produciamo una sostanza che ha un effetto anestetico. Lo sgozzamento di un animale è qualcosa di estremamente impressionante alla vista. Sono stato in un macello di bovini la settimana scorsa: è una cosa molto forte. E tuttavia, usare una pistola per fracassare il cranio forse alla vista farà meno effetto, ma a livello di sofferenza...Questi sono alcuni dei motivi per cui questa campagna mi sembra poco onesta. Io dico: se vogliamo discutere di macellazione va bene, ma raccontiamo tutto al consumatore, parliamo di tutti i tipi di macellazione. Evidentemente io sono per la macellazione rituale, ma dico: "Mettiamo sul tavolo tutte le opzioni e lasciamo che le persone scelgano”. Per me l’onestà intellettuale, la coerenza sono fondamentali. Quello che infine rimprovero a questa campagna, oltre alla sua parzialità, sono i rischi che ingenera: il vivere insieme in Francia è già così fragile...
Lei comunque è sempre contrario alla vittimizzazione...
Noi francesi musulmani non vogliamo essere né favoriti, né disprezzati. Al limite, vorremmo poter essere semplicemente "banali”. è vero, io sono contrario alla vittimizzazione, non voglio sentir dire: "Oh poveri musulmani”. La discriminazione positiva è un insulto per me. Ma non funziona nemmeno per François, il francese "doc” a cui viene detto: "Senti, tu sei competente quanto Ahmed ma devo scegliere lui”. È una cosa assurda. Quello che più mi dispiace di questa campagna è che fa crescere questo sentimento di invasione, di islamizzazione, quest’idea che la bistecca nel tuo frigorifero sia legata a Bin Laden. E poi è una campagna piena di falsità. Brigitte Bardot ha detto, quest’estate, che l’80% dei macelli francesi sono halal (un falso) e in dicembre ha sostenuto che il 100% dei macelli in Ile de France, la regione di Parigi, sono halal. Ma i media francesi non verificano nemmeno. Laddove invece la Bardot ha un po’ ragione è per quanto riguarda gli ovini. Circa il 50% dei macelli francesi che si occupano di ovini fanno anche dell’halal, ma non sono tutti completamente halal. E, ripeto, se lo fanno, è perché altrimenti chiudono.
Si è discusso molto quando alcuni fast-food francesi, Quick in primis, sono passati a testare l’halal in alcuni locali.
Mi spiace ripetermi, ma i primi otto che sono passati all’halal l’hanno fatto perché altrimenti sarebbero stati costretti a interrompere l’attività, erano in crisi. Hanno visto che durante il Ramadan i ristoranti erano vuoti e c’era un consumo dieci volte superiore di pesce (il pesce è halal). Si sono cioè accorti che la clientela aveva un profilo particolare. Hanno fatto quella che si chiama "segmentazione” o "marketing mirato”: un lavoro da imprenditori, insomma. Detto questo, io non vedo il problema. Quando nella pubblicità di un detersivo c’è, ad esempio, una vecchietta, non mi sento offeso, perché non sono quel "tipo” di consumatore. Allo stesso modo non mi sono mai sentito discriminato perché non mangio al Mac Donald. Se entro in un ristorante dove non c’è halal, vado in un altro: è una questione di domanda e offerta. Non posso certo rimproverare a un macellaio di non vendere il pesce. Tutti questi Quick che dovevano chiudere, grazie all’halal hanno avuto un incremento del 30%, ci sono code di un’ora e mezza. Il Quick di Argenteuil, nella periferia parigina, è passato all’halal il 30 novembre. La settimana dopo ha dovuto chiudere alle sette perché aveva finito le scorte. Conosco gente che ha fatto 50 chilometri per andare a mangiare al Quick.
Lei in tutto questo vede anche un segno di integrazione...
