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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

Nico Berti parla di Merlino, Caffi, Rizzi


  
UNA CITTÀ n. 38 / 1995 Gennaio-Febbraio

Intervista a Gianpietro "Nico" Berti
realizzata da Franco Melandri

L’ERESIA DELL’ETICA
L’identificazione fra socialismo e abbattimento del capitalismo è alla base della fine del socialismo reale e della crisi della socialdemocrazia. L’importanza di quegli eretici del socialismo, Merlino, Caffi, Rizzi, allora emarginati perché vedevano il socialismo non come negazione di qualcosa, ma come affermazione di un’etica. Intervista a Nico Berti.

Gianpietro "Nico" Berti è ricercatore di Storia del Risorgimento all’Università di Padova. Si occupa di storia dell’anarchismo e delle idee dell’800 e ha recentemente pubblicato il libro Francesco Saverio Merlino. Dall’anarchismo socialista al socialismo liberale (Franco Angeli editore)

Nel momento in cui il crollo del socialismo reale sembra portare con sé ogni idea di socialismo, forse tornano buone le idee di quei socialisti eretici che ai loro tempi furono del tutto marginali ed emarginati…
Se il crollo del socialismo realizzato sta trascinando con sé anche quelle forme di socialismo non comunista, non marxista, che non lo avevano sostenuto - penso alla socialdemocrazia- credo sia dovuto al fatto che il socialismo, fin dall’inizio, si sia sempre identificato con l’abbattimento del capitalismo. Non a caso tutta la storiografia venuta dopo il ’17, compresa quella più critica, lasciava sempre al socialismo realizzato un margine di positività: lì era stato abolito il capitalismo. Errori e orrori venivano visti come conseguenza, non di un errore originario, ma di una deviazione da una impostazione giusta: la convinzione, di origine marxista, che la condizione imprescindibile del socialismo fosse l’abbattimento del capitalismo.
Ora, perché fallisce il socialismo realizzato? Solo perché perde il confronto coi paesi capitalistici? Non credo che ci siano dubbi che la causa primaria stia nel fatto che senza essere riuscito a realizzare né libertà né uguaglianza, non è nemmeno riuscito a dare un minimo di benessere alle popolazioni di quei paesi, che alla fine hanno ceduto. C’è stata, insomma, un’implosione del sistema. E’ venuto alla luce l’errore originario. Conseguentemente sono andati in crisi anche quei tipi di socialismo, la socialdemocrazia e in parte l’anarchismo, che, pur non identificandosi col socialismo realizzato, avevano nel paradigma dell’abolizione del capitalismo la loro ragione originaria. In particolare la socialdemocrazia va in crisi perché l’esperienza del "socialismo reale" dimostra che la socializzazione dei mezzi di produzione, sia che si consegua con mezzi rivoluzionari che con mezzi riformistici, alla fine non dà una società in cui si stia meglio rispetto al capitalismo.
E’ considerando tutto ciò che credo valga la pena di rivisitare le idee di quei socialisti "eretici" che non si rifacevano al socialismo marxista, al riformismo, all’anarchismo e che da queste tradizioni furono trascurati e dimenticati. Ma che cosa ha di particolare questa tradizione "eretica"?
Le "eresie" di questi socialisti si innestano proprio sull’identificazione fra socialismo e rovesciamento del capitalismo, su questa negazione speculare. Essi, infatti, non dicono che, nella ricerca di una società più giusta e libera, non si possa o non si debba abolire il capitalismo, ma sostengono che la fonte originaria del socialismo consiste nell’affermazione di alcuni specifici valori, di una visione del mondo, non nella negazione del capitalismo.
Il socialismo è prima di tutto un’etica: non tanto il contrario del capitalismo, quanto il contrario di ogni società di sopraffazione, di violenza, di autorità, di dispotismo, d’ingiustizia. E solo su questa base il socialismo ha un confronto col capitalismo che può anche arrivare a un rovesciamento. Per loro comunque non si dà una società socialista semplicemente quando è stato abolito il capitalismo, ma quando effettivamente è cresciuta un’etica, una cultura, che sia il vero cemento della socialità.
Il socialismo non nasce, come si potrebbe dire in senso marxiano, dalla critica dell’economia politica, ma dalla decifrazione e dalla divinazione di un possibile, diverso, modo di vivere in società degli uomini. Questo è il nocciolo dell’eresia di questi socialisti e in esso vi è anche il motivo per cui non potevano avere seguito: non facevano appello a quelle immediate situazioni sociali, economiche, alla lotta di classe dei lavoratori, che invece erano la cifra di uno sviluppo del movimento operaio e socialista che stava al passo con con tutti i passaggi del capitalismo. Non avendo la dimensione storicistica del marxismo, questo socialismo è sempre stato inattuale. Il che vuol dire che è sempre rimasto anche attualissimo.
