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UNA CITTÀ n. 36 / 1994 Novembre

Intervista a Maria Teresa Romiti
realizzata da Franco Melandri

LA SORELLANZA DEMOCRATICA
La società irochese dove si parla una lingua in cui i maschi sono sorelle. Una società in cui le donne decidono del cibo, dei figli, del villaggio, hanno diritto di veto sulle guerre e custodiscono l’energia vitale. Lo strano andirivieni del maschio fra la casa della mamma e quella della moglie, ospite da entrambe. La roboante oratoria del maschio. Il valore dell’adozione e, anche, della tortura. La straordinaria democrazia, in cui tutti partecipano alle decisioni, che influenzò i costituenti americani. Intervista a Maria Teresa Romiti.

Maria Teresa Romiti si è interessata della cultura irochese a partire da una ricerca politica e femminista. E’ fra i curatori dell’edizione italiana di Per un risveglio della coscienza. Messaggio degli Irochesi al mondo occidentale.
\r
\r Gli Irochesi sono famosi per due cose: una cultura e una società matriarcale, femminile, e un sistema sociale estremamente democratico. Partiamo dal femminile?
\r Tutte le culture hanno un loro carattere, ci sono quelle più mistiche, quelle più filosofiche. La società irochese è strettamente fondata sulla sociologia, sullo studio dei rapporti sociali e politici; ancor più: è stata un vero laboratorio di democrazia. Il problema che li ha sempre tormentati è stato come cercare di ottenere la massima partecipazione a una decisione in un ambito che non fosse numericamente e geograficamente ristretto; non è certo una domanda da poco. L’altra grande caratteristica di una società così pubblica, così incentrata sul politico, è proprio l’importanza fondamentale del femminile, non un femminile astratto, ma proprio delle donne.
\r Intanto la lingua. Praticamente la lingua irochese riconosce come maschili soltanto gli individui maschi, tutto il resto è femminile. L’unione delle famiglie irochesi, l’owachira, in realtà suona come sorellanza. Può sembrare una cosa da poco, ma invece è fondamentale perché l’individuo maschio si rifletteva nell’ambito sociale come partecipante a una unione strettamente femminile. La “fratellanza” irochese è sorellanza, gli irochesi sono sorelle fra loro. Credo che a qualsiasi maschio sentirsi sorella, identificarsi anche al femminile, risulti complesso. Se per una donna identificarsi come sorella di un’altra ha una sua facilità biologica, per un uomo identificarsi come sorella di un’altra donna o di un altro uomo comporta un grosso sforzo culturale. Uno sforzo che, in effetti, la società irochese riconosceva perché prima di entrare nell’ambito pubblico, prima di diventare adulti, ai giovani veniva richiesto di passare un anno o due in vesti femminili, facendo lavori femminili, vivendo come fossero donne, senza per questo rinunciare alla propria identità maschile.
\r Gli Irochesi riconoscono la discendenza materna, che in antropologia viene definita matrilineare, e sono matrilocali, che significa che è il marito che va a stare in casa della moglie. Questo è fondamentale nella cultura irochese, perché, siccome la famiglia è il fondamento sociale e le decisioni si prendono nella famiglia, i mariti irochesi facevano continuamente il viaggio avanti indietro tra la casa della moglie, dove vivevano, e la casa della madre, dove dovevano decidere.
\r E non erano neanche viaggi da poco, perché non erano proprio vicini di casa, i villaggi potevano distare anche diversi chilometri, e di dover andar avanti e indietro poteva anche succedere molto spesso.
\r Poi c’è l’aspetto economico. Gli Irochesi non sono allevatori, quindi il marito porta la carne, la caccia è maschile, mentre l’agricoltura è femminile e sono le donne che coltivano e decidono cosa coltivare. Anche tutta la distribuzione del cibo è in mano alle donne.