Gli "osservatori” della società francese sono talmente incapaci di vederci come dei "bravi francesi” che tendono a leggere tutto questo come un ritorno identitario. E, invece, è esattamente il contrario: è una formidabile manifestazione di questa integrazione di cui tutti parlano. Insomma, se i musulmani si mettono in fila per mangiare un hamburger, sia pure halal, per me significa che si sono talmente integrati da voler essere dei "burini” come tutti gli altri. Mi verrebbe da dire che abbiamo islamizzato l’americanizzazione.La questione dell’integrazione però è complessa. Vede, io sono francese ed è francese il lato del mio carattere che fa sì che mi piaccia lamentarmi delle cose (ma perché voglio di più), mentre il mio lato algerino è quello che fa sì che non mi faccia mettere i piedi in testa. Ora, le persone non sono obbligate ad amarmi, ma non credo abbiano il diritto di discriminarmi o insultarmi. Io voglio essere rispettato. A questo si aggiunge il lato "raleur” francese: non siamo mai contenti. Voglio dire che è perché siamo francesi che siamo qui. Io vengo dalla Francia provinciale: sono un musulmano del "terroir”, della regione, sono un "bravo francesino”. In che senso allora dovrei essere integrato?Perché se accetto di essere "integrato”, se accetto questa espressione, significa che fino adesso mi avete escluso.Comunque quello che a me interessa mettere in risalto è che i consumi segnalano un’integrazione già in corso.Anni fa, sono stati introdotti i curricula vitae anonimi, ora si potrebbe introdurre qualcosa come la "vita anonima”. Se infatti si guardano solo le spese, come mangiano, come si vestono, dove vanno in vacanza, cosa guardano in tv, credo che sarebbe molto difficile fare una distinzione tra francesi autoctoni e musulmani. Se mangiano del maiale certo non si può dire che siano musulmani, ma per il resto? Sono gli stessi comportamenti di consumo. Anche la demografia segnala questa omogeneizzazione: i musulmani praticanti non fanno più otto figli come una volta. E poi quando ci si sposa è ormai comune che lavori anche la moglie.Alla fine infatti, cosa mi si rimprovera? La mia barba. Ora, potrei dire che la mia è una barba socratica, perché ho fatto della filosofia... Ma invece no, è una barba religiosa. La raserei pure (non è vero) se riuscissero a convincermi che questa barba non ha cittadinanza in Francia. Però mi resta da capire perché un bravo e buon francese, come sono io, non possa portare la barba, indossare un abito lungo, o al limite farsi mille piercing... Il problema in Francia è che tutto questo è visibile. Se la mia religione non fosse visibile, se non ci fossero segni distintivi, sarebbe diverso. Ecco, oggi il nodo è la visibilità.Ma se mia moglie porta il velo (mia moglie è convertita, non è nata musulmana); se io a volte mi metto il kamis senza alcun complesso (anche se è difficile, mi sento in terra ostile spesso) è perché mi sento a casa mia. I miei genitori quando sono arrivati -i genitori di tutti "noi”- si sentivano degli ospiti, dei viandanti. Quando qualcuno ti invita a casa sua, non ti sdrai sul suo divano, non apri il suo frigorifero in cerca di cibo, cerchi di assumere un comportamento consono alla situazione, ti adatti insomma. Invece quando sei a casa tua ti puoi stendere sul divano, sei tranquillo. Nessuno ti dirà: "Oh, ma come ti vesti?”.Ecco, io qui sono a casa mia, in Francia sono a casa mia.Ovviamente non tutti ne sono felici: ho 4000 commenti sul mio blog e molti sono razzisti. Ci dicono: "Tornate a casa vostra”. Ma l’Algeria non è casa mia, l’Arabia Saudita non è casa mia. Io parlo molto male l’arabo, lo leggo e lo scrivo pure male: in compenso parlo, leggo e scrivo molto bene il francese, una lingua bellissima, che amo molto. Casa mia è in Francia. La mia lingua materna è il francese.
Cosa pensa della legge che vieta il burqa in Francia?
