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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo

UNA CITTÀ n. 202 / 2013 Aprile

Articolo di Stephen Eric Bronner

O TUTTO O NIENTE

"Utopia” è generalmente considerata una parolaccia. Il concetto è stato troppe volte utilizzato per giustificare il terrore totalitario e la passività nei confronti delle attuali problematiche politiche. Di rado l’utopia viene considerata un ideale regolativo che resiste alla messa in pratica, e che però risulta necessario per guidare qualsiasi genuino tentativo di liberazione. Essa, più facilmente, riporta alla mente immagini di demagoghi, sognatori, fanatici, creduloni e, forse più di tutto, di quel che Samuel Butler, il grande scrittore di satire vittoriano, chiamava "erewhon” (cioè, "nowhere” [in nessun luogo] letto al contrario). Questa, tuttavia, è solo una parte della storia. L’utopia ha un fascino antropologico, specie per gli umili e gli oppressi, ed Ernst Bloch aveva senza dubbio ragione quando faceva notare nel suo L’eredità del nostro tempo (1935) che "non di solo pane vive l’uomo, specialmente quando non ne ha”. Molte civiltà hanno il proprio ideale esclusivo di paradiso (celeste o terrestre) da cui, in una visione globale, tutte le altre civiltà possono imparare. Tracce di utopia compaiono nelle più svariate forme di arte, filosofia e religione: costituiscono un’intuizione di cosa l’umanità davvero desidera, o non desidera, e in tal modo danno sostanza alle aspirazioni della società liberata.
Concepire l’utopia richiede uno sforzo immaginativo unito a una profonda conoscenza del passato e della sua eredità culturale. Le descrizioni più antiche (e anche alcune recenti) hanno caratteristiche pastorali, come il Giardino dell’Eden (un tempo identificato con i giardini di Persepoli, costruiti da Ciro il Grande nella città persiana di Shiraz), "la terra del latte e del miele”, o persino i giardini paradisiaci da nababbi del film "Metropolis” (1927). Tutte queste visioni esprimono il desiderio di una società organica, senza alienazione o reificazione, senza quella decadenza o complessità scientifica e culturale associata alla modernità.
I critici distopici hanno contestato tali utopie per il fatto che ignorano i benefici del lavoro e del coinvolgimento politico. Questi immaginano gli abitanti di Utopia vivere in uno stato di semi-assuefazione, scioccamente felici, privi di individualità e senso della vita. Ma è facile criticare quando si vive comodamente. I miserabili della Terra hanno sempre compreso il carattere libertario di ciò che Paul Lafargue (genero di Marx) definiva "il diritto alla pigrizia” e la visione utopica di una vita fatta di abbondanza, quiete, salute, riposo, serenità, gioco.

L’utopia progetta giustizia sociale, uguaglianza economica, democrazia radicale. La "vita migliore”, tuttavia, non si riduce semplicemente alla sconfitta della scarsità. L’utopia propone una trasformazione rispetto a cosa viene prodotto e come viene prodotto, promuovendo comportamenti che privilegiano bontà e senso morale, carità ed altruismo, sperimentazione e tolleranza. L’invocazione dell’utopia ci permette di capire che quel che possediamo non è necessariamente quel che desideriamo, e che quel che desideriamo non è necessariamente tutto ciò che possiamo avere. Nessun sistema e nessun movimento potranno mai realizzare pienamente tutte le possibilità dell’esperienza umana. Libertà e desiderio superano sempre la realtà. Ci saranno sempre nuove possibilità di accrescere la gioia di vivere, così come casi di violenza e repressioni. Come sottolineava Bertolt Brecht in Mahagonny (1930), quando c’è l’utopia c’è sempre "qualcosa che manca”.