\r Il maschio va a caccia e dà la carne alla moglie e questo è ritualizzato: la moglie va a prendere il marito al limite del villaggio, prende la carne e la va a cucinare. Insomma, questi uomini erano sempre ospiti: in casa della madre, che era la loro famiglia, non avevano la realtà economica ed erano ospiti in quanto l’alimentazione veniva offerta loro dalle donne, mentre in casa della moglie, dove non avevano decisione politica, dovevano portare la carne...
\r Le donne avevano la cura del benessere del gruppo e, ovviamente, curavano l’educazione dei figli. Il che non voleva dire che il padre, o comunque i maschi della famiglia, non partecipasse, tutt’altro, ma culturalmente tutto il gruppo si sentiva legato alla parte femminile, infatti difficilmente, nel caso della separazione di una coppia, i figli andavano al padre, era il padre che ritornava a casa della mamma. Questa del maschio in fondo considerato un ospite è la cosa più divertente della cultura irochese, quella che colpisce di più. In virtù di questo anche il matrimonio e il divorzio irochesi erano abbastanza semplici: la prima volta si sposavano molto giovani, adolescenti, e, non essendo considerati adulti nessuno dei due, erano le matrone delle due famiglie che si mettevano d’accordo, poi chiedevano il parere ai due ragazzi e se a loro andava bene il matrimonio veniva sancito semplicemente col fatto che uno si spostava nella casa dell’altra. E’ chiaro che, essendo adolescenti alla prima esperienza, difficilmente sceglievano, si adattavano abbastanza alle ragioni dei rispettivi gruppi, e quindi i matrimoni facilmente andavano in crisi e facilmente si scioglievano. Un irochese si sposava magari 2 o 3 volte, era difficile che un matrimonio durasse una vita. L’interessante è che il secondo matrimonio andava diversamente: era la donna che andava dalla madre del nuovo sposo e si metteva d’accordo. Ma mentre la donna veniva consigliata da tutti e poteva decidere da sola, per l’uomo ci doveva comunque essere la mediazione o della madre o della sorella. Per il divorzio, poi, l’iter era ancora più semplice: una moglie che non fosse d’accordo col marito, o comunque non soddisfatta del marito, lo rimproverava tre volte ritualmente, cioè ad alta voce all’interno del gruppo familiare, ponendo le proprie ragioni, la propria mancanza di soddisfazione. Dopo la terza volta non lo rimproverava più: gli metteva i mocassini fuori della porta e con quello il matrimonio era finito. Lui pigliava i mocassini e ritornava a casa. I mocassini fuori dalla porta cosa indicavano? Ancora una volta che il maschio era rimasto comunque un ospite.
\r Altra indicazione: maschi e femmine non mangiavano insieme, le donne distribuivano il cibo, lo davano agli uomini poi mangiavano da un’altra parte. Gli antropologi del ‘700-’800 pensarono che questo significasse che le donne servivano gli uomini, mentre, in realtà, era la distribuzione del cibo: io ti dò questo perché questo è il cibo dell’ospite.
\r Questa cosa veniva sancita anche quando c’era una dichiarazione di guerra, che era decisa dagli uomini, visto che dovevano farla. Una volta che avevano deciso di partire chiedevano alle donne i viveri, le salmerie, e le donne -che a loro volta avevano preso la loro decisione se era giusto o meno partecipare- decidevano se dare o no il loro consenso dando oppure no i viveri. Se si doveva dare ancora più forza al no, ogni madre prendeva il proprio figlio da parte e gli diceva che non doveva partecipare a questa spedizione e siccome era fondamentale che anche le donne fossero d’accordo, questo era il no più acceso. E infatti, siccome i guerrieri giovani amavano andare spesso a provare la loro forza in giro -anche perché per loro non doveva essere divertentissimo vivere in una società dove passavano il tempo ad andare avanti e indietro fra la mamma e la moglie, mentre nella foresta il giovane guerriero si sentiva il padrone- capitava anche che fossero gli uomini più anziani, gli oratori, i mediatori politici, che, non essendo d’accordo con la guerra, andassero dalle matrone perché convincessero questi giovani guerrieri a non partire.