Una legge per vietare il burqa per quanto mi riguarda è espressione di un’islamofobia di Stato, di populismo e demagogia. In Francia c’è anche un laicismo feroce, per cui ci sono degli atei che attaccano l’Islam (o il Cattolicesimo) perché detestano la religione. Ma ci sono anche degli islamofobi tout court. Esther Benbassa, esperta di storia ebraica, sostiene che questi provvedimenti le ricordano gli anni Trenta. Cosa si diceva all’epoca degli ebrei? Che erano la quinta colonna, che complottavano... Ora sentiamo gli stessi discorsi riferiti ai musulmani. Il problema del velo integrale è personale. Se la donna lo vuole portare che lo porti, ma dopo non si lamenti per il fatto che le hanno vietato l’accesso in un’amministrazione piuttosto che altrove. Sono le regole del gioco. Se per fare una foto bisogna avere il volto scoperto lo devi accettare.Io ho deciso di fare il libero professionista per non subire umiliazioni. Cioè io non accetto di dover chiedere un’autorizzazione per una cosa che per me è naturale. Io voglio potermi fermare per pregare, non mi voglio rasare la barba e non voglio bere alcool a una festa. Ho rinunciato a dei contratti a tempo indeterminato per questo motivo. Ripeto, sono le regole del gioco. Ma riguardo la questione del velo, qual è il problema?Evidentemente abbiamo delle concezioni diverse dal punto di vista filosofico.
A chi si riferisce, ai musulmani rispetto agli "occidentali”?
Anche queste sono categorie difficili da usare: io sono musulmano e occidentale. Comunque, per semplificare, usiamo pure queste categorie, anche se bisognerebbe specificarle meglio. Qui si entra, secondo me, nella fenomenologia dell’incontro: quando si incontra qualcuno si ha bisogno di "vedere” la persona. Probabilmente il volto coperto è una cosa che disorienta, lo posso capire. Ma bisogna fare una legge ogni volta che si resta scioccati? Io sono imbarazzato davanti a un sacco di cose che vedo, ma certo non vado a chiedere una legge per questo. Io sono scioccato quando vedo dei nudisti o se vedo la biancheria intima di un uomo o di una donna. Ma cosa faccio? Chiedo una legge anti-slip?Per esempio, i musulmani preferiscono che i capelli siano nascosti; altri pensano che il viso debba essere nascosto; in Occidente il seno di una donna va tenuto coperto, in alcune culture dell’Africa vige la consuetudine opposta. Qualcuno potrebbe interpretare il fatto che una donna nasconda il seno come un atto di sottomissione? E ancora -tolte le questioni di sicurezza- perché uno dovrebbe essere esposto alla vista altrui?Sono faccende complicate. Quello che mi dà fastidio è la strumentalizzazione di queste tematiche. Se una donna nubile che viene dalla campagna profonda ti dice: "Non sono sposata, mio padre non mi rivolge la parola, vota Front National, eccetera e io ho scelto, in piena coscienza, di portare il velo integrale”, cosa le rispondiamo? "Sei malata” o "Ti stai facendo usare” o ancora "Dietro di te c’è un uomo”? Quando si rispetterà questa donna?
Il burqa tocca questioni come libertà, emancipazione, femminismo...
E' accettabile che delle suore vivano in clausura? Che dei monaci decidano di vivere in delle celle? Una donna con il burqa è peggio di un monaco? Tra l’altro, lei sta nel mondo, non si isola totalmente. La donna con il burqa vuole vivere la sua relazione con il mondo ma anche con Dio. Il monaco, se vogliamo, è più radicale, ma accettiamo la sua scelta.Eppure anche quella è una forma di ermetismo sociale.La donna con il burqa vuole vivere fuori dallo sguardo del mondo, ma con il mondo. Perché per le suore lo si accetta e per queste donne no? Perché si tratta di musulmani?In fondo il fatto che la comunicazione passi dal viso è una convenzione. Allora io dico: lasciamo alle persone la libertà di scegliere fino a quando la loro scelta non danneggia la nazione o non ha ripercussioni pericolose.Personalmente, poi, anch’io resto sorpreso quando vedo un burqa, così come quando vedo una persona completamente tatuata...
Una persona tatuata trasgredisce a delle convenzioni estetiche, una donna con il burqa ci mette a disagio perché pensiamo che i suoi diritti possano essere violati...
Quali diritti della donna? Non ha forse il diritto di nascondersi? Perché non si può contemplare il fatto che lei voglia celare il suo viso?Chi fa questa riflessione deve andare fino in fondo. Io credo che chi è onesto intellettualmente non può non capire che è una scelta – anche se casomai non la accetta. È normale che il burqa sia scioccante, che infastidisca, che provochi una reazione emotiva. Ma bisogna andare oltre l’emozionale! Francamente quello che trovo problematico è invece la strumentalizzazione di questi fenomeni che sono del tutto marginali.
(a cura di Francesca Barca)
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