Gli ideali utopici hanno tradizionalmente avuto con la realtà un rapporto complesso e carico di tensione. Il modo in cui sono stati utilizzati, infatti, ci dice qualcosa del carattere dei partiti politici radicali e dei movimenti sociali, della loro specificità e del loro modo di operare. Nel suo classico Ideologia e Utopia (1929), Karl Mannheim sottolineava come ogni genuino movimento di massa fosse alimentato da impulsi utopici. Persino la democrazia sociale aveva cristallizzato la sua visione della vita migliore nella popolare opera di Edward Bellamy, Guardando indietro (1888). Tali ideali utopici, tuttavia, sono sempre legati agli interessi e alla base sociale del movimento in questione.
In questa visione dell’utopia il carattere critico del concetto viene perso.
L’utopia si traduce così in forme e slogan ideologici adatti alla mobilitazione delle masse. Solo gli intellettuali migliori, quelli liberi e indipendenti ("free-floating”) sono in grado, secondo Mannheim, di riflettere su questo processo e confrontarsi con queste rappresentazioni ideologiche. Da un certo punto di vista ciò è vero, dato l’impegno intellettuale che la visualizzazione dell’utopia richiede. Sfortunatamente, la posizione di Mannheim è generalmente criticata perché giustificherebbe il ritiro degli intellettuali dalla vita politica, il disimpegno. Nei momenti di crisi e di intenso conflitto ideologico, questa posizione può invece spingere verso un atteggiamento razionale.
Il risentimento e il ricordo dello sfruttamento da parte dei subalterni rendono l’utopia suscettibile di manipolazione da parte di autorità o movimenti totalitari. Alcuni l’hanno identificata con una società pura ed omogenea dal punto di vista razziale, religioso o etnico. Altri l’hanno utilizzata per giustificare la loro convinzione che un particolare agente storico, da solo, abbia la saggezza e la conoscenza per brandire la spada vendicatrice. Questa visione ha dato forma al relativismo morale del partito avanguardista di Lenin e al suo modo di trattare il nemico e, più tardi, senza dubbio, alle purghe staliniane. In altre parole, l’utopia è sempre stata usata per legittimare un atteggiamento per cui il fine giustifica i mezzi. Senza fare riferimento alla teleologia, ai millenaristi o ai messianici, comunque, il fine è giustificato unicamente dai mezzi utilizzati per raggiungerlo. Gli ideali utopici invitano gli attori politici a sviluppare una relazione plausibile tra fini e mezzi. Slogan come "a tutti i costi” sono seducenti ma pericolosi e, in ultima analisi, eticamente auto-distruttivi.
Il rifiuto di porre limiti all’azione politica e la disponibilità a commettere un crimine nel nome dei fini utopici è ciò che Camus considerava la "patologia” del suo tempo.

Libertà e dignità umana caratterizzano qualsiasi rappresentazione seria dell’utopia. La politica si limita a preparare il terreno: il pensiero utopico privilegia necessariamente l’individuo in termini di esplorazione dei desideri, espansione degli interessi, controllo sulla sua vita. Per esempio, Marx non equiparò mai il comunismo ad altri regimi, nemmeno la Comune di Parigi, ma piuttosto alla fine della "preistoria” e ad un mondo in cui "il libero sviluppo di ciascuno è condizione per il libero sviluppo di tutti”. In un mondo di questo tipo, credeva, l’umanità avrebbe infine determinato democraticamente il suo destino comune, consapevolmente, senza far riferimento a determinanti esterne come l’interesse economico. Nella società senza classi sarebbe fiorito l’individualismo.
Questa visione influenzò inizialmente i bolscevichi che conquistarono il potere nel 1917, con lo slogan: "Tutto il potere ai Soviet!”. I radicali di sinistra mostrano ancora nostalgia per il "passo eroico” compiuto dalla Rivoluzione Russa (1918-1921), quando sembrava che tutto fosse possibile: l’avanguardia culturale al servizio del popolo, l’abolizione del denaro, la trasformazione della famiglia nucleare, la fine della gerarchia, il tentativo rivoluzionario internazionale di creare dei regimi basati sui Soviet del popolo. L’arbitrario esercizio del potere, il sangue, la confusione, la crudeltà e la povertà di quei tempi passano in secondo piano. Rimane solo una visione idealizzata di istituzioni oggi totalmente anacronistiche come i Soviet, in cui, come mi è stato detto una volta, "ognuno controllerà tutto” (naturalmente senza considerare il numero di riunioni che ciò avrebbe richiesto). Molti contemporanei radicali sono ispirati solo dall’immagine di quell’ "uomo nuovo” che un tempo sembrava sul punto di salire alla ribalta. Trotsky ha cristallizzato questa utopica posizione comunista nel suo Letteratura e Rivoluzione (1924), insistendo fondamentalmente su questo: "L’uomo diverrà incommensurabilmente più forte, saggio e acuto; il suo corpo diventerà più armonico, i suoi movimenti più ritmici, la sua voce più melodiosa. La forma di vita diverrà dinamicamente appassionante. L’uomo medio sorgerà all’altezza di un Aristotele, un Goethe o un Marx. E oltre questi vertici sorgeranno nuove vette”.