\r Infine, oltre al cibo, alla cura, alla guerra e ai figli, in mano alle donne c’era l’orenda, che era l’energia che pervadeva tutto il mondo; un’entità unica che informava ogni realtà (dal sasso, all’individuo, al braccio, alla mano) per moltiplicazione invece che per divisione.
\r Ogni famiglia aveva la sua orenda , che si accresceva con la vita e diminuiva con la morte, ed essa investiva ogni individuo del gruppo facendone un essere particolare.
\r Il fatto di essere di una certa famiglia significava partecipare alla sua orenda che era importante tenere viva perché investiva i modi di essere dell’individuo, del sé, senza i quali quell’individuo non solo non avrebbe più saputo il suo posto nell’ambito sociale e culturale, ma non avrebbe nemmeno potuto autorappresentarsi, non avrebbe potuto definire il proprio io. Questa era la ragione per la quale i parlatori, i sachem, che rappresentavano il gruppo all’esterno, erano decisi dal gruppo delle donne: erano loro che potevano consegnare l’orenda. Alla stessa maniera, quando un sachem non era più di gradimento, erano le donne che lo sfiduciavano, togliendogli il copricapo con le corna di cervo.
\r Insomma, questo maschio, oltre ad andar avanti e indietro fra due matrone e ogni tanto divertirsi in guerra, che altro faceva?
\r Parlava. I maschi irochesi parlavano un po’ come i personaggi dell’Iliade o dell’Odissea, facevano discorsi molto roboanti, sia che praticassero l’oratoria politica, l’espressione del portavoce verso l’esterno, sia che si raccontassero le gesta. Gli uomini si raccontavano molto, si raccontavano le grandi imprese, loro e dei parenti, le grandi storie individuali.
\r Le donne tra loro parlavano una lingua, gli uomini un’altra lingua, in mezzo c’era la lingua di tutti i giorni. Questo non vuol dire che ci fossero 3 lingue diverse, erano invece dei diversi modi di conversare, di parlare. Il linguaggio maschile era il linguaggio oratorio per eccellenza, mentre quello femminile era più quotidiano. L’uomo aveva tutta una tecnica retorica -che prevedeva che prima si dovesse toccare il cuore, poi la testa, poi l’insieme- che veniva insegnata, mentre le donne avevano un linguaggio più quotidiano perché, generalmente, le matrone si occupavano sempre degli argomenti femminili. Le donne avevano il linguaggio del mondo, raccontavano i miti e la storia collettiva della tribù, raccontavano la storia di tutti. A questo proposito va precisato che queste società non avevano una storia come noi la conosciamo, una cronistoria anno per anno. O meglio, ce l’avevano, ma non aveva significato. Per loro esisteva il tempo passato e il tempo presente, il passato era raccontato in modo che noi definiamo mitico o leggendario, anche se forse è meno leggendario di quanto pensiamo noi. Il tempo passato era vissuto in senso mitico perché non era soltanto il racconto di ciò che era successo, ma doveva anche essere un insegnamento per il presente, era qualcosa che si raccontava per capire chi si era.