Ma chi sono i pensatori "eretici" più significativi?
Ci sono state più eresie, ma il primo teorico di notevole spessore è Francesco Saverio Merlino (1856-1930). Militante e pensatore anarchico all’inizio, era uno dei leaders del movimento anarchico italiano quando, alla fine dell’800, se ne allontanò. Ma non divenne un socialista riformista, bensì cercò la via di un socialismo "liberale". Nella sua opera principale, Pro e contro il socialismo, Merlino fa una fondamentale distinzione fra essenza del socialismo e sistemi del socialismo: l’essenza è appunto un’etica e i sistemi sono tutti quei mezzi che possono realizzarla. In sostanza propone una versione della distinzione kantiana fra etica e scienza, fra giudizi di fatto e giudizi di valore. Dicendo, ad esempio, che ci possono essere dei sistemi socialisti che uccidono l’essenza del socialismo, Merlino riesce ad anticipare più di qualunque altro l’esito catastrofico del socialismo nato dalla rivoluzione russa. Per Merlino l’essenza del socialismo non può mai essere realizzata completamente, ma può sempre essere, in misura maggiore o minore, praticata. Merlino unisce una grande tensione utopica a un marcato empirismo ed in questo ambito si situa la polemica sulla democrazia che Merlino ebbe con Malatesta, il leader anarchico con cui, per altro, restò sempre grande amico. Per Malatesta, tra democrazia e anarchismo c’è una distinzione netta, mentre per Merlino democrazia e anarchia non sono nettamente separate ed una certa pratica dell’una può portare all’altra. In questo senso Merlino apre una strada che può essere ancora ripensata: se i sistemi sono tanti, se sono empirici, non dobbiamo negare l’essenza a nessun sistema, a nessuna realizzazione pratica, e il socialismo non è la realizzazione di un sistema, ma è la realizzazione di alcuni grandi principi, la libertà e l’uguaglianza innanzitutto, e tutti i mezzi per realizzare questa tensione sono semplicemente dei mezzi che vanno verificati. Infatti, se io dico che il socialismo è la realizzazione della libertà e dell’uguaglianza non dico che il socialismo è l’abolizione del capitalismo, anche se poi posso scoprire che per realizzare la libertà e l’uguaglianza bisogna abolire il capitalismo.
Posso però anche scoprire che l’abolizione del capitalismo non produce la libertà e l’uguaglianza o che un altro sistema, come può essere una economia socialista liberale, ammesso possa esistere, può realizzare un tasso maggiore di libertà e di uguaglianza. Così come, se si scoprisse che il massimo della libertà e dell’uguaglianza si realizza in una società capitalista, per Merlino vorrebbe dire che il sistema che realizza l’essenza del socialismo è proprio il capitalismo.
Sembra un discorso contraddittorio, ma dà l’idea della grande spregiudicatezza intellettuale di Merlino, per cui il socialismo rimane la ricerca della massima libertà ed uguaglianza. Certo, bisogna anche intendersi su che cos’è l’uguaglianza. Se l’uguaglianza consiste nell’abolire la proprietà privata e nel mettere tutto in comune, siamo già a una definizione particolare dell’idea di socialismo, ma se l’uguaglianza è che tutti possano avere dei mezzi di produzione, al di là che questo sia più o meno utopico e irrealizzabile, vuol dire che non si pone per il socialismo la pregiudiziale dell’abolizione del capitalismo. La distinzione merliniana fra etica e scienza, per cui l’etica è la libertà e l’uguaglianza e la scienza sono i sistemi che possono essere più o meno validi, è una lezione che non è stata più ripresa, ma che, secondo me, è ancora oggi di grandissima attualità.
Un altro eretico fu Andrea Caffi (1887-1955) e anche nel suo pensiero possiamo osservare il tentativo di portare il socialismo su un piano che non fosse quello della semplice abolizione del capitalismo. Caffi, come Merlino, non era pregiudizialmente legato a nessuna teoria scientifica del socialismo, non era quindi né un anarchico, né un marxista, né un socialista liberale. Dal punto di vista teorico era sostanzialmente un eclettico che utilizzava varie linee interpretative per costruire un socialismo che fosse alternativa "esistenziale", prima ancora che socio-economica, alla società esistente. Per lui il socialismo è innanzitutto un modo di essere, un agire a cui uno deve iniziarsi, non può essere una dottrina che abbia un’immediata traduzione strategico-politica.

