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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 102 / 2002 Marzo

Intervista a Nelly Norton
realizzata da Barbara Bertoncin

LO CHOPIN PARTIVA...
Una giovane ebrea polacca che doveva andare in Inghilterra e si ritrovò in India, imparò cinque lingue, ritornò in Polonia, sposò un militante comunista, divenne comunista, ma alla fine, con l’ultima ondata antisemita, decise di partire... Intervista a Nelly Norton.

Nelly Norton vive a Torino, dove lavora come psicologa presso il Dipartimento di Salute Mentale. Mia madre è ebrea, viene da una famiglia assimilata di Varsavia, mio padre, polacco, da una famiglia di operai tessili, tutti comunisti, di Lodz, la più grande città industriale polacca. Io sono figlia unica. Mio padre scappò di casa da ragazzino col sogno giovanile di girare il mondo, andò al mare, a Danzica, città libera, per imbarcarsi e girare il mondo. A 12 anni stava già lavorando come aiuto carpentiere sulle navi e presto diventò marinaio. Era molto impegnato politicamente, era un esponente del partito comunista. Fu anche incarcerato, era uno di quelli che pagavano, sempre alla testa di qualche battaglia per i diritti. Nel ’39, quando scoppiò la guerra, lui era in mare e tutte le navi polacche che erano in giro per il mondo ebbero l’ordine dal governo in esilio a Londra, di riparare in Inghilterra. Così mio padre, nell’autunno ’39, finì in Inghilterra insieme a centinaia di marinai polacchi e decine e decine di navi, soprattutto quelle dei pescatori del Mar del Nord, del Baltico, e quelle del trasporto merci transoceanico. Lì subito cominciò a organizzare il sindacato; nel frattempo i marinai polacchi erano stati arruolati nella Marina britannica. Mio padre per tre anni, fino al’44, fece i convogli con le munizioni dall’America all’Inghilterra. Era uno dei servizi più tremendi durante la guerra, venivano continuamente bombardati dall’aviazione tedesca, colpiti dai sottomarini e dalle navi. Fu silurato sette volte. Il dramma era che questi marinai, affinché avessero il coraggio di affrontare il rischio e la tensione, avevano a disposizione una dose obbligatoria di whisky, per cui erano sempre intorpiditi. E questo si trasformò in un dramma dopo…
Nel ‘44 smise di andare per mare e rimase a Londra come segretario dei marinai polacchi che lui stesso aveva organizzato. Finita la guerra ebbe un ruolo importante perché, essendo comunista ed essendo stato attivista per tantissimi anni, era diventato un interlocutore prezioso per gli alleati, perché aveva il polso della situazione. Dopo Yalta infatti si trattava di organizzare un governo. Fu anche mandato a Mosca alla preparazione del trattato di pace. Ma soprattutto, alla fine della guerra, si impegnò affinché tutti i marinai delle navi tornassero in Polonia. Bisognava convincere questa gente a tornare in una Polonia totalmente da ricostruire; loro erano un bene prezioso per una nazione in cui non c’era una fabbrica che fosse rimasta in piedi. Quindi il ritorno della flotta in Polonia era estremamente importante, anche sul piano simbolico…
Ecco, questo fu veramente merito suo. Nel ‘46, subito dopo la guerra, tornò in Polonia (con mia madre, conosciuta a Londra dove lei era arrivata nel ’45) e fece carriera, anche se non era un tipo ambizioso: diventò un alto dirigente del partito, prima segretario a Danzica, poi deputato e ministro della marina mercantile. . Rimase fino alla morte un comunista convinto. Diventato ministro, fu trasferito a Varsavia e lì i miei genitori si separarono. Nel ’65 smise ogni incarico politico e tornò a navigare. Lui era un autodidatta, portò a termine un corso difficilissimo per diventare ufficiale e così fece il primo ufficiale di bordo sulle navi transoceaniche fino alla pensione. Fra l’altro ebbe anche un incidente gravissimo in Cina, in porto: si spezzò una delle funi d’ormeggio, parliamo di navi da decine e decine di migliaia di tonnellate, e la punta di questa fune gli passò sulle caviglie, spappolandogli entrambe le gambe. Rimase ricoverato in Cina sei mesi. Là gli furono ricostruite le gambe, ma ebbe sempre problemi, gli si gonfiavano i piedi, doveva usare scarpe su misura. Però quando tornò e i compagni del partito videro le lastre che gli avevano fatto in un ospedale in Cina, nessuno credeva fossero le sue, perché in Polonia, di fronte... [ continua ]

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archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
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Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
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La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
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Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







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