\r Gli uomini la sera si riunivano e si raccontavano le loro imprese di caccia e di guerra, ma queste storie, per poter essere raccontate e perché avessero valore, dovevano essere sempre più importanti e quindi il guerriero, il cacciatore, doveva rischiare sempre di più. Diventava un gioco al massacro. Il massimo per il cacciatore era affrontare un orso col coltello, oppure, altra grande cosa da raccontare, era andare a rubare le penne dell’aquila, che, però, non andava uccisa. Uno andava ad arrampicarsi su per i picchi, doveva cantare le canzoni per far sì che l’aquila fosse di buon umore, poi doveva trovare il modo di prenderla, toglierle le penne della coda, che sono le migliori, dopodiché la lasciava andare. Le penne d’aquila, con i canti dell’aquila, avevano un loro mito ben preciso. Questo mito racconta di un irochese che va su un albero altissimo a raccogliere delle uova con i cognati, ma questi lo abbandonano e lui non riesce a scendere. E’ disperato, ma arriva un’aquila che lo prende e lo porta al suo nido. Lì è ancora più disperato, perché se non riusciva a scendere da un albero figuriamoci dal picco dell’aquila. L’aquila, che ha degli aquilotti, per un certo periodo gli dà da mangiare come lo dà agli aquilotti. Ad un certo punto, però, l’aquila non torna, gli aquilotti hanno fame, e questo irochese si incide il petto e dà il proprio sangue agli aquilotti. Dà agli aquilotti il suo latte, cioè il sangue, e si fa madre come l’aquila. L’aquila ritorna, vede che lui ha dato da mangiare agli aquilotti, e allora gli regala le penne, i canti e i riti dell’aquila, che servono per guarire, e lo riporta al villaggio. Lui torna, si veste con i paramenti dell’aquila, e dà al villaggio tutto quello che l’aquila gli ha dato.
\r Il canto delle gesta, come dicevo, era strettamente individuale, ognuno poteva cantare solo le sue e quelle che gli erano state donate o che aveva acquistato uccidendo chi le aveva compiute veramente. Questo avveniva perché ammazzarti voleva dire che tutto il tuo valore passava a me che ti avevo ammazzato. Mentre nel caso del dono significava che il donatore riconosceva che tu eri più degno di lui di quella data impresa. Avere in dono il canto di una impresa era considerato il massimo, perché significava un riconoscimento pubblico incontestabile del proprio valore.
\r Quindi, pur centrata sul femminile, fra gli irochesi c’era una forte divisione dei ruoli?
\r La divisione fra maschile e femminile era, così come i legami di parentela, essenzialmente culturale, nel senso che la scelta di essere maschio o femmina non era un fatto strettamente dovuto alla biologia. Io sono una donna, ma posso decidere di fare l’uomo; io sono un uomo, ma posso decidere di fare la donna per tutto il tempo che mi pare, per la società va bene. C’è un’unica condizione: quando mi spoglio di uno status devo prendere tutto il resto, non posso stare a metà fra le due strade. Praticamente c’erano delle “caselle culturali” in cui erano inseriti dei ruoli precisi, ognuno con tutta una serie di caratteristiche: si potevano anche scegliere tutte le caselle una dopo l’altra, purché ogni volta si stesse in una sola casella, prendendo tutti i diritti e doveri che corrispondevano al ruolo scelto.
\r E infatti: le donne non si potevano toccare, per un irochese vedere un uomo picchiare una donna era più o meno come per un cattolico praticante vedere qualcuno urinare sull’altare. Era una cosa più che abominevole, era inconcepibile, metteva in causa valori sacri molto profondi. Però, se una donna sceglieva di essere uomo e imbracciava le armi e combatteva, non era più una donna e in questo caso poteva anche essere torturata. Questo fu uno dei problemi con i bianchi, perché le pioniere che difendevano la casa naturalmente venivano scalpate come i maschi perché per loro erano degli uomini. Bambini e donne non si toccano, purché facciano i bambini e le donne.
\r Dicevi che anche il concetto di famiglia era soprattutto culturale...
\r Negli irochesi il concetto di famiglia è essenzialmente culturale nel senso che la famiglia sono tutte quelle persone che si riconoscono all’interno di un certo gruppo con una certa discendenza, che può essere di sangue, ma che, la maggior parte delle volte, di sangue non era. Fra gli Irochesi era tipica quella che noi abbiamo tradotto con “adozione” e che consisteva nell’inserimento nell’ambito familiare di una persona che poteva essere di un altro gruppo famigliare o addirittura, spessissimo, non irochese o bianca, che in questo modo veniva ad acquisire tutti i doveri e i diritti che comportavano l’inserimento in questo gruppo. Erano legami strettamente culturali, però vissuti come se fossero biologici: il rito dell’adozione, che consisteva nella spoliazione della persona, nel bagno rituale e nel rivestimento, era una vera e propria nascita. Dopo non c’era più nessuna differenza tra il nuovo nato e un nato all’interno della famiglia.