Mentre in Merlino questa possibilità c’è, Caffi ha una concezione impolitica del socialismo, e questo è uno dei motivi della sua non fortuna, del fatto che non sia conosciuto. L’altro motivo è che, essendo nato in Russia da genitori italiani là residenti, fu cosmopolita: partecipò alla rivoluzione russa del 1905 e alla resistenza antitedesca in Francia, girò per mezzo mondo e scrisse su riviste russe, americane, italiane, inglesi, francesi centinaia di articoli spesso di difficile o impossibile reperimento. Inoltre preferiva il dialogo alla scrittura, e molte delle sue idee erano affidate alle conversazioni che aveva coi suoi amici, fra i quali Nicola Chiaromonte, Moravia, Camus, Nello Rosselli, Antonio Banfi.
Bruno Rizzi (1901-1977), infine, fu un eretico del socialismo che, a differenza di Merlino e Caffi, si rifaceva a Marx, ma riduceva i paradigmi marxisti a semplici strumenti interpretativi e quindi non legava la realizzazione del socialismo alla giustezza di questi paradigmi. D’altra parte Benedetto Croce, fin dal 1896, aveva affermato che di per sé il materialismo storico non implica il socialismo: la teoria che tutta la storia è storia della lotta di classe non comporta una dottrina socialista, perché anche un conservatore potrebbe essere d’accordo e continuare a perseguire fini opposti al socialismo. Così per Rizzi: dire che tutta la storia umana dipende dal rapporto struttura-sovrastruttura di per sé non conduce a desiderare un mutamento del rapporto esistente perché nessuna scienza, nessun giudizio di fatto, può condurci all’etica, al giudizio di valore. Se dico che oggi è una bella giornata non ho ancora detto che vado fuori a prendere il sole. Ma che di per sé un giudizio di fatto non implichi un comportamento lo avevano detto fin dal ’700 Hume, poi Weber, poi Croce e, ancora prima di lui, lo aveva detto Merlino. Rizzi parte da queste considerazioni, e se per decifrare la società capitalista utilizza alcune categorie interpretative marxiste -la teoria del valore lavoro, quella del plusvalore, il materialismo storico-, poi, quando si immagina la società socialista, descrive una società che è completamente svincolata dall’idea marxista dello sfruttamento economico. Per Rizzi, nel caso più paradossale, la società socialista è quella che permetterà a tutti di realizzare un plusvalore, non di abolirlo, dando a tutti la possibilità di gestire i mezzi di produzione. Per poter far questo naturalmente ci dovrà essere un libero mercato socialista, in cui le merci verranno scambiate in base al loro costo e uno potrà guadagnare di più o di meno in base a quanto riuscirà ad abbassare il costo e a vendere più merci. Che è esattamente il contrario del paradigma di Marx .
Non c’è un problema nell’idea di un socialismo sempre "al di là" delle condizioni storiche, di ogni forma particolare di società?
Merlino è consapevole che il socialismo, inteso come il massimo della libertà e dell’uguaglianza -e che, in questo senso, sconfina con l’anarchia- non potrà mai realizzarsi totalmente ed è consapevole, conseguentemente, che la questione fondamentale è l’ethos, cioè la tensione che spinge a ricercare questa libertà e uguaglianza. Questa tensione, per Merlino, ma anche per Caffi, è indipendente dalle condizioni storiche: sia che si viva in una società di alto benessere che in una povera, si può sempre rendere operante un certo modo di essere, si può sempre realizzare un po’ di libertà e uguaglianza. Svincolare il fine dalla condizione storica, questa è stata l’intuizione di Merlino e questo è tutto il contrario di quanto pensava Marx, che legava la realizzazione della libertà e dell’uguaglianza allo sviluppo delle forze produttive, quindi a una certa condizione storica. Non a caso uno dei pilastri del marxismo crollati in modo irreversibile è quello che vedeva nella classe operaia la leva del socialismo: oggi la classe operaia non c’è più.
Negli anni 60-70, quando ci fu la riscoperta del marxismo teorico, riviste titolate Classe operaia o Potere operaio non a caso prevedevano marxisticamente che col progresso storico ci sarebbe stata una proletarizzazione crescente, quindi l’allargamento di quella classe operaia che avrebbe dovuto guidare la rivoluzione socialista, mentre quelli erano proprio gli anni in cui la classe operaia stava scomparendo. Questo dà un’idea della duttilità delle idee di Merlino e Caffi rispetto all’astrattezza del marxismo. Lo stesso marxismo che, come pure tante altre tendenze della sinistra, ha sempre irriso tutte le forme "piccolo borghesi" del socialismo, sostenendo la centralità della grande industria, mentre, prevedibilmente, in futuro si tenderà a tornare alle piccole e medie aziende, come aveva preconizzato Proudhon. Come è stato detto da un grande interprete di Proudhon, se Marx è stato l’autore del ventesimo secolo, Proudhon sarà quello del ventunesimo, quando forse si abbandonerà l’Europa delle patrie e delle nazioni per quella delle regioni e del federalismo. Proudhon era presbite: vedeva oltre le condizioni storiche in cui viveva. Ed aveva ragione: non bisogna farsi suggestionare troppo dalle condizioni storiche che, proprio perché sono storiche, sono destinate a mutare.
Uno stesso problema per Caffi: un’etica esistenziale come la sua può tradursi politicamente?
Slegare la tensione socialista da ogni specifica situazione storica e da ogni costruzione sociale definita è, in particolare, la forza del socialismo di Caffi, ma anche la sua debolezza, perché, come dicevo, non permette delle precise traduzioni politiche e quindi difficilmente può trovare una dimensione collettiva. E’ un abito che va bene a poche persone, ma nella vita delle società esistono dei problemi di lotta politica e sociale che questo modo di intendere il socialismo non tematizza specificamente. Caffi, che era stato allievo di Georg Simmel, intende il socialismo, più che come alternativa, come una alterità irriducibile che vorrebbe impiantare nella società presente. Per Caffi il socialismo è innanzitutto una testimonianza di vita, una testimonianza che cresce su se stessa, con una tradizione propria. Non nega qualcosa, afferma un modo di essere che investe tutta la vita, è una visione completa della vita umana, un altro modo di intenderla. E pur essendo Caffi una persona apertissima, sia umanamente che intellettualmente, non a caso fu sempre una "fronda" di tutte le formazioni politiche con cui collaborò, dai socialrivoluzionari russi a Giustizia e Libertà, non c’è dubbio che il suo pensiero, proprio per questa impostazione radicale, corra il pericolo di diventare un "integralismo" socialista.