Gli esperimenti utopici intrapresi nel passato gettano un’ombra sulla politica apparentemente prosaica del nostro tempo. Secondo questo modo di pensare, le differenze tra i partiti e i movimenti esistenti appaiono trascurabili. Esiste solo la società di massa con la sua industria culturale e il suo spirito commerciale. Il dram­ma è ormai perduto. L’insieme di relazioni sociali si trasforma in un tutt’uno indistinto che minaccia tutte le forme di riflessione critica e di individualità. Il "sistema” (non la società di classi) è ora percepito come un problema, e qualsiasi cosa macchiata di ragioni strumentali o di burocrazia diventa sospetta. Le grandi narrazioni sono considerate meri strumenti di manipolazione dei movimenti di massa, dei partiti autoritari e degli stati arroganti. Moderare gli squilibri del potere politico ed economico non è più la priorità. Nulla di ciò che è associato alla politica reale è abbastanza radicale: in tal modo, il perfetto diventa nemico del buono. La fede cieca negli ideali utopici giustifica l’indifferenza verso la creazione di un futuro migliore. Come nell’affermazione "o tutto o niente”, quindi, l’utopia può giustificare la passività tanto quanto il fanatismo.

Utilizzata criticamente, tuttavia, l’utopia ci permette di riconoscere forme prima ignote di oppressione e di ribellarci ad esse. Il modernismo del Ventesimo secolo ne è un esempio.
Come spiego nel mio Modernism at Barricades (2012), espressionismo, futurismo, surrealismo e altre correnti facenti parte di questo fenomeno culturale internazionale, mescolavano i ferventi desideri di utopia e di un "uomo nuovo” con esperimenti artistici radicali che davvero proponevano un nuovo modo di sentire, vedere e rappresentare il mondo. Il verso libero venne contrapposto al ritmo, il montaggio alla narrativa; e una scala tonale rivoluzionò la musica. Queste nuove prospettive di espansione dell’esperienza individuale sorsero congiuntamente a forti critiche della struttura della famiglia autoritaria e della repressione sessuale, dell’atteggiamento verso la gioventù, del patriarcato, dello stupro, dell’omofobia, dell’aborto, ecc. Il modernismo, non solo diede all’utopia una sostanza, ma servì anche come azione correttiva per coloro che cercavano di identificarla con una particolare ideologia, movimento, regime.

L’utopia è intrinsecamente incompleta: la società o il regime che si percepiscono come utopici, o sulla strada verso l’utopia, sono distopici per definizione. Ciò accade perché la storia non procede in modo lineare. Il progresso in un ambito della società può avvenire mentre un altro ambito regredisce. Straordinarie scoperte scientifiche, per esempio, accompagnarono l’ascesa del fondamentalismo religioso; la liberazione culturale fiorì negli anni Sessanta, mentre aumentava l’eguaglianza economica. Non esiste un processo teleologico uniforme e prefabbricato che conduca l’umanità al lieto fine.
I conflitti irrisolti, o quel che Bloch definiva "contraddizioni non sincroniche”, si trascinano spesso da un’epoca a un’altra. Ad esempio, razzismo, sessismo e pregiudizi religiosi hanno senza dubbio un carattere pre-capitalista, ma rivestono un ruolo importante anche nella società capitalista. E, potenzialmente, oltre. Esistono tensioni non solo tra il tutto e le sue parti, ma anche tra le parti stesse. Concettualizzare seriamente l’utopia richiede, perciò, sia il riconoscimento dell’eredità critica e liberale del passato, sia il superamento dei suoi limiti. Altri ritengono che essa richieda quel che potrebbe essere definito una rottura antropologica con la storia.
In Saggio sulla Liberazione (1969) e altre opere, ad esempio, Herbert Marcuse riteneva che la vita migliore si basasse su una "nuova sensibilità” che provava repulsione per la crudeltà, lo sfruttamento, la cupidigia e l’egoismo borghese. Egli, tuttavia, riconosceva anche che coloro che desideravano introdurre la nuova sensibilità dovevano già avere abitudini mentali e comportamentali utopici. L’idea di una traduzione meccanica dell’utopia in pratica, quindi, manca l’obiettivo; Henry Patcher solleva apertamente la questione (sebbene in un contesto leggermente diverso) quando dice: "Non si può avere il socialismo, si è socialisti”.

Solo come idea regolativa che funge da guida per la politica radicale, ma che resiste alla sua messa in pratica, l’utopia può evidenziare la tensione intrinseca tra l’umanità e le sue opere, il potere dell’immaginazione e la richiesta di potere politico. In questo caso l’utopia può fornire ai radicali semplicità nelle loro iniziative e obiettivi. Può dare vigore alla politica evidenziando il contenuto e il carattere costante della liberazione. Altrimenti, è preferibile che l’utopia rimanga utopica.
(traduzione di Ylenia Favatà)


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