\r Un altro aspetto della famiglia irochese -che, teniamolo presente, contava varie decine di persone abitanti nella stessa casa, quindi con delle interazioni continuative- è che i diritti e i doveri dell’individuo all’interno del gruppo famigliare avevano una valenza tanto pubblica quanto privata. La distinzione tra pubblico e privato, tipica della società occidentale moderna, non ha assolutamente senso per la società irochese, dove la famiglia è il fondamento della società in quanto è il nucleo delle decisioni politiche della società stessa. Lo stesso individuo si percepisce come individuo -meglio: come se stesso- sempre in rapporto a un gruppo.
\r Questo non vuol dire che il gruppo sia più importante dell’individuo o viceversa, ma che per esistere l’individuo ha sempre bisogno del rapporto con il gruppo, senza questo sarebbe monco.
\r E infatti la pena più severa presso gli Irochesi era buttar fuori un individuo dal gruppo, dal villaggio, farne un indiano solitario. Questa era una cosa che noi possiamo considerare molto vicino alla pena di morte, non tanto perché uno non potesse sopravvivere da solo, avrebbe potuto benissimo, ma perché si scindeva questo rapporto dinamico e la persona aveva perso uno dei due elementi che gli servivano per definirsi, era “rotta”.
\r Prima hai fatto un accenno alla tortura. Si sa che gli Irochesi erano dei grandi torturatori, ma questo non urta con una società così al femminile?
\r Questa è una delle cose più difficili da capire per noi moderni; lo era anche per i contemporanei europei che, per altro, la vedevano in uso regolarmente anche da loro. La tortura, per gli Irochesi, non aveva nessun valore strumentale e anche questo è uno dei motivi per cui erano degli ottimi torturatori, erano talmente bravi che sono famosi i racconti dei viaggiatori disperati e spaventatissimi.
\r Generalmente negli atti di guerra si cercava di prendere prigionieri vivi e il prigioniero, meglio ovviamente se guerriero di una certa importanza perché aumentava il prestigio, veniva portato al villaggio. A questo punto le scelte erano due ed erano sempre in mano alle donne perché loro curano la vita e quindi loro decidono della morte: o il prigioniero veniva adottato, quindi rinasceva come irochese e finiva lì, e si poteva considerare ben fortunato, oppure veniva lasciato in mano agli uomini perché fosse torturato. Qual è il significato profondo di questo? Abbiamo visto che il concetto fondamentale è questa energia, questa orenda che è il collante della famiglia e che diminuisce con la morte e cresce con la vita, l’altra maniera per farla crescere è che qualcuno muoia con parecchio dolore. Ecco perché se il prigioniero sveniva per il dolore lo curavano in modo che riprendesse le forze e poi ricominciavano. Siccome le spedizioni guerresche erano quasi sempre fatte per vendicare una morte subìta l’idea era che il torturato ci mettesse a morire lo stesso tempo che ci aveva messo la persona per cui questo stava pagando l’orenda: se quell’altro era morto in tre giorni questo doveva metterci almeno tre giorni a morire e quindi stavano bene attenti che non morisse per il dolore, che non cedesse il cuore. E quando l’indiano dell’altra tribù veniva torturato, faceva di tutto per non urlare, non doveva far sentire il suo dolore, perché se tu non dai prova di quello che viene considerato uno dei fondamenti della mascolinità, lo stoicismo e la capacità di sopportare il dolore, allora, in realtà, non sei un uomo. C’è il caso famoso di un generale americano che, catturato, deve aver strillato tanto che a un certo punto lo uccidono perché non ha più valore. Non aveva quei requisiti che a loro era sembrato, non era un uomo. I prigionieri che venivano presi, e sapevano di finire alla tortura, difficilmente comunque cercavano di scappare perché era disonorevole. Per cercare di scappare un prigioniero doveva quantomeno fare un’azione importante, uccidere qualcuno del villaggio o rubare qualcosa o rapire qualche donna, perché questo trasformava un’azione passiva in una attiva. Ma se scappava e basta e tornava dai suoi, molto probabilmente erano questi a farlo fuori perché li aveva disonorati davanti all’altro gruppo.