Un socialismo filosofico-religioso in cui un senso totale di "alterità" non permette una dimensione laica del vivere dell’individuo dentro la società, un’alterità esistenziale che perde il suo senso "quotidiano". A parte questo rischio, sottrarsi dai condizionamenti del proprio tempo va a legare l’idea del socialismo alla dimensione più profonda dell’essere umano, alla sua apertura al possibile. Quindi nessun sistema riesce a spegnerla.
Rimanendo ai tre teorici di cui hai parlato, mi sembra che questa impostazione sia radicalmente diversa da quella di Bruno Rizzi…
Certo. Il merito di Rizzi è soprattutto quello di laicizzare la teoria politica del socialismo. Al di là delle sue trovate tecniche, come il "plus-prodotto", per Rizzi sono possibili fin d’ora delle forme di socialismo immettendo degli elementi autenticamente socialisti dentro un’esistente che non va necessariamente rovesciato. Non per questo era un riformista che pensasse ad un capitalismo riformato: pensava a trasformazioni possibili fin da subito ispirate a principi etici. Il cooperativismo, per esempio.
Rizzi non abbandonò mai una impostazione autogestionaria, che sola poteva rendere possibile un mercato socialista, e l’ineludibilità dell’abolizione delle gerarchie sociali all’interno delle unità produttive, mentre, d’altra parte, non si illuse che immettere degli elementi socialisti forti nella società attuale significasse arrivare immediatamente al socialismo perché questi elementi forti non avrebbero comunque avuto una continuità. Rizzi voleva rendere immediatamente operante il socialismo, renderlo vivo e non demandarlo sempre all’indomani dell’abbattimento del capitalismo, farne un elemento costitutivo della società e della socialità umana. In questo consiste la grandezza di Rizzi, unitamente alla sua analisi della società sovietica formulata nel ’39, che rimane forse lo sforzo più grande compiuto dalla sinistra mondiale nel decifrare la natura dello stato nato dall’Ottobre. Le idee di Rizzi circa l’autogestione ed il mercato socialista, fra l’altro, furono abbastanza conosciute nei primi anni ’50 e dettero al socialismo riformista europeo la possibilità di cercare una via alternativa al capitalismo e al comunismo sovietico a partire da una riflessione autonoma. Ma purtroppo di esse non è stato fatto buon uso.
Curiosamente, Merlino, Caffi, Rizzi sembrano dei rivoluzionari che negano la rivoluzione…
Rivoluzionari fra virgolette: non dimentichiamo che Merlino arriva a dire, nel 1920, che la storia progredisce nonostante e malgrado le rivoluzioni! Sarebbe come dire che la Francia è progredita nonostante la rivoluzione francese.
Caffi, Merlino, Rizzi, erano esistenzialmente dei rivoluzionari, non si conformarono mai all’esistente, ma nessuno di loro credeva al grande rovesciamento. Quello del grande rovesciamento, della grand soirèe, è un mito romantico. Credere che un grande colpo, una grande trasformazione, metta in moto qualcosa di completamente nuovo è una forma di pensiero magico, non certo razionale, e tutti e tre avevano fatto propria la lezione di Hegel secondo cui non è possibile pensare di costruire ex novo una storia del mondo. Quello che Hegel criticava nella rivoluzione francese non era tanto la rivoluzione in sé, quanto che alcuni dei protagonisti