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In ricordo di Colin Ward

UNA CITTÀ n. 182 / 2011 aprile

Intervista a Colin Ward
realizzata da Luca Mosso e Alberto Saibene

LA POMPA DELLA PARROCCHIA
L’idea dell’inevitabilità della storia che Herzen considerava una gran bugia e la grande idea di Kropotkin sull’innato istinto umano alla cooperazione; la piccola impresa e la cooperativa contro il gigantismo fordista e marxista; il problema della casa, affrontabile “in modo anarchico”, autogestionario e l’esperienza dell’amico Turner nelle baraccopoli latino-americane; l’esempio dei tradizionali tribunali dell’acqua spagnoli; gli amici italiani, fra cui Carlo Doglio. Intervista a Colin Ward.

Colin Ward (1924-2010) è stato uno dei massimi esponenti del movimento anarchico britannico e internazionale. Saggista, urbanista, costruttore, architetto, educatore, Ward non ha mai disgiunto azione e pensiero. L’intervista è stata filmata (da Pierluigi Laffi) a Mestre nel 1997 ed è inedita. Ricordiamo l’affabilità e la disponibilità di Ward nel sottoporsi alle nostre domande, segno di una gentilezza d’animo testimoniata da chi l’ha conosciuto molto meglio di noi. Parliamo della tua formazione: abbiamo letto che hai lasciato la scuola. Come è accaduto? Devo essere stato una delusione per i miei genitori. Mio padre era preside di una scuola elementare in una zona molto povera di Londra, nell’East End, e alle medie ero un ragazzo svagato che non apprendeva granché. L’occasione di lasciare venne nel 1939, all’inizio della seconda guerra mondiale. I miei genitori sfollarono in campagna con i bambini della scuola dove insegnava mio padre e io trovai lavoro nel settore delle costruzioni, perché una delle conseguenze della guerra è la piena occupazione. Sono entrato nel mondo dell’architettura lavorando come disegnatore per un architetto molto anziano, il cui lavoro era concentrato nella ricostruzione degli edifici danneggiati dai bombardamenti. Quando compii diciotto anni ricevetti, come tutti, la chiamata di leva, e fu nell’esercito che scoprii l’anarchismo. Ho sempre detto che è stato l’esercito a rendermi un anarchico. E come ti sei avvicinato all’anarchia: leggendo testi o in un altro modo? Quando ero nell’esercito facevo parte di un’unità militare a Glasgow, in Scozia, e là c’era un gruppo di anarchici molto attivi, che facevano comizi agli angoli delle strade. Vendevano il giornale anarchico pubblicato dalla Freedom Press a Londra e si riunivano persino la domenica notte. Avevano una vita sociale interna al loro gruppo piuttosto diversa da quella degli anarchici delle città operaie del continente. Ascoltavo i loro discorsi, andavo nelle loro librerie e ne rimasi colpito. Più avanti, quando finalmente mi fu concesso di lasciare l’esercito, era il 1947 -rimasi nell’esercito per circa cinque anni- i responsabili di Freedom, il giornale anarchico di Londra, mi chiesero di lavorare con loro e io…
io accettai. L’anarchia inglese ha una tradizione diversa da quella continentale. Era viva quando ti unisti a loro? (Ride) . Beh, c’era una lunga tradizione di anarchismo in Inghilterra. Lo storico giornale anarchico inglese, Freedom, fu fondato da Kropotkin nel 1886, ma naturalmente parliamo di un movimento molto piccolo, che dipendeva più dagli individui che non dai gruppi e anche questi individui, come in molti altri paesi, erano persone con una lunga storia di anarchismo alle spalle, in quella che potremmo definire la corrente principale dell’anarchismo, quella di Bakunin, Kropotkin, Malatesta…
Sei stato coinvolto nel 1947 e poi per quanto tempo hai militato nei gruppi anarchici e nei giornali? Non mi descriverei come un militante. Sono un semplice scrittore: la mia militanza è quella della macchina da scrivere, ma per un lungo periodo, fino al 1960, sono stato uno degli editor di Freedom. In quegli anni mi convinsi che invece di un settimanale avessimo bisogno di un mensile che potesse riflettere su quanto accadeva nel mondo delle idee: alcune delle persone del gruppo erano d’accordo con me e altre no, ma, in una maniera molto anarchica e forse folle, decidemmo di tenere il settimanale e allo stesso tempo di pubblicare il mensile con me nelle vesti di direttore editoriale. E questo è stato Anarchy che ho diretto dal 1961 al 1970 con una grande reputazione, ma pochissime vendite. Questi gruppi e individui facevano pressioni sul Labour party? No, questo vorrebbe dire esagerare l’influenza degli anarchici. Gli anarchici erano e sono quello che i francesi definirebbero un groupuscule in agitazione ai margini della politica ma non esercitavano... [ continua ]

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