\r Ma cosa faceva scegliere fra l’adozione e la tortura?
\r Come ho detto, la vita del prigioniero veniva messa nelle mani delle donne del gruppo in cui era morto quello per cui dovevano vendicarsi. Doveva essere responsabile nel senso che doveva essere o quello che l’aveva ucciso o un parente di quello che l’aveva ucciso, sempre per il fatto che la famiglia è un tutto unico, quindi di una morte è responsabile chi l’ha ucciso e tutto il suo gruppo familiare. Di regola le donne decidevano per la tortura quando consideravano che nient’altro potesse riportare l’orenda perché la perdita era stata troppo grossa o perché l’episodio era stato troppo pesante, altrimenti l’adozione era la scelta normale. Era come se uno adottasse l’omicida di un parente stretto! Ma se noi pensiamo che l’adozione è un rito culturale che provoca una nascita biologica, questa persona veniva spogliata di quello che era prima e diventava un membro interno a tutti gli effetti, ma non solo perché avevano preso la decisione a tavolino, ma perché tutti lo consideravano come se fosse nato lì nel vero senso della parola. E se consideriamo che questa nascita riportava l’orenda al suo stato, quindi sanava la perdita, non è difficile capire come poi, alla fine, le adozioni fossero molto maggiori rispetto alla tortura.
\r L’adozione era una notevole soluzione: si sanava la ferita della perdita dell’energia e si acquistava un irochese a tutti gli effetti. Lafitte, che è un famoso studioso degli Irochesi, dice che alla fine del ‘700 nelle tribù irochesi c’erano più indiani di altre tribù che irochesi. Nel suo conto gli adottati erano il 60% della popolazione!
\r Veniamo al discorso della democrazia...
\r Gli Irochesi -che erano tanti, sparsi in molti villaggi nel nord-est degli Stati Uniti, in una zona grande quasi come mezza Europa- prendevano le decisioni tutti insieme e la decisione era vincolante solo quando c’era l’unanimità. Prima si riunivano, separati gli uni dalle altre, gli uomini e le donne di una famiglia, quindi alcune decine di persone, una volta che ognuno di questi due gruppi era giunto all’unanimità si riuniva la famiglia nel suo insieme, che a sua volta discuteva sino all’unanimità.
\r Dopo questo livello si riuniva l’owachira, il gruppo di 2 o 3 famiglie sorelle che vivevano nello stesso villaggio o in villaggi vicini, e ricominciavano a discutere, sempre prima con gli uomini da una parte e le donne dall’altra, poi tutti insieme, fintanto che la decisione tornava ad essere una. A questo punto venivano inviati dei portavoce all’incontro con gli altri portavoce delle owachira sorelle e ogni volta il meccanismo era lo stesso. Ovviamente non tutti andavano al livello superiore nel senso che, mentre nella owachira decidevano tutti gli adulti -cioè tutte le donne sposate e tutti gli uomini sposati o che avessero partecipato ad una azione di guerra, il che significa una partecipazione che andava dagli adolescenti ai vecchi- dalla owachira in su la soluzione proposta era solitamente affidata al portavoce, al parlatore. Questo, tuttavia, non significava che negli incontri successivi a quello della owachira parlasse solo lui perché poteva parlare chiunque. Più gruppi di owachira sorelle formavano il clan -quando la discussione era al livello del clan le distanze fra un villaggio e l’altro erano notevoli- e generalmente all’incontro dei clan partecipava un numero più o meno ristretto a seconda se sentivano di dover dare più o meno forza alla decisione che era stata presa. Dopo il singolo clan la decisione andava ad un gruppo di clan che costituiva una “metà” e due “metà” erano la tribù. Dopo la tribù si andava alla confederazione, che era rappresentata da 50 sachem , 10 per ognuna delle tribù che la crearono, a cui dovevano accompagnarsi, obbligatoriamente, le 50 donne che venivano definite le “parlatrici”, cioè le matrone delle owachira che davano il casco da sachem, più tutti quelli che volevano. Anche a questo massimo livello la decisione doveva essere presa all’unanimità e per controllarla -perché dalla partenza, a livello della famiglia, alla fine la decisione molto probabilmente era cambiata- doveva ritornare per la conferma a tutti i livelli inferiori fino alla owachira. Se non veniva riconfermata si ricominciava da capo. Chiaramente in tutto questo iter ci voleva molto tempo, ma, come mi ha detto una volta un indiano: “Quando si prende una decisione per noi è fondamentale che tutti riescano a comprendere di cosa si sta discutendo, che tutti riescano a discutere dell’argomento e che tutti possano decidere sull’argomento. Il tempo che ci si mette è sempre il tempo necessario, né di più, né di meno”.