credessero di costruire una storia umana a partire da un nuovo inizio, dall’ "anno zero" di un nuovo calendario. La credenza fanciullesca nel nuovo inizio ha attraversato tutto il pensiero rivoluzionario dell’800 e del ’900, dagli anarchici ai socialisti, ma anche la tradizione rivoluzionaria di destra: anche Mussolini rifarà la datazione degli anni. In realtà non ci si può liberare del passato: quel che ognuno di noi è, è passato, tutta la nostra realtà è passato. L’idea di dare un taglio col passato è un pensiero ridicolo: si può pensare a un grande slancio che potenzi quanto ci viene dal passato, ma non si può pensare di liberarsi di esso. Questo, Caffi, Rizzi e Merlino lo sanno bene.
Inoltre non credono più alla rivoluzione perché sono tutti e tre convinti che, pur essendo necessario cambiare le strutture economico-sociali e le condizioni oggettive della vita umana, la vera rivoluzione sia di tipo culturale. Il che non significa una forma di spiritualismo, o di educazionismo, ma sta a significare che il mutamento radicale del modo di essere e di stare assieme degli uomini ha dei tempi diversi dal mutamento socioeconomico: una trasformazione socio-economica si può attuare anche in tempi rapidissimi, ma i tempi della trasformazione culturale sono diversi e sono questi che alla fine decidono. Come ho detto fu soprattutto Caffi a tematizzare questa questione: tu cambi le cose se le vedi in un modo diverso... In questo senso gli eretici del socialismo dovrebbero essere riscoperti: tutti e tre hanno avuto grandi intuizioni sul cambiamento culturale...
Malgrado il primato della rivoluzione culturale, hai accennato al rifiuto di ogni pedagogismo. In che senso? Come si poneva per loro il ruolo della avanguardia, dell’intellettuale, della "elite" militante?
Merlino, e in parte anche Rizzi, sono convinti, anche in questo senso da buoni non rivoluzionari, che la distanza fra le masse e le élites sia destinata a rimanere per tantissimo tempo e che, proprio per questo, sia necessario abbassare il tasso di guida delle élites verso le masse. Questo per loro significava abbassare il tasso di rivoluzionarietà del socialismo, perché in genere sono molto più rivoluzionarie le élites delle masse, per compensarlo con un aumento del tasso di eticità.
Ma non cadevano nell’errore, tipico degli educazionisti dell’800-900, di pensare che le masse potessero essere educate. Pensavano a una forma di testimonianza del socialismo. Pensare che le masse debbano essere educate ad una dottrina porta sulla stessa strada del gramscianesimo, dell’egemonismo, mentre Merlino, Rizzi, Caffi, volevano togliere ogni dimensione pedagogica dal socialismo. Perché, al fondo, nella concezione pedagogica c’è una valenza totalitaria: io posso togliere gli ostacoli alla tua liberazione, ma non posso dirti di andare per quella strada, altrimenti la distanza ci sarà sempre, ci sarà sempre la guida delle masse e saranno le élites che daranno senso alla storia e alla società. Si rischia sempre il fascismo etico. Mentre, come diceva Tolstoj, che Merlino cita proprio a questo proposito in Pro e contro il socialismo, la salvezza sta in noi, in ognuno di noi. Io non ti devo insegnare quello che devi fare: ti mostro come faccio io.

  

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