\r Ma cos’era la confederazione Irochese di cui parlavi prima?
\r La Lega Hau De No Sau Nee, o Confederazione Irochese, era il fondamento della società irochese, almeno come noi la conosciamo. Loro, però, raccontano che la Lega non c’è sempre stata, che è nata in una certa maniera e che ha mille anni, ma gli studiosi dicono molto di meno, qualcuno dice che era appena formata quando sono arrivati i bianchi. Probabilmente la verità sta nel mezzo, perché il fatto che anche gli Uroni avessero la loro Lega, che l’avessero anche i Cherokee, che le regole, abbastanza complesse, fossero stabili dà l’idea che non fosse appena nata, che si fosse stratificata almeno da un certo periodo. Il racconto irochese, simbolicamente assai ricco, dice che prima della Lega ci fu un periodo nel quale le principali 5 nazioni irochesi -Mohawk, Oneida, Onondaga, Seneca, Cayuga, quelle che poi costituirono la Lega, anche se altre tribù, non sempre Irochesi, si aggiunsero più tardi, sorellandosi con queste cinque- erano in guerra fra loro e combattevano continuamente. In questa situazione, fra i Mohawk, c’è un capo potentissimo, un mezzo stregone, che decide di comandare su tutti e quindi fa di tutto per uccidere o far sparire tutti gli eventuali concorrenti, ma un mohawk che sa parlare ed è molto ascoltato, Hayawata, cerca di contrastarlo. Il capo allora distrugge tutta la famiglia di Hayawata, moglie, figli, nipoti, cugini, e Hayawata decide di andarsene avventurandosi fuori dal territorio irochese. Sempre da solo vaga finché incontra un urone (gli Uroni, pur essendo di lingua irochese, per gli Irochesi erano nemici giurati) che si chiama Deganawida, un mago che, a causa della sua potenza e di una maledizione che pesa su di lui, ha dovuto allontanarsi dalla sua tribù.
\r I due si parlano e concordano di cercare di mettere fine alla guerra fratricida, quindi ritornano in territorio irochese, combattono contro il capo-mago e lo vincono convincendo tutti a smettere di combattere. A quel punto anche Deganawida viene adottato dai Mohawk, quindi perde la maledizione che pesa su di lui, e le cinque tribù danno vita alla Gayaneshakgowa, la Grande Legge della Pace, cioè la Lega Irochese
\r Venne deciso, e questo veniva ripetuto tutte le volte, che non si poteva più uccidere all’interno della confederazione, ma solo all’esterno, e nel discorso introduttivo di ogni sessione della Lega -discorso sempre tenuto da un Mohawk e sempre uguale- ogni volta veniva ripetuto che occorreva evitare la vendetta. Dentro la Lega, al posto della vendetta, veniva pagato il prezzo del sangue o era la tribù a decidere della punizione del reo. Il prezzo del sangue erano delle cinture di wampum (cioè cinture decorate con aghi di porcospino che avevano un significato rituale, di comunicazione e manifestavano prestigio) e la donna valeva il doppio perché con lei si perdeva anche tutta la linea ed erano sempre le donne, la madre o la sorella, che accettavano tale prezzo o richiedevano la pena. Tornando al funzionamento della Lega, i viaggiatori europei, che venivano dalle corti di re assoluti, rimasero molto colpiti da questa partecipazione diffusa e dal tempo che un tale funzionamento richiedeva. Per loro quello irochese era un mondo assolutamente incomprensibile, ma alcuni filosofi francesi, Montaigne e soprattutto La Boétie, risentirono notevolmente di questi racconti sul sistema irochese e cominciarono ad interrogarsi sui rapporti di potere, di dominio, di partecipazione anche per quanto riguardava l’Europa. Sicuramente il sistema irochese funzionava, non dava problemi, anche se, come dimostra il fatto che a un certo punto si è rotto a causa delle alleanze delle varie tribù durante la guerra di indipendenza americana, dei punti deboli dovevano esserci. Certo era difficile continuare a discutere su tutto, partecipare a tutto. Probabilmente per gli uomini, sempre in viaggio fra la casa della mamma e quella della moglie, era molto faticoso. L’uomo, finché si discuteva, era assolutamente inutile, muoveva solo i piedi ed in effetti sono stati loro i primi a crollare, ad accettare il whisky dai bianchi, ad ubriacarsi tranquillamente, sono stati i primi a perdere il contatto, come se gli mancassero dei punti di riferimento; le donne resistettero di più...
\r Sicuramente, comunque, l’esperienza della Lega irochese è stata uno degli esperimenti più profondi di partecipazione e non è un caso che dai principi della Lega irochese, per quanto misconosciuta e non pienamente capita, derivi in molte parti la costituzione degli Stati Uniti. Sia Jefferson che Franklin conoscevano molto bene la Lega e quando misero giù i principi della costituzione americana avevano in mente proprio la partecipazione messa in atto dalla confederazione irochese. L’idea degli stati che sono sovrani, ma che necessitano di prendere decisioni insieme, la dinamica dalla base, dalla periferia verso il centro, sono il frutto dell’osservazione del funzionamento della Lega irochese. Certamente la costituzione americana, alla fine, ha poco a che vedere con i fondamenti della democrazia irochese, tuttavia anche nell’incipit, là dove viene dichiarato che scopo dell’uomo è la ricerca della felicità, si sente l’influsso irochese. Si potrebbe anche dire che c’è una qualche continuità fra l’adozione irochese e il fatto che negli Stati Uniti basti una cerimonia per far diventare l’emigrato cittadino americano.
La Lega irochese è il contributo degli indiani alla teoria poli­tica: un fondamentale contri­buto sulla possibilità partecipativa in gruppi numerosi, l’unico che abbia avuto una durata significativa.
Anche nella polis greca, quanto a partecipazione, non si scherzava...
La polis greca era molto ristretta, non aveva il problema della distanza, quindi il problema della delega che gli Irochesi, invece, affron­tarono a fondo. Per loro la delega non era mai in bianco, il sachem era essenzialmente un portavoce, ma in questo “portare la voce” non c’era solo lo spazio della politica come rappresentanza, c’era anche l’idea della politica come rappresentazione. Quella di rappresentare e rappresentarsi è, come si diceva prima, una delle caratteristiche della lingua maschile, è una parola detta con autorevolezza verso l’esterno. All’interno della famiglia la discussione era più “quotidiana”, ma, una volta che questa discussione usciva dalla famiglia, il portavoce ne faceva come una forma di rappresentazione. Le riunioni della Lega erano immense: non dobbiamo pensare soltanto ai 50 sachem e alle 50 matrone, perché c’erano anche tutti quelli che andavano a vedere, a sentire, a dire la loro. Le facevano fuori dai villaggi, con la gente che portava i vestiti migliori.

  
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